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lunedì 12 agosto 2013

Giorni di tuono

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 1990
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Cole Trickle è un giovane pilota di belle speranze venuto dal mondo dei prototipi con l'intenzione di sfondare nel circuito Nascar: quando l'opportunità della vita arriva e passa attraverso l'esperto costruttore Harry Hogge, Cole si trova più in difficoltà di quanto non credesse, e prima di riuscire a provare il suo valore in pista si ritroverà costretto all'angolo in più di un'occasione da piloti esperti come il campione Rowdy Burns.
Ma proprio quando tutto parrà cominciare a funzionare, un incidente porterà proprio lui e Burns alle soglie della morte nonchè a comprendere il senso di una rivalità divenuta ormai amicizia: preso il posto dello stesso Burns, a Trickle non resterà che battere in pista il nuovo rivale Russ Wheeler e conquistare il cuore della neurologa responsabile della sua guarigione, la dottoressa Lewicki.




Mi pare davvero assurdo che una tamarrata dei livelli di Giorni di tuono, firmata dal mitico Tony Scott ed interpretata da uno dei fordiani ad honorem Tom Cruise - senza contare Robert Duvall e Michael Rooker - non fosse ancora passata qui al Saloon.
Approfittando dunque dell'estate e delle sue serate in cui una fuga dal caldo e da qualsiasi impegno intellettuale è praticamente la regola, sono tornato al leggendario millenovecentonovanta - anche se, considerato il gusto ed il tipo di pellicola, verrebbe quasi da dire che si tratta ancora di un titolo profondamente figlio degli eighties - e a questo cult dei motori e della ridondanza magica del tempo, godendomelo dal primo all'ultimo minuto e riscoprendolo responsabile di successivi titoli qualitativamente di molto superiori - su tutti, lo splendido Cars, uno dei miei Pixar favoriti -.
Giocato tutto sul rapporto d'amicizia tra il giovane Cole ed il costruttore Harry prima e sui due ex rivali Trickle/Burns poi, questo giocattolone legato allo spettacolo della Nascar è una sorta di versione da strada di Top Gun, pur non riuscendo a raggiungere gli stessi livelli di magia di quello che è uno dei titoli simbolo firmati da Tony Scott, compianto fratello di grana grossa di Ridley che per troppi anni mi sono ritrovato a bollare come una sorta di incapace raccomandato. Ingiustamente.
Interessante come, senza contare le sequenze spettacolari legate ad incidenti o manovre in pista - per nulla preponderanti rispetto all'evoluzione dello script - ed una sceneggiatura decisamente non all'altezza, il risultato sia comunque un discreto spaccato di quello che è il mondo dei piloti come sarà ritratto più di un decennio dopo da Driven, popolato da uomini abituati a sfrecciare a velocità impensabili rischiando la morte ma, di fatto, prigionieri di una serie di paure da record: del successo, della vittoria, della sconfitta, della sfortuna, di quella bolla che si crea tra l'abitacolo ed il mondo esterno, che troppo spesso e volentieri finisce per essere difficile da rompere affinchè si possa creare una strada a doppio senso.
Ma non vorrei, in tutta onestà, caricare di significati troppo impegnativi e profondi un film che è una vera e propria goduria per noi vecchi tamarri residuati di un'epoca ormai tristemente lontana perfetta per la stagione più rilassata dell'anno: doveste buttarvi su un titolo di questo genere, il mio consiglio è quello di aprire il cuore, l'amarcord dei pensieri e soprattutto la pancia e non farvi troppe domande sul resto, lasciando le riflessioni importanti al massimo a momenti in cui si ride sopra al fatto di aver visto, proprio all'inizio di quest'anno, Duvall e Cruise di nuovo insieme in Jack Reacher.
Considerato che, dunque, come si sente spesso cantare ultimamente, l'estate è "eternità e un battito di ciglia", fossi in voi approfitterei prima che l'autunno arrivi troppo in fretta per dedicare una bella maratona a film come questi, il cui spirito ormai non riesce più ad essere replicato e la cui innocenza è pari alla spocchia simpatica di Tom Cruise, che pare destinato sempre e comunque ad essere il figo, strafottente eroe positivo pronto, alla fine, a regalare una soddisfazione alle masse adoranti.
Allacciate dunque le cinture e preparatevi ad un giro di giostra - o meglio, di pista - come non se ne fanno più, e godetevelo come uno di quegli amori da spiaggia pronti a finire in men che non si dica una volta tornati a casa, ma che danno l'impressione di poter durare per sempre.


MrFord


"You say you don't spook easy
you won't go, but I know
and I pray that you will
fast as you can, baby
run-free yourself of me
fast as you can."
Fiona Apple - "Fast as you can" - 


giovedì 20 dicembre 2012

Pelham 1 2 3 - Ostaggi in metropolitana

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 2009
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Walter Garber è un pezzo grosso del Dipartimento dei trasporti di New York indagato e momentaneamente degradato allo smistamento treni almeno fino al chiarimento della sua posizione rispetto ad una presunta tangente incassata durante un viaggio di lavoro in Giappone.
Ryder è un ex galeotto che ha intenzione di organizzare un complesso diversivo di stampo terroristico per giostrare un colpo in borsa.
Insieme ad una manciata di uomini e ad un ex conducente dai trascorsi criminali quest'ultimo prende possesso della vettura di testa del Pelham 123, uno dei treni che Garber sta gestendo, finendo per assegnare proprio a quest'ultimo lo sgradito compito di negoziare per le vite degli ostaggi.
Inizia in questo modo una lotta a distanza tra due uomini a loro modo disperati che avrà come spettatori la polizia, una squadra di negoziazione ed il Sindaco di New York.





Soltanto qualche anno fa, nel pieno del mio periodo buio da "solo Cinema d'autore", non avrei mai creduto che un giorno avrei pronunciato questa frase: io, a Tony Scott, voglio bene.
Certo, l'opera del minore - e più sfortunato - di due dei fratelli più noti della settima arte riesce sempre ad essere ridondante, videoclippara, tamarra, oltre misura, eppure a suo modo incredibilmente genuina e coinvolgente, a tratti quasi profonda, nonostante la matrice completamente action che la guida.
Pelham 1 2 3 è stato per anni ignorato senza troppi problemi dal sottoscritto, giudicato a scatola chiusa come troppo brutto perfino per il vecchio Tony nonostante la presenza di un cast di tutto rispetto - John Travolta, John Turturro, James Gandolfini e soprattutto Denzellone nostro Washington -, recuperato quasi per caso a seguito di un paio di recensioni decisamente positive ed un passaggio casuale in tv - per una delle pochissime serate spese guardando un film in programmazione sul piccolo schermo - e decisamente sorprendente, considerate le aspettative che mi ero riservato di mantenere in proposito.
Il confronto a distanza tra uno spiritato Travolta nel ruolo del terrorista - o presunto tale - ed un Denzel versione sedentaria eppure in grado di mantenere ben alta la tensione funziona alla grandissima soprattutto nella prima parte della pellicola, quando più che dell'evoluzione della storia la sceneggiatura di Brian Helgeland - una penna da non sottovalutare, se si pensa a L.A. Confidential o Mystic river - si concentra sull'esplorazione del passato dei due avversari e sul loro background sfruttando dialoghi ben congeniati ed un twist che regala al già citato e sempre mitico Mr. Washington l'occasione di sfoderare tutto il suo talento di attore - il racconto sulla verità a proposito della presunta tangente per la quale si ritrova declassato ed indagato -: il climax che conduce alla conclusione, invece, sacrifica qualcosa - e anche di più - allo spettacolo di grana grossa, e nonostante un paio di sequenze automobilistiche di tutto rispetto e la consueta dose di sparatorie finisce per rientrare in standard comuni per il genere, tagliando di fatto le gambe all'effetto "voto molto più alto di quanto avrei mai creduto" maturato nel corso della prima ora di pellicola.
Da un lato, forse, è giusto che sia così, ma dall'altro resta un pò di rammarico per un film che partiva da molto in basso e che è stato in grado, almeno in parte, di rivelarsi come un intrattenimento di ottimo livello, soprattutto rispetto alle riflessioni che le motivazioni di Ryder e Garber muovono nell'audience: in tempi di crisi come questi, in cui tutto pare sotto il controllo di pochi uomini - spesso non all'altezza - è interessante il dilemma morale che porta il primo tra i due antagonisti sulla via senza ritorno del crimine - portato avanti con una decisione insolita per un prodotto a grande diffusione come questo - ed il secondo a rischiare di pagare decisamente troppo per un errore legato al futuro della sua famiglia.
E se, con il passare dei minuti, il personaggio di Travolta appare sempre più discutibile e perso nellle complicazioni della sua situazione, quello di super Denzel invece manifesta una complessità decisamente interessante - e non è da meno, pur se relegato ad un ruolo marginale, anche il sindaco cui presta volto Gandolfini - che lo avvicina - e molto - al cosiddetto uomo della strada che vorrebbe semplicemente vivere al meglio la sua vita, permettere alla famiglia di fare altrettanto e che, a fronte di momenti non facili, finisce per essere sempre e comunque mosso da un senso del dovere spiccato.
Considerato, dunque, che partivo dal presupposto di vedermi esplodere tra le mani una schifezza atomica come Taken 2, non posso che applaudire Tony Scott ed il suo ennesimo, sguaiato, godibilissimo prodotto: ce ne fossero di più, di "intrattenitori" della sua pasta.
Così, quasi fosse un omaggio, come l'ho detto, lo ripeto.
Muchas gracias, Tony.
Con tutte le tue esplosioni, il montaggio frenetico, i colori saturi, l'action con risvolti insolitamente pensanti, ti voglio bene.


MrFord


"I've listened to preachers
I've listened to fools
I've watched all the dropouts
who make their own rules
one person conditioned to rule and control
the media sells it and you live the role
mental wounds still screaming
driving me insane
I’m going off the rails on a crazy train
I'm going off the rails on a crazy train."
Ozzy Osbourne - "Crazy train" -


sabato 24 novembre 2012

L'ultimo boy scout

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 105'




La trama (con parole mie): Joe Hallenbeck è un fallito, o almeno così gli piace definirsi. Detective privato dedito ad alcool, sigarette ed incarichi di ripiego, con un matrimonio traballante ed un futuro incerto, viene coinvolto da un collega in un incarico che prevede la protezione di una spogliarellista destinata ad una brutta fine, fidanzata di un ex talento del football professionistico caduto in disgrazia per affari di droga e scommesse, Jimmy Dix.
Quando la ragazza viene uccisa, i due uomini si trovano loro malgrado alleati alla ricerca dei colpevoli di un intricata vicenda che vede coinvolti il proprietario degli Stallions di Los Angeles, un politico di spicco, criminali incalliti ed un giro losco che prevede corruzione ed omicidi a profusione.
Peccato che i cattivi di turno non abbiano davvero idea di essersi messi contro una squadra di outsiders di razza pronta a fare un gran culo a tutti loro, dal primo all'ultimo.
E senza sconti.





Se non suonasse macabro o comunque in qualche modo fuori luogo, direi che la morte ha portato parecchio bene a Tony Scott, almeno per quanto riguarda casa Ford.
Da sempre considerato, al Saloon, solo ed esclusivamente come il fratellino sfigato di Ridley pronto di tanto in tanto a regalare la trashata giusta da godersi quelle decine di volte senza mai annoiarsi, negli ultimi tempi il suddetto ha di fatto assunto le dimensioni del regista di culto proprio nell'ambito del mondo delle tamarrate, regalandomi perle che avevo colpevolmente ignorato o permettendomi di rispolverare gioiellini come Top gun o questo incredibile L'ultimo boy scout.
Visto l'ultima volta qualcosa come una ventina d'anni fa nel pieno del periodo di videoregistrazione compulsiva di mio fratello - che, lo ricordo bene, passava al setaccio le guide tv sottolineando almeno una decina di titoli al giorno programmando il timer in modo da non perdersene uno che fosse uno - e dunque clamorosamente dimenticato, questo supercult del larger than life è tornato prepotentemente a farsi sentire nella sua versione in bluray senza aver perso un briciolo dello smalto che aveva anche ai tempi del nastro: costruito come una sorta di gemellino del terzo capitolo della saga di Die hard firmato John McTiernan - anche se sarebbe più opportuno affermare il contrario, considerato l'anticipo dell'opera di Scott rispetto a quella dell'autore di Predator - ed altrettanto divertente, L'ultimo boy scout potrebbe definirsi senza alcuna fatica come uno degli emblemi dei film a tematica "amicizia virile", come se non bastasse in grado di traghettare nel pieno degli anni novanta lo spirito guascone e casinaro manifesto di tutta la saga di John McClane, personaggio al quale il detective Hallenbeck - che credo abbia stabilito il record assoluto di sigarette fumate in un film - deve sicuramente ben più di qualcosa.
Scritto, tra gli altri, dallo stesso Shane Black creatore di Arma letale - altro supercult che passerà a breve da queste parti -, questo clamoroso divertissement regala spasso garantito, un ritmo perfetto, un cast all'interno del quale spiccano attori ed attrici divenuti famosi soltanto anni dopo - Halle Berry su tutti, ma anche il Kim Coates di Sons of anarchy, protagonista di una delle sequenze più esilaranti del film e dello scambio con Bruce Willis legato al "toccami un'altra volta e ti uccido" che, prometto, non dimenticherò mai più - ed un continuo botta e risposta tra i due protagonisti da fare invidia agli scambi letterari di Hap e Leonard e di Walt Kowalski con il suo barbiere in Gran Torino.
Ovviamente il tutto senza contare sequenze d'azione pazzesche, sparatorie, esplosioni, scazzottate in grande stile, un'apertura ed un finale nel pieno di uno stadio di football davvero di grande effetto, e l'elemento destabilizzante fornito dalla figlia di Hallenbeck, che dal padre pare avere ereditato l'ironia graffiante, la faccia tosta ed un coraggio davvero niente male per un'adolescente ancora alle prese con l'apparecchio per i denti.
Un cocktail, dunque, riuscito alla grande e senza ombra di dubbio uno dei film meglio riusciti di Tony Scott, talento che ormai ritengo sempre più cristallino del panorama sguaiato e casinaro del Cinema sopra le righe: non nascondo anche di aver provato una certa malinconia per tempi che si fanno sempre più lontani e prodotti che, ora, paiono essere fuori portata per quasi tutti i giovani registi che approcciano il genere con un piglio da saccenti che starebbe bene giusto al killer Milo, che Hallenbeck e Jimmy Dix non fanno giustamente altro che prendere per il culo.
E chi può biasimarli, del resto!?


MrFord


"I've got my saddle
on my horse.
He's called....T-t-t-t-t-trigger
of course.
I wanna be a cowboy
and you can be my cowgirl
I wanna be a cowboy
and you can be my cowgirl
I wanna be a cowboy."
Boys don't cry - "I wanna be a cowboy" -


 

mercoledì 22 agosto 2012

Top gun

Regia: Tony Scott
Origine: USA
Anno: 1986
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Maverick è un pilota tra i più promettenti della marina, ma il suo temperamento sbruffone e sopra le righe spesso e volentieri lo mette in cattiva luce rispetto a compagni e superiori. Quando durante una ricognizione riesce assieme al suo secondo Goose ad osservare da vicino dei MIG sovietici portando al contempo in salvo il compagno di squadriglia Cougar preso da un attacco di panico, si spalancano per lui le porte della Top Gun, l'accademia che forma l'elite dell'aviazione ed i futuri istruttori.
A dirigere il programma Maverick troverà Viper, ex compagno di suo padre considerato il riferimento per ogni pilota, ed un avversario pronto a tenergli testa, il più disciplinato e sempre preciso Iceman.
Ma non solo: perchè l'astrofisica Charlie diverrà il suo primo amore.




La morte improvvisa di Tony Scott, fratello sfigato di Ridley come mi è sempre affettuosamente piaciuto chiamarlo, ha sorpreso e colpito molti appassionati, principalmente a causa del fatto che il suddetto è stato autore di molti più blockbusteroni e film d'intrattenimento decisamente noti di quanto non si potesse pensare.
Senza dubbio, uno dei titoli simbolo della sua carriera fu uno dei più grandi successi degli anni ottanta al botteghino, una pellicola in grado di diventare un cult generazionale al quale ancora oggi molti sono profondamente legati affettivamente: sto parlando, ovviamente, di Top gun.
Probabilmente neppure impegnandosi al massimo si troverebbe, nella produzione statunitense dell'epoca, un'opera così intrisa di reaganesimo e voglia di stelle e strisce, con tanto di storia d'amore travolgente, hit musicale - Take my breath away è, senza dubbio, una delle più note canzoni tratte da una colonna sonora di tutti i tempi -, struggimento e sensi di colpa debellati da coraggio e voglia di dimostrare di essere sempre e comunque i migliori, senza dimenticare la rivalità che, ai tempi, coinvolgeva il Cinema in quelle che sarebbero stati gli ultimi fuochi da Guerra Fredda.
Eppure, nonostante tutto questo e molto di più - sarebbe assurdo negare che si tratti di un titolo da grana grossa e scarso valore artistico, tolte forse le ottime riprese degli aerei in volo - Top gun riesce a farsi voler bene anche ora, alimentando le speranze di chi sogna un sequel e solleticando l'amarcord di chi, negli anni ottanta, trovò nelle imprese di Maverick il brivido dell'avventura - se bambino - e la voglia di pilotare jet allora all'avanguardia, nuove ispirazioni rispetto al look - gli occhiali a specchio ed i giubbotti in stile aviazione la facevano da padrona, tra i miei compagni di scuola, e nel corso della visione li ho rivalutati anche oggi, da buon tamarro -, una passione travolgente di quelle che in tv avrebbero tagliato - e che è stata ampiamente presa per il culo in una sequenza leggendaria di Hot shots - ed un'aura mitica che lo rendeva già cult alla prima visione.
Più che anacronistico o fuori tempo massimo, un titolo come questo oggi assume una connotazione unica almeno quanto gli action movies dello stesso decennio, principalmente perchè in questo momento non sarebbe possibile per nessun regista riuscire a creare un'atmosfera così kitsch e sopra le righe senza necessariamente scadere nel ridicolo più o meno volontario: certo, esistono sempre gli omaggi - The Expendables 2 docet -, ma tutti noi che abbiamo vissuto quegli anni e sognato grazie a quelle pellicole sappiamo bene di aver assistito ad una stagione irripetibile, che continueremo a portarci dietro cercando di trasmetterne la magia anche ai nostri figli e nipoti.
Ed è così che mi piace ricordare Top gun: come una giostra del larger than life che all'epoca avrà fatto storcere il naso a tutti i figli del Cinema d'autore anni settanta e che, invece, rappresenta alla perfezione l'idea dell'intrattenimento e del brivido che solo da bambino puoi provare appieno e da adulto ti coccoli anche quando non sembra il caso di gridarlo ai quattro venti.
Maverick - ruolo perfetto per il giovane ed arrembante Tom Cruise - è l'eroe per eccellenza dell'epoca degli yuppies, con la sua moto lanciata a tutta velocità, il sorriso da sbruffone e la consapevolezza di poter sempre e comunque raggiungere la meta - prima fra tutte la Charlie di Kelly McGillis, che senza considerare il suo tracollo attuale non appariva certo come un sex symbol neanche allora -: e attorno un cast di comprimari che paiono esistere solo per fargli da spalla, dall'Iceman di Val Kilmer al mitico Goose di Anthony Edwards - che avevo adorato in Toccato! e avrei ritrovato in E. R. -, senza contare veterani come Tom Skerrit e Michael Ironside.
Le schermaglie con i MIG russi, con i loro piloti dal viso sempre oscurato, rigorosamente vinte dal talento spesso incontrollabile di Maverick, sono un perfetto esempio del gigionismo a stelle e strisce di allora - ma solo di allora? - in grado comunque di scatenare nel pubblico quella sensazione di esaltazione liberatoria che pareva una prerogativa dell'azione a quei tempi.
Non so quali siano stati i motivi che hanno portato il buon Scott a farla finita, e di certo non sono qui per disquisirne: posso solo affermare che, per quanto clamorosi siano stati alcuni suoi scivoloni, con un titolo come questo - IL blockbuster per definizione - il vecchio Tony si è assicurato un posto d'onore nella memoria di milioni di spettatori in tutto il mondo.
Da una parte all'altra dell'ex Cortina di ferro.
E a volte, in barba all'autorialità sfrenata, è anche questo grande Cinema.


MrFord


"Watchin' every motion in my foolish lover's game  
on this endless ocean, finally lovers know no shame  
turnin' every turn to some secret place inside  
watchin' in slow motion as you turn around and say  
take my breath away  
take my breath away."
Berlin - "Take my breath away" -



lunedì 20 agosto 2012

Tony Scott (1944 - 2012)

So long, Tony.
Anche se ti ho sempre considerato il fratello sfigato di Ridley, sappi che mi hai regalato più perle di quante non si possa pensare.


MrFord


« Non è il fan, il tifoso a pagare il biglietto,
a far ricco e famoso il suo prediletto?
Se gli parlo lui sente, ma in realtà non mi ascolta, mi dimostra freddezza per l'ennesima volta..
..è attaccato al denaro in modo inaudito,
no, così non va bene, io rivoglio il mio MITO.  »
da The fan - Il mito (1996)


domenica 5 agosto 2012

The fan - Il mito

Regia: Tony Scott
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Bobby Rayburn, star del baseball e tre volte MVP della lega, approda ai San Francisco Giants, squadra del cuore del venditore di coltelli Gil Renard, appassionato tifoso dal piglio decisamente maniacale.
Tutto pare coronare il sogno dell'uomo, che vede il giocatore più forte del momento divenire il primo battitore del suo team preferito, pronto a portare la squadra ai vertici e al successo: peccato però che la stagione assuma per Rayburn connotati decisamente negativi fin dal principio, e che l'ascesa del nuovo astro Juan Primo eclissi la fama di Bobby fino a farlo apparire agli occhi dei sostenitori come una sorta di soprammobile di lusso acquistato per una cifra spropositata ed eccessiva dalla società.
Renard, però, non è d'accordo, e con l'intento di proteggere il suo idolo si spingerà oltre ogni confine, in bilico tra lo stalking e la psicopatia da serial killer.




Trascinato dalla riscoperta di quelli che erano i piatti forti delle "liste estive" di film che con mio fratello ai tempi della scuola ci sparavamo a ripetizione riempiendo le nostre vacanze in attesa del mare, torno su uno dei titoli passato più volte in assoluto sugli schermi dell'allora casa Ford, quel The fan che ogni adolescente con un certo tipo di background - parlo di tamarrate action, sostanzialmente - cinematografico avrà visto e rivisto fino allo sfinimento nel pieno degli anni novanta, un thriller troppo spesso sottovalutato eppure funzionale e decisamente divertente, perfetto per questo periodo e senza dubbio uno dei lavori migliori dello Scott minore - insieme a Domino, senza dubbio -.
Costruito su un impianto abbastanza classico e giocato sul concetto di stalking - che ai tempi non appariva così d'attualità come ora -, poggiato sulle spalle di quello che è stato l'ultimo, vero, grande Robert De Niro prima dell'infilata di pseudo horror e commedie imbarazzanti degli ultimi anni, il lavoro del regista di Man on fire risulta credibile ed appassionante, e sfodera anche una parentesi interessante sulla scaramanzia che incombe sul mondo del baseball professionistico - ma football e basket non sono da meno -, all'interno del quale giocatori, allenatori e tifosi sono quasi patologicamente legati a rituali, numeri di maglia, gesti propiziatori visti, di fatto, come responsabili in buona misura degli eventuali successi.
Da questo punto di vista è interessante riflettere sul personaggio di Bobby Rayburn - che già con Wesley Snipes ad interpretarlo raccoglie punti a profusione -, così ossessionato dal numero conservato negli anni dei suoi più grandi trionfi da indossare una casacca che porta lo stesso sotto quella ufficiale in modo da preservare il "fluido" per battute sempre vincenti: prima che Renard invada, di fatto, la sua vita pubblica e privata, la prima minaccia per il giocatore risulta essere se stesso, limitato nell'inserimento all'interno di un nuovo spogliatoio - uno degli aspetti più complessi di ogni sport di squadra - proprio per le difficoltà originate dal suo status - e dall'atteggiamento - di superstar.
A fare da antagonista sul campo e in ambito sportivo del buon Snipes, un Benicio Del Toro ai tempi ancora quasi sconosciuto ai più nel ruolo di Juan Primo, giocatore dal talento esplosivo, in rampa di lancio rispetto al già affermato Rayburn, spocchioso e sbruffone eppure, di fatto, vittima sacrificale del gioco al massacro orchestrato da Renard a seguito del suo progetto di riportare al top il suo giocatore favorito.
Ed è qui che entra in campo il vecchio leone De Niro, mai così in forma dai tempi delle sue migliori fatiche scorsesiane: prestando ghigno ed incedere ad uno psicopatico che pare una sconcertante via di mezzo tra Max Cady ed un cattivo di stampo hitchcockiano, il Bob scatenato sfodera una serie di sequenze assolutamente cult - la sua presentazione del set di coltelli è da antologia -, nonchè un crescendo di follia nella parte conclusiva della pellicola che rende bene l'idea del climax di violenza tipico dei serial killers giunti al punto di rottura a seguito dell'esplosione del loro fattore scatenante - nel suo caso, il rapporto andato progressivamente incrinandosi con Rayburn -.
Una pellicola che non scontenterà i fan dell'action abituati alle esibizioni più tamarre di Tony Scott e che potrebbe perfino riuscire a soddisfare i palati più fini, regalando una serata senza troppo impegno intellettuale ma decisamente portata a casa con successo grazie ad un ritmo ben equilibrato ed una struttura tutto sommato solida impreziosite da una colonna sonora pazzesca.
Inoltre - ed è cosa da non sottovalutare - The fan rappresenta, di fatto, un'occasione non così nota al grande pubblico di riscoprire un'interpretazione da urlo di quello che, di fatto, può essere ormai - e tristemente - considerato un ex grande attore.


MrFord


"If you start me up
if you start me up I'll never stop
if you start me up
if you start me up I'll never stop
I've been running hot
you got me ticking gonna blow my top
if you start me up
if you start me up I'll never stop
never stop, never stop, never stop."
The Rolling Stones - "Start me up" -


 

venerdì 16 settembre 2011

Man on fire - Il fuoco della vendetta

Regia: Tony Scott
Origine: Usa
Anno: 2004
Durata: 146'



La trama (con parole mie): Creasy, ex assassino al soldo della Cia e di numerose altre formazioni militari si ritrova, una volta lasciato il mestiere, solo, depresso e alcolizzato, e giunto in Messico per rivedere un vecchio commilitone finisce per essere ingaggiato da una famiglia in cerca di una guardia del corpo per la piccola Pita, figlia di un giovane industriale locale e di una donna americana.
Il rapporto con la piccola apre una breccia nel cuore chiuso e ferito dell'uomo, che torna a provare sentimenti e sviluppa un senso di protezione paterno per la bambina: quando un commando di poliziotti corrotti organizza il rapimento di Pita e nell'attuarlo non riesce ad eliminarlo, Creasy, una volta rimessosi in piedi, decide che è giunto il momento di rispolverare le sue vecchie abilità per vendicarsi dell'accaduto.
Gli uomini dell'organizzazione, dagli sgherri di strada agli insospettabili mandanti, hanno a quel punto i giorni contati.


Tony Scott è da sempre noto per essere il fratello sfigato del ben più blasonato e talentuoso Ridley, e questo è un dato di fatto praticamente inconfutabile per ogni spettatore, appassionato di Cinema oppure no.
Il suddetto individuo è anche responsabile di alcune proverbiali schifezze quali Unstoppable, che io e la sempre caustica Cybsix abbiamo felicemente demolito non molto tempo fa nella nostra Bettola.
Detto questo, occorre anche spezzare una lancia a favore del buon Tony, che dietro lo stile forzatamente  videoclipparo e adrenalinico della sua regia ogni tanto regala anche pellicole discrete, come fu Domino.
Ora, perchè tutta questa introduzione a proposito dei pro - obiettivamente pochi - e dei contro - decisamente in numero maggiore - di Tony Scott e dei suoi film?
Presto detto: Man on fire rappresenta il giusto punto d'incontro tra i due film succitati.
Supportato da una sceneggiatura molto funzionale di Brian Helgeland - autore, tra le altre cose, di L. A. Confidential e Mystic river, mica roba da quattro soldi -, come di consueto girato con perizia, fotografato alla grande e confezionato per ricordare il lavoro ben più raffinato di Michael Mann, questo film parte decisamente bene, confezionando una prima parte - quella concentrata sul legame che si instaura e rafforza tra Creasy e Pita - decisamente buona, dimostrando quanto anche un film d'azione possa essere efficace nella caratterizzazione dei personaggi, costruendo ad un tempo un crescendo di tensione in attesa dell'inevitabile in grado di tenere alto il ritmo nonostante la staticità - momentanea - del racconto per poi sprofondare nei clichè a ripetizione della seconda parte, che trasforma la vendetta del protagonista in una sequenza prolungata di esecuzioni più o meno efferate dei responsabili di quanto accaduto a Pita.
La cosa più evidente, osservando la pellicola sprofondare nella banalità, è che, in mani migliori - Eastwood, il già citato Mann, lo Scott con la s maiuscola -, asciugato dai fastidiosissimi ralenty e dalle sequenze ad effetto, con una sceneggiatura così accorta questo sarebbe potuto diventare un cult dell'azione d'autore, sfruttanto appieno gli ispirati protagonisti - ottimi sia Washington che l'allora giovanissima Dakota Fanning, ma una menzione va spesa anche per Christopher Walken e Giancarlo Giannini - e divenendo di fatto un riferimento anche per il pubblico di nicchia - cosa che puntualmente accade quando si parla di perle come Heat, Collateral o Miami vice -.
Il risultato, dunque, resta a metà strada divenendo niente più di un normale intrattenimento per il pubblico più avvezzo alle fatiche di gente, per l'appunto, come Mann, ed una di quelle pellicole consigliatissime perchè toccanti e "girate da dio" del pubblico da una visione la settimana, cui manca un termine di paragone effettivo nel giudizio di un film come questo, senza nulla togliere alla capacità di giudizio stessa dello spettatore occasionale.
Ammetto, a tal proposito - e Julez lo sa bene, data la quantità di film che le propino -, di essermi sostanzialmente goduto - e non poco - la visione in barba a quello che dovrebbe essere il mio "sapere" cinematografico, pur senza riscontrare i guizzi creativi che mi avevano fatto apprezzare molto il già citato Domino, e di considerare Man on fire un ottimo prodotto di stile blockbusteriano, forse in qualche modo addirittura troppo coraggioso per essere additato come una sorta di novello Traffic - denuncia del problema dei sequestri di persona in America Latina, e non dello spaccio di droga, in questo caso - e sicuramente molto più interessante di una schifezza moralista e finto autoriale come il Crash di Paul Haggis.
Dunque, se volete un film solido e sostanzioso ma ugualmente non richiedente un impegno eccessivo - che alla fine di una giornata di lavoro potrebbe risultare soporifero -, con il quale non fare brutta figura con gli appassionati - fidatevi, l'hanno visto e se lo sono goduto anche loro - e menarvela con chi appassionato non è spacciandovi per uno con l'occhio fino per i registi ad effetto che tanto alla fine tutto porta a Tarantino, allora avete trovato pane per i vostri denti.
Con un sacco di salame, se volete saperlo.
E come ben saprà chi frequenta il saloon abitualmente, questa non può che essere una buona cosa.

MrFord

"I want vengeance and I want it now
I want vengeance, gonna get it somehow
I'm gonna hit him, I'm gonna kill him
I'm gonna really make him pay for what he's done
I'm gonna hit him, I'm gonna kill him
nobody spoils my fun."
Dropkick Murphys - "Vengeance" -


mercoledì 31 agosto 2011

Le non recensioni di MrBertFord 2.0

La trama (con parole mie): visto il successo dell'insolita prima sperimentazione, i vostri shakeratori preferiti Bert e Ford mettono mano dietro il bancone una volta ancora, creando un cocktail ancora più forte del precedente, destreggiandosi non soltanto rispetto a pellicole non viste, ma osando anche parlando di un film che, tecnicamente, ancora non esiste se non nelle voci e nelle fantasie dei fan.
State dunque pronti a sballarvi come si conviene, accettando parecchi compromessi con una buona dose di follia, un'ironia non sempre limpida e soprattutto, una totale, completa e, chissà, addirittura più realistica rilettura dei titoli in questione.
In alto i calici, si brinda!

Una delle pietre miliari degli anni ottanta si appresta ad essere riproposta in una nuova, incredibile veste.
DIRTY DANCING - IL REMAKE -
di MrJamesFord

Dopo il successo di Transformers 3, tornano alla ribalta Megatron e i suoi fedelissimi.
Ormai da tempo si vociferava di un ritorno sugli schermi di Baby e Johnny Castle, e finalmente pare che l'attesa dei milioni e milioni di fan in tutto il mondo della coppia di ballerini più amata del grande schermo dopo Fred Astaire e Ginger Rogers sia terminata.
Sotto l'egida dei Decepticons e la produzione di Rick Rubin, prestato al Cinema dal suo grande amico Trent Reznor che pare abbia convinto il leggendario e barbuto guru rock a seguito di una sbronza terrificante a prendere parte a questo progetto, sono finalmente pronte a partire le riprese di quello che promette di essere un cult imperdibile.

Potrà Rick Rubin salvare il destino di questo remake?
La regia, dopo l'insuccesso di Michael Bay, verrà affidata a Tony Scott, mitico fratello sfigato di Ridley già più volte omaggiato al saloon, che pare abbia contrattato fino all'ultimo per avere Denzel Washington nel ruolo del dottor Houseman, modificando il personaggio in modo da renderlo un ex agente della Swat profondamente reazionario capace di autosuturarsi.
A fronteggiare l'ostico genitore della protagonista troveremo un lanciatissimo Taylor Lautner, che per interpretare il ruolo che fu del compianto Patrick Swayze ha deciso di tingersi i capelli di biondo credendo che il remake fosse quello di Point break e di buttarsi in un corso intensivo di danza classica presso l'accademia di Amici.


"Tranquillo, Denzel. Anche se stiamo girando Dirty dancing, ti faccio sparare in almeno due o tre scene."
Chiuso il cerchio a proposito di regia e produzione ed approvato il budget per le esplosioni che, da contratto, Tony Scott necessita di inserire in ogni sua pellicola, resta soltanto da definire il ruolo più ambito della Storia del Cinema: quello di Baby.
A contendersi la parte dopo una selezione durata giorni e giorni, infine, giungono cinque promettenti attrici spinte da ognuna delle personalità di spicco dietro la creazione di questo nuovo, incredibile capitolo della settima arte: Tony Scott, memore di Domino, propone Kiera Knightley; Denzel Washington, memore di un pò di curve, Beyoncè; Rick Rubin, obnubilato dall'alcool, Amy Winehouse; Taylor Lautner, incapace di pensare a seguito dello sforzo fisico sostenuto negli allenamenti di danza, Justin Bieber; e per chiudere in bellezza, i Decepticons alla carica con la loro beniamina Megan Fox, guidata dalla forza dei suoi pollici deformi.




La candidata di Tony Scott
La protetta di Denzel Washington
L'azzardo di Rick Rubin
La beniamina di Lautner


La dea ispiratrice dei Decepticons
Incapaci di risolvere la questione se non menandosi bottigliate a tutta caldara, i selezionatori giungono alla conclusione che è sempre più utile che a muovere le mani e fare tutta la fatica siano le aspiranti, che da che mondo è mondo hanno il dovere di sbattersi il più possibile per soddisfare le loro ambizioni e le richieste dei produttori.
Sfruttando l'antico e scientifico metodo della pagliuzza più corta viene dunque scelta l'antichissima pratica della lotta nel fango, che vedrà protagoniste le future Baby.

Un esempio dell'antichissima disciplina olimpica della lotta nel fango.
Appurato il forfait per motivi di salute di Amy Winehouse, il primo incontro ad andare in scena è quello tra Justin Bieber e Megan Fox: senza neppure fare troppa fatica, la protagonista idolo dei Decepticons a passo di danza rifila un paio di schiaffoni al Biberon, che caracollando con la faccia nel fango finisce per inzozzarsi il fantomatico ciuffo, entrando così in una crisi mistica che ne provoca la sconfitta.
Il secondo match, decisamente più combattuto, tra Keira Knightley e Beyoncè, prosegue con continui cambi di fronte così a lungo da provocare il coma etilico di Rick Rubin, che viene portato d'urgenza in terapia intensiva per essersi intossicato con la sua stessa barba, avendola respirata in stato d'incoscienza.
Dopo quattordici ore di lotta e danza, danza e lotta, quando anche le speranze del fango stanno per giungere al termine, ecco la zampata decisiva di Beyoncè, che con un acuto un pò troppo acuto stende la Knightley e si aggiudica la semifinale.

Natalie Portman nella tradizionale veste bianconera da arbitro.
Sotto pressione dei Decepticons e con l'arrivo dell'arbitro speciale per la finale - in rispetto della danza, in diretta da Black Swan, Natalie Portman - l'incontro ha inizio subito dopo, con una freschissima Megan Fox che, grazie all'esecuzione perfetta del micidiale colpo di pollice Samoan Spike appreso anni prima grazie agli insegnamenti del fu Umaga ha immediatamente la meglio su Beyoncè, aggiudicandosi la parte.

Il terrificante Samoan spike, finisher del compianto Umaga.
I Decepticons esultano proprio quando Denzel, aizzato da Jay Z, protesta a suon di pistolettate contro il risultato inficiato dalla durata del match precedente e sulla scarsa sensibilità razziale della produzione: protetta al volo Megan Fox con i loro corpi d'acciaio, i Decepticons ingaggiano così una battaglia terrificante rispondendo ai detrattori del loro idolo, il tutto mentre Taylor Lautner, con Bieber tra le braccia, si prodiga in una danza nel pieno del ring di fango in modo da evitare di essere crivellato di proiettili.
Tony Scott, vecchio volpone, approfittando della situazione filma il tutto decidendo di tenerlo per il montaggio finale, o al massimo per una director's cut in grado di fruttare milioni.
Il ring avrà pure deciso - sempre che qualcuno sopravviva -, ma lui la sua Baby l'ha trovata: e certo anche un'indimenticabile Dirty Dance.

Il voto dei Decepticons per il trionfo della loro adorata non poteva che essere il massimo possibile!
 ACCERCHIATO
di Bert

Le Olimpiadi ormai sono un ricordo, ma noi siamo rimasti molto legati a Pechino.
Estremo centro periferico di Pechino. 
Un mezzogiorno di un giorno a caso diun mese caldo a caso.
Un fievole boato squarcia il caotico rumore ordinato della savana pechinese. 
La folla, che si era radunata lì pensando che fosse la notte di capodanno, viene improvvisamente accecata da un insolito intenso bagliore: il sole; segue un'altrettanto intensa sensazione di calore e un rapido mulinare di vento. E nulla più. 
Nell'oscuro miscuglio di smog e polvere prodotto dal rapido turbinare dell'aria, si inizia a notare la sagoma di un uomo...

Quello che pareva un Capodanno come tutti si trasformerà in un incontro ai confini della realtà...
- Oh, c'è Maurizio Costanzo!
- No, guarda che ti sbagli, non è lui.
- Secondo me è Maurizio Costanzo.
- Ti dico di no, non lo vedi che questo ha il collo!? 
- Allora è Maria de Filippi, sicuro!
- No, non è nemmeno lui, ehm... lei, i capelli sono diversi.
- Hmmm... la salma di Mike? 
- Sai che dall'accento potrebbe quasi sembrare... però... no, è impossibile: non ha ancora detto "allegriazombie!".
- Ma allora chi cacchio è?
- Aspetta, aspetta, aspetta. Ce l'ho: è Paola Barale che ha lasciato Raz Degan e si è rimessa con Gianni Sperti.
- Sì, certo. E Buona Domenica era un programma di approfondimento
culturale! Ma ti rendi conto di quello che dici?!?
- Allora, visto che sei tanto bravo, dimmelo tu chi è.
- Sento, io non lo riconosco, ma adesso glielo chiedo.
- Scusiiii, lei in mezzo all'oscuro miscuglio di smog e polvere prodotto
dal rapido turbinare dell'aria, mi potrebbe dire il suo nome?
- Jean Claude. 
- Che ha detto?
- Jean Claude.
- Ma quello di Mai dire...?
- Dici che è lui? Allora è vero che la telecamera ingrassa almeno di duetaglie.
- Qual è il suo vero nome?
- Mica me lo ricordo, però un autografo glielo vado a chiedere, tu che fai,
vieni?
- Eccccerto! Ogni volta che lo vedo, mi piscio sotto dalle risate; adesso che ce l'ho a portata di mano almeno autografo e foto glieli chiedo. Mica sono scemo!

Ed ecco i due simpatici curiosi alla scoperta dell'uomo misterioso.
Wham! Slash! Sbam! Tonk-tumb.
Un calcio volante aveva atterrato i due uomini; dalla polvere, ormai poco turbinante, comparve finalmente lui Jean Claude van Damme.

Mai e poi mai sfidare la potenza dei calci di JCVD.
Come un cioccolatino di quelli buoni, il calciante Jean era appena arrivato dal Belgio con l'intento di ritrovare la più sacra reliquia per qualunque combattente calcioso: il cappello di Chuck Norris in Walker Texas
ranger.La ricerca e la conseguente conquista furono piuttosto facili, perché il cappello era stato messo all'asta, ma, a causa della ben nota maledizione di Chuck, non si era presentato alcun compratore eccetto il nostro eroe Claude.
Ottenuta la sacra reliquia, Van la indossò e si rese conto che la mitica leggenda della maledizione era vera: in un istante si manifestò un terribile cerchio alla testa, il cappello era stretto e ormai Damme era
definitivamente e indissolubilmente "accerchiato".

Ed ecco un'immagine della Santa Reliquia.
La ricerca della misteriosa Molly (divoratrice di capsule molli), il rapporto conflittuale tra JCVD e la sua madre adottiva Cinese - magistralmente interpretata dell'indimenticabile Po, deceduta sotto due tonnellate di prugne secche della California (lasciate cadere su di lei dalsuo arcinemico di sempre: il sole) a una sola settimana dalla fine delle riprese -, il temibile Armando ed il suo cane purulento che cercheranno di ostacolare  Van Damme con tutte le loro forze, vi terranno incollati allo schermoper tutti e 3 i minuti del film.

Mai sottovalutare le prugne della California!
L'inespressività facciale di JCVD accompagnerà dolcemente lo spettatore in questo dramma adolescenziale senza adolescenti, e nessuno potrà evitare di chiedersi:"Ma dov'è Dawson Leery quando c'è il disperato bisogno di qualcuno da prendere a calci in faccia?"
E ve lo chiederete almeno fino alla scena topica in cui si scoprirà che Roberto Giacobbo è il nuovo compagno di Elisabetta Canalis*, la quale, a sua volta, si paleserà finalmente come l'ultimo dei cavalieri templari, nonchéla prima delle zocc... incapac... mezze troiett... bagasc... showgirl.
Alla parola showgirl irromperanno sulla scena Elizabeth Berkley e Valeria Marini, che, con una magistrale interpretazione di "I wanna be loved by you", richiamerà in vita Mike Bongiorno, pronto a ricostituire, insieme al Chiambretti di turno, il mortifero terzetto sanremese.

Altro che Van Damme! I nostri eroi sono pronti per una nuova, entusiasmante battaglia!
Sarà proprio il redivivo Mike a concludere il racconto ponendo allo spettatore la fatidica domanda: "La uno, la due o la trè?"
Questo finale aperto, che ci lascia presagire la possibilità - certezza? - di un prossimo episodio chiarificatore, ci concede ben trè possibili interpretazioni, e starà allo spettatore scegliere quale parte dell'intera e complessa opera prendere in considerazione: il primo, il secondo o il terzo minuto? 
Possiamo finalmente dire di trovarci di fronte al primo film totalmente interattivo della storia; altro che HD, altro che 3d, altro che 4d, altro che altro! 
Questo è l’unico film in cui lo spettatore, per la prima volta, assume il ruolo definitivo di concorrente di TeleMike. Personalmente la mia via è la terza, e voi cosa farete: lasciate o raddoppiate?

Quale risposta sceglierete, voi?

*della quale probabilmente ci siamo definitivamente liberati a discapito dei cittadini USA. 
George for president! È riuscito a realizzare un mio sogno, io lo voto.

Voto finale: tre Chiquite e un asso di bastoni su una confezione di ananas Del Monte.

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