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mercoledì 30 gennaio 2013

Lincoln

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 150'



La trama (con parole mie): la Guerra di Secessione impazza negli Stati Uniti del 1865, e mentre cominciano a non contarsi più le vittime da entrambe le parti della barricata il Presidente Lincoln, eletto per la seconda volta, cerca di muovere ogni pedina politica possibile affinchè venga finalmente approvato dal Congresso l'emendamento che prevede l'abolizione della schiavitù, viatico fondamentale per una pace da troppo tempo inseguita.
L'operazione, però, è più complessa di quanto non si possa pensare, e passa attraverso scambi di favori e continue trattative anche con l'opposizione, richiedendo il sacrificio, l'abnegazione ed il lavoro non soltanto del Presidente stesso, ma di tutti i suoi uomini più fidati.
Nel frattempo, osserviamo quanto una figura adorata dall'opinione pubblica vivesse un'esistenza tormentata in seno alla famiglia, in un continuo rinnovarsi dei conflitti con la moglie - che non superò mai la morte di uno dei figli - e con il primogenito, ansioso di emanciparsi dalla scomoda figura paterna.





E così, anche quest'anno mi tocca.
Era già capitato, nel pieno della corsa agli Oscar 2012, di dover dare fondo da queste parti alle bottigliate più selvagge all'indirizzo di quello che è stato, soprattutto negli anni ottanta, uno dei registi più importanti che l'immaginario collettivo mondiale degli appassionati della settima arte potesse sperare di ammirare: Steven Spielberg.
Ormai in ombra da qualche anno, il regista di Cincinnati toccò il punto più basso - o almeno uno dei - della sua carriera con War horse, sbrodolata retorica senza dubbio girata da dio ma infarcita da talmente tanto zucchero da far rischiare il diabete anche al più reticente degli spettatori, oltre a far riconsiderare cose come Salvate il soldato Ryan praticamente pezzi di ghiaccio fatti pellicola senza alcuna concessione alla lacrima facile.
Lincoln - e badate, perchè neppure il Cannibale oserà tanto - è anche peggio.
Perchè è un film stantìo, moscio, noioso, autocelebrativo, che puzza di vecchio lontano un chilometro.
Certo,  è realizzato con tutti i crismi, fotografato da restare a bocca aperta - anche se il buon Steven, forse, pensa di essere diventato il Kubrick di Barry Lyndon: impresa impossibile, bello mio - da Janusz Kaminski, reso prezioso da un cast all star e da interpretazioni notevoli - su tutte, quella di James Spader, per nulla uno dei miei favoriti, ma in questa occasione fenomenale -, portato a termine con una perizia maniacale per i dettagli.
Eppure rappresenta un Cinema che ormai ha segnato il suo tempo, e che soltanto i Maestri - e ne sono rimasti pochi -  sono in grado di portare sullo schermo senza risultare anacronistici e pomposi: perfino il tanto celebrato Daniel Day Lewis - attore fenomenale che ho sempre adorato - mi è parso fin troppo gigioneggiante nel suo rendere Lincoln un personaggio se non addirittura una macchietta.
Un Cinema verboso, compiaciuto di se stesso, fintamente democratico e profondamente buonista, che fa di una morale soltanto suggerita il suo cavallo - neanche a farlo apposta - di battaglia e si spaccia per monumentale opera d'autore in grado di far credere allo spettatore occasionale di aver assistito ad un vero e proprio miracolo della settima arte.
Tutte palle, signori miei, lasciatevelo dire.
Osservando le immagini splendide firmate Spielberg scorrere mentre pregavo che le due ore e mezza giungessero al termine - rovinando, tra l'altro, anche quel poco di interessante che poteva esserci con un finale infarcito di retorica delle peggiori, una sorta di versione su pellicola delle sparate di Bono -, mi è tornato alla mente un personaggio interpretato dallo stesso protagonista di questo film ormai una decina d'anni or sono, Bill Cutting il macellaio nell'imperfetto eppure mitico Gangs of New York di Martin Scorsese.
Bill, aquila spietata e volto di un'America che non guarda in faccia a nessuno perchè forgiata nella violenza ed abituata alla legge del più forte è tutto quello che questo Lincoln non ha il coraggio di essere e diventare: e non parlo dell'approccio politico e sotto le righe - almeno apparentemente -, degli intenti e del messaggio, dello spessore di uno dei Presidenti più importanti che gli States abbiano mai avuto - non per nulla finito assassinato -, ma della spocchia che il gioco del buon samaritano di Spielberg ben nasconde fingendo che tutto sia legato, in realtà, ad una sorta di omaggio alla politica democratica attuale e alle rivincite di Obama rispetto agli anni oscuri del regime bushista.
Peccato che il mordente si perda tutto in intrighi di palazzo che non hanno nulla a che fare con la denuncia o il riscatto, la voglia di mostrare la forza della democrazia ed i suoi lati nascosti - per questo è decisamente più efficace l'ottimo Le idi di marzo -, quanto con il compiaciuto benessere da Fattoria degli animali all'interno della quale "tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri".
In questo senso è assolutamente esemplare la vicenda del figlio maggiore di Lincoln, una delle poche cose interessanti della pellicola, che forse avrebbe fatto meglio a vertere sulle imperfezioni della vita privata del Presidente piuttosto che sui suoi verbosi racconti sempre pronti ad enfatizzare la sua presenza pubblica.
Mi dispiace davvero, per Spielberg.
Perchè la sua mano è sempre strepitosa, ma tutto quello che era rimasto della meraviglia è ormai da tempo sepolto come i ricordi di un grande Presidente che ormai fa parte della Storia.
Caro Steven, se vuoi guardare avanti e puntare al futuro, sarà davvero il caso che tu ti possa liberare della forma per tornare allo stupore.


MrFord


"You may say I'm a dreamer
but I'm not the only one
I hope someday you'll join us
and the world will be as one."
John Lennon - "Imagine" -


 

domenica 22 aprile 2012

Machine gun preacher

Regia: Marc Forster
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 129'



 La trama (con parole mie):  Sam Childers è un biker violento e tossicodipendente appena uscito di galera quando, a seguito di uno scontro con un autostoppista finito nel sangue, chiede aiuto alla moglie convertitasi negli anni della sua assenza trovando in Dio una nuova missione.
Disintossicato e ripulito, mette insieme un'azienda di costruzioni di successo e decide, dopo un illuminante viaggio in Africa, di aiutare i bambini vittime della guerra civile in Sudan contemporaneamente all'inaugurazione di un luogo di culto nella sua città, divenendo di fatto un pastore.
Gli anni passano, le difficoltà aumentano, ma Childers continua a lottare - spesso e volentieri con le stesse armi dei loro persecutori - in difesa degli orfani figli solo di uno dei tanti massacri tenuti sotto silenzio presenti sulla Terra: un predicatore unico nel suo genere, che quando le parole non bastano, imbraccia ben volentieri le armi.




Esistono alcuni film in particolare in grado di mostrare quanto, nell'economia di una pellicola, sia importante una sceneggiatura solida anche rispetto alla stessa regia: se, infatti, un mestierante dietro la macchina da presa servito da un ottimo script è in grado di realizzare comunque un'opera da ricordare, non è detto che una storia scritta con i piedi possa essere migliorata da un cineasta - come in questo caso - magari neppure così dotato.
In questo senso, Machine gun preacher è stato davvero un'occasione sprecata.
La figura di Sam Childers - un personaggio controverso e per molti versi sempre troppo "estremo" - e la riflessione legata al suo ruolo di "salvatore" in Africa potevano di fatto porre la base per un piccolo, grande cult in grado di scomodare assonanze con Cuore di tenebra e il Colonnello Kurtz, considerato l'approccio che l'ex criminale divenuto un armato eroe delle piccole vittime della guerra civile in Sudan ha deciso di mantenere contro i capibanda che imperversano in una parte di mondo di cui troppo spesso l'opinione pubblica si dimentica: il prodotto finito, invece, risulta essere un tentativo raffazzonato e di grana grossa di portare a casa sia il favore del pubblico esigente abituato al Cinema d'autore sia di quello più tamarro figlio dell'action dura e pura - lo stesso tentativo che era stato fatto, e decisamente meglio, da Andrew Niccol in Lord of war -.
Se, però, la regia di Forster può anche essere perdonata per quanto scialba, la sceneggiatura di Jason Keller - non per nulla autore anche dello script dello scellerato ed inguardabile Biancaneve - risulta elementare e tagliata con l'accetta: passaggi che fanno pensare a tagli malriusciti in fase di post produzione, dialoghi dozzinali, sagre di luoghi comuni in grado di gettare alle ortiche tutte le potenzialità di una vicenda che in mano a professionisti più esperti - qualcuno ha detto Steven Zaillian!? - avrebbe potuto davvero portare alla realizzazione di una delle pellicole "must see" dell'anno.
In questo modo, invece, ci ritroviamo con la sensazione di aver assistito ad una specie di versione alternativa dello scialbo ed inutile Blood diamond quando, in realtà, la speranza era quella di poter affrontare una sorta di fratellino - seppur molto minore - di Apocalypse now.
Del resto, Sam Childers e la sua crociata in nome di Dio e degli orfani sudanesi hanno più ombre che luci, e portano a galla una riflessione giustamente sottolineata anche da Julez nel corso della visione: questo ex biker e tossicodipendente, in effetti, è un uomo abituato a vivere sul confine, sempre in bilico tra l'estremismo e la generosità, la fede e la follia, la voglia di lottare e l'espressione della violenza.
Parlando di questo insolito attivista per i diritti umani terminata la visione - senza soffermarsi troppo sull'interpretazione del mio amicone tamarro Gerard Butler, che continuo ad apprezzare anche quando non è al meglio, come in questo caso - mi è passato per la mente un paragone con Che Guevara, che più che un medico o un politico è stato a tutti gli effetti un guerriero, e per quanto puri potessero essere i suoi ideali viene da chiedersi se non fossero spinti prima dall'irrequietezza del combattente attanagliato dalla paura di rimanere senza battaglie da affrontare che non dal desiderio di affermarli proprio in quanto puri.
Childers, in fondo, mette la stessa fervente energia nella droga e nel crimine e dunque nel lavoro e nella ricostruzione della sua famiglia, per finire a battersi con la stessa violenza conosciuta per le strade e in carcere contro i signori della guerra nel cuore dell'Africa: questo è il segno di qualcosa che va oltre gli ideali, e che segna profondamente la passionalità - e l'inclinazione alla violenza, e l'andare oltre - di una persona: scrivo questo non come una critica, ma piuttosto come una sorta di riconoscimento anche di un lato di me stesso che difficilmente riesco a gestire e che mi porta con la stessa energia a buttarmi a capofitto in quello che riesce a smuovermi.
Questo lato è pericoloso, perchè figlio di quel "cuore di tenebra" che Conrad e Coppola fotografarono così bene nelle rispettive "specialità", e che, come avverte anche l'attivista incontrata da Childers al campo profughi, può portare a superare anche il confine estremo, divenendo progressivamente, di fatto, una nuova immagine di quello che si combatte.
Peccato davvero che Machine gun preacher, più che la fotografia di una lotta struggente contro quello stesso abisso, risulti essere la cronaca di una guerra disorganizzata e scomposta: anche - e soprattutto - nella sua espressione.
E per il Cinema, questo equivale sempre ad una pesante sconfitta.


MrFord


"I saw a savior
a savior come my way
I thought I'd see it
at the cold light of day
but now I realize that I'm
only for me."
Portishead - "Machine gun" -


sabato 17 dicembre 2011

Alì

Regia: Michael Mann
Origine: Usa
Anno: 2001
Durata: 157'



 La trama (con parole mie): dal 1964 al 1974, dalla vittoria del primo titolo mondiale dei Massimi contro il superfavorito Sonny Liston all'incredibile incontro a Kinshasa opposto a George Foreman, la vita dentro e fuori dal ring del leggendario Mohammed Alì, orgoglioso rappresentante della cultura afroamericana e campione indimenticabile della "nobile arte", dall'amicizia con Malcolm X all'ascesa di Don King.
Un personaggio già allora divenuto mitico ed uno tra gli sportivi più noti, contestati ed amati della Storia, che rinunciò al suo nome e alla chiamata alle armi ma mai ad una dignità che è sempre valsa più di una cintura, da Cassius Clay ad "Alì bumayè".




Chi frequenta il saloon dal principio sa bene quanto dalle parti di casa Ford sia in enorme considerazione Michael Mann, uno dei registi "action" - anche se pare sempre riduttivo considerarlo tale - più importanti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: da Strade violente a The heat, da Insider a Collateral - senza dimenticare lo splendido Nemico pubblico - questo signore ha confezionato alcune tra le pellicole più clamorosamente potenti ed innovative che il genere - e di nuovo non solo - abbia mai prodotto, mostrandosi come uno dei primi cineasti aperti all'utilizzo del digitale non come mero strumento di marketing, bensì come una meraviglia tecnologica da piegare e plasmare per consegnare al pubblico film dallo standard tecnico sempre più alto.
Non è da meno Alì, che Mann girò probabilmente ben conscio della fredda accoglienza che gli avrebbero riservato gli allora appena feriti dall'undici settembre States, saggio di tecnica sopraffina ed utilizzo della macchina da presa come strumento di narrazione per immagini di potenza incredibile, dalla straordinaria apertura sulle note di Sam Cooke all'indimenticabile sequenza della riscoperta dell'Africa di Alì, sostenuto dalla folla per le strade di Kinshasa e dall'incedere del canto "Alì bumayè!" - "Alì, ammazzalo!" - che fu il motore della determinazione dello stesso Muhammad dato per sfavorito contro George Foreman, campione giovane e dirompente che aveva letteralmente distrutto Joe Frazier, l'unico fino a quel momento in grado di battere - pur se solo ai punti - "il più grande".
Più che un film sul pugilato o sulla carriera del suo protagonista, Alì appare come una sorta di manifesto politico: una profonda, sentita ed incredibile - essendo girata da un bianco - pellicola in grado di raccontare le radici, le contraddizioni, la forza e le motivazioni di una lotta - quella per l'uguaglianza sociale e dei diritti - di cui il fu Cassius Clay divenne uno dei simboli più importanti sul finire degli anni sessanta. 
Una lotta che non gli costò la vita - come accadde a Malcolm X, ottimamente interpretato da Mario Van Peebles - ma il titolo, la licenza di boxare e anni di battaglie legali affinchè il suo diritto di non sostenere le decisioni del suo governo e la guerra del Vietnam fosse sempre affermato e mai contraddetto.
Fu un campione scomodo, Muhammad Alì, con i suoi eccessi e le continue prese di posizione per affermare la sua grandezza a cospetto di qualsiasi avversario - sul ring e non -, che continuò a battersi quasi ci fosse qualcosa di ben più grande di un titolo da mostrare al mondo, qualcosa che in quella magica notte del 1974 fu evidente ai cronisti, agli spettatori e agli sportivi, e che ancora oggi è davanti ai nostri occhi, simile alla poesia del movimento che Mann mostra nelle danze che Alì disegnava sul quadrato, "volando come una farfalla e pungendo come un'ape".
Senza dubbio, oltre ad un'eccellenza tecnica che lo stesso ex campione avrebbe apprezzato, un altro grande merito di Mann sta nell'aver motivato Will Smith per quella che, a mio avviso, resta la sua migliore - ed unica, grande - interpretazione, scandita sul quadrato e nella vita privata dell'uomo dietro allo sportivo da una colonna sonora come sempre per i film del buon Michael assolutamente incredibile, capace di spaziare dal soul retaggio della cultura del Sud degli States fino ai richiami africani, figli della culla che non dovrebbe essere riconosciuta solo da chi ne porta i colori, ma da ognuno di noi, perchè bacino di tutte le civiltà ad oggi conosciute.
Alì conobbe sapori diversi e contrastanti, nel corso del suo percorso come pugile, non terminò la sua carriera imbattuto come Rocky Marciano nè riuscì e non finire mai al tappeto come Jake LaMotta, eppure ancora oggi le sue gesta sono tra le più ammirate dell'intero mondo dello sport: perchè Muhammad portò la poesia sul ring, rese possibile l'impossibile, trasformò la leggenda in realtà, mostrando quanto potesse essere clamorosamente vera.
Muhammad Alì che ora - siano i colpi subiti, sia il destino - incrocia i guantoni con un avversario ben più temibile di George Foreman o Joe Frazier - recentemente scomparso -, che ha nel tempo un manager arcigno e nelle sue ripercussioni i colpi più devastanti.
Ma poco importa.
Perchè, in qualche modo, Alì ha già vinto la sua battaglia.
A Kinshasa, nel 1974, o davanti alla tv, sempre allora, io non potevo esserci.
La prima volta che sentii parlare di Alì fu dai racconti di mio padre, quasi fosse un essere mitologico.
Vidi l'incontro con Foreman sapendo già come sarebbe andato a finire, e poi Quando eravamo re, il mitico documentario girato ricordando quel grande evento.
E lo vidi con i brividi, come se mi trovassi lì, in prima fila, a gridare "Alì, bumaye!".
Come vedo con i brividi ora questa meraviglia firmata Michael Mann, che muove la macchina come il suo protagonista danzava sul ring, senza cercare di diventare leggenda.
Sapeva di esserlo già.


MrFord


"As the rhythm designed to bounce
what counts is that the rhymes
designed to fill your mind
now that you've realized the prides arrived
we got to pump the stuff to make us tough
from the heart
it's a start, a work of art."
Public Enemy - "Fight the power" -

mercoledì 19 ottobre 2011

The agronomist

Regia: Jonathan Demme
Origine: Usa
Anno: 2003
Durata: 90'



La trama (con parole mie): la vita dell'attivista politico haitiano Jean Dominique, dagli studi da agronomo alle battaglie come proprietario della prima radio libera dello stato caraibico vessato dalle dittature, dalla violenza e dalla povertà.
Un uomo carismatico ed affascinante, vitale ed entusiasta che accanto alla compagna Michele Montas è stato per oltre quarant'anni un simbolo dell'emancipazione dal potere e dalla sua oppressione per tutti gli abitanti di Haiti, dagli intellettuali di Port au prince ai più poveri dei contadini della valle dell'Artibonite.
Un Uomo di quelli che nascono una o due volte in un secolo, ad essere proprio fortunati, destinato con la sola forza di un ideale a cambiare il destino di un'intera Nazione, o lottare fino alla fine per provarci.





A volte capita, grazie ad alcuni film, di scoprire mondi di cui quasi si ignorava l'esistenza, e ancor più le persone che più li rappresentano, o li hanno rappresentati: quando vidi The agronomist per la prima volta, non molto tempo dopo la sua uscita, conoscevo Haiti soltanto per la posizione geografica, il mito del voodoo e quel gioiellino de Il serpente e l'arcobaleno di Wes Craven. 
Proprio grazie alla visione dell'opera del papà di Nightmare avevo scoperto parte della drammatica situazione del vicino sfortunato della Repubblica Domenicana, un Paese schiacciato dal peso di percentuali altissime di povertà ed analfabetismo e dalla dittatura di Duvalier padre e figlio, soltanto due tra i tanti despoti che, spesso sotto il beneplacito e silenzioso consenso degli Stati Uniti hanno potuto esercitare un potere pressochè assoluto sulla popolazione, reprimendo i dissidenti grazie ad una milizia scelta - i terribili Macoute - ed utilizzando alla luce del sole intimidazione, tortura ed una legge piegata completamente al loro volere.
Ricordo anche che, dopo la prima visione, accarezzai l'idea di organizzare un viaggio ad Haiti per visitare Radio Haiti International e provare a scrivere una sceneggiatura per un fumetto basato sulla vita di Jean Dominique e degli altri collaboratori dell'emittente: mi documentai, e risultò che anche secondo gli organizzatori più "wild" - e parliamo di anni prima del terremoto - un viaggio di quel genere risultava sconsigliato a qualunque viaggiatore non fosse sotto l'egida di organizzazioni umanitarie internazionali, e che a volte neppure quello bastava per avere la garanzia di un soggiorno "tranquillo": le condizioni sanitarie, la criminalità ed il regime costituivano rischi molteplici ed evidenti a qualsiasi turista, specie se bianco. Addirittura, in più di una guida e parlando di Port au prince - capitale di Haiti - si consigliava con viva decisione di evitare di uscire dalla piazza principale della città - dove sono radunati quasi tutti gli alberghi - dopo il tramonto.
Ma questa è un'altra storia, e certo non importante quanto quella che Jonathan Demme narra in questo strabiliante documentario, una lezione di tecnica cinematografica e, soprattutto, di umanità: grazie ad un montaggio praticamente perfetto, una regia che lascia campo libero alle immagini senza che la presenza dello stesso autore possa appesantire il risultato, una colonna sonora dalla grandissima intensità firmata da Wycleaf Jean e Jerry Duplessis - un musicista locale -, il regista de Il silenzio degli innocenti porta sullo schermo la battaglia durata una vita di Jean Dominique per i diritti umani e la libertà di stampa ed informazione nella sua terra, una terra che ama profondamente, e racconta con occhi carichi di ispirazione, passione, entusiasmo anche quando, nel corso dei due lunghi periodi d'esilio vissuti a New York fu costretto a far tacere la voce della radio, anche se non la sua.
Dai racconti delle sue sorelle a quelli di Michele Montas - una donna dal coraggio incredibile, grande almeno quanto lo stesso Dominique -, dagli aneddoti di questo "agronomo senza terra" divenuto il paladino del popolo legati alle similitudini tra dittatori, al Cinema, al bisogno di informazione e cultura, al padre che, fiero, esponeva la bandiera di Haiti ricordando al piccolo Jean "tu non sei inglese, non sei francese, non sei americano: tu sei haitiano", alla sicurezza con la quale, ad ogni momento drammatico vissuto da lui stesso e dai suoi collaboratori, rispondeva dicendo che le pallottole non avrebbero mai fermato la loro battaglia, perchè i proiettili non potranno mai uccidere gli ideali, e che non aveva "nessun dubbio" che la sua radio avrebbe ripreso a trasmettere, "neppure un'ombra di dubbio", anche quando erano passati anni dall'ultima messa in onda.
Una figura straordinaria e profondamente umana, vitale ed aperta al mondo, ma con le radici ben piantate nel suo Paese e nelle sue tradizioni paragonabile, per impatto storico e grandezza, a personaggi quali furono Gandhi o il nostro Giovanni Falcone.
Uomini dallo spessore enorme, dalla forza quasi inimmaginabile, eppure mai neppure apparentemente schiacciati dal peso delle loro responsabilità, del loro ruolo, della loro importanza.
Uomini incorruttibili, troppo grandi per i piccoli tiranni con cui hanno dovuto confrontarsi.
Uomini che sono andati incontro al loro destino senza abbassare il capo, e che come in vita, nella morte continuano ad essere esempi fondamentali per intere generazioni.
Gli ideali non possono essere scalfiti dai proiettili o dalle bombe, e hanno una potenza così grande da sorprendere perfino i loro stessi paladini: la sequenza del ritorno ad Haiti di Jean Dominique al termine del suo secondo esilio, quando lui stesso pensava che la gente si fosse dimenticata di lui e della radio, è in questo senso a dir poco clamorosa.
Osservare Dominique e sua moglie scendere dall'aereo ed essere accolti da una folla di sessantamila persone giunte da tutto il Paese, vedere il conduttore portato in trionfo con la commozione e lo stupore dipinti sul volto incitare la folla perchè cambiasse il suo grido da "Dominique!" ad "Haiti!" è una lezione di umanità di quelle che andrebbero mostrate come esempio a quei piccoli uomini da poco che amano crogiolarsi nel potere e pensano che nel sangue le voci di Uomini come Dominique possano essere zittite.
Perchè, come ad un mese dalla sua uccisione, nel corso della giornata mondiale della libertà di stampa, Michele Montas riaprì i microfoni della radio per comunicare una notizia appena giunta in redazione, che Jean Dominique non era morto, perchè era tra la gente, e lì con loro, anche qui al saloon, a distanza di undici anni da quel giorno, lontano mezzo mondo, anche io dico che Jean Dominique è ancora qui, e non c'è verso che riescano a farlo tacere.


MrFord


"Se le sak mirak la komansè
sa ki aveg gade yo wè
sa ki bebè gade yo palè
aveg yo di yo pa renmen sa yo wè
bebè di, yo pa renmen jan w'ap pale."
Wycleaf Jean feat. Jerry Duplessis - "Nou va rive" -





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