mercoledì 19 ottobre 2016

Where to invade next (Michael Moore, USA, 2016, 123')



Da che mi ricordi, che si parli di western, wrestling, viaggi, musica o sogni, gli Stati Uniti sono stati il mio riferimento assoluto.
Il primo viaggio in aereo che ho avuto occasione di fare fu per New York, nell'ottobre del novantaquattro.
Dovevo compiere quindici anni, e la Grande Mela mi parve la rappresentazione fisica ed effettiva di tutto quello che avevo sempre immaginato.
Il Bene ed il Male portati all'esasperazione, le migliaia di tombe bianche dei caduti in fin troppe guerre ed i grattacieli che parevano da fantascienza, la gioviale curiosità dei locali nell'autunno che seguì il Mondiale di calcio per l'appunto disputato in terra americana ed il sostenitore degli Yankees che attraversando la strada mi strattonò per aver comprato un giubbotto dei Mets, il World Trade Center che potrò raccontare di aver visto da sotto e da sopra e quella gita a Philadelphia in cui ci ritrovammo, unici bianchi, in una stazione di autobus in cui si muovevano solo afroamericani.
Con Michael Moore, invece, ho avuto un rapporto cinematografico conflittuale: dalla meraviglia di Bowling a Columbine allo scandalo della Palma d'oro a Fahrenheit 9/11, passando per cose decisamente meno famose ma molto convincenti come Sicko, il documentarista del Michigan mi è sempre parso un pò troppo furbo, per essere davvero amato: e Where to invade next è furbo, eccome.
Ma è giusto così.
Perchè gli States sono furbi. Lo sono stati fin dall'istante della loro nascita, probabilmente.
Sono furbi perfino quando, come in questo caso, cercano di fare autocritica portando sullo schermo i loro limiti specchiandosi al contempo in tutto quello che di buono ha da offrire la vecchia Europa: dalle ferie e maternità pagate in Italia all'attenzione per l'alimentazione nelle scuole in Francia, dal sistema giuridico portoghese a quello universitario sloveno, passando per le trentasei ore lavorative in Germania, le conquiste femminili in Tunisia ed Islanda, assistiamo ad un vero e proprio tour del buon Moore attraverso tutto quello che da questa parte dell'Atlantico possiamo trovare che, una volta andati in cerca di sogni nella terra delle stelle e strisce saremmo costretti a dimenticare.
Con ironia ed un pizzico di baldanza - del resto, è uno dei piatti forti dei nostri cugini oltreoceano -, si assiste ad una sorta di mea culpa del corpulento Michael in missione per conto degli alti papaveri della "Land of the free", ad un "road movie" all'interno del quale trovano spazio risate e prese di coscienza - le parentesi in Finlandia o qui nella Terra dei cachi - e momenti di grande drammaticità - il riconoscimento dei tedeschi dell'Olocausto o il rapporto tra i norvegesi ed il loro sistema ideologico e giuridico, culminato con il processo a Brevik, autore di una strage nel luglio duemilaundici, per uno dei passaggi più toccanti e commoventi della mia storia recente di spettatore, con l'intervista al padre di una delle vittime che continua, pur di fronte alle insistenze di Moore, a dichiarare che non ucciderebbe l'uomo che ha privato della vita suo figlio perchè sarebbe ingiusto, e sarebbe come mettersi al suo livello - che conducono, in un certo senso, ad una sorta di sveglia suonata all'indirizzo di quello che era stato il Paese che per primo aveva lottato, sostenuto e spinto affinchè i diritti umani fossero fondamenta della sua formazione.
La Storia, purtroppo per gli USA, ha dimostrato che - ego, interessi o desiderio di mostrare le misure del proprio pene che siano - l'evoluzione dei concetti ha finito per servire più a quella stessa Europa dalla quale i Padri Fondatori avevano preso le distanze, e probabilmente la speranza del regista e di tutti quelli - come il sottoscritto - che hanno sempre sostenuto l'American Dream è che la tendenza possa essere invertita, senza dubbio non a partire da individui come Trump.
Certo, gli USA sono anche questo.
Ma non è detto che non si possa imparare dai propri errori.
Del resto, l'esclusione della lettera W dall'alfabeto sloveno è avvenuta prima dell'avvento di Bush.
E perfino il mio adorato Clint, repubblicano fino al midollo, simbolo delle campagne di molti Presidenti o aspiranti tali, ha portato sullo schermo pellicole di grande umanità e saggezza.
In fondo, il bello di essere studenti non è fare compiti a casa.
E quello di essere insegnanti non è quello di soggiogare chi viene per imparare.
Il bello è poter pensare che le cose, la società, il mondo, possano migliorare.
Per noi, e per i nostri figli.
E prima ancora che a Michael Moore, andatelo a chiedere agli insegnanti finlandesi, a quel padre norvegese, ai Padri Fondatori.
Sono sicuro che tutti saprebbero dare una definizione ideale del Sogno.
Americano oppure no.




MrFord



9 commenti:

  1. Moore dalle nostre parti non è molto popolare,credo salteremo questo film.
    Proprio come tutti i precedenti ;)

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    1. In realtà Bowling a Columbine - e anche questo - andrebbero visti a prescindere. ;)

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  2. Di Michael Moore mi intriga più il nuovissimo annunciato Trumpland.
    Questo ormai è già storia del passato, come un po' tutto quello che c'è qui al vecchio saloon... :D

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    1. Beh, quando torni dal futuro avvisami.
      Io, intanto, spero che si rompa la macchina del tempo. ;)

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  3. vero un po' furbetto ma fruibile, e se ne capisce il senso.
    P.S. Mi ha sconvolto molto il sistema giudiziario scandinavo

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    1. Si capisce eccome.
      E il sistema giudiziario norvegese ha dell'incredibile, ci vuole una grande civiltà per portarlo avanti.

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  4. Grazie delle segnalazione...
    Corro subito a recuperarlo!

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