Visualizzazione post con etichetta Ewan McGregor. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ewan McGregor. Mostra tutti i post

martedì 3 ottobre 2017

Fargo - Stagione 3 (FX, USA, 2017)





Ricordo ancora molto bene la sensazione che mi diede la citazione che chiude Se7en, cultissimo anni novanta targato Fincher che ancora oggi rappresenta un riferimento per il thriller: "Il mondo è un bel posto, e vale la pena lottare per esso. Sono d'accordo solo con la seconda parte.".
Il vecchio Somerset aveva proprio ragione.
Trovarmi di fronte all'immagine - tra le più belle di questa terza stagione - del vice sceriffo Burgle che cerca di spiegare al figlio l'omicidio del nonno preservando il più possibile l'innocenza del ragazzino rispetto ad un mondo in cui è il Male a farla da padrone è stato un brivido pronto a fare da coronamento all'ennesima, grande stagione di una delle realtà da piccolo schermo più interessanti degli ultimi anni: Fargo.
Per la prima volta completamente indipendente, location escluse, dagli eventi che avevano caratterizzato le due stagioni precedenti - legate tra loro da un paio di personaggi presentati in diverse epoche -, la proposta nata come "spin off" del film dei Coen continua ad analizzare quello che è l'abisso offerto dalla predatorietà dell'essere umano, l'importanza - nel bene e soprattutto nel male - della casualità e del destino, la lotta che gli outsiders devono condurre ogni giorno per poter anche soltanto sperare di sopravvivere nella giungla di belve che li aspetta una volta varcata la soglia di casa.
Sono molte, in quella che, ad una prima e superficiale occhiata, potrebbe suonare come la stagione meno incisiva di questa straordinaria proposta, le sequenze che non si dimenticano facilmente, supportate da una galleria di personaggi strepitosa: dalla Burgle, donna di legge, "invisibile" ed outstider - stupenda la sequenza che chiude la personale faida dell'agente con le fotocellule dei lavandini - al gigantesco Varga - uno dei cattivi più disturbanti del passato recente, interpretato alla grande da David Thewlis -, passando per i due fratelli Stussy - bravo anche il buon Ewan McGregor, impegnato in una doppia parte solo apparentemente semplice -, la stupenda Swango - per quanto mi riguarda, idolo sexy di questo duemiladiciassette cui presta volto e corpo come fosse un ruolo dipinto su di lei Mary Elizabeth Winstead - ed i due sicari, che ispirano momenti magici come l'episodio legato a Pierino e il lupo e portano la bandiera di una serie di comprimari assolutamente perfetti - dal socio di Emmit al racconto legato al passato del patrigno scrittore della Burgle - tutto il cast of charachters finisce non solo per rendere alla grande i concetti che gli sceneggiatori - strepitosi - vogliono portare sullo schermo, ma anche per trasformare una galleria della fatalità e del grottesco in uno specchio nel quale - come era già accaduto con le stagioni precedenti - ogni spettatore finisce per fare i conti rispetto alla sua natura umana.
In questo senso, è più colpevole il predatore che caccia conscio del suo ruolo e della sua pericolosità o l'opportunismo di chi cerca di cogliere il maggior profitto possibile da qualsiasi occasione?
Ed è più malvagio essere malvagi o pensare senza alcun ritegno alla propria sopravvivenza?
Nessuno finisce per avere premi, ed il gioco si conclude con una scommessa che gli autori paiono voler passare come una patata bollente al pubblico: in questa grande caccia, quando si aprirà l'ultima porta, chi avrà avuto ragione?
Una questione quasi di fede inserita in un contesto assolutamente reale e vivo, di quelli che, purtroppo, tra le pagine della cronaca nera si possono incontrare ogni giorno e che sono la fotografia di quello che, in misura minore o maggiore, o semplicemente con più o meno evidenza, ognuno di noi porta nel mondo ogni giorno: chi entrerà, da quella porta?
A quale destino andranno incontro i due opposti che attendono possa aprirsi?
Probabilmente, io che sono cattivo ma non abbastanza, finirei dritto dritto sull'asfalto di qualche strada sperduta, come in un duello da vecchio film Western, o a compiere una vendetta che sentirei come giusta.
Dunque non avrei la possibilità di vederla, quella porta mentre si apre.
E se è vero che il mondo non è un bel posto, ma che vale la pena di lottare per esso, allora fanculo.
Io so già chi voglio veder comparire.



MrFord



 

mercoledì 28 giugno 2017

T2 - Trainspotting (Danny Boyle, UK, 2017, 117')




Mi ci sono voluti dieci anni, ai tempi, per apprezzare davvero quello che è stato un cult generazionale per chi è stato adolescente nel corso dei nineties, Trainspotting.
Ai tempi dell'uscita in sala, infatti, stavo attraversando il mio periodo straight edge pseudo artistoide tutto stronzo contro il mondo, e l'idea di un film incentrato su un gruppo di amici tossici pseudo falliti non mi colpì per altro motivo se non la colonna sonora - assolutamente pazzesca - ed alcune trovate che ai tempi risultavano effettivamente fuori dagli schemi - la famosa scena del cesso, per dirne una, o quella delle lenzuola sporche -: non abbastanza, comunque, da pensare di preferirlo a cose come Pulp fiction, uscito nello stesso periodo ed adorato incondizionatamente dalla prima visione.
Con il tempo, la progressiva evoluzione personale, la crescita e la consapevolezza che bisogna spalare parecchia merda prima di poter pensare di uscire "a riveder le stelle" ho rivalutato e non poco quello stesso cult generazionale che probabilmente chi aveva esaltato solo per lo "sballo" aveva finito per perdersi per strada, considerandolo oggi come un importante manifesto ed uno dei film più riusciti mai realizzati sulla dipendenza dalle droghe.
A vent'anni di distanza, ammetto di aver nutrito lo stesso scetticismo di allora per il sequel, che pareva più una bieca operazione di amarcord commerciale che non il tentativo di raccontare una storia di cuore come quelle che vado inseguendo e cercando nel corso di questo duemiladiciassette, e sono felice, e più che felice, di riscontrare che ancora una volta avevo malriposto i dubbi rispetto a Danny Boyle ed alla sua allegra brigata.
Perchè certo, l'amarcord c'è e si sente, così come quel sapore di nostalgia legato a tutti i film - o libri, o dischi, o quello che volete - che hanno significato qualcosa di importante nel nostro passato e tornano a farsi sentire come vecchi amici che, una volta incontrati, paiono quei "migliori amici" alla Stand by me in grado di piegare il Tempo e ricominciare esattamente da dove si aveva smesso, non importa quando: eppure T2 è qualcosa in più, una riflessione sul Tempo - quello vero, che spazza via tutti senza guardare in faccia a nessuno - e sulle opportunità, sui rancori e i tradimenti, su quello che è stato e che occorre raccontare, prima che si perda tra le pieghe della memoria e non resti nulla da tramandare ai nostri figli, come un regalo - magari non richiesto - che farà da fondamenta per il futuro che costruiranno, si spera meglio di quanto possiamo avere fatto noi.
E' anche una colonna sonora nuovamente da urlo, lo stile pazzesco di un Danny Boyle che pare girare come un trentenne - e come dovrebbe fare l'ormai bollitissimo Malick -, un gruppo affiatato che tra George Best, le ruggini e la speranza che qualcuno di "troppo giovane" possa perdere la testa e ricominciare una vita al suo fianco trasmette tutta la genuinità di qualcosa che aveva davvero il bisogno di essere raccontato, vissuto, provato.
E' la testimonianza che "scegliere la vita" funziona, anche quando non è proprio come la si sarebbe sognata. E che non ci si deve dimenticare mai di spalare tanta merda.
Ed è una merda che funziona perchè a volte, anche se solo a volte, tira fuori qualcosa che neppure noi ci saremmo aspettati, e consegna agli annali uno Spud strepitoso, dai giochi di ombre neanche fosse Nosferatu di Murnau all'energia incanalata in una storia che sono tante storie, che sono la vita.
Scegli la vita, per l'appunto.
Io non ho amici stretti come questi, e la maggior parte di quelli con i quali sono cresciuto si sono persi, chissà dove.
Ma se ripenso ad alcuni di loro, a Max con il quale, che sia un giorno o qualche anno, quando ci si rivede è sempre come fosse passata un'ora, a Emiliano che sono convinto avrebbe amato questo film, a mio fratello, con il quale si continua a condividere anche a distanza, a Stefano che è arrivato dopo, ma è come se ci fosse stato anche prima, mi sento a casa, di fronte a storie come quella di Renton e soci.
Il Tempo ci ammazza tutti, cazzo. La vita, ci ammazza tutti.
Eppure è giusto, fottutamente giusto continuare a sceglierla.
Perchè altrimenti non potremmo mettere un disco, alzare il volume, e ricordarci di quanto è triste, intenso, fantastico, doloroso, terribile, liberatorio ballare.
E lasciarsi andare.




MrFord




 

giovedì 20 ottobre 2016

Thursday's child


Prosegue l'autunno in sala con una settimana di proposte pronte a soddisfare i palati grezzi ma tosti dei fordiani e quelli fini ma decisamente pusillanimi dei cannibalini.
Dal ritorno di Tom Cruise a quello di Ewan McGregor, dai solito, inutile Cinema italiano a quello potenzialmente interessante del resto del mondo, ecco una nuova puntata della rubrica dedicata alle uscite in sala come sempre condotta dal sottoscritto e dal suo antagonista per la vita Cannibal Kid.

"Non sei contenta che sia io a guidare, e non Ford?"

Jack Reacher – Punto di non ritorno

"Ti proibisco di permettere a Ford di guidare questa macchina. L'ho pagata un paio di milioni di dollari."

Cannibal dice: Sono pochi gli action hero che mi piacciono, a differenza di Ford che si trasforma in una fangirl per ognuno di loro, da quelli più tamarri come Van Damme fino persino a Matt Damon. Io invece mi gaso solo (e comunque non sempre) con Bruce Willis e Tom Cruise. Il primo Jack Reacher mi era sembrato una versione più debole della saga di Mission: Impossible, ma tutto sommato credo che una visione gliela darò anche a questo secondo capitolo, se non altro per rivedere in azione il sempre più vecchio ma sempre più giovanile (al contrario di Ford) Tom Cruise.
Ford dice: Tom Cruise è uno dei pochissimi attori in grado di mettere d'accordo il sottoscritto e la sua nemesi qui presente, e Jack Reacher, per quanto non esaltante come i suoi film migliori, mi aveva soddisfatto discretamente alla sua uscita. Dunque una visione a questo secondo capitolo pare doverosa e scontata, sperando che superi in qualità il primo e dimostri ancora una volta che esistono interpreti e registi in grado di mettere d'accordo perfino i due nemici numero uno della blogosfera.




Cicogne in missione

"Cuccioli Eroici? Mi spiace, qui non ne teniamo."

Cannibal dice: Bambinata dell'anno e forse del secolo perfetta per uno che continua a portare in questo mondo bebè più di qualunque cicogna: Mr. James Ford.
Ford dice: titolo d'animazione che pare una delle peggiori trovate da botteghino degli ultimi mesi, eppure in cabina di regia figura Nicholas Stoller, che mise d'accordo contro la blogosfera tutta Cannibal e Ford ai tempi di Cattivi vicini. Cosa accadrà questa volta?



American Pastoral

"Non hai comprato neppure il necessario per fare il white russian: è davvero uno scandalo."

Cannibal dice: American Pastoral segna l'esordio dietro la macchina da presa di un attore cui voglio bene in maniera particolare fin dai tempi di Trainspotting. Per lui è arrivato il momento giusto per dare il via a una brillante carriera anche da regista, o avrà fatto il passo più lungo della gamba?
Ammetto di avere un po' paura di scoprirlo, ma mai quanto di avventurarmi nella lettura di un nuovo post fordiano.

Ford dice: ho sempre voluto bene a Ewan McGregor, ma questo suo esordio dietro la macchina da presa mi sa tanto di tentativo di reinventarsi destinato a fallire. Un po' come quando Cannibal tenta di spacciarsi per un esperto di Cinema.



Io, Daniel Blake

"Ragazzi, dobbiamo correre al supermercato prima che passino i Ford e non resti più nulla."

Cannibal dice: Ken Loach è notoriamente sempre stato un regista fordiano, e quindi barboso, che non sono mai riuscito ad amare più di tanto. Questo suo nuovo film dal trailer mi è però sembrato più emozionato ed emozionante del solito e ho l'impressione che per una volta potrebbe convincere anche me. Maybe.
E comunque sempre meglio un film che si chiama Io, Daniel Blake che uno intitolato Io, James Ford.
Ford dice: Ken Loach, nonostante di tanto in tanto finisca per esagerare con la sua retorica "contro", è da sempre uno dei favoriti del Saloon, e questo suo ultimo lavoro, vincitore della Palma d'oro a Cannes ed incentrato sulla classe operaia anglosassone pare essere quantomeno costruito sulle stesse fondamenta dei lavori migliori del regista. Dunque, alla facciazza dei radical come Cannibal che lo criticano, spero in una folgorazione fornita dal vecchio Ken.



Piuma

"Questa roba sa di cannibalata lontana un miglio."

Cannibal dice: Possibile ennesima piacevole sorpresa di un'annata cinematografica italiana che sta stupendo tutti, tranne quel vecchio repubblicano di Ford che si gasa solo con le produzioni USA! USA! USA! O, peggio ancora, con qualche mattonazzo made in Russia, contro cui questo film leggero come una Piuma sembra un buon antidoto.
Ford dice: curioso che, nello stesso giorno in cui ho ricevuto i commenti di Cannibal ai film in uscita, ho finito per assistere al trailer di quella che mi sembra l'ennesima, patetica, pacchianata italiana.
Bocciato a priori e senza alcun tipo di ripensamento.



I babysitter

"Tu che hai una certa età, dovresti ascoltare i consigli di Ford: lui sì che se ne intende."

Cannibal dice: Al Nongio Francesco Mandelli non riesco a voler male, anche quando fa le peggio cretinate come sembrerebbe in questo caso. A Paolo Ruffini invece sì. Considerando che questa è la versione italiana del francese Babysitting, che già a sua volta sembrava lo scopiazzamento di una commedia americana in stile Una notte da leoni, direi che se non altro ce n'è abbastanza da far incazzare a dovere Ford. Uno che avrebbe bisogno di un babysitter per sé, non per i suoi figli. Mentre io assumerei volentieri una babysitter. Per me.
Ford dice: robetta sempre italiana con il sempre poco sopportabile Mandelli e l'ancora meno sopportabile Ruffini che pare ancora meno interessante della robetta che pare l'abbia ispirato.
Ancora una volta, bocciato senza pensieri.



Pay the Ghost

"La cameretta di Cannibal è davvero spaventosa: speriamo almeno di non incontrare lui in persona."

Cannibal dice: Cos'è Pay the Ghost? La storia dei registi che continuano a pagare il fantasma di Nicolas Cage per farlo recitare nei loro film?
L'ambientazione halloweeniana la rende una visione perfetta per questo periodo, peccato che la presenza di Cage in un film sia sinonimo di disastro quanto quella di Ford all'interno di un post. Pure quello che state leggendo in questo istante.
Ford dice: Cage avrà sempre la stima del sottoscritto, ma questa non pare una delle sue interpretazioni più memorabili.
Un po' quello che accade con il Cannibale. Ad ogni suo post.



Il missionario

"Pronto? Ho bisogno urgente di un esorcista per Cannibal e Ford: non è possibile che due personaggi del genere non siano posseduti dal demonio."

Cannibal dice: Film spagnolo ambientato in Paraguay con un protagonista teenager, e quindi potenziale visione cannibale, ma anche una pesante tematica religiosa, e quindi perfetta per quel chierichetto di Ford. Nell'indecisione, la mia missione settimanale, oltre a quella di pigliare per il culo il mio blogger-nemico come al solito, è quella di non guardarlo.
Ford dice: la religione ed il Saloon stanno su due pianeti - e anche galassie - profondamente lontane, dunque per il momento lascerò che il mio antagonista e finto ribelle Cannibal si sciroppi questa roba tra l'autoriale ed il mistico.
Io, dal canto mio, continuerò sulla mia strada da miscredente.


martedì 31 marzo 2015

Mortdecai

Regia: David Koepp
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
107'






La trama (con parole mie): Mortdecai è un non troppo pulito mercante d'arte di base in Inghilterra, pronto ad occuparsi dei suoi baffi come dell'amata moglie Johanna e delle opere che i suoi bisogni economici o le circostanze lo inducono a recuperare, comprare o vendere.
Quando il vecchio rivale in amore ed agente dell'MI6 Martland lo coinvolge nella ricerca di un Goya misteriosamente trafugato a seguito della morte della restauratrice che se ne stava occupando, i nodi sentimentali, economici ed artistici vengono al pettine: Mortdecai dovrà dunque venire a patti con se stesso, i baffi che di recente l'hanno contraddistinto, il suo fido guardaspalle Jock e tutto il mondo dell'arte - più o meno sotterraneo - per poter risolvere il caso, tirarsi fuori dai guai e rimediare al recente precipitare della sua reputazione.
Riuscirà l'impacciato ed assolutamente inaffidabile ed improvvisato uomo d'azione a portare a termine la più importante delle missioni che mai si è trovato ad affrontare?








In tutta onestà, pensavo che quest'anno non ci sarebbe stata gara, rispetto alla prima posizione nella classifica dedicata al peggio, considerato il livello garantito da Cinquanta sfumature di grigio.
Purtroppo per me, ero in errore: Mortdecai, infatti, ha rappresentato senza ombra di dubbio una delle esperienze da spettatore più agghiaccianti degli ultimi mesi, una fiera del ridicolo di un'ora e quaranta capitanata da un inguardabile Johnny Depp, ormai degno erede di Robert De Niro rispetto allo sputtanamento di se stessi e di una carriera un tempo da brividi, pessimo prodotto di finta avventura patinata assolutamente ridicola.
Trovare altro da scrivere a proposito dello scempio firmato da David Koepp - che sarà pure un mestierante, ma in passato è riuscito anche a portare in sala cose discrete - è davvero difficile, e a nulla servono ambientazioni europee finto alternative - almeno per gli abitanti degli States - o un cast sulla carta stellare - il già citato e spompatissimo Depp, Paul Bettany, Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor -, così come un impegno prossimo allo zero dei neuroni per trovare almeno una parziale giustificazione all'esistenza di una roba inutile sotto tutti i punti di vista come questa.
Neppure l'azione e l'utilizzo almeno sulla carta ironico del tuttofare Jock riescono a salvare il salvabile, specie quando ad ogni piè sospinto il protagonista pare non attendere altro se non l'occasione per gigioneggiare risultando, più che un improvvisato James Bond shakerato con Clouseau, una pallida e patetica imitazione di Mr.Bean, uno dei fenomeni di grande e piccolo schermo che più ho detestato nel corso della mia vita.
Non ricordo quando fu l'ultima volta in cui dovetti lottare con il desiderio di mandare avanti veloce una pellicola - il già citato Cinquanta sfumature di grigio escluso -, ma è giusto che sappiate che resistere, in questo caso, è stato di una difficoltà da record: se possibile, dunque, a meno che non cerchiate un titolo destinato a finire per certo in cima alle classifiche del peggio dell'anno, fate in modo di non incrociare neppure per sbaglio il cammino di Mortdecai e dei suoi ridicoli baffi, resi protagonisti di un tormentone di coppia noioso quanto il film stesso.
Vorrei poter trovare lo spunto per rendere più interessante il post, corposo ed in grado di compensare l'eventuale visione di questo Merdecai, ma è davvero, davvero troppo perfino pensando di mettersi alla tastiera - o davanti allo schermo - con in corpo una robusta dose di White Russian.
Senza contare che, effettivamente, questa roba davvero non merita niente più di due righe che la possano liquidare il più in fretta possibile.




MrFord




"State, state, state, state of the art
(state of the art)
(hold the phone, it's so)
state, state, state, state of the art
(listen to the difference!)
state, state, state, state of the art
(by use of a computer)
(oh my God, it's so)
state, state, state, state of the art."
Gotye - "State of the art" - 




domenica 7 settembre 2014

Sex list - Omicidio a tre

Regia: Marcel Langenegger
Origine: USA
Anno: 2008
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Jonathan Quarry, timido contabile dalla vita monotona e sempre uguale a se stessa, conosce durante una revisione l’affascinante avvocato Bose, socio dello studio per il quale sta lavorando e personaggio all’opposto rispetto ai suoi standard. Donnaiolo, estroverso, deciso, sempre pronto a fare un passo oltre piuttosto che uno indietro, l’uomo riesce da subito a portare sotto la sua ala – ed influenza – il nuovo amico, che ben presto si ritrova custode del cellulare di Bose – nel frattempo a Londra per affari – e coinvolto in un giro di sesso legato ad una misteriosa lista all’interno della quale uomini e donne di successo programmano incontri di letto per scacciare stress e tensioni senza conoscere nulla gli uni delle altre. Quando, però, uno di questi incontri porta ad un innamoramento da parte di Jonathan, i guai iniziano. Ricattato da Bose, il contabile si troverà costretto a perpetrare una frode bancaria e privare di venti milioni di dollari di fondi uno degli studi suoi clienti.






In casa Ford una delle materie difficilmente messe in discussione quando si tratta di scegliere un film da vedere o un romanzo da condividere è quella del thriller, in grado di soddisfare sia il gusto per la tensione ed il fascino dei morti ammazzati di Julez che l’antica passione per i serial killer e gli psicopatici in genere ed il bisogno di un pò di noir del sottoscritto: non troppo tempo fa, fomentati da un trailer pubblicitario legato ad un passaggio in tv, abbiamo dunque finito per recuperare quello che poteva sembrare un ottimo riempitivo da serata tesa sul divano, evitando il classico sonno dei giusti della signora Ford che pare calare con la precisione di un orologio svizzero nel momento in cui decido di proporre qualche titolo di ambizioni più alte – le classiche fordianate d’autore, come le definirebbe la mia nemesi Cannibal Kid -.
Non che ci fossimo fatti particolari aspettative, rispetto a questo Sex list – tra l’altro, adattato con i piedi dai distributori italiani -, ma senza dubbio non avremmo mai neppure immaginato il risultato assolutamente fallimentare del lavoro di Langenegger: nonostante un cast di prim’ordine, infatti – Michelle Williams, Ewan McGregor, Hugh Jackman -, principalmente a causa di uno script scellerato e più vicino alle proposte da sabato sera su Italia Uno che non ad una piccola chicca del genere, il tutto è naufragato in un delirio di scelte contro ogni logica, la ritirata strategica sempre di Julez – saggiamente corsa a fare compagnia al Fordino a nanna neppure a metà visione – ed un finale tra i più brutti ed assolutamente insensati degli ultimi mesi, pronto a far precipitare le quotazioni di un film già non destinato a finire tra i titoli imprescindibili di un’estate già di suo povera di proposte.
L’idea alla base del lavoro, quella di una sorta di doppio “malvagio” che porta dalla sua parte il “buono” per poi sfruttarlo per gli scopi più biechi è nota alla settima arte recente fin dai tempi di Fight club, e benchè interessante sulla carta – chiunque di noi, anche e soprattutto i timidi ed i tranquilli come McQuarry, tiene dentro, spesso ben nascosto, uno spirito selvaggio e pericoloso -, si rivela poco incisiva sotto ogni punto di vista, a partire dalla prevedibilità – chi non avrebbe scommesso in un coinvolgimento da parte di Michelle Williams nella vicenda, e scusate lo spoiler? – fino al pessimo sfruttamento dei pochi punti di forza che la pellicola poteva avere – decisamente troppo evidente il progetto di truffare ed usare McQuarry da parte di Bose, quando avrebbe funzionato con efficacia maggiore una corruzione progressiva dell’anima “pura” del contabile –, senza contare i risvolti dati per scontati ma più vicini alla fantascienza che non ad un serrato thriller a tinte fosche – la morte del portiere del palazzo di McQuarry, lo stesso Jonathan che, da impacciato topo da ufficio sfodera uno stile ed un approccio da agente segreto fingendo la propria morte per comparire in men che non si dica a Madrid con tanto di nuova identità e documenti falsi -.
La stessa componente più torbida ed erotica del film – la Sex list adottata dai titolisti italiani – viene sfruttata per poco più di una decina di minuti al principio della vicenda per essere accantonata come nulla fosse, di fatto rendendo la stessa solo un pretesto per unire i due main charachters concentrandosi su risvolti meno scomodi e scabrosi – almeno per la grande distribuzione – e gestibili in termini assolutamente improvvisati – come già sottolineato poche righe fa -.
Un film, dunque, neppure troppo buono per una serata estiva da vacanze con il cervello staccato anche dal Cinema, che segna – e non poco – soprattutto il curriculum di McGregor, che di norma ha il buon uso di non avventurarsi in cose particolarmente agghiaccianti – fatta eccezione per schifezze atomiche come The island – che ci si aspetterebbe di più, per l’appunto, dal collega ben più tamarro Hugh Jackman.
A questo punto ai Ford non resta che mettersi in cerca di una proposta che possa tenere con il fiato sospeso almeno il doppio, considerato che, in questo caso, più che ad un thriller, pareva di essere di fronte ad una sessione di rilassanti massaggi – neppure troppo ben fatti – pronti a conciliare il sonno.




MrFord



"Il triangolo no, non l'avevo considerato,
d'accordo ci proveró, la geometria non é un reato,
garantisci per lui, per questo amore un po' articolato... 
Mentre io rischierei, ma il triangolo io lo rifarei..."
Renato Zero - "Il triangolo" -





martedì 4 febbraio 2014

I segreti di Osage County

Regia: John Wells
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 121'




La trama (con parole mie): alla scomparsa del patriarca Beverly, sposato da una vita con l'arcigna Violet, le tre figlie della coppia e l'intera famiglia Weston si stringono attorno alla donna, cui è stato da poco diagnosticato il cancro.
La scoperta del destino di Beverly ed i giorni che seguiranno porteranno i membri del disfunzionale focolare domestico a confrontarsi gli uni con gli altri rivelando segreti celati da pochi mesi o da decenni: gli scontri che ne conseguiranno permetteranno alle verità taciute di venire a galla e di permettere a Barbara, Ivy e Karen di trovare la forza necessaria ad iniziare il resto delle loro vite.






Come ogni anno, nel periodo che intercorre tra Globes e Oscar cerco sempre di recuperare il maggior numero di pellicole candidate per le categorie principali possibile, in modo da poter avere un quadro più generale di quello che potrei sperare e che, puntualmente, finisce per tradursi in un'attesa disillusa.
I segreti di Osage County - scontato adattamento dell'originale August: Osage County - è giunto al Saloon spinto principalmente delle ottime recensioni riferite al cast, dall'atmosfera da provincia USA profonda - di recente riscoperta grazie all'ottimo Nebraska - e dalla sceneggiatura firmata da Tracy Letts, già autore dello script di uno dei supercult fordiani di queste ultime stagioni, Killer Joe.
Non che nutrissi particolari aspettative in merito, o che pensassi di trovarmi di fronte al film dell'anno - a questo pare avere già pensato Scorsese con lo strepitoso The wolf of Wall Street -, eppure devo ammettere di essere rimasto piuttosto freddo rispetto a questa visione: certo, l'ensemble di attori è strepitosa - nonostante la tanto celebrata Meryl Streep mi sia parsa più gigioneggiante che altro -, da una sorprendente Julia Roberts agli ottimi Chris Cooper e Benedict Cumberbatch, la cornice affascinante per chi, come il sottoscritto, subisce il fascino della Frontiera, sia essa geografica o di concetto, i temi trattati sono profondi - la famiglia come nucleo ribollente del nostro universo di emozioni, siano esse positive oppure no -, la regia pulita, ma qualcosa, in fondo, non mi ha convinto del tutto.
Per prima cosa, l'alone di seriosità che aleggia - e pesa - sulla sceneggiatura, e che pare concentrarsi sul solo dramma lasciando uno spazio fin troppo esiguo alla leggerezza - ed in questo senso, perde molti punti rispetto al già citato Nebraska -, dunque un ritmo certamente non serrato - neppure nei momenti migliori dei botta e risposta tra i protagonisti - pronto a rendere le due ore piene di visione una cavalcata da non affrontare certo a cuor leggero: il risultato è un film "wannabe" dal potenziale inespresso, discreto nel suo insieme - tecnica ed emozione -, in grado di regalare un paio di passaggi decisamente interessanti - il confronto a tavola tra la Streep e la Roberts, Chris Cooper pronto a difendere il figlio in un moto d'orgoglio rispetto alla decisamente più energica consorte - ma per nulla in grado di regalare al pubblico i brividi di pellicole simili come il bellissimo La fortuna di Cookie firmato dal Maestro Altman.
Certo, i titoli che toccano il tema della Famiglia eserciteranno sempre un discreto fascino, sul sottoscritto, specialmente quando al loro servizio sarà possibile trovare attori ed autori in grado di fare la differenza, ma nonostante le premesse mi verrebbe quasi da pensare che I segreti di Osage County sia simile ad una squadra con grandi individualità incapace di esprimere una realtà d'insieme, allo stesso modo del nucleo familiare che porta in scena: e se, a volte, questa particolarità finisce per fare la fortuna di un'opera, in questo caso rende il lavoro di John Wells soltanto un buon prodotto artigianale destinato a non fare breccia e lasciare un segno davvero profondo nell'audience una volta uscita dalla sala.
Resta comunque un film più che godibile narrato con piglio decisamente teatrale - la predilezione di Letts per questo tipo di struttura è evidente, ed anche in questo caso è ben coadiuvato dal regista - interpretato alla grande da tutti i suoi protagonisti - continuo comunque a pensare che la Streep sia stata fin troppo sopravvalutata, e spero ardentemente con non si porti a casa la statuetta come migliore attrice - ed in grado di affrontare problematiche che qualunque tipo di spettatore, appassionato o no di Cinema, saprà riconoscere.
Rispetto a quella che è la realtà della settima arte italiana, poi, direi che è già un lusso anche solo questa amara provincia USA.



MrFord



"Lay down, Sally, and rest you in my arms.
Don't you think you want someone to talk to?
Lay down, Sally, no need to leave so soon.
I've been trying all night long just to talk to you."

Eric Clapton - "Lay down Sally" -





domenica 2 febbraio 2014

Colpo di fulmine - Il mago della truffa


Regia: Glenn Ficarra, John Requa
Origine: USA
Anno:
2009
Durata:
98'




La trama (con parole mie): Steven Russell, poliziotto dalla vita integerrima ed esemplare, a seguito di un incidente d'auto decide di scoprire le carte della sua esistenza dichiarando finalmente la sua omosessualità ed abbandonando famiglia e forze dell'ordine per dedicarsi alla libertà e alla truffa, campo che gli permette di eccellere e distinguersi più di quanto non abbia mai fatto.
Finito in carcere, l'uomo conosce Philip Morris, giovane detenuto anch'egli omosessuale, e tra i due nasce un amore destinato a cambiare le esistenze di entrambi, segnando di fatto la condotta più o meno lecita di Russell, che pur di vivere accanto all'uomo della sua vita finirà per portare all'estremo le sue abilità uniche nel raggiro, l'inganno e l'arte della fuga.





A volte capita che prodotti decisamente interessanti - vuoi per la pessima distribuzione italiana, colpevole di avere, in questo caso, anche snaturato il titolo originale e decisamente più evocativo I love you Philip Morris - ci passino sotto il naso senza essere notati e vengano riscoperti piacevolmente a distanza di anni, un pò come una banconota ritrovata piegata in qualche pantalone abbandonato da tempo nell'armadio: è proprio il caso di questa frizzante e dolceamara commedia carceraria con protagonisti Jim Carrey e Ewan McGregor, interessante critica alla società della forma tipica degli States benestanti in mano ai self made men pronti a mostrare ad ogni occasione il loro potere economico, politico e sociale.
Glenn Ficarra e John Requa, che più di recente hanno conosciuto gli onori della cronaca grazie al riuscito Crazy, stupid, love costruiscono una pellicola veloce ed arguta, che pesca a piene mani dall'esempio - pur superiore - del Prova a prendermi spielberghiano e consegna al pubblico un charachter tra i migliori della carriera di Jim Carrey, un personaggio geniale quanto caotico, travolgente nelle scelte di vita - la soddisfazione di vivere un'esistenza libero dai dettami della società "imposta" - quanto nei sentimenti - il legame con Philip Morris - eppure preda dei propri vizi e dei demoni quanto e più delle sue appena citate virtù.
Interessante, in questo senso, scoprire che, come l'Abagnale interpretato da Di Caprio in Prova a prendermi, anche Steven Russell sfodera una gamma potenzialmente infinita di risorse intellettive e di prontezza di spirito - emblematico, oltre alle numerose fughe dagli istituti di pena, il caso della sua pur breve carriera di direttore finanziario -, quasi il messaggio fosse una volta ancora quello passato attraverso una dichiarazione d'amore incondizionata per il talento, per quanto messo all'opera in campi non propriamente leciti.
Liberamente tratto dalla reale esistenza di Russell, Colpo di fulmine - Il mago della truffa è un ottimo esempio di pellicola in grado di combinare elementi autoriali, un piglio veloce da visione più che godibile, ottime interpretazioni ed una colonna sonora non solo azzeccata, ma anche in grado di regalare una panoramica degli anni che videro il protagonista districarsi - in tutti i sensi - dalle catene della Legge: e naturalmente, per quanto criticabile possa essere - ma lo è davvero? - la sua condotta, ci si ritrova tutti lì, a tifare spudoratamente per questo incredibile criminale pieno di risorse, pronto ad ogni sfida a giocare una posta sempre più alta, fino a realizzare addirittura l'impensabile per riguadagnare la vita senza limiti e lontano non solo dalle costrizioni, ma anche dalla volontà sociale di tenere al guinzaglio i suoi membri.
In questo senso trovano una dimensione addirittura poetica le immagini delle nuvole riferite alla giovinezza di Russell stesso, che con la scoperta della sua omosessualità divengono più che altro simboli di una battaglia contro il sistema che, seppur destinata, nella normalità dei casi, ad essere inesorabilmente persa, continua ad essere dichiarata dallo spirito di un uomo che non conosce catene o forzature, nell'amore così come rispetto alla fedina penale.
E per quanto possa risultare da molti punti di vista criticabile, mi sento di sostenere pienamente il charachter di Jim Carrey, trascinato da un'abilità, un intelletto ed una passione che, probabilmente, neppure le persone che lo hanno amato di più - l'ex moglie, il primo storico fidanzato, il candido Philip Morris - sono riusciti a percepire e vivere davvero appieno: considerato come, a volte, finisce per funzionare il nostro mondo, sarebbe forse più utile dare spazio a qualche genio preda di un pò troppe sregolatezze che a burocrati apparentemente rispettosi di ogni codice pronti a nascondere in modi ben peggiori dei più abili truffatori la loro vera natura di approfittatori.


MrFord



"I'm in the mood, the rhythm is right,
move to the music, we can roll all night.
oooh, oooh, slow ride - oooh, oooh ...
slow ride, take it easy - Slow ride, take it easy
slow down, go down, got to get your lovin' one more time
hold me, roll me, slow ridin' woman you're so fine."
The Foghat - "Slow ride" - 




venerdì 1 febbraio 2013

The impossible

Regia: Juan Antonio Bayona
Origine: Spagna
Anno: 2012
Durata: 114'




La trama (con parole mie): Henry e Maria, da tempo stabilitisi in Giappone a seguito degli impegni di lavoro del primo con i loro figli Lucas, Thomas e Simon, decidono di trascorrere le vacanze di Natale del 2004 in Thailandia.
Dopo un paio di giorni da sogno in un resort splendido, le loro vite vengono sconvolte dalla tragedia che colpì il Sud-Est asiatico il 26 dicembre di quell'anno: le ondate dello tsunami, infatti, separano la famiglia, e mentre Maria e Lucas lottano per la sopravvivenza finendo in un ospedale, Henry ed i piccoli Thomas e Simon sono costretti a separarsi in modo da favorire la ricerca del primo, convinto di poter riuscire a ritrovare la moglie ed il figlio maggiore.
Riusciranno i cinque a superare il trauma e tornare a casa tutti insieme? E la determinazione di ognuno di loro rinsalderà il legame spezzato dalla forza della Natura?





Realizzare un film basandosi su tragedie destinate a restare nella Storia è sempre rischioso, per un regista: se, infatti, da un lato le probabilità di riscuotere successo ed ottenere consensi insperati - anche e soprattutto di critica - sono molto alte, dall'altro la possibilità di realizzare una pellicola ad alto tasso di retorica è praticamente una certezza.
E' il caso di questo The impossible firmato dal catalano Bayona, che qualche anno fa riscosse consensi a mio parere esagerati con il sopravvalutato The orphanage, versione in tono minore di The others e Il labirinto del fauno alla quale non abboccai nonostante l'ottima confezione e la messa in scena: sfruttando una partenza a razzo con una riproposizione dello tsunami che colpì il Sud-Est asiatico il 26 dicembre 2004 da brividi ed una prima parte quasi più simile ad un survival che non ad un drammone per famiglie, però, il regista ha rischiato di farmi ben sperare rispetto alla resa finale di questa sua prima fatica da grandissima distribuzione, riuscendo addirittura a gestire discretamente il passaggio dal trauma violento della catastrofe alle prime sequenze dell'ospedale, quando il ruolo del giovane Lucas diviene molto simile a quello che, nello splendido L'impero del sole firmato da Spielberg ormai oltre vent'anni fa, fu di un allora ragazzino Christian Bale.
Peccato che, proprio nel momento migliore del suo lavoro, Bayona decida di cambiare registro tornando ad occuparsi della seconda metà della famiglia separata dalla tragedia, lasciando un McGregor svogliato e per nulla convincente a guidare l'audience verso l'inevitabile finale buonista e retorico infarcito di sequenze da tempesta di bottigliate - pessima quella onirica legata all'operazione chirurgica subita da Maria, una Naomi Watts che tenta disperatamente di tornare ai livelli di Mulholland drive senza riuscirci -.
Certo, il fatto che per la famiglia le cose, alla fine, torneranno a sistemarsi è ovvio fin dal principio, grazie all'insistito proporre della dicitura "tratto da una storia vera" - campanello d'allarme che in casa Ford ha fatto subito scattare il rollio delle suddette bottigliate - sui titoli di testa, eppure questo non giustifica il crescendo da blockbuster zuccheroso che regia e sceneggiatura propinano ad un ritmo sempre più vertiginoso, riuscendo anche a piazzare zampate di ruffianeria colossali come il passaggio che giustifica il titolo del film e che vede il confronto tra Geraldine Chaplin ed uno dei due protagonisti più piccoli a proposito delle stelle e della loro luce giunta fino a noi - tanto per non farci mancare l'atmosfera da bella favoletta -.
Un peccato davvero, perchè il cineasta originario di Barcellona dimostra senza dubbio di avere una buona tecnica, e l'intuizione iniziale di mostrare la lotta per la sopravvivenza alla catastrofe come se ci si trovasse in una sorta di horror - o film catastrofico - poteva dare una connotazione senza dubbio più originale ad un titolo che, a fine visione, finisce nel mucchio dei tanti film di cassetta destinati a segnare in negativo la carriera dei potenziali talenti usciti dalla nicchia dell'autorialità.
Non che Bayona fosse il novello Kubrick, questo sia chiaro, ma senza dubbio anche un suo detrattore come il sottoscritto poteva aspettarsi certamente più, da lui, che non questo drammone patinato e posticcio buono giusto per una visione riempitivo che non per un effettivo viaggio all'interno di quello che è stato uno dei più grandi drammi della Storia recente del nostro pianeta.


MrFord


"So close your eyes
for thats a lovely way to be
aware of things your heart alone was meant to see
the fundamental loneliness goes whenever two can dream a dream together.
You can't deny don't try to fight the rising sea
don't fight the moon, the stars above and don't fight me
the fundamental loneliness goes whenever two can dream a dream together."
Frank Sinatra - "Wave" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...