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martedì 31 marzo 2015

Mortdecai

Regia: David Koepp
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
107'






La trama (con parole mie): Mortdecai è un non troppo pulito mercante d'arte di base in Inghilterra, pronto ad occuparsi dei suoi baffi come dell'amata moglie Johanna e delle opere che i suoi bisogni economici o le circostanze lo inducono a recuperare, comprare o vendere.
Quando il vecchio rivale in amore ed agente dell'MI6 Martland lo coinvolge nella ricerca di un Goya misteriosamente trafugato a seguito della morte della restauratrice che se ne stava occupando, i nodi sentimentali, economici ed artistici vengono al pettine: Mortdecai dovrà dunque venire a patti con se stesso, i baffi che di recente l'hanno contraddistinto, il suo fido guardaspalle Jock e tutto il mondo dell'arte - più o meno sotterraneo - per poter risolvere il caso, tirarsi fuori dai guai e rimediare al recente precipitare della sua reputazione.
Riuscirà l'impacciato ed assolutamente inaffidabile ed improvvisato uomo d'azione a portare a termine la più importante delle missioni che mai si è trovato ad affrontare?








In tutta onestà, pensavo che quest'anno non ci sarebbe stata gara, rispetto alla prima posizione nella classifica dedicata al peggio, considerato il livello garantito da Cinquanta sfumature di grigio.
Purtroppo per me, ero in errore: Mortdecai, infatti, ha rappresentato senza ombra di dubbio una delle esperienze da spettatore più agghiaccianti degli ultimi mesi, una fiera del ridicolo di un'ora e quaranta capitanata da un inguardabile Johnny Depp, ormai degno erede di Robert De Niro rispetto allo sputtanamento di se stessi e di una carriera un tempo da brividi, pessimo prodotto di finta avventura patinata assolutamente ridicola.
Trovare altro da scrivere a proposito dello scempio firmato da David Koepp - che sarà pure un mestierante, ma in passato è riuscito anche a portare in sala cose discrete - è davvero difficile, e a nulla servono ambientazioni europee finto alternative - almeno per gli abitanti degli States - o un cast sulla carta stellare - il già citato e spompatissimo Depp, Paul Bettany, Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor -, così come un impegno prossimo allo zero dei neuroni per trovare almeno una parziale giustificazione all'esistenza di una roba inutile sotto tutti i punti di vista come questa.
Neppure l'azione e l'utilizzo almeno sulla carta ironico del tuttofare Jock riescono a salvare il salvabile, specie quando ad ogni piè sospinto il protagonista pare non attendere altro se non l'occasione per gigioneggiare risultando, più che un improvvisato James Bond shakerato con Clouseau, una pallida e patetica imitazione di Mr.Bean, uno dei fenomeni di grande e piccolo schermo che più ho detestato nel corso della mia vita.
Non ricordo quando fu l'ultima volta in cui dovetti lottare con il desiderio di mandare avanti veloce una pellicola - il già citato Cinquanta sfumature di grigio escluso -, ma è giusto che sappiate che resistere, in questo caso, è stato di una difficoltà da record: se possibile, dunque, a meno che non cerchiate un titolo destinato a finire per certo in cima alle classifiche del peggio dell'anno, fate in modo di non incrociare neppure per sbaglio il cammino di Mortdecai e dei suoi ridicoli baffi, resi protagonisti di un tormentone di coppia noioso quanto il film stesso.
Vorrei poter trovare lo spunto per rendere più interessante il post, corposo ed in grado di compensare l'eventuale visione di questo Merdecai, ma è davvero, davvero troppo perfino pensando di mettersi alla tastiera - o davanti allo schermo - con in corpo una robusta dose di White Russian.
Senza contare che, effettivamente, questa roba davvero non merita niente più di due righe che la possano liquidare il più in fretta possibile.




MrFord




"State, state, state, state of the art
(state of the art)
(hold the phone, it's so)
state, state, state, state of the art
(listen to the difference!)
state, state, state, state of the art
(by use of a computer)
(oh my God, it's so)
state, state, state, state of the art."
Gotye - "State of the art" - 




martedì 7 ottobre 2014

Maps to the stars

Regia: David Cronenberg
Origine: Canada, USA, Germania, Francia
Anno: 2014
Durata: 111'




La trama (con parole mie): Havana è una matura attrice figlia d'arte che vorrebbe esorcizzare i fantasmi di sua madre interpretandola in un film che dovrebbe rilanciarne la carriera; Jerome un giovane aspirante attore e sceneggiatore pronto a sbarcare il lunario come autista di limo; i Weiss una famiglia dilaniata dagli effetti della loro posizione e del mondo dorato di Hollywood in bilico tra i fantasmi del passato ed i desideri mai espressi ad alta voce dei genitori così come dei figli.
Quando le loro storie si intrecceranno ed i nodi verranno al pettine, il successo e tutto quello che comporta chiederanno un conto che segnerà per sempre le esistenze di ognuno di loro, alcune in modo inesorabile, altre soltanto come fossero ferite superficiali.
Chi sopravviverà e riuscirà a trovare un posto tra le stelle?








Io davvero non mi capacito, di quello che pare essere accaduto a David Cronenberg.
Il regista canadese, da sempre uno dei miei favoriti rispetto all'area Nordamericana della settima arte, tra i pochi a non aver, di fatto, mai sbagliato un film - almeno fino a qualche stagione or sono -, dopo aver regalato al pubblico due veri e propri Capolavori, A history of violence e La promessa dell'assassino, pare essere entrato in una nuova fase - totalmente involutiva - in grado di farlo mutare - per usare un termine che gli sarebbe caro - da paladino dell'esplorazione delle trasformazioni di corpi e menti in una sorta di imbolsito radical chic senza una direzione, dal farraginoso A dangerous method al pessimo Cosmopolis, per giungere a questo Maps to the stars.
Ibrido poco incisivo e terribilmente noioso dei due altrettanto terribili Stoker e The Canyons, l'ultimo lavoro dell'ex grandissimo David rappresenta una critica feroce allo star system hollywoodiano e alle trappole del successo e della società dell'apparenza che pare dominarlo, e che purtroppo, dopo un interessante primo quarto d'ora, finisce per avvitarsi su se stesso e cadere nelle tentazioni di superbia e vuoto cosmico - altro che mappa stellare - che vorrebbe mettere alla berlina.
Lo stesso cast, dal sempre insipido Robert Pattinson ad una Julianne Moore più nevrotica del solito - e badate bene, trovo che l'ex Maude Lebowski sia un'ottima attrice -, passando per un terribile John Cusack ed una sempre più slavata Mia Wasikowska, si ectoplasmizza portando sullo schermo tutta l'apatia criticata dalla pellicola - e forse, da un certo punto di vista, potrebbe essere anche un pregio - finendo per crederci talmente tanto da affossarsi completamente in una sceneggiatura al limite del ridicolo infarcita di inutili paroloni e discorsi pseudo filosofici del cazzo firmata da Bruce Wagner, uno che, dietro la macchina da scrivere, si è distinto, in carriera, solo per il male invecchiato - seppur valido, nel suo genere - Nightmare 3.
Ma di nuovo, gli interrogativi maggiori riguardano Cronenberg: dov'è finita la forza della sua ricerca, la voglia di sporcarsi le mani, di portare il pubblico al confine e spingerlo a superare lo stesso?
Dove sono finiti Crash, La mosca, La zona morta, Existenz, Spider, Videodrome?
Perchè darsi tanta pena per criticare società e star system quando, vedendo sfilare alcune immagini, l'impressione che si ha è quella che ormai il cineasta ed attore - lo ricorderò per sempre nella sua interpretazione dello psichiatra folle in Cabal - ne sia purtroppo parte integrante?
Onestamente io spero si tratti solo ed esclusivamente di una fase, una sorta di crisi creativa come ne sono capitate anche a Woody Allen o Martin Scorsese, per citare altri due grossi calibri coinvolti in scivoloni recenti cui in seguito è stato poi posto rimedio - per il primo, il terrificante Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni cui fece da contrappeso l'ottimo Midnight in Paris ed il secondo con lo scialbo Hugo Cabret annichilito dal meraviglioso The Wolf of Wall Street -, e che prima o poi Cronenberg torni a stupirmi come era solito fare un tempo: nel mentre non posso che scatenare le bottigliate delle grandi occasioni su un titolo che senza dubbio è superiore al precedente, pessimo e già citato Cosmopolis ma non per questo può pensare anche solo lontanamente di non essere punito per la delusione amplificata da quella parte iniziale promettente letteralmente annegata in un mare di stronzate di quelle di cui piace riempirsi la bocca agli pseudo intenditori di Cinema smaniosi di darsi un tono con i poveri stronzi che non fanno parte di un'elite come la loro.
Più che una mappa che conduca alle stelle - e non sto neppure a sottolineare quanto scult suoni il legame tra Cusack e consorte ed i due figli -, mi pare proprio di essermi trovato di fronte ad una che segnali tutte le sale d'essai più spocchiose ed insopportabili del mondo conosciuto.



MrFord



"The stars are bright tonight
a distance is between us
and I will be OK
the worst I've ever seen us."
The Cranberries - "Stars" -




martedì 8 ottobre 2013

The bling ring

Regia: Sofia Coppola
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 90'



La trama (con parole mie): Rebecca e Marc sono due figli delle famiglie bene delle colline di L. A., patiti di moda e gossip, alla ricerca di un qualche brivido che la vita agiata e le feste non riescono più a dare. Così, sfruttando internet e le notizie sui divi, accompagnati dalle amiche Nicky, Chloe e Sam, cominciano a prendere di mira le ville vuote di personaggi come Paris Hilton, Lindsay Lohan e Orlando Bloom, compiendo furti di denaro, vestiti, oggetti e gioielli che verranno stimati attorno ad un totale di tre milioni di dollari.
Quando, grazie ai video della sorveglianza delle abitazioni VIP e all'ingenuità delle foto postate su Facebook dai rapinatori, le forze dell'ordine giungeranno a prelevarli uno per uno, il gruppo del Bling ring, fino a quel momento estremamente affiatato, si disgregherà sotto il peso della responsabilità di fronte alla Legge.





Finalmente. 
Dopo la parentesi azzeccata di Marie Antoinette e quella ancora più efficace del tanto osteggiato Somewhere, dal sottoscritto personalmente molto, molto apprezzato, Sofia Coppola torna ai suoi peggiori standard, gli stessi che, all'epoca della sua uscita, mi permisero - tra i pochissimi, tra l'altro - di massacrare con grande piacere Lost in translation, uno dei film più spocchiosi, inutili e radical chic del decennio scorso.
Questo The bling ring, ispirato da fatti di cronaca - anche se, forse, sarebbe più corretto scrivere gossip - ed incentrato su una giovane banda di topi d'appartamento costituita principalmente da figli dell'alta borghesia delle colline di Los Angeles dediti a ripulire i guardaroba di VIP modaioli e spesso impegnati in lunghe trasferte lontani da casa, alfiere della rappresentazione del "vuoto" delle nuove generazioni almeno quanto è stato accusato di essere lo splendido Spring breakers - che sprizza da tutti i pori una poesia lontana anni luce dal lavoro della Coppola - nonchè di un impietoso ritratto delle "strade perdute" imboccate da giovani ormai privi di riferimenti e stimoli, persi nella logica dell'apparenza e del consumo, è infatti, e purtroppo, un film vuoto quasi più dei suoi protagonisti, lento, abulico, e cosa assai più grave, totalmente privo di qualsiasi passione.
E attenzione: non parliamo della freddezza di un Haneke o di un Herzog, che spesso e volentieri prendono volontariamente le distanze in modo da fungere da arbitri imparziali delle storie che scelgono di raccontare, quanto di una svogliatezza tale da far pensare che la Sofia figlia di tanto padre, ritrovatasi con un pò di tempo libero, si sia divertita - e neppure troppo - a portare sullo schermo una vicenda dalla quale era attratta ed intrigata quanto lo si può essere, più o meno, da una bella badilata di sabbia negli occhi.
Senza dubbio il lavoro rientra perfettamente nei canoni della poetica della regista, e all'apparenza si inserisce alla perfezione nel percorso intrapreso dalla stessa fin dagli esordi, eppure manca qualcosa, a The bling ring, che ai tempi era presente perfino nel già citato - ed osteggiato apertamente - Lost in translation: una necessità, il desiderio di dare voce a qualcosa che, pur non avendone, resta tra le tematiche più interessanti del dibattito generazionale attuale, figlio delle grandi marche, della comunicazione globale e dei reality show.
Quello che traspare, invece, è la totale mancanza di un qualunque sentimento anche da parte di chi ha lavorato alla pellicola, attori e regista su tutti, incapaci sia di porre l'accento su una sorta di "denuncia sociale" che sul grido d'aiuto che, spesso e volentieri, giustifica anche le azioni più insensate e stupide che un adolescente può portare a compimento.
Come se non bastasse tutto questo, e la lentezza soporifera non fosse il punto più basso dell'opera, contribuiscono alla debacle della Coppola anche le inutili sequenze festaiole dei giovani protagonisti - su tutte l'ormai famoso passaggio della lingua di Emma Watson, sfruttato come traino pubblicitario principale del titolo -, decisamente più volgari e pronte alla strizzata d'occhio al pubblico - o almeno, alla parte di pubblico disposta a cascarci - di quanto non fossero quelle del già citato - e di ben altro valore - Spring breakers.
Un vero spreco, specie considerate l'antipatia dei protagonisti e la possibilità di sfruttare questo elemento per sensibilizzare l'audience, invece che allontanarla, e l'attualità del problema: in questo modo si ha l'impressione, infatti, di assistere ad un inutile sfilata di giovani attori decisamente irritanti svogliatamente occupati a portare sullo schermo un racconto decisamente irritante.
Poca roba davvero, per chi, come la Coppola, ha sempre avuto e continua ad avere ambizioni autoriali.
Qui quello che resta è la promessa di diventare una leader mondiale di Nicky.
Una promessa che suona decisamente vana.


MrFord


I'm smoking dope, I'm on my cell phone
I'm selling dope, straight off the iPhone
he wanna quote, he talking 9 zones
he bought four, I front him 5 more
Rick Ross - "9 piece" - 



domenica 28 luglio 2013

TBP - AFK

Regia: Simon Klose
Origine: Svezia, Danimarca, Norvegia, UK
Anno: 2013
Durata: 85'




La trama (con parole mie): Pirate Bay, il più grande luogo di sharing della rete mai esistito, a partire dal duemiladieci lotta contro il potere di Hollywood, che a seguito della violazione dei diritti del copyright sui film ha ingaggiato una vera e propria guerra contro i tre fondatori ed amministratori del sistema, Gottfried Svartholm, Peter Sunde e Fredrick Neji.
In un continuo botta e risposta tra tribunali, corti d'appello, media fino ad arrivare al Parlamento Europeo, i tre giovani ed i loro sostenitori continuano ad opporre alla logica della legge del più forte imposta dalle major della distribuzione l'ideale di un nuovo mercato basato sulla libertà ed il libero scambio della Rete.
Ma i tre accusati sono davvero idealisti come sembra? Cosa c'è davvero dietro Pirate Bay ed il suo impatto sul mondo - internettiano e non -?





Il fatto che internet e la rete abbiano cambiato il mondo è un fatto assodato ed ormai fuori discussione: ricordo quando, ai tempi della mia adolescenza - già immagino le battute del Cannibale in proposito -, se soltanto si pensava di portare fuori una ragazza ci si doveva fare coraggio, buttare il cuore oltre l'ostacolo e chiamare a casa della stessa - sperando che a rispondere non fossero i genitori - per chiedere tutto quello che si doveva chiedere a voce.
Se mi sforzo, ricordo almeno un paio di situazioni imbarazzanti proprio al telefono - ovviamente fisso - legate a dichiarazioni - una mia compagna di classe dell'ultimo anno di superiori, di punto in bianco, mentre si parlava d'altro, mi disse "non so se l'hai capito, ma tu mi piaci, e voglio che stiamo insieme" - o consigli - terrificanti telefonate in cui le amiche di lei ti dicono "mi raccomando, trattala bene", roba da spaventarsi già dopo un'uscita -: internet, ai tempi, era praticamente fantascienza.
Poi, di colpo, nel giro di neppure vent'anni, si è passati dai telefoni a gettone agli smartphone in grado di dirti in ogni momento il tempo che fa, se i mezzi saranno puntuali oppure no, dove si trova questo o quel tuo amico, e via discorrendo: accanto ai progressi della comunicazione e della tecnologia, ovviamente, è giunto a sconvolgere il mondo il file sharing.
Ed anche in questo caso, non prendiamoci troppo per il culo: che si tratti di musica o film, libri o videogiochi, tutti noi sappiamo bene cosa significhi scaricare.
Sia che la motivazione stia nel fatto che un determinato titolo non è mai stato distribuito qui nella Terra dei cachi o che senza un lavoro ben retribuito - o un lavoro - è ben difficile poter considerare di spendere gran parte del proprio stipendio in prodotti editoriali, alla maggior parte delle persone almeno in parte in grado di muoversi online sarà capitato di recuperare una volta nella vita una canzone, un romanzo, un film.
Probabilmente, se questo è accaduto negli ultimi anni, è passato in un modo o nell'altro attraverso i server di The Pirate Bay, il più grande sito di file sharing mai esistito, in grado di rivaleggiare - per importanza e bacino d'utenza - con Napster, primo grande network di questo tipo mai creato: Gottfried Svartholm, Peter Sunde e Fredrick Neji, creatori di Pirate Bay, da qualche anno sono al centro di un'intricata vicenda legale che li ha visti battersi in tribunale in Svezia - loro Paese d'origine -, sui media e al Parlamento Europeo.
Il percorso seguito dai tre giovani informatici è stato documentato da Simon Klose e distribuito - non in Italia, guardate caso - per testimoniare l'accanimento che l'industria cinematografica hollywoodiana ha manifestato nei confronti dei nomi di spicco del sito colpevole di aver sottratto introiti dal botteghino per riciclarli - anche se detto così suona ancora più criminale - nel risparmio degli utenti e nelle tasche dei fondatori della Baia: tralasciando il discorso prevalentemente cinematografico - il lavoro di Klose è interessante, anche se ancora acerbo e privo della mano polemica di un Michael Moore così come di quella prevalentemente analitica di un Werner Herzog -, sono rimasto colpito da TBP ATK principalmente per le riflessioni che lo hanno accompagnato.
Da un lato, infatti, la mia parte più ribelle nonchè profonda sostenitrice della Libertà - di parola, idee, pensieri e scambio, come in questo caso - è uscita profondamente sconvolta dall'idea che lobbies di potere - economico e sociale - enorme possano premere fino a questo punto su tre giovani colpevoli principalmente di avere un talento fuori dal comune, mentre dall'altro la parte più razionale e paterna del sottoscritto ha continuato a pensare che ai già citati Svartholm, Sunde e Neji poco importasse della tanto sbandierata battaglia per la loro identità di intellettuali liberi di esprimersi attraverso la Rete, quanto di poter tornare liberi a godere della loro notorietà il più in fretta possibile.
I tre moschettieri qui presenti, infatti, non sono personaggi da film, eroi senza macchia perseguitati dall'orribile macchina di una Giustizia che privilegia il più forte, bensì nerd con un altissimo tasso di rancore verso la società - espresso attraverso le dipendenze di Gottfried, l'eccessiva esposizione di Peter e la rabbia e l'alcolismo di Fredrick - che hanno avuto la fortuna, in qualche modo, di poter contare su doti eccezionali che li potessero distinguere dai tanti disadattati che finiscono per scomparire inghiottiti dall'anonimato o per esplodere in follie omicide.
In questo senso, TBP AFK è una pellicola fondamentale nell'esprimere il disagio presente nella società attuale divenuta dipendente da quella stessa Rete che fino a qualche anno fa neppure esisteva a livello quotidiano, incompleta e soltanto abbozzata eppure in grado di scatenare riflessioni decisamente complesse: da che parte finiremo per schierarci? E mossi da quali scopi?
Proclamare l'innocenza di questi tre ragazzi è giusto perchè ideologicamente è assurdo che multinazionali della comunicazione esercitino la loro volontà di imporre il loro gusto agli utenti oppure perchè sotto sotto tutti noi vogliamo continuare a poter vedere cento film per comprarne soltanto dieci?
La condivisione è un'illusione da Fattoria degli animali o una nuova frontiera che le majors, guidate da sensazioni simili a quelle dei politici attaccati alla poltrona, non abbandoneranno fino a quando la lotta non si farà troppo dura?
Difficile dirlo. Difficile rispondere.
Simon Klose, da par suo, ha posto la prima pietra di qualcosa che, forse, sarà più grande della Rete stessa.
L'etica della sua esistenza.


MrFord


"Pirate I’m gonna take your soul
I only want the right to love you
I know the sea won’t let you go
pirate, my love will only chain you down
so just know how much I love you
and then turn that ship around."
Cher - "Pirate" -


sabato 2 febbraio 2013

Kiss kiss bang bang

Regia: Shane Black
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 103'




La trama (con parole mie): Harry Lockhart è un modesto ladruncolo dalla faccia come il culo che per sfuggire alla polizia nel corso di una fuga dopo un colpo andato male si presenta ad un'audizione per la parte di detective in un film riuscendo addirittura nell'impresa di essere scritturato.
Eccolo così ad Hollywood, con al suo fianco un vero occhio privato - l'elegante Gay Perry - che ha il compito di addestrarlo in modo che la sua interpretazione risulti più realistica possibile, pronto a gettarsi a capofitto in un'indagine che prevede tradimenti, morti ammazzati, inseguimenti, misteri e chi più ne ha, più ne metta che coinvolge il suo ritrovato primo grande amore - l'aspirante attrice Harmony Faith Lane - e ricorda i misteriosi casi della grande tradizione chandleriana.
Riuscirà Harry a risolvere il mistero? 
E soprattutto: ce la farà a portare a casa la pelle senza collezionare troppe figuracce?




Ci sono momenti in cui mi sento di ringraziare dal profondo del cuore gli anni passati a fare lo snob del cazzo tutto Cinema d'autore e il resto è merda. Dal profondo del cuore.
Se non avessi passato, infatti, tutto quel tempo completamente preso soltanto dalle pietre miliari e dalle proposte più alternative possibili non soltanto mi sarei ritrovato senza una certa formazione, ma non avrei neppure potuto rivalutare alcuni generi ed i loro registi ed attori come, poi, ho fatto con somma goduria.
Dagli anni ottanta che furono la mia culla di spettatore, infatti, ho progressivamente recuperato dapprima tutta la componente tamarra - soprattutto rappresentata dai filmacci di Sly, Schwarzy, Willis e Van Damme -, dunque tutti quegli autori che si celavano dietro i volti dei miei eroi di bambino: ultimamente è stato così per Tony Scott, compianto fratello del più altisonante Ridley che di recente ha fatto spesso capolino da queste parti, ed è ora per Shane Black.
E chi sarà mai, voi direte, questo Shane Black? 
Effettivamente potrebbe non dirvi nulla il suo nome, principalmente perchè non noto per esibizioni memorabili davanti o dietro la macchina da presa, ma di fronte a quella da scrivere: dalla sua penna, infatti, uscirono due dei più grandi cult action del passaggio tra eighties e nineties, Arma letale e L'ultimo boy scout, che qui in casa Ford godono di stima pressochè infinita.
Quando il mio fratellino Dembo, poco tempo fa, in uno dei nostri scambi di chiavette, mi propose Kiss kiss bang bang, non avrei dato a questo titolo due lire, oltre al fatto che non sapevo fosse non soltanto scritto, ma anche diretto, per l'appunto, dal buon Shane: la visione è stata dunque piacevolmente rivelatoria oltre che assolutamente divertente, e mi sono ritrovato ad essere ben felice di aver piazzato un altro tassello nel recupero di un autore che ora cercherò di prendere decisamente più sul serio - in senso metaforico, ovviamente -, un pò come è stato per il già citato Tony Scott.
Black inserisce in una cornice losangelesiana dal sapore noir dei romanzi di Chandler - tutti uno più bello dell'altro - una vicenda che strizza l'occhio agli anni del pulp, di Tarantino e di Guy Ritchie, sfruttando la voce narrante del protagonista - un Downey Jr in ottima forma - per giocare con riavvolgimenti, pause, ricostruzioni e sequenze al limite del grottesco che, a conti fatti, contribuiscono a creare un piccolo film dal risultato assicurato.
Grande merito va dato, oltre alla scoppiettante sceneggiatura e al protagonista, anche alla spalla di quest'ultimo, un Val Kilmer versione quasi bolso in grado di portare in scena alcuni botta e risposta con l'incontenibile Downey Jr da sbellicarsi dalle risate - se penso alla pisciata sul cadavere durante la telefonata ancora mi vengono le lacrime agli occhi -, in bilico tra allusioni sessuali ed amicizia virile nella migliore tradizione dell'action più sfrenata: come se non bastasse, fotografia, colonna sonora e ritmo rendono la visione estremamente piacevole anche da un punto di vista tecnico, per un risultato che è il classico titolo da visione con gli amici da colpo sicuro e che, tendenzialmente, non ci si stanca mai di rivedere quando si vuole mantenere in qualche modo alto lo spirito.
Certo, non saremo di fronte alla pellicola più innovativa della Storia - e del suo genere -, ma tutto funziona - e bene -, il coinvolgimento è assicurato e l'intrigo è, per l'appunto, intrigante, tra cadaveri nei laghi e nei box doccia, dita mozzate e specchietti per le allodole: una goduria di quelle sane e robuste come piacciono a noi pane e salame, e che tendenzialmente riuscirà a venire incontro ai gusti sia maschili che femminili - interessanti i personaggi di Michelle Monaghan e Shannyn Sossamon - regalando il giusto equilibrio tra grana grossa e tocco di stile.
In una parola: godetevelo.
E basta.
Con alcuni film, non si può fare altro.


MrFord


"Sweet seduction in a magazine,
endless pleasure in a limousine,
in the back shakes a tambourine, 
nicotine from a silver screen.
In the music,
say the word,
see the light,
join the herd, 
levit comes, 
levit goes,
diamond memories,
go with the flow."
Felix Da Housecat - "Silver screen" -


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