Se nel corso degli anni ottanta, o anche solo qualche anno fa, qualcuno mi avesse detto che sarebbe nata una vera e propria corrente di attori non proprio più di primo pelo pronti a rimettersi in gioco nel ruolo di spaccaculi action heroes, spesso e volentieri non provenendo neppure lontanamente da quel tipo di genere ed ambiente cinematografico, avrei riso a crepapelle: allo stesso modo, se avessi saputo che Kurt Russell sarebbe finito a lavorare con Tarantino e Liam Neeson, Mel Gibson o Kevin Costner a fare i sessantenni da battaglia, avrei strabuzzato gli occhi - anche se, forse, con il vecchio Mel le cose sono un pò diverse -.
Eppure, tutto questo è successo.
Criminal, nonostante una cornice quasi spionistica in uno stile più vicino agli ultimi 007 - con le dovute proporzioni -, si inserisce perfettamente nel novero, ed ha rappresentato, almeno in termini di aspettative, una delle tamarrate da rutto libero più attese dal sottoscritto in questi ultimi tempi insieme a Blood father: peccato che, come quest'ultimo, si sia rivelato più che altro una grossa delusione.
Non basta, infatti, avere un Kevin Costner in versione finto bad guy sulla via forzata della redenzione affiancato da nomi grossi come Gary Oldman, o traini per il pubblico occasionale e più giovane come Ryan Reynolds il re dei cani maledetti e Gal Gadot, uno script apparentemente più profondo di un action standard e, probabilmente, un certo grado di compiacimento, per rendere un prodotto interessante: Criminal, infatti, purtroppo risulta a conti fatti un ibrido troppo serioso e prevedibile per essere una scheggia impazzita dell'action d'autore o dell'action e basta e decisamente troppo dozzinale - la regia ed il montaggio non sono impeccabili, a mio parere - per ambire a qualcosa di più del titolo di genere.
Quando, infatti, un fan accanito di questo tipo di pellicole come il sottoscritto rischia la pennica da spiegoni da intrigo per tutta la prima parte e prevede quasi tutti gli sviluppi della seconda - rigorosamente più movimentata - senza vedersi strappata neppure una risata, significa che qualcosa nell'ingranaggio non funziona, e che la pellicola in questione è destinata in breve tempo al dimenticatoio.
Se considero che la visione stessa è "vecchia" non più di quattro o cinque ore e già fatico a tirare fuori qualche spunto per il post, il gioco è fatto: forse è meglio che il buon, vecchio Kevin - al quale voglio un gran bene, sia chiaro - torni alla materia che ha fatto la sua fortuna - l'altrettanto amato Western - piuttosto che reinventarsi action hero quando non lo è mai stato.
Non vorrei vederlo, un giorno o l'altro, fare il buono ed il cattivo tempo in un filmaccio di infima serie facendo sfoggio di una mobilità limitata in corsa come hanno già fatto il già citato Neeson ed il Nicholas Cage di Pay the ghost: sarebbe una pugnalata al cuore di tutti i lupi che ballano fin dagli anni novanta.
Qualche anno fa, in pieno tripudio da Expendables, recuperai The mechanic, action "filosofico" con Simon West in regia e Statham nel ruolo del protagonista, pellicola che partì benissimo - considerato il genere spaccaculi - e deragliò con una seconda metà troppo "cerebrale" per essere adatta ad un prodotto di questo tipo.
Memore solo in parte della delusione, scoperto questo recente sequel pronto a riportare sullo schermo il killer/tuttofare/chimico/artista della fuga/spaccaculi professionista Bishop, ovviamente è scattato l'immediato recupero, forte non solo della conferma di Statham, ma anche della presenza nel cast di Tommy Lee Jones, da anni orientato su film decisamente più autoriali di questo: e pronti via, i primi dieci minuti con ambientazione carioca - ritroviamo il "meccanico" a Rio - paiono un vero tripudio, con il Nostro come al solito lupo solitario in cerca di una nuova vita anonima ma goduriosa rintracciato da un gruppo di belligeranti tirapiedi di un ex amico che vengono debellati alla grande prima che Bishop possa deliziarci con un paio di voli neanche fossimo in Rio - questa volta il cartone animato - tra cabinovie e parapendio.
Peccato che, dopo averci ingolositi e non poco, Gansel e gli sceneggiatori - soprattutto - cambino rotta riportando le atmosfere della seconda parte del primo film a galla, inserendo perfino una parentesi da storia d'amore che si addice poco e male non solo a questo tipo di prodotti - mica tutti possono essere Rambo 2, in fondo -, ma anche a Statham, a suo agio nell'approcciare Jessica Alba almeno quanto Cannibal Kid in un quadrato di wrestling.
Un vero peccato, perchè se questo Resurrection doveva rivitalizzare un charachter dalle enormi potenzialità limitato da sceneggiatori che paiono usciti dall'Università della mancanza di logica degli horror peggiori e produzioni di livello televisivo - e non sto parlando di livello televisivo in stile True detective, per intenderci - non ci è riuscito se non a sprazzi - la sequenza dell'assalto alla piscina "sospesa" del trafficante di armi e uomini a Sidney è una vera chicca in stile Mission: impossible -, finendo per portare in scena un titolo che è una manna dal cielo per tutti i radical potenziali detrattori del genere botte da orbi, che non esiteranno, nel caso in cui dovessero osare e resistere all'intera visione, a sparare a zero su tutto e tutti, da Gansel, a Statham, a Jones - truccato neanche fosse tornato ai tempi di Batman - fino ai già citati sceneggiatori, sui quali neppure io, da fan accanito di queste tamarrate action, sento che si possa fare qualcosa.
Restano dunque le evoluzioni di Statham in bilico tra acrobazie, arti marziali, spara spara e soprattutto lezioni di coltello - come già visto nel mitico secondo film della già citata trilogia degli Expendables, il ragazzone inglese con le lame ci sa fare parecchio - e poco altro, compresa la speranza che, nel caso in cui si decidesse di optare per un terzo film, ci si concentri più sull'aspetto ludico buttando magari anche un pò di logica in forno insieme ad esplosioni, calci nei denti e via discorrendo, sacrificando nel contempo filosofeggiamenti ed inutili quanto sterili avventure amorose.
Santo cazzo, è un action con Statham che dovrebbe rompere culi senza requie dal primo all'ultimo minuto, non una commedia romantica.
Come giustamente afferma George Washington Duke in Rocky V, "è ora di fare lavorare questi muscoli".
E non posso che sottoscrivere in pieno.
L'action spionistico è un genere che, da queste parti, è considerato una sorta di evergreen: da Il giorno dello sciacallo a I tre giorni del condor, passando per Casinò Royale, posso dire di aver collezionato più soddisfazioni che delusioni nel corso degli anni da consumatore di questo tipo di pellicole, saga di Jason Bourne compresa: se si eccettua, infatti, quel Legacy girato senza il protagonista e volto della stessa Matt Damon, che pure non era così male a conti fatti, nessuno dei tre film precedenti a questo aveva mancato il bersaglio.
E, a ben vedere, non lo fa neppure quest'ultimo lavoro di Paul Greengrass.
Peccato che, per quello che potrebbe essere considerato proprio come il Casinò Royale dell'ex smemorato Jason - un rilancio in piena regola del personaggio passato dall'essere una sorta di eroe romantico ad una vera e propria macchina da guerra da poche battute ma essenziali per qualificarsi come spaccaculi totale, come fu per James Bond in quell'occasione -, tecnica, regia e plot che più classico non si potrebbe a parte, sia mancata, in fondo, la partecipazione.
Assistere all'ennesima cavalcata apparentemente suicida - ma poi ci si crede davvero, in questi casi, ai potenziali pericoli per il main charachter? - di Bourne pare infatti una presa di coscienza della perizia della messa in scena, dalla bellissima fuga in moto per le strade di Atene all'inseguimento in macchina attraverso quelle di Las Vegas, tra uno sparo, un paio di colpi molto ben assestati ed intrighi da alti papaveri della CIA invischiati fino al collo in faccende sporche ed una riflessione sull'utilizzo dei social network e l'importanza della privacy, senza, però, che purtroppo ci sia un vero coinvolgimento emotivo da parte dell'audience.
Dal primo minuto all'ultimo, infatti, non vi è alcun dubbio - o quantomeno, io non l'ho avuto - rispetto al fatto che, in un modo o nell'altro, l'ex agente segreto ribelle metterà nel sacco tutti quelli che l'hanno prima sfruttato e dunque gettato via, che il loro assassino numero uno - un Vincent Cassel appena sotto il fuori tempo massimo, considerato che non parliamo di qualcuno specializzato in carriera nei ruoli da action hero - potrà mai impensierirlo davvero, così come l'ormai onnipresente e forse un pò troppo sovraesposta Alicia Vikander possa passare da cattiva al cento per cento: godersi la visione di Jason Bourne, dunque, equivale ad una sorta di enorme, gigantesco, scontatissimo spoiler privo di colpi di scena ed emozioni, confezionato alla grande ma incisivo solo nella sua esecuzione, quasi come se un incontro di lotta clandestino finisse al primo pugno quando ci si poteva aspettare una battaglia strenua da lacrime e sangue.
Sinceramente non so se imputare tutto questo alla scarsa empatia di Bourne come charachter o alla mancanza di quella scintilla in grado di trasformare un personaggio in un cult quanto e più dei film dei quali è protagonista, ma il fatto è che se non siete appassionati di questo genere finirete per rompervi i cosiddetti in due ore di inseguimenti, sparatorie ed intrighi atti a sottolineare una volta ancora l'abilità quasi impossibile da contrastare dell'eroe ribelle, mentre se il vostro pane quotidiano è lo spy movie movimentato avrete l'impressione - non proprio piacevole - della minestra riscaldata.
Niente di irreparabile, sia chiaro.
Me lo sono anche goduto.
Ma da uno che rompe culi a colazione, pranzo, cena e forse anche mentre dorme pesante dopo una sbronza colossale, io mi aspetto decisamente molto di più.
La trama (con parole mie): Casey Ryback, un ex seal improvvisatosi cuoco a bordo della storica corazzata Missouri, si trova coinvolto nell'attacco che un gruppo di terroristi guidati dall'ex agente dei servizi segreti Stranix ha organizzato in modo da impadronirsi dei missili a testate nucleari presenti a bordo e pronti per essere smantellati secondo gli accordi internazionali.
Con la complicità del comandante in seconda Krill, gli uomini di Stranix paiono avere completamente sotto controllo la situazione, riuscendo a tenere in scacco perfino lo Stato Maggiore degli USA: nel momento in cui Ryback scenderà in campo, però, la geografia dello scontro cambierà improvvisamente aspetto.
Il "cuoco", dunque, si renderà protagonista di una riscossa a suon di botte e proiettili che archivierà la minaccia ripristinando l'ordine costituito.
Non troppo tempo fa, in occasione del post dedicato alla collana curata da La Gazzetta dello sport dedicata alle gesta di Steven Seagal, uno degli eroi action più sopra le righe degli anni ottanta e novanta, approfittai per recuperare i dvd di due dei titoli di maggior successo con protagonista il ben poco espressivo esperto di arti marziali, Trappola in alto mare ed il suo sequel, Trappola sulle Montagne Rocciose.
Idolo assoluto di mio padre per quanto riguarda le visioni da cervello spento e spesso e volentieri ridicolizzato perfino da un action addicted e tamarro senza ritegno come il sottoscritto, il realtà il corpulento Steven ha finito per essere protagonista, a cavallo tra gli ultimi scampoli di eighties ed i primi ruggiti dei nineties, di pellicole di genere decisamente divertenti che ebbero anche un discreto successo al botteghino, consegnandolo all'Olimpo dei volti dei film di botte senza se e senza ma.
Del novero fa parte senza dubbio Trappola in alto mare, classico filmaccio buzzurro dell'epoca che vede buoni e cattivi tagliati con l'accetta affrontarsi colpo su colpo dall'inizio alla fine grazie ad uno script che più elementare non si potrebbe ed un cast che vede all'opera caratteristi rimasti tali, attori consumati - Garey Busey - e future star anche del Cinema "alto" - Tommy Lee Jones -: esplosioni, lanci di coltelli, gran legnate e proiettili, poi, preparano una cornice da grandi occasioni per un titolo che ricorda, nella sua costruzione, cose decisamente più interessanti come il primo Die Hard nello svolgimento e nella struttura.
Considerate le agghiaccianti esperienze recenti con il Seagal di cose terribili come Killing Point - geniale nella sua disarmante bruttezza -, non mi aspettavo di divertirmi così tanto in un recupero di un suo successo d'annata, impreziosito da alcune evoluzioni del protagonista con il coltello alla mano - legate, presumibilmente, alla sua esperienza nel combattimento corpo a corpo - e dalla presenza della notevole Erika Eleniak, che gli adolescenti di allora ricorderanno in Baywatch, protagonista di almeno un paio di topless che devono aver reso felice il pubblico in piena pubertà ai tempi dell'uscita in sala.
Prodotti come questo, senza alcuna pretesa eppure clamorosamente efficaci nel loro essere di grana grossa, restano il simbolo di un'epoca purtroppo tramontata, e finiscono per mancare come l'aria oggi, in un momento storico della settima arte in cui perfino i film di botte manifestano ambizioni troppo alte e si affidano a minutaggi da record, sfiancando lo spettatore che ai tempi dei Trappola in alto mare finiva per non rendersi neppure conto di quell'ora e mezza o poco più che volavano grazie alle improbabili imprese di spaccaculi capaci di far apparire gente come Jack Bauer agnellini pronti per i cartoni animati del primo pomeriggio.
Un successo, dunque, per Steven Seagal, che finisce per preparare alla grande il terreno per il successivo e già citato Trappola sulle montagne rocciose e stimola la curiosità del sottoscritto rispetto al recupero di altre due chicche della sua carriera, Nico e Duro da uccidere.
E' in corso una almeno parziale rivalutazione del parruccatissimo Stevenone?
Solo il tempo lo potrà dire.
Di sicuro, di trappole come queste, al Saloon vorremmo vederne molto più spesso.
MrFord
"If I'm butter - if I'm butter- if I'm butter, then he's a hot knife, he makes my heart a cinemascope, he's showing the dancing bird of paradise."
La trama (con parole mie): la famiglia Manzoni, a seguito delle soffiate
del patriarca Giovanni, è costretta a riparare nel Sud della Francia
per evitare che i vecchi compagni della Mafia si liberino della loro
presenza. Scortati da un manipolo di fin troppo zelanti agenti, i
Manzoni ribattezzati Blake porteranno una ventata di stelle e strisce e
durezza da strada nella campagna della Normandia, che sarà
letteralmente sconvolta dall'arrivo di questa famiglia ben oltre il
disfunzionale all'interno della rodata, composta e solo apparentemente
sofisticata realtà di una piccola comunità che tutto si aspetterebbe tranne un tocco
certo non leggero come quello di questo gruppo di strambi ex abitanti di Brooklyn.
Luc Besson non è mai stato tra i miei favoriti, non è certo un mistero.
L'autore
e produttore francese, uno tra i nomi più sopravvalutati del panorama
cinematografico mondiale, tolti l'exploit - fortunato, direi - di Leon e
la trilogia regina delle tamarrate di Transporter, ha prodotto una
quantità di schifezze inenarrabili da competizione, finendo spesso e
volentieri per ricevere tempeste di bottigliate e critiche aspre quanto
quelle che normalmente riservo a gente come Paul W. S. Anderson.
Questo Cose nostre - Malavita, giunto al Saloon dopo essere stato
piacevolmente massacrato un pò ovunque nella blogosfera, rappresenta il
classico film bessoniano utile giusto per una visione dimenticabile e
nulla più, prodotto wannabe made in USA che sfrutta tutti i luoghi
comuni di un genere ed un cast di richiamo - Robert De Niro, stranamente
non così irritante come è solito essere ultimamente, Michelle Pfeiffer,
sempre bellissima nonostante l'età che avanza, Tommy Lee Jones nel suo
classico ruolo da duro e la star di Glee Dianna Agron - che non
riescono, però, nel complesso, a rendere il risultato davvero degno di
diventare un riferimento anche minore per gli appassionati del gangster movie.
Senza dubbio nulla per cui perdere davvero la pazienza, e a tratti
anche quasi divertente - la sequenza della proiezione di Quei bravi
ragazzi che sconfina nel metacinema mi ha onestamente stuzzicato
parecchio -, eppure il gioco non regge l'ora e quarantacinque abbondante di durata,
specie con alle spalle paragoni di humour nero come lo stesso già citato filmone
firmato Scorsese o divertenti esperimenti come Burn after reading dei
Coen, e tutto finisce fin troppo presto per apparire implausibile e
stantìo, per quanto i Manzoni/Blake possano solleticare le simpatie del
pubblico proprio grazie ai loro eccessi ed alle punizioni esemplari che
riescono, a turno, a rifilare ai dal sottoscritto sempre detestati
cugini d'oltralpe.
Dunque, passando da una serie di quasi citazioni de I Soprano alle disavventure sociali e burocratiche di De Niro e congiunti, il gioco finisce per esaurire il divertimento - già non clamoroso - abbastanza in fretta, svelando principalmente la prevedibilità dell'intero lavoro - per quanto interessante possa sembrare, in questo senso, il complesso mosaico di casualità che porta il boss dei boss a scoprire la posizione del nascondiglio dei Manzoni - così come il suo telefonatissimo epilogo, tipico delle commedie - nere e non - basate sul concetto di Famiglia uscite da Hollywood nel corso delle ultime stagioni - si veda la sorpresa Come ti spaccio la famiglia, ad esempio -.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e nulla cui un curioso, vecchio Bob intento a reinventarsi scrittore quasi assumendo i connotati di un narratore esterno in pieno stile anglosassone - la voce fuoricampo mi ha ricordato l'approccio di Guy Ritchie a Lock&stock - possa di fatto porre rimedio: resta la delusione di non essermi potuto sfogare maggiormente su una delle mie vittime favorite nell'ambito cinematografico e qualche vago ricordo di una serata di grande svacco sul divano spinta verso i titoli di coda più dal dubbio se alzarsi o no per recuperare delle patatine o resistere pazientemente confidando solo nell'alcool.
MrFord
"Pullin' up at tha club in a 67 'lac
wit tha champagne color, drop top, blowin on a sack
we were rollin like some macs, peepin all foes
I got to Valet, my baby, cause she sittin on some all golds
now Lucci call those, ladies wit fitness
so we can handle our business, and let em know, jus how we kick it
it's time to let em know tha real crooks are on tha scene."
La trama (con parole mie): Frank Corvin, roccioso e testardo ingegnere in pensione con alle spalle una carriera intera costruita alla NASA, viene convocato dall'Agenzia a seguito del guasto ad un satellite che lui stesso ha progettato in modo da sovrintendere alle riparazioni. Corvin, però, non ci sta, ed intende riportare in orbita la sua vecchia squadra, composta, oltre che da lui, da Tank Sullivan, il marpione Jerry O'Neill ed il pilota Hawk Hawkins, che proprio con Frank ha un conto in sospeso che ha incrinato la loro amicizia. La proposta è accolta con molto scetticismo dai vertici della NASA, che promettono di considerare la situazione solo a condizione che ognuno dei quattro si riveli ancora in grado di superare i test che permettono di ricevere l'autorizzazione per una missione nello spazio: ovviamente i vecchi leoni accettano di buon grado la sfida, sopperendo alle defezioni fisiche con ironia, intelligenza ed uno spirito praticamente indomabile.
Questa recensione prende parte alle celebrazioni per il Clint Eastwood Day.
Le iniziative legate ai compleanni di attori e registi, partite a gennaio grazie ad una geniale idea di Frank Manila, sono state un'occasione unica di aggregazione per noi bloggers cinefili, nonchè un modo per farci conoscere non solo come individualità, ma come squadra, in un modo o nell'altro: ovviamente, quando la scelta è ricaduta su Clint Eastwood, non ho potuto che gioire doppiamente di questo tipo di celebrazioni. Non è un mistero, infatti, che qui al Saloon il grande uomo dalle due espressioni sia uno dei nomi di riferimento non soltanto del Cinema a stelle e strisce, ma mondiale, nonchè, a mio parere, il John Ford dei nostri giorni, l'interprete maggiore della cultura americana nella sua migliore accezione, un narratore che non ha mai smesso di mettersi in gioco come se si potesse - e, in effetti, è proprio così - continuare ad imparare anche quando si è finito per superare i propri Maestri: per festeggiare il suo ottantatreesimo compleanno, però, la mia scelta non è ricaduta su pietre miliari come Gli spietati o Million dollar baby - già passati da queste parti -, ma su uno dei successi commerciali maggiori del vecchio cowboy - quello vero -, una dramedy d'avventura in grado di esaltare il concetto di old school che qualche anno dopo il solido Clint avrà modo di fotografare al meglio con un altro dei suoi Capolavori - parlo, ovviamente, di Gran Torino -, Space cowboys. Omaggio divertito e divertente ai tempi andati, questo curioso incrocio tra il drammone d'avventura a stelle e strisce e la commedia dolceamara quasi Sundance-style legata all'inesorabile scorrere della sabbia nella clessidra è un gioiellino dal primo all'ultimo minuto, sottovalutato da parte della critica illustre ai tempi della sua uscita perchè definito troppo commerciale eppure perfetto nell'andare a fondo di quello che è lo spirito indomabile non soltanto di chi si considera alla fine soltanto alla fine, e non nel percorso che porta ad essa, ma anche della parte buona dell'approccio made in USA, quello che permette a tutti di fare tutto, sempre che quei tutti siano disposti a dare e a fare quello stesso tutto. Il gruppo di protagonisti è letteralmente perfetto, dal sempre granitico Clint alla sua eccezionale spalla/rivale, un Tommy Lee Jones mai così in forma, senza dimenticare James Garner ed il sempre mitico Donald Sutherland, che tra donne, vista offuscata e memoria di ferro - esilarante la gag dell'esame di controllo degli occhi - è senza dubbio l'uomo perla di questi fantastici quattro dello spazio: come sempre, comunque, nei film firmati da Eastwood, il meglio dell'esperienza si ha sempre nel percorso che porta al suo compimento - e torniamo al discorso legato alla fine -, da una prima parte decisamente divertente - il confronto tra i quattro pensionati e gli arrembanti piloti di nuova generazione è impagabile - ad un crescendo più teso ed un finale che, se non amaro, costituisce la prova della coscienza che Clint ha del fatto che nella vita difficilmente ci sarà spazio per una vittoria schiacciante. Al massimo una rivincita, la prova che un segno può essere lasciato, ma che il prezzo di quello stesso segno sarà sempre un passo oltre la nostra portata di semplici uomini. E così, dalla sequenza della rissa nel bar - il confronto Eastwood/Jones è uno dei pezzi di amicizia virile migliori insieme ai dialoghi tra Walt Kowalski ed il suo barbiere nel già citato Gran Torino che io possa ricordare sul grande schermo - a quel finale beffardo, ironico ed inesorabilmente amaro c'è tutto il percorso della poetica eastwoodiana, c'è quel "andata aereo, ritorno macchina" di Maggie, l'incredulità della madre della giovane donna che sposò William Munny, noto criminale ed assassino, c'è il riscatto al pari della fallibilità, la vittoria pronta a correre accanto all'inesorabile sconfitta che attende tutti noi, destinati al nulla e all'addio. E se la Luna deve essere l'obiettivo, il sogno, la dichiarazione che non siamo domi neppure quando il Tempo ce lo impone, allora verso la Luna si volerà, incuranti del fatto che possa essere considerata un'impresa folle: in fondo, la Frontiera è solo una linea. Sta ai cowboys cavalcare lungo la stessa, e decidere se rimanere in equilibrio, tornare sui propri passi o andare oltre. Fortunatamente per noi, Clint è il numero uno di tutti gli uomini con due espressioni. E dei cowboys. Spazio oppure no.
MrFord
"Fly me to the moon
let me play among the stars
let me see what spring is like
on Jupiter and Mars." Frank Sinatra - "Fly me to the Moon" -
Partecipano con due espressioni ai festeggiamenti anche i blog:
La trama (con parole mie): la Guerra di Secessione impazza negli Stati Uniti del 1865, e mentre cominciano a non contarsi più le vittime da entrambe le parti della barricata il Presidente Lincoln, eletto per la seconda volta, cerca di muovere ogni pedina politica possibile affinchè venga finalmente approvato dal Congresso l'emendamento che prevede l'abolizione della schiavitù, viatico fondamentale per una pace da troppo tempo inseguita.
L'operazione, però, è più complessa di quanto non si possa pensare, e passa attraverso scambi di favori e continue trattative anche con l'opposizione, richiedendo il sacrificio, l'abnegazione ed il lavoro non soltanto del Presidente stesso, ma di tutti i suoi uomini più fidati.
Nel frattempo, osserviamo quanto una figura adorata dall'opinione pubblica vivesse un'esistenza tormentata in seno alla famiglia, in un continuo rinnovarsi dei conflitti con la moglie - che non superò mai la morte di uno dei figli - e con il primogenito, ansioso di emanciparsi dalla scomoda figura paterna.
E così, anche quest'anno mi tocca.
Era già capitato, nel pieno della corsa agli Oscar 2012, di dover dare fondo da queste parti alle bottigliate più selvagge all'indirizzo di quello che è stato, soprattutto negli anni ottanta, uno dei registi più importanti che l'immaginario collettivo mondiale degli appassionati della settima arte potesse sperare di ammirare: Steven Spielberg.
Ormai in ombra da qualche anno, il regista di Cincinnati toccò il punto più basso - o almeno uno dei - della sua carriera con War horse, sbrodolata retorica senza dubbio girata da dio ma infarcita da talmente tanto zucchero da far rischiare il diabete anche al più reticente degli spettatori, oltre a far riconsiderare cose come Salvate il soldato Ryan praticamente pezzi di ghiaccio fatti pellicola senza alcuna concessione alla lacrima facile.
Lincoln - e badate, perchè neppure il Cannibale oserà tanto - è anche peggio.
Perchè è un film stantìo, moscio, noioso, autocelebrativo, che puzza di vecchio lontano un chilometro.
Certo, è realizzato con tutti i crismi, fotografato da restare a bocca aperta - anche se il buon Steven, forse, pensa di essere diventato il Kubrick di Barry Lyndon: impresa impossibile, bello mio - da Janusz Kaminski, reso prezioso da un cast all star e da interpretazioni notevoli - su tutte, quella di James Spader, per nulla uno dei miei favoriti, ma in questa occasione fenomenale -, portato a termine con una perizia maniacale per i dettagli. Eppure rappresenta un Cinema che ormai ha segnato il suo tempo, e che soltanto i Maestri - e ne sono rimasti pochi - sono in grado di portare sullo schermo senza risultare anacronistici e pomposi: perfino il tanto celebrato Daniel Day Lewis - attore fenomenale che ho sempre adorato - mi è parso fin troppo gigioneggiante nel suo rendere Lincoln un personaggio se non addirittura una macchietta.
Un Cinema verboso, compiaciuto di se stesso, fintamente democratico e profondamente buonista, che fa di una morale soltanto suggerita il suo cavallo - neanche a farlo apposta - di battaglia e si spaccia per monumentale opera d'autore in grado di far credere allo spettatore occasionale di aver assistito ad un vero e proprio miracolo della settima arte.
Tutte palle, signori miei, lasciatevelo dire.
Osservando le immagini splendide firmate Spielberg scorrere mentre pregavo che le due ore e mezza giungessero al termine - rovinando, tra l'altro, anche quel poco di interessante che poteva esserci con un finale infarcito di retorica delle peggiori, una sorta di versione su pellicola delle sparate di Bono -, mi è tornato alla mente un personaggio interpretato dallo stesso protagonista di questo film ormai una decina d'anni or sono, Bill Cutting il macellaio nell'imperfetto eppure mitico Gangs of New York di Martin Scorsese.
Bill, aquila spietata e volto di un'America che non guarda in faccia a nessuno perchè forgiata nella violenza ed abituata alla legge del più forte è tutto quello che questo Lincoln non ha il coraggio di essere e diventare: e non parlo dell'approccio politico e sotto le righe - almeno apparentemente -, degli intenti e del messaggio, dello spessore di uno dei Presidenti più importanti che gli States abbiano mai avuto - non per nulla finito assassinato -, ma della spocchia che il gioco del buon samaritano di Spielberg ben nasconde fingendo che tutto sia legato, in realtà, ad una sorta di omaggio alla politica democratica attuale e alle rivincite di Obama rispetto agli anni oscuri del regime bushista.
Peccato che il mordente si perda tutto in intrighi di palazzo che non hanno nulla a che fare con la denuncia o il riscatto, la voglia di mostrare la forza della democrazia ed i suoi lati nascosti - per questo è decisamente più efficace l'ottimo Le idi di marzo -, quanto con il compiaciuto benessere da Fattoria degli animali all'interno della quale "tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri".
In questo senso è assolutamente esemplare la vicenda del figlio maggiore di Lincoln, una delle poche cose interessanti della pellicola, che forse avrebbe fatto meglio a vertere sulle imperfezioni della vita privata del Presidente piuttosto che sui suoi verbosi racconti sempre pronti ad enfatizzare la sua presenza pubblica.
Mi dispiace davvero, per Spielberg.
Perchè la sua mano è sempre strepitosa, ma tutto quello che era rimasto della meraviglia è ormai da tempo sepolto come i ricordi di un grande Presidente che ormai fa parte della Storia.
Caro Steven, se vuoi guardare avanti e puntare al futuro, sarà davvero il caso che tu ti possa liberare della forma per tornare allo stupore.
MrFord
"You may say I'm a dreamer
but I'm not the only one
I hope someday you'll join us
and the world will be as one."
La trama (con parole mie): Aaron Hallam, specialista di armi bianche e sopravvivenza dell'esercito, dopo anni di addestramento e missioni top secret, ha un crollo psicotico che lo porta alla fuga e a rifugiarsi nelle foreste dell'Oregon ammazzando cacciatori di cervo che crede agenti giunti per liquidarlo.
L'FBI annaspa, così per dargli la caccia viene richiamato dal Canada il suo vecchio addestratore, lo scout L. T. Bonham, un uomo solitario che ha insegnato ad uccidere ad un'intera generazione di agenti speciali senza avere lui stesso mai tolto la vita ad un uomo.
Stuzzicato dal senso di colpa, Bonham affiancherà gli agenti nella caccia al ragazzo cui consegnò proprio lui gli strumenti per diventare un'arma perfetta: l'inseguimento - attraverso la città di Portland e la campagna limitrofa, costerà vite e sacrifici estremi, e porterà L. T. al confronto finale con il suo allievo.
Di recente, dopo la clamorosa illuminazione che è stata Killer Joe, ho deciso di tornare indietro e recuperare quello che ancora mi mancava del Cinema di William Friedkin, già regista di culto in casa Ford grazie a due pietre miliari quali Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angeles.
Come per tutti i cineasti di una certa età e con una produzione corposa alle spalle, avevo messo in conto che avrei incontrato anche, sulla strada, pellicole minori e decisamente trascurabili: così è The hunted, thriller d'azione confezionato quasi più per mantenersi in esercizio che per stupire le platee e che, paradossalmente, ebbe un successo di distribuzione - almeno qui nella Terra dei cachi - di molto superiore ad altri lavori più interessanti del regista - si veda il più recente Bug - probabilmente grazie alla presenza dei due protagonisti Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro, indiscutibilmente più noti dell'autore de L'esorcista, almeno ai non cinefili.
Da un certo punto di vista è un vero peccato che, di fatto, The hunted si riduca, nel corso della sua durata, ad un mero action d'inseguimento impreziosito da un combattimento finale all'arma bianca violento ed ottimamente congegnato, perchè le tematiche alla base dello script ed un'attenzione maggiore alla parte più introspettiva dello stesso avrebbero spalancato porte decisamente più interessanti per il suo destino e, ovviamente, per pubblico e critica: l'idea di sfruttare la figura dell'addestratore come se fosse un padre - ottimo l'incipit con l'attualizzazione della storia di Abramo e Isacco -, il senso di colpa che muove L. T., che mai ha tolto la vita ad un essere umano, uomo solitario e di coscienza, alla ricerca di Hallam a seguito dei delitti compiuti da quest'ultimo, il ripetuto confronto tra i due, avrebbero potuto fornire una materia decisamente più sostanziosa rispetto al reiterato duello che vede il giovane assassino dell'esercito mettere in ginocchio il nucleo dell'FBI di Portland e fuggire alla cattura in più modi ed occasioni fino al decisivo incontro/scontro con il suo mentore Bonham.
Probabilmente una scelta di questo tipo, mutuata dalla produzione e da una sceneggiatura non all'altezza del soggetto, è da intendersi come volontà di "andare sul sicuro" senza rischiare che una pellicola già di suo destinata al mercato di genere non diventasse, di fatto, un cult misconosciuto che soltanto i più fanatici sono in grado di rispolverare nei negozi specializzati gestiti da altri fanatici come loro.
Dunque, con molta semplicità, un titolo che passa e va senza colpire particolarmente l'immaginario dell'audience, utile come scelta action di matrice non tamarra, apprezzabile per il già citato duello finale e per i continui confronti ed inseguimenti tra i due protagonisti nei più disparati ambienti - la foresta, il centro di Portland, un ponte, le parti sotterranee di un cantiere, per tornare all'immersione nella natura - nonchè per la scelta di porre in chiusura The man comes around di Johnny Cash, ormai sfruttatissima al Cinema ma sempre funzionale e tosta - del resto, parliamo del Man in black, mica di uno qualsiasi -.
Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro eseguono il compitino senza neppure troppa fatica, il primo mantenendo quell'aura da vecchio leone coriaceo vista in seguito anche in Non è un paese per vecchi e Le tre sepolture - per citare i due più riusciti - ed il secondo sfoderando il suo lato da psicopatico quasi andando ad unire idealmente i personaggi interpretati ne I soliti sospetti e La promessa.
Friedkin tiene un profilo basso e si limita a piazzare qualche colpo dei suoi di tanto in tanto - tecnicamente ho già indicato la sfida finale così tante volte che vi parrà quasi di averla vista, ma il suo meglio è dato, a mio parere, dal beffardo sorriso del commilitone di Hallam quando quest'ultimo viene insignito della Croce d'argento per aver ucciso a sangue freddo un boss serbo ai tempi del conflitto nella ex Jugoslavia durante un vero e proprio eccidio di civili "per il bene della pace" -: in fondo, uno come lui non si smentisce mai, neppure all'interno di una pellicola che non è certo destinata ad essere ricordata come una delle sue più memorabili.
MrFord
"I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but I don't know when."
La trama (con parole mie): ed eccoci di ritorno alla consueta rubrica del venerdì passata al giovedì che tante polemiche sul titolo aveva generato la scorsa settimana, soprattutto a causa delle consuete, assurde illazioni di quel cattivo soggetto del Cannibale, mio sempre fidato nemico nonchè spalla ormai onnipresente. In omaggio al grandissimo Bowie e grazie all'ispirazione di Julez, ho dunque scelto un nuovo nome che mi permetterà di mantenere anche una sigla musicale. Se non altro, in questo modo, potrò dimenticarmi di settimane decisamente non memorabili come questa.
"Sto cercando il Cannibale, lo trovo qui!? Perchè devo fargli un'offerta che non potrà rifiutare!"
Cogan -
Killing Them Softly di Andrew Dominik
Il consiglio di Ford: con Suocera Kid è contro la legge
andarci "softly"!
Finalmente un film che valga una visione per una
settimana che non promette davvero nulla di buono: ispirato da un romanzo tosto
e cazzuto, con un Brad Pitt versione duro, non ha ricevuto l'accoglienza trionfale
che speravo, e da più parti è stato anche pesantemente criticato. Eppure è
firmato da Andrew Dominik, autore dell'ottimo Chopper e dell'altrettanto valido
L'assassino di Jesse James per mano del
codardo Robert Ford, quindi per me si parla del titolo
della settimana a mani basse.
Il consiglio di Cannibal: killing Ford anche non softly
Nuovo romanzo criminale firmato da Andrew Dominik,
regista de L'assassinio di Jesse James per mano del codardo James Robert
Ford, che non ho mai visto perché mi sono annoiato al solo leggere l’infinito
titolo, e di Chopper, che avevo visto dietro consiglio proprio del mio blogger
rivale e che non mi aveva entusiasmato per niente. Insomma, questo è un film
perfetto per quel codardo di James Ford, meno per il coraggioso cucciolo eroico,
abituato a registi più estremi e potenti di questo Dominik.
"Non stare a perdere tempo in baretti come questo: vieni al Saloon di Ford, lì sì che ci si diverte!"
Il matrimonio che vorrei di David Frankel
Il consiglio di Ford: il divorzio che vorrei è quello
dal Cucciolo Eroico!
Filmetto che non promette grandi cose e che potrebbe
risultare guardabile giusto alla lontana grazie alla presenza di Tommy Lee Jones,
uno dei fordiani per antonomasia del Saloon. Per il resto, nebbia fitta, tra l'ormai
onnipresente ed insopportabile Meryl Streep e quel look da commedia USA
patinata buona solo per gli incassi al botteghino.
Il consiglio di Cannibal: non il cinema che vorrei
Commedia matrimoniale con gli “anziani” Meryl Streep e
Tommy Lee Jones perfetta per un pubblico di loro coetanei come l’anziano Mr.
Ford.
Non gli ho nemmeno dato del vecchio, avete visto che
bravo e politically correct sono stato?
"Ford e Cannibale mi fanno morire dalle risate: le sparano talmente grosse!"
The
Wedding Party di Leslye Headland
Il consiglio di Ford: meglio Una notte da leoni con Le
amiche della sposa.
Commedia che si presenta come una versione meno
divertente e qualitativamente ben peggiore di quelli che sono stati i due
titoli per antonomasia degli ultimi anni legati ad addii al celibato e al nubilato.
Certo, il Cannibale correrà a vederlo sbavando come un porco per via di Kirsten
Dunst e delle sue tette, ma lasciate che gli riveli una triste verità: non è
diretto dal tuo amichetto Lars Von Trier!
Ahahahahahahaha!
Il consiglio di Cannibal: no Cannibal? No Party!
Altra commedia matrimoniale, ma qui le cose si fanno
decisamente più interessanti, vista la presenza di un ottimo cast capitanato dalla
strepitosa Kirsten Dunst, una che da sola vale la visione di qualunque film. In
questo caso, sembra un tentativo di replicare il successo dello spassosissimo
Le amiche della sposa. Come tutti i tentativi di emulazione, si rivelerà probabilmente
inferiore all’originale. Hai capito, Ford? È inutile che tenti di emularmi, al
massimo puoi accontentarti di usare eMule.
"Cannibale, ma come ti vesti!?!?"
Le migliori cose del mondo di Lais Bodanzky
Il consiglio di Ford: le migliori cose del mondo non
sono certo quelle che scrive il Cannibale!
Ispirato ad una serie di romanzi, questo film di
formazione mi puzza di fuffa lontano un chilometro, tanto che cercherò di
evitarlo elegantemente e lasciare che se ne occupi il mio scomodo rivale, che in
quanto teenager per antonomasia della blogosfera si troverà a suo agio con le
vicende di una famiglia che mettono in crisi il giovane Mano, che per
riprendersi si chiuderà nella sua cameretta insieme ad un certo coniglione
darkeggiante.
Ah, questa era un'altra storia!?!?
Il consiglio di Cannibal: non è che sembri proprio una
delle cose migliori del mondo…
Tra le migliori cose del mondo, o se non altro tra le
più divertenti, c’è il prendere per il culo Mr. Ford. In questo caso, mi limito
a constatare che lui è troooppo fuori target per un teen movie come questo. La
particolarità di questa pellicola è che arriva dal Brasile e potrebbe quindi
rivelarsi una variante interessante alla solita formula americana. Si potrebbe
allora rivelare una sorpresa piacevole, sebbene dubito possa risultare tra le
migliori pellicole del mondo.
Un serio candidato invece al titolo di migliore blogger del
mondo?
Ce l’avete davanti…
Intendo me, Cannibal, non Ford!
"Ammazza, ma è il Cucciolo Eroico quello laggiù!? Quel bullo di Ford l'ha ridotto proprio male!"
Indovina perché ti odio di Sean Anders
Il consiglio di Ford: io non odio il Cannibale, è che mi
disegnano così!
Terrificante schifezza con protagonista Adam Sandler,
che probabilmente intende bissare il successo ai Razzie di Jack e Jill, cagatona
cosmica che lo vide in un doppio ruolo lo scorso anno. Bocciato a scatola chiusa
neanche fosse uno dei consigli "autoriali" del Cucciolo Eroico.
Il consiglio di Cannibal: indovinate perché odio Ford…
Ce ne sono di ragioni per cui odio Ford: ha gusti
cinematografici, musicali e non solo agghiaccianti, ha un’inspiegabile e insana
passione per lo sport più insulso del mondo, ovvero il wrestling, ha una
mentalità vecchia, superata, conservatrice e pure, massì già che ci siamo
diciamolo, bigotta. Ahahah! Ma queste sono solo alcune delle ragioni. Per
scriverle tutte dovrei aprire un blog a parte. Doppio ahahah!
Passando al film, io in genere le commedie con Adam
Sandler me le sparo perché, pur sapendo di trovarmi di fronte a una probabile,
probabilissima porcata, di solito due risate me le fanno fare. E, sebbene
questo film si annuncia parecchio atroce, continua a starmi simpatico a pelle,
Adam Sandler. Così come continua a starmi antipatico a pelle, quel codardo di
Ford. Che pure lui due risate con il suo blog me le fa sempre fare. Più o meno
volontariamente?
"Tanto per cominciare, Kid, smettila di vestirti da fighetto e comincia ad essere yeah come papà Ford!"
Led
Zeppelin: Celebration Day di Dick Carruthers
Il consiglio di Ford: Pensieri Cannibali is the stairway
to Hell!
In quanto rock nell'anima, rispetto e rispetterò sempre
una delle band più importanti della storia della musica, peraltro responsabile
di una buona parte della mia formazione nell'ambito, eppure non riesco ad
apprezzare appieno operazioni prettamente commerciali
come questa, che per i componenti del gruppo significano un pò come raschiare
il fondo del barile e che trovano piena realizzazione solo rispetto ai fan più
sfegatati. Lo andrei a vedere con il Cannibale giusto
perchè so bene quanto il
suo orecchio fighetto può patire qualche sano e robusto
riff di chitarra.
Il consiglio di Cannibal: il rock è morto e sepolto, c’è
poco da fare una celebration
Ed ecco l’ennesima operazione nostalgia dedicata ai fan
di una delle band più sopravvalutate nella storia della musica. Le mie orecchie
fighette sono abituate a roba ben più potente, come i Sex Pistols e la
rivoluzione punk che ha spazzato via questo pomposissimo classic rock da
stadio. Roba da stadio, appunto, ma che con il cinema non ha nulla a che fare.
Un po’ come tutto ciò che piace a Ford…
"Cannibal who!?!?"
Il comandante e la cicogna di Silvio Soldini
Il consiglio di Ford: Il comandante e la cicogna ovvero
MrFord e Cannibal Kid
No, non è la storia dei due nemici più acerrimi della
rete - in quel caso sarebbe stato interessante - o la trasposizione delle loro
Blog Wars - ancora più interessante -, soltanto l'ennesimo lavoro di Soldini,
uno che non è poi così male ma che, a mio parere, non ha mai davvero
"fatto il salto". Il mio interesse per questo titolo, dunque, è
pressochè prossimo allo zero. In fondo, devo ancora recuperare Killer Joe. Killer
Joe, cazzo. Altro che cicogna!
Il consiglio di Cannibal: ridatemi indietro i Soldini
Non ho mai visto alcun film di Silvio Soldini, regista
italiano fissato con le accoppiate spesso improbabili nei titoli: Pane e
tulipani, Agata e la tempesta, Giorni e nuvole e adesso Il comandante e la
cicogna. Il suo prossimo film cosa sarà? Mr. Ford e il Cannibale?
Potrei fare un mio primo tentativo di approccio al suo
cinema, ma l’uso sempre delle stesse solite facce mi frena parecchio: è
possibile vedere un film italiano in cui non ci siano Valerio Mastandrea, Alba
Rohrwacher, Giuseppe Battiston e Luca Zingaretti? No, eh?
Ecco Ford e Cannibal intenti a decidere quale sarà l'argomento della prossima Blog War.
Gladiatori di Roma 3D di Iginio Straffi
Il consiglio di Ford: a ridatece Spartacus!
Già uno che si chiama Iginio Straffi, a mio parere, non
dovrebbe neppure sognare di realizzare un film.
Già fatico a pensare a Belen Rodriguez tra i doppiatori
- una che a stento riesce a formulare frasi di senso compiuto -. Già mi pare
che questa roba sia una vergogna per il Cinema d'animazione. E come se non
bastasse, c'è pure il 3D.
Canibbale, mi sa che stavorta stiamo dalla stessa parte!
Il consiglio di Cannibal: li mortacci vostri se andate a
vederlo!
Ed eccola qui, un’altra immancabile quanto inutile
uscita italiana settimanale. Per di più una pellicola d’animazione, campo in
cui non è che siamo proprio dei fenomeni e, fin dal trailer, si vede. Per di
più in 3D. Per di più doppiato da Belen!
Film d’animazione
italiano + 3D + doppiaggio di Belen = non mi interessa se dovete portare i
figli, se andate a vederlo sono pronto a gettarvi nell’arena con i gladiatori.
E lì le vostre mosse di wrestling non vi basteranno per salvarvi. Ford, dico a
te.
"Scusate buon uomo, posso ritirarmi dalla competizione? Non voglio affrontare Ford, conosce troppe mosse di wrestling!"
La trama (con parole mie): gli agenti J e K, ormai da quattordici anni in servizio uno accanto all'altro, vedono il loro problema di incomunicabilità drasticamente risolto del criminale alieno Boris l'animale, che evaso dal supercarcere lunare costruito su misura per lui torna sulla Terra per recuperare un congegno che gli permetta di viaggiare nel passato ed uccidere il giovane K prima che quest'ultimo gli costi un braccio e la libertà.
J, rimasto come orfano dopo la dipartita dell'amico, deciderà a sua volta di viaggiare negli anni sessanta anticipando Boris con l'intento di salvare il compagno e collega - ma anche la Terra - ponendo fine una volta per tutte alla minaccia dello stesso Boris. Che, per l'occasione, varrà praticamente doppio.
A volte è davvero curioso come i film dai quali ci si aspetta poco e niente riscano a sorprenderci: ho approcciato quest'ultimo - ma sarà davvero così? - capitolo delle avventure degli agenti J e K a distanza siderale dalla visione del loro discreto esordio sul grande schermo, senza aver visto il secondo capitolo delle avventure dei suddetti e con l'impressione che sarebbe stata la visione giusta per una serata di relax al termine di una settimana di lavoro piuttosto piena.
E invece, al contrario di tutte le previsioni possibili, Sonnenfeld e soci confezionano un film che intrattiene, diverte, stupisce in positivo e risulta anche ben più coinvolgente e profondo di quello che parrebbe, riuscendo nel suo piccolo a mettere d'accordo gli spettatori di ogni età così come gli appassionati di Cinema e gli utenti casuali: certo, questo Men in black 3 non inventa nulla di nuovo, e pesca a piene mani dall'immaginario di Ritorno al futuro così come del recente Tron: legacy, eppure riesce in qualche modo a rendere omaggio alle pellicole appena citate senza apparire un vuoto scopiazzamento, e a rinverdire i fasti del primo capitolo dopo la caduta di stile - a quanto pare evidente - del secondo presentandosi senza vergogna come un intrattenimento tutto sommato intelligente e con un discreto stile a metà strada tra il vintage ed il kitsch.
In questo contesto si inserisce un cast in ottima forma, da Will Smith - che continua a dare il meglio quando il ruolo prevede che azzeri i suoi neuroni ed abbandoni le ambizioni da Oscar - a Tommy Lee Jones - una maschera che ricorda quella di Clint con e senza il sigaro - fino alla conferma di un Josh Brolin che da qualche anno a questa parte sta vivendo una seconda giovinezza, e che riesce a calarsi nella parte del giovane Agente K finendo per fornire una sorta di curiosa imitazione che sa di citazione cult dello stesso Jones.
Perfino il cattivo scelto per l'occasione, Boris l'animale - interpretato dal semisconosciuto neozelandese Jemaine Clement, che pare un incrocio tra un aracnide e "Macho Man" Randy Savage -, risulta azzeccato nel ruolo di variabile impazzita e malvagia lanciatasi nel corso del tempo, nonchè motore della storia tra K e O e di quello che sarà il rapporto da padre e figlio di K e J.
Una lietissima sorpresa, dunque, in grado di dare spessore al suo aspetto più tamarro - perfettamente reso dalla schermaglia con gli alieni all'interno del ristorante finto cinese - regalando al contempo un crescendo finale non estraneo ad una certa emozione, capace di esprimere appieno le potenzialità dei protagonisti e donando all'aspetto ludico e fumettaro di questo brand una profondità emotiva inaspettata, andando a toccare temi come quello dell'eredità che lasciamo a chi viene dopo di noi o dell'amicizia e dell'amore come mai avrei detto si sarebbe potuto tentare anche solo di sfiorare con una pellicola di questo genere.
Già so che molti di voi storceranno il naso, all'idea di sentirmi così soddisfatto da una visione di questo tipo, ma è proprio qui che sta il bello di amare il Cinema in toto, a prescindere dall'autorialità o da quello che può essere cool o figo da promuovere dando l'idea di essere il blogger di riferimento nel settore: negli anni in cui mi sono dedicato soltanto ai mattonazzi e alla tecnica dura e pura difficilmente mi è capitato di rimanere sorpreso e soddisfatto come, a volte, mi capita di ritrovarmi in casi come questo.
Questione di aspettative, forse.
Oppure, più semplicemente, come nella vita di tutti i giorni, o per gli amici, i parenti o la persona amata, è giusto approcciare ogni aspetto di quello che riesce a conquistarci: e così eccomi qui, a scrivere che Men in black III è davvero un bel film.
Non sarà certo destinato a scrivere la Storia della settima arte, ma ritengo che il pensiero non abbia neppure sfiorato la mente di Barry Sonnenfeld.
Eppure, per un paio d'ore di una serata di stanca e di godurioso relax casalingo, è riuscito a lasciarmi, a modo suo, a bocca aperta.
E questa è la prerogativa migliore che il Cinema possa avere.
MrFord
"Ma non dimentico
tutti gli amici miei
che sono ancora là
e ci si trova sempre più soli
a questa età non sai...non sai."