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sabato 8 ottobre 2016

Alta fedeltà (Stephen Frears, UK/USA, 2000, 113')



Ricordo benissimo l'istante in cui per la prima volta incrociai il mio cammino con quello del romanzo di Nick Hornby, Alta fedeltà: ai tempi ero solo un ragazzo un pò troppo stronzo più alle prese con se stesso che con l'esterno e le ragazze che frequentava, e l'ex fidanzata - se così si può chiamare - che me lo regalò disse che il personaggio di Rob le aveva fatto pensare a me.
Per curiosità, aprii il libro che mi era stato appena dato e lessi una frase utilizzata anche per la sua trasposizione cinematografica - una delle più azzeccate e brillanti degli Anni Duemila, devo dire -, legata al desiderio proprio del protagonista di liberarsi di "tutti i dischi dalla A alla K, mollare tutto ed andare a lavorare in un Virgin Megastore": non so se perchè in quel periodo cominciò a decollare la mia passione per la Musica o perchè lavoravo effettivamente in uno dei negozi di proprietà di Richard Branson, ma mi ritrovai subito nel buon Rob Gordon, anche se, devo ammetterlo, per background ho sempre finito per rivedermi più nella versione americana di John Cusack che nella cornice di Chicago cita Johnny Cash e Bruce Springsteen che non in quella decisamente più british dell'originale cartaceo.
Con gli anni, e giunto a quella che è effettivamente l'età del main charachter, ammetto di avere poco - se non la passione per le sette note e le donne - del protagonista, eppure ho sempre voluto un gran bene ad una delle commedie romantiche "al maschile" più riuscite della Storia recente della settima arte, che ha fatto parte della mia vita dalle visioni innumerevoli accanto a mio fratello ed al mio amico Emiliano - che era a tutti gli effetti un personaggio da Championship Vinyl - alle sensazioni lasciate dalle prime storie serie ed importanti della mia vita, fino ad arrivare ad oggi, quando guardo Rob e mi pare quasi di vedere un fratello minore, qualcuno che ancora si culla in uno stato di sicurezza apparente tipico dell'adolescenza e degli anni appena successivi e non ha ancora trovato lo stimolo giusto per muovere oltre, a prescindere da quelle che siano le convenzioni sociali e le aspettative di genitori, datori di lavoro e simili.
In questo senso, l'utilizzo delle "top five" e delle compilation per descrivere stati d'animo, aspirazioni e volontà di uscire dal ristagno che a volte ci soffoca nel quotidiano funziona alla grande proprio per la sua semplicità, e per un appassionato di Musica - ma varrebbe assolutamente anche per il Cinema - è un veicolo perfetto per mettere alla prova da un lato la propria conoscenza - meglio se enciclopedica - della materia e dall'altro la creatività di creare le proprie liste o riorganizzazioni dell'ordine dei dischi - o dei film - nel modo più "confortevole" possibile - l'idea dell'ordine autobiografico scelta da Rob è folle, ma incredibilmente affascinante -.
Se, a questo cocktail, aggiungiamo una colonna sonora pazzesca, protagonisti perfetti - quando Jack Black risultava semplicemente irresistibile e non l'ennesima versione fotocopia di Jack Black - ed una scrittura fresca, ironica ed arguta - il passaggio in cui Rob, venuto a sapere che Laura non ha ancora fatto sesso con il suo nuovo compagno, decide felice di correre a scopare con la musicista conosciuta da poco, è fantastica ed assolutamente indicativa del comportamento maschile -, il gioco è fatto.
Per quanto mi riguarda, infatti, continua ad essere impensabile non considerare Marvin Gaye una delle Leggende assolute del soul, e non solo non trovare spazio in una top five delle commedie romantiche per i ragazzi del Championship Vinyl.
Virgin Megastore o no.




MrFord




 

lunedì 22 agosto 2016

Saloon's Bullettin #6




La marcia attraverso quest'estate più rilassata - in termini di visioni e di blog - prosegue la sua marcia verso la conclusione, e come ogni estate che si rispetti - anche se l'ambientazione non rispecchia affatto la stagione - qualche horror finisce per fare sempre capolino sugli schermi: Cell, ispirato da un romanzo di Stephen King e massacrato un pò ovunque nella blogosfera e non, è un'accozzaglia di idee mal scritte e confuse che pescano a piene mani dagli zombie movies, i survival, videogiochi e serial televisivi, partite con un principio anche interessante - l'epidemia originata dall'uso smodato dei cellulari - e naufragate in una fiera del già visto banale, diretta malissimo ed interpretata anche peggio da due bollitissimi John Cusack e Samuel Jackson.
Davvero un peccato per la chance sprecata, per il Maestro del brivido e i due protagonisti - cui ho sempre voluto bene -: un film, però, davvero impossibile da salvare anche in minima parte, già candidato ad un posto di rilievo nella decina del peggio dell'anno (un bicchiere).
E' andata decisamente meglio con Race - Il colore della vittoria, biopic senza dubbio patinato ed hollywoodiano eppure funzionale ed emozionante incentrato sulle imprese sportive di Jesse Owens, che fu eroe alle Olimpiadi del trentasei a Berlino vincendo quattro medaglie in barba al nazismo e ad Adolf Hitler: una pellicola solida e piacevole da vedere, che non inventa nulla ma racconta bene, culminata con i passaggi legati all'amicizia nata proprio dalla rivalità sportiva tra lo stesso Owens ed il saltatore tedesco Luz.
Senza dubbio gli amanti del Cinema d'autore storceranno il naso, eppure lo sport e le vicende pane e salame come questa fanno sempre bene al cuore, soprattutto in momenti complicati come quello che stiamo vivendo: il bello dello sport e delle sue icone, del resto, è anche e soprattutto questo (due bicchieri).
A proposito di film d'essai, invece, ho approfittato della curiosità stimolata da alcuni pareri più che buoni raccolti nella blogosfera per affrontare 11 minuti, pellicola di Jerzy Skolimowski sviluppata come un gioco ad incastro, un mosaico di storie pronte a convergere abbracciando proprio un arco di undici minuti: esperimento decisamente interessante legato alla riflessione sul destino e la casualità, impreziosito da un finale pazzesco ed a suo modo mitico, graziato da un minutaggio perfetto e da un ritmo serrato, finisce di contro per risultare un pò troppo "sconnesso" in alcuni passaggi e forzatamente autoriale in altri.
Un peccato, perchè con un paio di aggiustamenti soprattutto sullo script avrebbe potuto rappresentare una delle sorprese più interessanti dell'estate: quello che vi consiglio, però, è di vederlo comunque, senza informarvi troppo sulla trama e la sua evoluzione prima della visione.
Buttatelo giù d'un fiato come lo shot che scatena il tracollo della sbronza.
Non avrà tutto questo gran sapore, ma di sicuro non lo dimenticherete, nel bene o nel male (due bicchieri).
A chiudere la settimana di visioni prima della mia partenza per il mare - scrivo attorno alla metà di luglio - ho voluto festeggiare ferie e stagione con l'ennesima visione di Weekend con il morto, che ancora oggi mi fa sbellicare dalle risate tanto quanto ai tempi, quando con mio fratello riuscivamo a vederlo almeno tre o quattro volte la settimana non appena finivano le scuole: le peripezie dei due protagonisti con il loro defunto capo Bernie Lomax, per quanto assurde e decisamente di bassa lega, mi paiono funzionare ancora oggi, dalla festa del venerdì sera alla scoperta del piano dello stesso Lomax, fino allo scontro decisivo con il sicario Vito, che fin dai tempi era rimasto nel cuore dei fratelli Ford con quel suo "Sambuca con ghiaccio, minchia!", in originale così come nella versione italiana. Intramontabile (un bicchiere e mezzo).
I viaggi in treno per andare a trovare i Fordini già al mare, invece, hanno veicolato anche la lettura dell'ultimo Nesbo, Sole di mezzanotte, altro romanzo slegato dalla creatura più fortunata della penna dell'autore norvegese, Harry Hole: il successo, l'aumento esponenziale della produzione e la mancanza del detective alcolista, però, paiono non fare troppo bene al buon Jo, che come per Sangue e neve incappa in un mezzo passo falso, rimbalzando da una prima parte interessante legata soprattutto alla descrizione dei paesaggi del Finnmark ad una seconda con poco mordente ed anche parzialmente scontata.
Niente di irreparabile, ed un libro comunque piacevole e scorrevole, ma il vero Nesbo sta da un'altra parte.
Forse ad ubriacarsi con Hole. E forse è il caso di fare un pensierino a proposito del ritorno di quest'ultimo (due bicchieri).




MrFord

giovedì 14 luglio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): prosegue la cavalcata dell'estate in sala, e con lei quella della rubrica tenuta dal sottoscritto e dal suo rivale di sempre, Cannibal Kid, pronta a resistere alla calura, alla pigrizia ed ai cambiamenti in atto soprattutto qui al Saloon.
La qualità delle proposte riuscirà ad essere abbastanza interessante, però, da convincermi a tornare al vecchio format con l'autunno oppure continuerò su questa strada sperando di avere abbastanza pazienza da giungere al momento in cui anche il mio nemico numero uno deciderà di ritirarsi, lasciandomi libero di fare lo stesso?
La risposta, come sempre, alla settima arte.


"Così quelli sono Ford e Cannibal: dal vivo sono anche peggio di quanto immaginassi."
The Legend of Tarzan

"Mi dispiace, Tarzan: sono già promessa a quello scimmione di Ford!"

Cannibal dice: Il biopic più o meno autorizzato sulla vita di Ford, uomo che ha lasciato la giungla per dedicarsi a una brillante (?) carriera di blogger in una moderna società a cui non appartiene. Ce la farà ad ambientarsi allo spietato mondo della blogosfera, in mezzo a gentaccia ipertecnologizzata come Cannibal Kid, o sarà costretto ad abbandonare il suo sempre più desolato WhiteRussian per sempre?
Per quanto la storia di Ford mi possa interessare (come no?), io comunque lo guarderò unicamente per Margot Robbie.
Ford dice: la storia di un selvaggio giunto a confronto con la pessima realtà apparentemente avanzata dell'umanità. Un po' il confronto tra Ford e Cannibal Kid e tra White Russian e Pensieri Cannibali.




Cell

"Te l'avevo detto, di non guardare un film consigliato da Cannibal: quella è roba mortale!"
Cannibal dice: Filmetto molto modesto che ho già visto e che è talmente modesto da non avermi manco ispirato una recensione. Devo però dire che, per quanto brutto, mi aspettavo persino di peggio e invece, al confronto di alcune puntate di The Walking Dead cui finisce per somigliare, non è nemmeno troppo terribile. Sarà che avevo delle aspettative bassissime, come quando mi appresto a leggere un nuovo, e ormai per fortuna sempre più raro, post fordiano.
Ford dice: film che tutti hanno massacrato e che ancora devo guardare, probabilmente spinto proprio dalla sua uscita italiana.
Certo, considerato il nuovo format del blog, finirò per parlarne tra qualche settimana, ma poco importa. Ormai l'approccio lebowskiano regna sovrano al Saloon.



Una spia e mezzo

"Scusa, Ford: so che volevi passare una serata solo con me, ma Kevin ha guardato un film consigliato da Cannibal prima che uscissi, e si è sentito male."
Cannibal dice: Da una parte un film action con Dwayne “The Rock” Johnson, l'uomo per cui Ford non esiterebbe a mollare la moglie su due piedi oggi stesso. Dall'altra una commedia cazzara cannibale con Kevin Hart, una specie di nuovo Eddie Murphy. L'unione di questi due universi potrebbe portare a una cazzatona gigantesca, in grado però di divertire entrambi i peggiori blogger che Internet abbia mai conosciuto.
Ford dice: nonostante Kevin Hart mi ispiri quanto una maratona di film radical suggeriti e sponsorizzati dal mio rivale Cannibal, la presenza di The Rock vale da sola la visione, in rigorosa tenuta - anche mentale - estiva.



Sneezing Baby Panda

"Mi dispiace, piccolo panda: non posso metterti in gabbia con Ford e Cannibal. Sono animali troppo pericolosi."
Cannibal dice: MA CHE CA**O E' 'STA MER*ATA CLAMOROSA?
Un film ispirato a un video di un panda che starnutisce diventato virale su YouTube?
Non so, vogliamo fare anche un film dedicato a Ford che fa la cacca la mattina?
Ford dice: non posso credere che qualcuno possa aver prodotto un film di questo genere.
Penso che potrei addirittura preferire un documentario sulle illusioni di giovinezza di Cannibal. Ed è tutto dire.



Bastille Day – Il colpo del secolo

"Sei sicuro di voler far guidare Ford!? Personalmente, vorrei arrivare vivo alla fine delle riprese!"
Cannibal dice: Altra fordianata di una settimana ahinoi troppo fordiana per essere vera e invece è drammaticamente vera. Il mio blogger magari dirà che non è un vero action, solo perché non ci sono i suoi amorucci Stallone, Schwarzy e quegli altri attori incapaci di cui ora non ricordo manco più il nome, ma alla fine zitto zitto se lo guarderà lo stesso. D'altra parte lui è il pollo del secolo.
Ford dice: fordianata clamorosa che, per quanto non all'altezza degli action che mi hanno cresciuto, sono sicuro regalerà più soddisfazione di tutti i Cannibal-teen movies che usciranno nel corso dell'estate.
Appena possibile, me lo schiafferò con piacere.



D.A.D.

"Katniss Kid, Ford ti ha picchiato troppo forte anche questa volta!?"
Cannibal dice: A dispetto del titolo non è un film dedicato all'uomo che si crede il miglior padre del mondo, ovvero Puff Daddy Fordy, ma la storia di 19 persone che si nascondono in un buco in fuga da un nemico sconosciuto. Uno spunto inquietante, certo, ma credo sarebbe stato più inquietante un film dedicato a F.O.R.D.A.D..
Ford dice: film dallo spunto inquietante che, però, non mi attrae particolarmente. Sarà che avrei preferito un documentario sulle imprese che deve compiere un padre per fare il pendolare e riuscire a vedere i figli al mare nonostante le difficoltà imposte dal posto di lavoro.
O un altro con protagonista Cannibal, sepolto da qualche parte insieme ad un gruppo di wrestlers inferociti dal sottoscritto.


martedì 7 ottobre 2014

Maps to the stars

Regia: David Cronenberg
Origine: Canada, USA, Germania, Francia
Anno: 2014
Durata: 111'




La trama (con parole mie): Havana è una matura attrice figlia d'arte che vorrebbe esorcizzare i fantasmi di sua madre interpretandola in un film che dovrebbe rilanciarne la carriera; Jerome un giovane aspirante attore e sceneggiatore pronto a sbarcare il lunario come autista di limo; i Weiss una famiglia dilaniata dagli effetti della loro posizione e del mondo dorato di Hollywood in bilico tra i fantasmi del passato ed i desideri mai espressi ad alta voce dei genitori così come dei figli.
Quando le loro storie si intrecceranno ed i nodi verranno al pettine, il successo e tutto quello che comporta chiederanno un conto che segnerà per sempre le esistenze di ognuno di loro, alcune in modo inesorabile, altre soltanto come fossero ferite superficiali.
Chi sopravviverà e riuscirà a trovare un posto tra le stelle?








Io davvero non mi capacito, di quello che pare essere accaduto a David Cronenberg.
Il regista canadese, da sempre uno dei miei favoriti rispetto all'area Nordamericana della settima arte, tra i pochi a non aver, di fatto, mai sbagliato un film - almeno fino a qualche stagione or sono -, dopo aver regalato al pubblico due veri e propri Capolavori, A history of violence e La promessa dell'assassino, pare essere entrato in una nuova fase - totalmente involutiva - in grado di farlo mutare - per usare un termine che gli sarebbe caro - da paladino dell'esplorazione delle trasformazioni di corpi e menti in una sorta di imbolsito radical chic senza una direzione, dal farraginoso A dangerous method al pessimo Cosmopolis, per giungere a questo Maps to the stars.
Ibrido poco incisivo e terribilmente noioso dei due altrettanto terribili Stoker e The Canyons, l'ultimo lavoro dell'ex grandissimo David rappresenta una critica feroce allo star system hollywoodiano e alle trappole del successo e della società dell'apparenza che pare dominarlo, e che purtroppo, dopo un interessante primo quarto d'ora, finisce per avvitarsi su se stesso e cadere nelle tentazioni di superbia e vuoto cosmico - altro che mappa stellare - che vorrebbe mettere alla berlina.
Lo stesso cast, dal sempre insipido Robert Pattinson ad una Julianne Moore più nevrotica del solito - e badate bene, trovo che l'ex Maude Lebowski sia un'ottima attrice -, passando per un terribile John Cusack ed una sempre più slavata Mia Wasikowska, si ectoplasmizza portando sullo schermo tutta l'apatia criticata dalla pellicola - e forse, da un certo punto di vista, potrebbe essere anche un pregio - finendo per crederci talmente tanto da affossarsi completamente in una sceneggiatura al limite del ridicolo infarcita di inutili paroloni e discorsi pseudo filosofici del cazzo firmata da Bruce Wagner, uno che, dietro la macchina da scrivere, si è distinto, in carriera, solo per il male invecchiato - seppur valido, nel suo genere - Nightmare 3.
Ma di nuovo, gli interrogativi maggiori riguardano Cronenberg: dov'è finita la forza della sua ricerca, la voglia di sporcarsi le mani, di portare il pubblico al confine e spingerlo a superare lo stesso?
Dove sono finiti Crash, La mosca, La zona morta, Existenz, Spider, Videodrome?
Perchè darsi tanta pena per criticare società e star system quando, vedendo sfilare alcune immagini, l'impressione che si ha è quella che ormai il cineasta ed attore - lo ricorderò per sempre nella sua interpretazione dello psichiatra folle in Cabal - ne sia purtroppo parte integrante?
Onestamente io spero si tratti solo ed esclusivamente di una fase, una sorta di crisi creativa come ne sono capitate anche a Woody Allen o Martin Scorsese, per citare altri due grossi calibri coinvolti in scivoloni recenti cui in seguito è stato poi posto rimedio - per il primo, il terrificante Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni cui fece da contrappeso l'ottimo Midnight in Paris ed il secondo con lo scialbo Hugo Cabret annichilito dal meraviglioso The Wolf of Wall Street -, e che prima o poi Cronenberg torni a stupirmi come era solito fare un tempo: nel mentre non posso che scatenare le bottigliate delle grandi occasioni su un titolo che senza dubbio è superiore al precedente, pessimo e già citato Cosmopolis ma non per questo può pensare anche solo lontanamente di non essere punito per la delusione amplificata da quella parte iniziale promettente letteralmente annegata in un mare di stronzate di quelle di cui piace riempirsi la bocca agli pseudo intenditori di Cinema smaniosi di darsi un tono con i poveri stronzi che non fanno parte di un'elite come la loro.
Più che una mappa che conduca alle stelle - e non sto neppure a sottolineare quanto scult suoni il legame tra Cusack e consorte ed i due figli -, mi pare proprio di essermi trovato di fronte ad una che segnali tutte le sale d'essai più spocchiose ed insopportabili del mondo conosciuto.



MrFord



"The stars are bright tonight
a distance is between us
and I will be OK
the worst I've ever seen us."
The Cranberries - "Stars" -




venerdì 14 marzo 2014

The butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Regia: Lee Daniels
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 132'





La trama (con parole mie): Cecil Gaines, cresciuto tra le piantagioni segnate dalle ingiustizie negli anni venti, attraversa quasi un secolo di Storia americana prestando servizio come maggiordomo alla Casa Bianca, in equilibrio tra Presidenti ed amministrazioni dal piglio a volte assolutamente agli antipodi e la crescita dei due figli, provando sulla pelle non solo il percorso del movimento dei Diritti civili ma anche le speranze degli anni cinquanta, la rottura dei sessanta, la morte di Kennedy, il Vietnam, l'altro lato della medaglia durante l'amministrazione Reagan e, per finire, ormai vecchio, l'elezione di Obama.
Il pubblico si mescola al privato quando la neutralità per professione di Cecil verrà messa a dura prova dal rapporto con la moglie e specialmente con il figlio maggiore Louis, fin dai tempi dell'Università affiliato ai movimenti più estremi legati alla lotta affinchè gli afroamericani potessero finalmente ottenere gli stessi diritti dei bianchi.







Passata la consueta ed annuale sbornia da Oscar, ed approcciato The butler con un discreto ritardo rispetto alle uscite in sala, mi sono chiesto come possa essere stato possibile che, a rappresentare il classico stile all'ammmeregana di grana grossa fosse Capitan Findus, piuttosto che questo drammone firmato da Lee Daniels, regista afroamericano che già non aveva convinto il sottoscritto ai tempi di Precious.
The butler, infatti, porta in dote quelli che sono tutti i valori - in positivo e in negativo - che di norma richiede l'Academy, rappresentando di fatto il classico filmone hollywoodiano in grado di unire impegno civile e lacrima facile cercando di apparire decisamente più autoriale di quanto non sia in realtà: forse la presenza del ben più solido 12 anni schiavo - in più di un senso legato a questo film - ha finito per penalizzare il lavoro di Daniels, che pure, con tutti i suoi limiti, non avrebbe sfigurato tra i candidati, soprattutto se paragonato alle già citate avventure in mare aperto di Tom Hanks o anche al sopravvalutato Gravity.
Devo dire, infatti, di essere uscito dalla visione decisamente più sorpreso in positivo che non in negativo - come mi aspettavo -, e di non aver avuto particolari istinti bottigliatori osservando il ritratto degli States in black visti attraverso gli occhi del Cecil Gaines di Forest Whitaker - che sfodera, tra le altre cose, una signora interpretazione - neppure nei suoi momenti più retorici o negli spot pro-Obama da piena campagna elettorale fuori tempo massimo del finale, godendomi questa pellicola per quello che è, ovvero il più classico dei classici blockbuster sociali che tanto piacciono ai nostri cugini a stelle e strisce, specie quando si tratta di lavarsi la coscienza da porcate di più o meno grosso calibro - e la storia dei conflitti razziali trabocca delle suddette, dagli episodi di Selma, in Alabama, citati anche nella splendida Eve of destruction di Barry McGuire, alle morti di Malcolm X e Kennedy -.
Del resto, la confezione è ottima - pur se oltremodo patinata -, la sceneggiatura regge - nonostante alcune parti ed amministrazioni siano soltanto sfiorate e perdano dunque di fascino - ed il cast conferma di essere da grandi occasioni, a partire dal protagonista passando per sorprese in positivo - Lenny Kravitz, sempre più lanciato nella sua nuova veste di attore -, conferme - ottimo Alan Rickman nel ruolo di Reagan, il più interessante tra i Presidenti portati sullo schermo - e piccoli piaceri - Yaya Alafia, che fa passare in secondo piano le questioni prettamente tecniche della recitazione -: la cosa migliore, comunque, del lavoro di Daniels resta l'analisi del rapporto tra Cecil e suo figlio Louis, in grado di mostrare il conflitto di due generazioni vissute in epoche decisamente diverse ed il loro modo di reagire di fronte ad un problema che tocca entrambe.
In questo senso, il passaggio migliore della visione lo riserva il confronto nel corso della cena che vede Cecil scoprire l'emancipazione della donna del figlio e l'affiliazione dello stesso alle neonate Black Panthers, in completa opposizione rispetto al regime di silenzio e tacito accordo per la sopravvivenza che, di fatto, lui stesso ha mantenuto per tutta la vita, che si trattasse della sua professione o del rapporto con i bianchi in generale: è interessante così notare lo scontro tra la passione tipica della giovinezza e l'importanza del sacrificio della maturità, pronte a darsi battaglia per poi avvicinarsi con il passare del Tempo, fino ad arrivare ad una comunione d'intenti insperata in grado di superare anche grandi drammi - il destino del figlio minore di Cecil -.
Non saremo di fronte, certo, al film dell'anno, o a qualcosa che si discosti dal più scontato dei melodrammi made in USA, eppure tutto funziona, e seppur lontano da cose più riuscite come The help, anche The butler porta a casa la pagnotta con mestiere ed un pizzico di furbizia, e si lascia guardare dando il suo contributo rispetto alla memoria di eventi che sarebbe decisamente meglio per tutti non si ripetessero in futuro, nonostante ciò che i detti sanciscono a proposito della Storia.




MrFord




"Mother, mother (hoo-ooo)
there's too many of you crying
brother, brother, brother (hoo-ooo)
there's far too many of you dying
you know we've got to find a way
to bring some lovin' here today
(God don't feel your lovin' today)
yeah."
Marvin Gaye - "What's going on" - 




lunedì 7 ottobre 2013

The frozen ground - Il cacciatore di donne

Regia: Scott Walker
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
105'




La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta ad Anchorage, in Alaska, quando una giovane prostituta denuncia uno stupro avvenuto per mano di un membro apparentemente rispettabile della comunità, tale Robert Hansen. Quando gli agenti non le credono e la sua deposizione viene archiviata, tutto pare passare sotto silenzio, fino al momento in cui, a seguito del ritrovamento del cadavere di una ragazza, un sergente della Polizia di Stato sul punto di cambiare lavoro decide che forse è il caso di battere quella stessa pista abbandonata.
E' l'inizio di un'indagine che vedrà le forze dell'ordine della città coinvolte dai piani più bassi a quelli più alti, e che opporrà il sergente Jack Halcombe allo stesso Hansen, in una sorta di partita a scacchi che avrà nella testimonianza della giovane e nella ricerca delle prove i cardini di una scoperta agghiacciante e terribile: quella del serial killer più prolifico della storia di quei territori innevati per gran parte dell'anno.




Negli ultimi anni, il nome di Nicholas Cage - senza contare, ovviamente, il suo mitico e leggendario parrucchino, spalla ormai consolidata dell'attore - si era aggrappato con forza, qui al Saloon, al Cinema trash e tamarro ben lontano dalle proposte autoriali che avevano caratterizzato la carriera del buon Coppola nel corso degli anni ottanta, quasi stesse preparando il terreno per la sua tanto vociferata partecipazione all'attesissimo Expendables 3, dunque immaginatevi la sorpresa del sottoscritto nel vederlo impegnato nella realizzazione di questo piacevolmente sorprendente thriller realizzato da un regista non più giovanissimo - classe millenovecentosettantuno - eppure praticamente esordiente nel mondo della distribuzione che conta dalle atmosfere così ben congeniate da ricordare - e non soltanto per la cornice geografica - Insomnia di Christopher Nolan.
Inutile dire che, di fronte ad una sorpresa gradita - che certo non fa il paio con l'agghiacciante titolo italiano dell'originale The frozen ground - questo vecchio cowboy si ritrova sempre e comunque a gondolare, godendosi il ritmo teso ed il brivido di una sorta di "doppia caccia" nonostante non sia in discussione neppure per un momento la questione legata all'identità di quello che è ormai considerato come il serial killer più prolifico della storia dell'Alaska - perchè la vicenda è tratta da fatti realmente accaduti -: da un lato il sergente Halcombe, uomo tutto d'un pezzo dalle cicatrici lasciate a macerare in profondità, dai tempi della morte della sorella, e dall'altro Bob Hansen, membro della comunità con qualche segreto un pò troppo ingombrante nonchè predatore dedito all'uccisione di giovani donne provenienti dagli ambienti più a rischio della città.
In mezzo a loro, una mancata vittima che finì per diventare l'ago della bilancia dell'intera vicenda, la poco più che adolescente Cindy Paulson, cui presta volto e corpo una sorprendente Vanessa Hudgens - che si era già distinta, pur se per questioni decisamente più fisiche che attoriali, nel già cult Spring Breakers -, bravissima nel mostrare il disagio di una vita passata lungo un confine sociale che neppure quando si finisce per essere dalla parte della ragione riesce ad essere valicato, la cui richiesta d'aiuto rimane inespressa ed inascoltata per un tempo che pare infinito, seppur ristretto ad una vita ancora agli inizi.
La storia narrata in The frozen ground passa, dunque, principalmente da lei: qualche anno fa, quando lessi Mind hunter di John Douglas, uno di primi profiler dell'F.B.I., pioniere assoluto della ricerca dei serial killers, il capitolo che mi colpì maggiormente era intitolato "Ognuno ha la sua pietra".
L'ormai ex agente sottolineava, con quelle righe, quanto ognuno di noi - quindi non soltanto gli assassini seriali - avesse un punto debole pronto per essere sfruttato, e più o meno nascosto: a dare credito alla sua ipotesi, due racconti pronti a colpire l'immaginario del lettore.
Nel primo quello di un collega, un uomo d'acciaio, tutto d'un pezzo, freddo e preciso, incapace però di controllarsi nel momento in cui veniva toccato un qualsiasi argomento riguardasse la moglie; nel secondo, il resoconto di indagine a proposito di un omicida che operava nei dintorni di un grande parco, pronto ad aggredire donne sole, spesso durante passeggiate o sessioni di jogging.
Per quanto la sua indagine non fosse in dubbio per le autorità, nessuna prova, di fatto, avrebbe potuto inchiodare il sospettato, data la sua attenzione nel non lasciare tracce evidenti del suo coinvolgimento: ad un passo dal doverlo rilasciare, il team di Douglas tentò il tutto per tutto portando nella stanza dell'interrogatorio la pietra usata dall'omicida per commettere uno dei suoi delitti, posta su un tavolo accanto a quello che, di fatto, ospitava il confronto.
Entrato nella stanza e vista la pietra, il killer, incalzato dagli agenti, finì per confessare.
Ognuno ha la sua pietra, per l'appunto.
La forza di quel racconto, che difficilmente queste poche righe saranno riuscite a rendere, pare la stessa che guida la mano di Walker, che dedica il suo lavoro alle vittime "conosciute e sconosciute" di un mostro di quelli che paiono poter esistere soltanto nei film, e che invece, dai tempi di M - Il mostro di Dusseldorf, altro non sono che la rappresentazione neppure troppo distorta o ingigantita dell'orrore che, purtroppo, a volte nasconde il nostro mondo.
Figure oscure che spesso e volentieri affascinano chi ne legge, o vede rappresentate le imprese - sottoscritto incluso -, ma che, di fatto, più passa il tempo e più i sentimenti di padre si consolidano, finiscono per rappresentare uno dei buchi neri più terrificanti che la nostra società abbia prodotto.


MrFord


"If travel is searching
and home what's been found
I'm not stopping
I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but I don't know when."
Bjork - "Hunter" - 


domenica 1 gennaio 2012

2012

Regia: Roland Emmerich
Origine: Usa
Anno: 2009
Durata: 158'



La trama (con parole mie): dopo aver scoperto che a causa dell'interferenza dei neutrini emanati dal Sole la Terra comincia a dare segni di cedimento, un gruppo di ricercatori contatta il Presidente degli Usa che, dal 2009 al 2012, organizza con gli altri capi di stato delle più grosse potenze mondiali una sorta di servizio di arche progettate per portare in salvo la parte più abbiente della popolazione mondiale.
Quando la catastrofe ha inizio con diversi mesi d'anticipo - come predetto dal pirata radiofonico Frost -, lo scrittore ed autista Jackson Curtis si ritrova a lottare per la sopravvivenza accanto alla sua famiglia sperando di poter raggiungere uno degli esclusivi trasporti grazie alla conoscenza di un magnate russo.
Ma le difficoltà per i Curtis saranno appena all'inizio.



Direi che non c'era pellicola più adatta ad inaugurare il nuovo - e profetico - anno che questo giocattolone in pieno stile baraccone hollywoodiano firmato Roland Emmerich, tra i registi più clamorosamente scarsi del pianeta.
Devo ammettere che, avendolo evitato come la peste per anni e bollato come vomitevole assecondando i miei pregiudizi più radical chic possibili, questo 2012 mi ha sorpreso, e non poco: benchè, infatti, si tratti di un prodotto/giostra da blockbusterata popcorn e bibitona infarcito in più di un passaggio della peggior retorica ammmeregana, il lavoro di Emmerich risulta divertente quanto basta perchè riesca ad oltrepassare il confine tra l'inesorabilmente brutto ed il trash a suo modo di culto, grazie ad una discreta dose di autoironia e critica di fondo alla società - i biglietti da un miliardo di euro per avere il posto assicurato su una delle arche della salvezza ed un futuro ad uso e consumo dei soli ricchi -, un sempre mitico Woody Harrelson - in un ruolo marginale ma in grado di conquistare da subito - ed alcune sequenze già di culto - su tutte, la rappresentazione di noi italiani, tutti belli rifugiati in Vaticano a pregare vestiti come vedove siciliane prima di essere schiacciati dalla cupola di S. Pietro, con il premier in prima fila -.
Dunque nessuno sbadiglio o silenziosa speranza che il minutaggio possa rivelarsi la metà di quello - decisamente importante - segnalato dalle guide, ma al contrario un discreto, rilassante divertimento di quelli da cervello in vacanza - e dopo i bagordi delle Feste, ci sta tutto - e risatone senza pretese, gettandosi accanto a John Cusack - che mi è sempre sembrato un potenziale fordiano, tra le altre cose - neanche si fosse su una montagna russa tra limousine in fuga da città inghiottite dal suolo, camper spinti al massimo per evitare eruzioni di vulcani giganteschi appena nati, aerei nel pieno di tempeste di cenere e fuoriserie lanciate da un cargo in atterraggio sui ghiacciai dell'Himalaya: un giro di giostra che apprezzeranno i più piccoli ma che i vecchi tamarri come il sottoscritto non potranno rigettare neanche fossero i peggiori fighetti da cineforum, proprio perchè presi per la gola grazie all'altissimo contenuto di trash di una pellicola assolutamente conscia dei suoi limiti.
Paiono lontani, dunque, per Emmerich, i giorni infausti dell'agghiacciante The day after tomorrow, e più vicini quelli del sottovalutato, supertrash ed assolutamente spassosissimo Independence day: certo, in 2012 si ride molto meno - almeno secondo quello che vorrebbe la sceneggiatura - e la componente misticheggiante ha i suoi buoni margini di attenzione nel corso della visione, eppure, tra una Cappella Sistina sgretolata davanti agli occhi degli alti prelati e le cime del "tetto del mondo" inondate da uno tsunami che travolge l'ascetico Dalai lama e le sue campane tibetane direi che il lavoro del vecchio Roland risulta essere abbastanza anticlericale - e lontano dai dogmi religiosi - per risultarmi quantomeno simpatico, e guadagnare un altro punticino nella sua personale scalata nella classifica delle mie tamarrate di serie b di culto personali.
Certo, sequenze come quelle legate al Presidente Usa - un Danny Glover in versione buonista - risultano un pò troppo stoppose, così come il moraleggiante discorso ai capi di stato di Adrian al momento della preparazione delle arche, eppure, affrontando un titolo di questo genere, sono bocconi amari che si deve mettere in conto di mandare giù, anche perchè stupirsi di incontrarne almeno una decina in un prodotto come questo sarebbe come avere la presunzione di uscire da un cenone con bevutona come se ne fanno qui al saloon senza nessun effetto hangover.
Dunque tenetevi forte e dateci dentro, perchè è questo che ci vuole, in casi - e film - come questo, e non solo.
E che il 2012 sia un anno da vivere fino in fondo per tutti voi ospiti di questo crocevia di frontiera.
Dovessero poi essere vere tutte le profezie che si sentono in giro, non preoccupatevi troppo: prima della fine, potrete comunque passare dalle mie parti a farvi un ultimo, vigoroso, tonificante bicchiere.


MrFord


"It's the end of the world as we know it 
it's the end of the world as we know it
it's the end of the world as we know it and I feel fine."
R. E. M. - "It's the end of the world as we know it (and I feel fine)" -
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