Se c'è una cosa che mi fa incazzare in quanto strenuo sostenitore del Cinema americano anche di grana grossa sono le produzioni che danno ragione ai radical che bersagliano il suddetto Cinema americano per passatempo: quelle merdate da multisala nel weekend perfette per lo spettatore occasionale cui non fregherebbe nulla di quello che guarda, divertenti neppure per sbaglio, ironiche nei loro sogni più sfrenati o qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente per giustificare il prezzo del biglietto.
Certo, già dal trailer Geostorm lasciava presagire ben poco di buono - nonostante la presenza del fordiano Gerard Butler, che nonostante abbia infilato negli anni una serie di pellicole da incubo continua a starmi simpatico -, e potevo sospettare che sarebbe andata com'è andata, ma sinceramente non immaginavo che si sarebbe potuto fare peggio anche dei peggiori disaster movies degli ultimi anni, roba da far apparire Emmerich una specie di genio della settima arte.
Trama già vista e sentita, dinamiche trite e ritrite, un cast nutrito in cerca di grana, soluzioni implausibili, terribile finale retorico: davvero tutto quello che non vorrei chiedere alle tamarrate di questo stampo, anche e soprattutto considerato che nel corso dei centonove minuti non sono riuscito a divertirmi neppure per sbaglio, passando il tempo a sperare che si giungesse presto alla conclusione.
Interessante segnalare, oltre al livello davvero basso dell'intera produzione - che pare un cocktail di tutti i suoi predecessori anni novanta, oltre ad una versione "da serie C" di Armageddon - la caduta libera della carriera di Robert Sheehan, qualche anno fa idolo delle prime due stagioni di Misfits, destinato per molti a divenire uno dei giovani volti più promettenti del panorama mondiale ed ora finito a fare il caratterista, senza tra le altre cose neppure eccellere.
L'unica consolazione dell'essermi imbarcato in questa scellerata visione è la consolazione di aver trovato uno dei candidati più forti per la classifica dedicata al peggio del duemiladiciassette, nonostante la concorrenza quest'anno sia davvero agguerrita: ma quella tra le posizioni più alte di quella top ten è la "tempesta" migliore che questa roba possa sperare di essere in grado di provocare.
Vi lascio immaginare quali siano le altre.
La trama (con parole mie): Maurice Jobson, ufficiale nella polizia dello Yorkshire e testimone delle luci e delle ombre dei casi legati allo Squartatore e alla scomparsa di una serie di bambine, riannoda i fili delle vicende che, dai primi anni settanta, hanno di fatto segnato il dipartimento cui appartiene, la società e la sua stessa esistenza. Dal giovane giornalista Eddie Dunford a BJ, da John Dawson al prete Laws, tutti i segreti delle vicende più sanguinose di un decennio paiono venire a galla insieme alla coscienza dello stesso Jobson, costretto a fare fronte anche ai fantasmi portati a galla da anni di soprusi e trattamenti al di sopra della Legge offerti da lui stesso ed i suoi compagni.
Archiviato il caso dello Squartatore e scongiurato - almeno in apparenza - lo scandalo del loro dipartimento, come reagiranno i fautori di tutti i gesti compiuti anche da Maurice nel corso degli anni? E chi è davvero il rapitore delle bambine? E quali, dei piccoli di una generazione precedente, riusciranno a salvarsi davvero?
L'affresco della trilogia di Red riding, iniziato con grande perizia ma in qualche modo in sordina ed esploso - sempre senza alzare troppo la voce - con il secondo film si chiude con le stesse tinte fosche con le quali si era aperto e attraverso quello che è il suo capitolo più articolato ed ambizioso, in bilico tra presente e passato di narrazione e pronto a fare luce su tutte le vicende raccontate nell'episodio dedicato al settantaquattro così come in quello ambientato nell'ottanta.
Ripescando attori e situazioni già mostrate raccontandole da un punto di vista ed un angolazione differenti, quest'ultimo passaggio tira le fila dei sospesi maggiori rimasti dopo la cattura dello Squartatore dello Yorkshire mostrata sul finire dell'episodio precedente: la questione della corruzione all'interno della polizia locale e quella legata all'assassino delle bambine, passata quasi in secondo piano rispetto alla più clamorosa e rumorosa indagine con oggetto il già citato Squartatore ma non per questo meno inquietante, anzi.
L'atmosfera pesante che aleggiava sulla vicenda di Hunter lascia, anche se soltanto in parte, trasparire un barlume di fiducia nel futuro e nella possibilità di sopravvivere principalmente grazie all'indagine condotta - pur se con riluttanza - dall'avvocato richiamato per risolvere nel modo più giusto possibile la questione del rapitore ed assassino di bambine, alla crisi di coscienza di Maurice, detective implicato in quasi tutti i giochi sporchi del dipartimento e alla lotta per la sopravvivenza di BJ - il Robert Sheehan che rese grandi le prime due stagioni di Misfits, già visto come personaggio secondario negli altri due episodi -, emblema di quei figli dello Yorkshire che, chissà, forse un giorno riusciranno a sopravvivere alla tempesta che, per disgrazia storica, sociale o geografica, si è abbattuta sulle loro teste - e torna vivissimo il confronto soprattutto con il meraviglioso finale del già citato This is England, che potrebbe definirsi speculare rispetto a quello che si affronta qui -.
Accanto a Sheehan restano impressi nella memoria dello spettatore il predatorio Sean Bean - ma il suo charachter si era già affrontato a fondo nel corso del primo dei tre film - ed il mellifluo prete di Peter Mullan, attore e regista notevole - come Paddy Considine che prestò volto ad Hunter - coraggioso nell'affrontare una delle parti più oscure e sgradevoli della sua carriera, di quelle pronte a fare impallidire anche le peggiori "metà oscure" del Cinema dedicato a serial killers e maniaci di vario genere.
A differenza dei due capitoli precedenti, inoltre, a dare man forte a quel quasi impercettibile lumicino di speranza di cui ho già scritto contribuisce un crescendo finale dalla tensione serrata tipico della scuola thriller americana, più che inglese, diverso sotto molti punti di vista dall'atmosfera rarefatta e solo suggerita dei due capitoli precedenti - anche nei loro momenti di massima tensione -: una chiusura diversa ma perfetta per una delle operazioni più importanti e meglio riuscite della televisione anglosassone recente, che non ha nulla di che invidiare alla qualità del grande schermo e che potrebbe senza troppa fatica competere con molte delle proposte distribuite nelle sale.
Impietoso il confronto con la situazione italiana, che fatta eccezione per pochi e clamorosi esperimenti come Romanzo criminale e Gomorra ancora pare lontana dalla maturità necessaria per produrre opere come questa, in grado di soddisfare l'occhio clinico degli appassionati e, seppur con una richiesta di impegno maggiore rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da una serata da divano, tenere inchiodati al proprio posto anche gli spettatori occasionali.
In fondo, la Red riding trilogy affronta il lato oscuro dell'Uomo, lo stesso che, attraverso telegiornali e siti di news ci troviamo ad incontrare ogni giorno della nostra vita, e che in qualche modo sappiamo esistere anche quando guardiamo dentro noi stessi: l'importante è cercare sempre di distogliere lo sguardo prima che l'abisso lo ricambi.
MrFord
"Dream on, dream on
there's nothing wrong
if you dream on, dream on
of being a swan
but I know you're thinking..."
La trama (con parole mie): Peter
Hunter, un detective di stanza a Manchester, viene chiamato nel West
Yorkshire in modo da supportare le indagini fino a quel momento
infruttuose legate alla ricerca del famigerato Squartatore, che dalla
seconda metà degli anni settanta ha messo in ginocchio l'intero corpo di
polizia facendosi beffe dello stesso.
In
realtà, l'incarico ufficioso di Hunter è quello di scoprire quali
potrebbero essere le mele marce del dipartimento, divorato da tempo e
dall'interno dalla corruzione.
L'uomo, in crisi con la moglie e legato ad una collega, dovrà guardarsi le spalle rispetto alla caccia serrata allo Squartatore ma, ancora di più, alle
indagini interne: i colleghi locali, infatti, paiono decisi a fare
fronte comune contro di lui affinchè i loro panni sporchi restino tali.
E saranno disposti a celarli con ogni mezzo.
Sul finire dello scorso anno, una serie di recensioni a dir poco entusiastiche mi spinsero a premere sull'acceleratore per il recupero di una delle trilogie più celebrate del piccolo schermo, realizzata nel Regno Unito e legata ad alcuni fatti che insanguinarono lo Yorkshire tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta: quando, però, affrontai la visione del primo capitolo, per quanto interessante e ben realizzato, mi trovai almeno parzialmente deluso rispetto quelle che erano le aspettative della vigilia, che probabilmente speravano di incontrare quello che, non troppo tempo dopo, sarebbe diventato True detective.
Dunque il progetto Red Riding finì nel cassetto di casa Ford, rimanendo a prendere polvere fino ad una serata in solitaria di fine estate, che divenne un'occasione per scoprire se la fama che aveva preceduto quest'opera fosse effettivamente meritata o mal riposta: fortunatamente per il sottoscritto, già da questo secondo capitolo l'intero lavoro pare ingranare una marcia in più, alimentando la tensione e l'inquietudine che nella prima parte erano rimaste forse troppo ingabbiate dalla cura decisamente autoriale dell'intero progetto.
La vicenda di Peter Hunter, interpretato dalla vecchia conoscenza del Cinema UK che conta Paddy Considine, e l'indagine che porta lo stesso detective di Manchester ad addentrarsi non solo nel percorso compiuto dallo Squartatore dello Yorkshire ma anche e soprattutto in quelli che sono i giochi di potere e corruzione del dipartimento che lo ospita, è una di quelle storie fosche ed oscure, brumose ed inquietanti come il clima locale o la desolazione di scenari che farebbero felice il T. S. Eliot di Wasteland: il percorso compiuto dall'uomo partendo da una vicenda sepolta neppure troppo bene in un passato recente, il rapporto con la moglie e la collega ed amante, il campo di battaglia di fatto nascosto sul terreno sul quale si trova a doversi battere delineano un affresco potente e disarmante, che non lascia fiato o speranze in uno scioglimento della tensione, neppure di fronte al successo di un'indagine che finisce per avere più ombre che luci.
Interessante come, in un episodio che dovrebbe concentrarsi, di fatto, sui delitti efferati di un serial killer da manuale, un mostro inquietante pronto a confondersi con la folla ed il buon vicinato, i brividi maggiori vengano, al contrario, dagli uomini che dovrebbero essere non solo i designati a catturarlo, ma anche, di fatto, i protettori della comunità: una critica dunque feroce al Sistema e agli uomini incaricati di esercitarne il potere, che ricorda la drammaticità - per quanto affrontata su un campo di gioco completamente differente - di This is England e l'oscurità di cult cinematografici come Se7en e Memories of murder.
Il percorso del detective Hunter - curiosamente, e letteralmente, cacciatore -, passo dopo passo sempre più segnato - l'isolamento dai riluttanti colleghi, l'incendio alla casa, il rapporto con le due donne della sua vita - porta il pubblico ad un crescendo finale ancora più amaro di quello già affrontato con il film precedente, di fatto gettando ombre più che pesanti sulla visione del terzo episodio di questa miniserie e nel cuore di chi, a prescindere dal fatto che la realtà - e l'autorialità cinematografica con lei - prediliga l'essere amara, spera sempre e comunque in una minima parte di speranza da custodire e considerare il vero e proprio baluardo per la sopravvivenza non solo propria, ma dell'intera società.
Se, dunque, la speranza è una vostra speranza, mettete in conto di non trovarne dalle parti di questo Red riding, costellato di miserie umane oscure e profonde che non sfigurerebbero in un romanzo del romanticismo più cupo o in una canzone da carne e sangue di De Andrè, allargate le spalle ed affrontate un viaggio nella parte nascosta dell'Inghilterra di provincia che riuscirà ad essere così duro e cattivo da far sembrare un insuccesso perfino la cattura di un assassino tra i peggiori che possiate immaginare abitare gli incubi della porta accanto.
MrFord
"From the tick tick tick of your time's up
to the yes yes yes of 'I'll sell'
from the fact fact fact of the souless
to the pact pact pact with hell
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones."
La trama (con parole mie): Eddie Dunford, giovane reporter ambizioso e pronto a tutto, torna nello Yorkshire, dov'è cresciuto, dopo aver terminato gli studi ed essere stato svezzato nella professione al Sud. La misteriosa scomparsa di una bambina salita agli onori della cronaca risveglia il fiuto da investigatore di Eddie, che non solo ipotizza che l'avvenimento sia legato a due precedenti rapimenti di minori, ma che finisce per incrociare il cammino del collega Barry Gannon, convinto della corruzione dilagante tra le fila della polizia locale, più preoccupata di gonfiarsi le tasche lasciando passare sotto silenzio i loschi affari del magnate locale John Dawson, lasciando di fatto l'individuo responsabile degli efferati crimini sulle piccole libero di continuare nella sua opera.
La lotta di Eddie affinchè la verità venga a galla si rivelerà più difficile di quanto non potesse credere.
Dai tempi in cui decisi di aprire il Saloon è passata parecchia acqua sotto i ponti, in termini di visioni, e se c'è una cosa per la quale ringraziare lo status di blogger è senza dubbio la possibilità di continuare a scoprire opere potenzialmente interessanti grazie al passaparola: è il caso della Red riding trilogy, prodotta in Inghilterra come una miniserie televisiva costituita da tre pellicole legate eppure ben distinte tra loro non troppi mesi fa molto sponsorizzata dal buon Bradipo.
Il primo dei tre capitoli, ambientato in un perfettamente ricostruito '74, conduce l'audience nel pieno di uno dei periodi più turbolenti della storia recente del Regno Unito, dilaniato da lotte intestine tra la Corona e l'IRA e segnato dal sangue di una serie di vittime innocenti passate in secondo piano all'attenzione delle forze dell'ordine troppo impegnate a tenere la propria sporcizia ben nascosta sotto il tappeto della corruzione.
Tecnicamente costruito sull'attesa ed un approccio da indagine giornalistica più simile a quello di Tutti gli uomini del Presidente che non di Se7en, il primo capitolo di questa trilogia vede alternarsi sullo schermo molti caratteristi ben noti ai fan del Cinema anglosassone accanto a star decisamente più in vista come Andrew Garfield - che non sfigura nel ruolo di Eddie Dunford -, Sean Bean e l'indimenticato Nathan di Misfits, Robert Sheehan, seppur relegato ad un ruolo decisamente marginale dal punto di vista del minutaggio -, ed il regista occuparsi, prima ancora che della vicenda del killer delle bambine, di una critica decisamente marcata rispetto ai metodi ed alla condotta della polizia locale ai tempi.
Senza dubbio ci troviamo più dalle parti del Cinema d'essai che non del thriller destinato a diventare blockbuster inchiodando alla poltrona il suo pubblico, eppure questo inizio lascia più che ben sperare negli sviluppi dei due successivi capitoli, di fatto definendo quella che pare proprio la trilogia più interessante che il genere abbia offerto dai tempi del Pusher di Refn: l'Eddie di Andrew Garfield, solo - o quasi - a battersi e ad esporsi agli attacchi di una forza decisamente troppo grande per lui, è un personaggio imperfetto e per nulla positivo, eppure nel suo confronto con il Sistema e la corruzione dello stesso - oltre che con il "lupo" responsabile della sparizione e della morte delle ragazzine - pare quasi assumere le sembianze dell'eroe pronto a difendere Verità e Giustizia, anche quando il prezzo da pagare finirà per essere inesorabilmente troppo alto perfino per chi ci aveva davvero creduto.
In questo senso gli incroci dei percorsi del John Dawson di Sean Bean e dell'indomito - almeno nella ricerca delle notizie - Eddie paiono definire due status ben precisi, che se ci trovassimo all'interno di una tragedia greca finirebbero per apparire come Destini già compiuti, inutili entrambi per risolvere davvero un mistero, o raddrizzare dei torti, e macchiati inesorabilmente da quell'hybris che definì quello stesso tipo di tragedia.
Del resto, l'umanità è imperfetta ed oscura, anche quando nasconde quella stessa oscurità dietro una facoltosa facciata o la sfrontatezza di sogni troppo grandi per essere realizzati davvero: è sempre impresa ardua sperare di poter ristabilire il silenzio degli innocenti, ed è ancor più difficile presumere di poter sancire quello - definitivo - dei colpevoli.
MrFord
"Tis the song, the sign of the weary
hard times, hard times, come again no more
many days you have lingered all around my cabin door
oh hard times, come again no more."
La trama (con parole mie): al
buon, vecchio Community Center le cose non sono più quelle di una
volta. C'è un nuovo sorvegliante, un tipo tosto e ruvido che pare non
avere alcuna intenzione di morire come tutti quelli che l'hanno
preceduto, e accanto a Rudy ormai non c'è più nessuno dei ragazzi che
assistettero alla tempesta che diede i poteri a loro e a molti altri in
città: ora troviamo Alex il barista con il suo segreto inconfessabile,
la riservata Jess ed il timido ed impacciato Finn, in attesa che una
suora e la disinibita e priva di memoria Abbey non giungano a
sconvolgere una realtà già di norma molto fuori dalla norma.
Per
il resto avremo modo di incrociare il cammino di padri naturali e non,
conigli assassini, acidi, psicopatiche dalla sete di vendetta ed un pò
di rimembranze zombie legate a quello che è il nuovo, vecchio potere di
Curtis.
Riusciranno i sempre più casinisti Misfits a reggere all'urto?
Ricordo
quando, un paio d'anni fa in questo periodo, in casa Ford ci si divorò
praticamente in un sol boccone le prime due incredibili, geniali,
incontenibili stagioni di questa serie: fu una vera e propria
rivelazione, un fulmine a ciel sereno portato a segno dal folle ed
indimenticato Nathan e supportato da una colonna sonora pazzesca,
personaggi perfetti, ironia, dramma, splatter, sesso e profonda
intelligenza.
Poi,
l'irreparabile - o quasi -: Robert Sheehan, il mitico ed appena citato
Nathan, molla la serie confidando in un futuro attoriale che ancora pare
non essersi concretizzato.
L'arrivo
del Rudy di Joseph Gilgun nel cast parve poter almeno parzialmente
distrarre gli spettatori dal fatto che la serie avesse ormai preso una
brutta, bruttissima china, ma neanche il tempo di poter sperare comunque
ed una manciata di episodi decisamente inferiori a quelli che avevano
reso Misfits la rivelazione degli ultimi anni - e che finirono per
portare alla dipartita di altri due tra i protagonisti, Simon e Alisha -
diede al pubblico - e al sottoscritto - la certezza che le cose non
sarebbero mai più state le stesse.
Ora
come ora questa è una serie che si può guardare senza alcuna
aspettativa, ma che resta confinata nello standard adolescenziale senza
acuti che può offrire MTV, andando a rimpolpare le fila delle serie
"sgonfiate" facendo compagnia ai vari Glee, True blood, Dexter: nomi che
un tempo parevano intoccabili e che ora galleggiano malamente sull'onda
di vecchi successi instillando il dubbio che forse sarebbe stato meglio
chiudere baracca e burattini all'apice del successo piuttosto che
continuare tirando i remi in barca.
Tanto
per rendere bene l'idea, ero partito deciso per affibbiare anche alla
creatura di Howard Overman le sonore bottigliate che ho destinato di
recente anche al mio affezionatissimo Dex, ma ho trovato questa stagione
così anonima per la maggior parte del tempo da risultare inadatta
perfino rispetto all'idea di destinarle i miei colpi più duri: il
vecchio Rudy - ormai l'unica colonna della serie - tenta disperatamente
di tappare i buchi, ma nonostante l'utilizzo del promettente Finn come
spalla poco resta dell'originalità che fu l'asso nella manica di questo
titolo al suo esordio.
Gli
autori non osano più - esempio lampante l'episodio dedicato al coniglio
assassino, partito fortissimo e spentosi in una bolla di sapone -, si
ride poco e male, sono ormai un ricordo lontano la componente horror
così come quella davvero sconcia, i poteri dei protagonisti non vengono
quasi mai sfruttati, le sottotrame sono a tratti imbarazzanti - la
questione di Alex e del suo cazzo è davvero poca, poca roba - ed i nuovi
Misfits non hanno neppure lontanamente il carisma degli originals.
Certo,
il rapporto di Finn con il ritrovato padre e la sorellastra e la new
entry Abbey risollevano almeno parzialmente il risultato complessivo, ma
è evidente anche dal season finale con i quattro cavalieri
dell'Apocalisse in BMX - copiatura spudorata del look del Simon del
futuro che imperversò nel corso delle prime due stagioni - che ormai non
si sappia più dove sbattere la testa, e che una chiusura repentina in
questo momento suonerebbe come una ritirata cancellando, di fatto, anche
il successo delle annate uno e due, assolutamente meravigliose.
Misfits
si ritrova, dunque, prigioniera così come Simon ed Alisha di un
paradosso temporale dal quale è pressochè impossibile fuggire, a meno di
un miracolo giunto a salvare capra e cavoli e a ridare lustro ad un
titolo che non avrei definito in altro modo se non imperdibile ridotto a
mero riempitivo in attesa di altri decisamente più convincenti -
qualcuno ha detto Spartacus!? -.
C'è una sola soluzione, per questo.
Un solo nome.
Nathan.
Senza di lui al timone - olandese, magari - di questa nave, siamo destinati ad un triste naufragio.
MrFord
"You were working as a waitress in a cocktail bar
when I met you
I picked you out, I shook you up
and turned you around
turned you into someone new
now five years later on you've got the world at your feet
success has been so easy for you
but don't forget it's me who put you where you are now
and I can put you back down too."
La trama (con parole mie): la rocambolescaconclusione della scorsa stagione aveva lasciato i più strani e casinisti tra i giovani sulla via della redenzione del community service con nuovi poteri ed orfani del paladino Nathan, partito per gli States in cerca di fortuna con fidanzata e figlio della stessa a carico.
A riempire questo vuoto - o a cercare di farlo - giunge Rudy, curioso personaggio dall'altrettanto curiosa ed ambivalente abilità, mentre Seth - lo spacciatore di poteri - pare avvicinarsi sempre più a Kelly e ai "buoni": attorno, nel frattempo, nuove minacce e ritorni non sempre piacevoli dal passato saranno pronti a rendere complicata quanto basta la vita di questi insoliti "supereroi".
Alla fine, i timori che suscitò il primo episodio si sono rivelati purtroppo fondati.
Dopo Glee, anche Misfits pare avviarsi ad un inesorabile declino in grado di trasformare una serie fresca ed innovativa in qualcosa che pare proprio una visione come tante altre.
Certo, poteva andare molto peggio, ed un tentativo di salvare tutto il salvabile è stato evidente fino alla fine, ma una certa povertà di idee di fondo, così come la notizia dell'abbandono da parte di Iwan Rheon ed Antonia Thomas - rispettivamente Simon ed Alicia - giunta in contemporanea alla conferma della quarta stagione danno l'impressione che quella che pareva la serie più incredibile e travolgente dai tempi di Lost si stia trasformando in un Titanic che, con l'abbandono di Robert Sheehan - l'insostituibile Nathan - aveva già conosciuto la pesante carezza del suo iceberg.
Il fardello pesantissimo dei fuoriclasse si è dunque abbattuto sugli autori, che dal principio di questa nuova stagione si sono rivelati inadatti a caricarsi sulle spalle la responsabilità data dal grande successo maturato con le due annate precedenti, preoccupandosi principalmente di fornire all'audience quello che l'audience si sarebbe potuta aspettare dal prodotto Misfits, nulla di più e nulla di meno: così Rudy diviene fin da subito una sorta di surrogato di Nathan - Guigan se la cava, il personaggio è anche simpatico, niente da dire, ma idoli come il suddetto, immortale cazzone vengono creati una volta ogni dieci anni -, Simon pare aver perduto tutto lo spessore guadagnato con le unghie e con i denti, i nuovi poteri risultano assolutamente inutili e clamorosamente privi di appeal anche nella loro applicazione - senza contare i cambi di direzione, soprattutto legati a Curtis -, Seth passa dall'essere una sorta di oscura eminenza grigia ad un tormentato tardo adolescente in preda agli struggimenti ormonali, Kelly ed Alicia sono ridotte a macchiette e, cosa decisamente più grave, la serie non trova una strada da seguire o una riflessione sulla quale incentrare la sottotrama principale - caratteristica al contrario distintiva delle stagioni precedenti -.
Rimane qualche buona idea - comunque mal sfruttata, vedasi l'episodio della maledizione lanciata a Rudy, o gli zombies legati ad uno dei troppi poteri passati per le mani di Curtis - circondata da un'insolito scazzo da fine della scuola che traspare anche dalle interpretazioni piuttosto scialbe dei membri del cast, assolutamente lontani dalla brillantezza cui ci avevano abituato: forse le aspettative erano troppo alte, eppure non mi sono mai sentito neppure lontanamente convinto da una serie che, con soli otto episodi, passa dall'essere la più dirompente degli ultimi anni ad una tappa decisamente di routine della mia annata da fruitore del prodotto, neanche fosse un Heroes qualsiasi.
Peccato davvero, anche perchè le nubi di tempesta che si addensano sulla creatura di Howard Overman non paiono cariche di fulmini in grado di abbattersi sulla Terra originando supereroi - o quasi - rivoluzionari, quanto di quella certa tronfia stanchezza di chi si sente arrivato e pare non avere bisogno più di nessuno: neppure del pubblico - specialmente figlio della rete e della blogosfera - che aveva spinto come un propulsore - giusto per darsi un tono da "rocket scientist" - un piccolo fenomeno locale portandolo al livello di un cult planetario assoluto.
Il problema verrà quando lo stesso Overman e i suoi si accorgeranno che nessuno - neppure chi sta così in alto da non poter essere visto da noi comuni mortali - esiste senza il sostegno di chi ne decreta il successo, e che spesso - soprattutto in una realtà ormai affollatissima come quella del piccolo schermo - le cose possono cambiare più in fretta di quanto non si possa immaginare.
E quando si supera un confine tornare indietro è davvero impossibile.
Neppure quando si possiede il potere di riavvolgere il Tempo.
MrFord
"So take the photographs, and still frames in your mind
La trama (con parole mie): E' ricominciata Misfits.
Non mi pare ci sia bisogno di aggiungere altro.
O no!?!?
Avete visto bene.
E vi dirò, quasi anche io non ci credo ancora.
Bottigliate per Misfits, incredibile.
Dopo due stagioni straordinarie capaci di sconvolgere, divertire, stupire e farmi pensare di essere di fronte ad una nuova, clamorosa pietra angolare per il mondo delle serie tv, è successo quello che non mi sarei davvero mai e poi mai aspettato.
E non sto alludendo alla dipartita del Nathan interpretato da Robert Sheehan, uno dei personaggi più importanti e strabilianti che il piccolo schermo abbia mai partorito.
"Ho proprio la sensazione che senza di me questa serie diventerà una vera cazzata!"
E' vero, trattasi del primo episodio.
E' vero, il rodaggio dopo un cambio così importante all'interno del cast può durare qualche puntata.
E' vero, ci sono ancora sette serate sette che aspettano i ragazzi terribili del servizio sociale.
Eppure la sensazione permane.
La stessa che aveva cominciato a palesarsi quando, dopo la sosta invernale ed i primi premi ricevuti, Glee aveva preso la via inesorabile del declino.
La prima cosa che ho notato nel nuovo inizio di quella che avrebbe dovuto essere la serie migliore del mio 2011 è che, fondamentalmente, non si ride più: dramma oppure no, l'ironia dirompente delle due passate stagioni era stata una delle più importanti testimonianze di freschezza del prodotto che avessi constatato.
La seconda, addirittura più grave, è quanto la sceneggiatura - fino ad ora sempre curatissima - sia diventata una sorta di accessorio per un prodotto ormai uscito dalla nicchia e diventato, in un certo senso, di moda: il mistero dell'uomo mascherato - sottotrama fondamentale delle prime due stagioni - ridotto ad un paio di sequenze di parcour, l'idea geniale dei nuovi poteri introdotta al termine della scorsa annata bruciata con una selezione a dir poco pessima - di merda sarebbe il termine corretto da usare -, l'aggancio che porta Rudy ad unirsi ai nostri è banale e privo di qualsiasi mordente.
E veniamo all'imputato principale della debàcle: Rudy.
Personalmente non ho nulla contro Joseph Gilgun, che avevo già apprezzato nell'ottimo This is England, quanto rispetto gli scellerati autori: ma io dico hai Nathan - e di Nathan, si sa, ce n'è uno e soltanto uno -, Sheehan molla e tu che fai!?
Lo sostituisci con la sua copia, come se non bastasse malriuscita.
Sarebbe stato decisamente più interessante - oltre che nel pieno spirito della serie - sostituire il vecchio Nate con un personaggio completamente diverso da lui, in modo da evitare l'imbarazzante quanto inevitabile confronto da parte dei fan.
E invece abbiamo questo Rudy che cerca di muoversi come Nathan, essere politicamente scorretto come Nathan, volgare come Nathan, spiritoso come Nathan, senza mai riuscirci.
Come se non bastasse, tolto il potenzialmente interessante potere di Curtis, il resto delle nuove acquisizioni dei nostri pare davvero al limite del ridicolo - ma davvero esiste qualcuno che chiederebbe come superpotere quello di essere un ingegnere aerospaziale!?!? Sul serio!?!? - nonchè assolutamente ingiustificato - lo stesso Curtis che afferma "ho preso questo perchè gli altri erano finiti", eddai! -.
Una delusione, dunque, per ora cocente, che getta nubi oscure sul futuro di quello che era diventato, senza se e senza ma, oltretutto con pochissimi episodi, il mio punto di riferimento rispetto alle serie tv.
E dato che non possiamo sperare in un ritorno di Nathan, conviene confidare in una presa di coscienza da parte degli autori ed un nuovo inizio che sia davvero all'altezza di ciò che è stato: perchè ora come ora la sensazione è proprio quella di quando si incontra un/una ex che si ricordava come una sorta di divinità del sesso, ci si torna a letto e si finisce per pensare "dovevo avere le pigne nel cervello quando credevo quello che credevo".
Dio è morto, diceva Nietzsche.
Nathan, invece, era immortale.
Speriamo che, nello scambio di poteri, quello sia finito dritto alla serie stessa.
Perchè ora, invece di affermare perentoriamente in pieno stile Kelly "I'm fuckin' luv ya!" mi viene da gridare ai quattro venti "whattafuck's that shit!?!?".
MrFord
"Stand up and admit it, tomorrow's never coming
This is the new shit
Stand up and admit it
Do we need it? NO!
Do we want it? YEAH!"