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martedì 27 gennaio 2015

La teoria del tutto

Regia: James Marsh
Origine: UK
Anno:
2014
Durata:
123'





La trama (con parole mie): Stephen Hawking, promessa assoluta della fisica, conosce ai tempi dell'università la sua futura moglie Jane, diversamente da lui votata alle materie umanistiche ed alla Fede. Il loro rapporto sarà l'ancora alla quale l'uomo si appoggerà per fronteggiare la malattia degenerativa che gli viene diagnosticata all'inizio degli anni sessanta e che lo accompagnerà per tutto il resto della vita, sconfiggendo le probabilità che lo davano morto entro due anni divenendo marito, padre, volto simbolo della scienza, autore di best sellers nonchè "nuovo Einstein".
Il rapporto con la stessa Jane, non privo di ombre, ha di fatto contribuito a formare la coppia in quanto tale ed i suoi appartenenti come individui, che si parli di conquiste in termini di studi o umane: in fondo, il miracolo della creazione e le sue conseguenze, finiscono per essere alla portata della più grande mente immaginabile così come per il più semplice degli uomini.







Come ormai più volte mi è capitato di raccontare tra una recensione e l'altra, ormai parecchi anni or sono - quattordici, per l'esattezza - ho prestato i miei dieci mesi di servizio civile lavorando in ambito universitario assistendo per tutto quello che riguardava questioni logistiche - colloqui con i professori, esami, pranzi, seminari e spostamenti nell'area delle vicinanze dell'Università stessa - studenti con disabilità fisiche: per molti versi, e per quanto ora come ora, se mi ritrovassi a scegliere, penso non disdegnerei - con tutti  i limiti del caso - l'esperienza del militare, quei dieci mesi hanno significato non soltanto uno dei periodi più importanti della mia crescita, ma anche l'esperienza lavorativa più gratificante che abbia mai provato.
Non lo dico per compiacenza o pietismo, sia chiaro: in quel periodo ho conosciuto ragazzi con due palle grandi come interi sistemi planetari - Antonio "Panzer" e Gloria, che spero siano più che felici e tosti come allora ancora oggi -, altri che si crogiolavano nella condizione in cui erano ed altri ancora che, in tutto e per tutto, erano dei veri stronzi pronti a farti sentire in colpa come se fossi la causa delle loro sfortune.
Nessuno di loro, probabilmente, era un genio del calibro di Stephen Hawking, così come probabilmente non lo è nessuno di noi che frequentiamo la blogosfera.
Eppure, le reazioni e la gestione delle emozioni, i pregi ed i difetti erano lì, dove sarebbero stati comunque anche in situazioni diverse, e dove probabilmente sempre saranno.
In questo, La teoria del tutto - seppur, forse, con intenti di partenza diversi - riesce abbastanza bene a mostrare quanta normalissima e splendida umanità si trova anche in condizioni apparentemente straordinarie - ed alludo sia alla condizione di disabilità di Hawking, sia a quella di genio assoluto -, e trova la sua massima espressione nella strepitosa sequenza del momento della rottura definitiva tra il già citato Stephen e la sua compagna di una vita, con il cursore che viaggia velocissimo da una risposta preimpostata all'altra sul computer che da voce al fisico senza fermarsi su nessuna di esse, quasi non avesse davvero parole per decretare la fine di un rapporto.
Peccato che, esclusi il suddetto passaggio, l'interpretazione obiettivamente ottima di Eddie Redmayne - lanciatissimo verso l'Oscar - ed un comparto tecnico notevole, il resto non sia altro che l'ennesima, zuccherosa, prolissa ed a tratti noiosa pellicola hollywoodiana in odore di Oscar.
Peccato davvero, perchè James Marsh, l'uomo dietro la macchina da presa, neppure troppo tempo fa aveva finito per lasciarmi a bocca aperta grazie allo splendido documentario Man on wire - ispirato dalla vicenda che nei prossimi mesi diverrà un film diretto da Robert Zemeckis -, lasciava intendere - e sperare - in qualcosa di decisamente più valido ed intenso di questo.
Peccato, perchè più che la trita e ritrita questione della storia d'amore, avrei preferito conoscere più da vicino, ad esempio, il ruolo di Hawking come padre, o le sue rivoluzionarie teorie scientifiche: io posso capire che - come è facilmente intuibile dal finale, peraltro efficace - il miracolo dell'esistenza, l'unico in grado di unire Scienza e Fede, probabilmente risiede nel momento in cui siamo seduti ed osserviamo i nostri figli crescere, individui che noi abbiamo creato, ed in qualche modo plasmato, fino ad accompagnarli nel mondo, ma da un titolo come questo, che vorrebbe essere qualcosa di più del consueto compitino svolto ad arte per l'Academy, mi sarei aspettato senza dubbio un lampo di genio più clamoroso di qualche lacrima facile o dell'amore che vince, sempre e comunque.
Troppo semplice, fare la pace con l'Universo in questo modo.
Troppo comodo.
Probabilmente, se Hawking avesse girato questo film, non avrebbe preso una via come questa.
Del resto, uno come lui deve saperlo bene quale sia quella, al contrario di questa, tutta in salita.
E non occorre essere dei geni, purtroppo, per capire quale delle due abbia scelto di imboccare Marsh.




MrFord




"You see everything, you see every part
you see all my light and you love my dark
you dig everything of which I'm ashamed
there's not anything to which you can't relate
and you're still here."
Alanis Morissette - "Everything" - 




sabato 20 settembre 2014

Red riding trilogy: in the year of our Lord 1980

Regia: James Marsh
Origine: UK
Anno:
2009
Durata: 93'




La trama (con parole mie): Peter Hunter, un detective di stanza a Manchester, viene chiamato nel West Yorkshire in modo da supportare le indagini fino a quel momento infruttuose legate alla ricerca del famigerato Squartatore, che dalla seconda metà degli anni settanta ha messo in ginocchio l'intero corpo di polizia facendosi beffe dello stesso.
In realtà, l'incarico ufficioso di Hunter è quello di scoprire quali potrebbero essere le mele marce del dipartimento, divorato da tempo e dall'interno dalla corruzione.
L'uomo, in crisi con la moglie e legato ad una collega, dovrà guardarsi le spalle rispetto alla caccia serrata allo Squartatore ma, ancora di più, alle indagini interne: i colleghi locali, infatti, paiono decisi a fare fronte comune contro di lui affinchè i loro panni sporchi restino tali.
E saranno disposti a celarli con ogni mezzo.







Sul finire dello scorso anno, una serie di recensioni a dir poco entusiastiche mi spinsero a premere sull'acceleratore per il recupero di una delle trilogie più celebrate del piccolo schermo, realizzata nel Regno Unito e legata ad alcuni fatti che insanguinarono lo Yorkshire tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta: quando, però, affrontai la visione del primo capitolo, per quanto interessante e ben realizzato, mi trovai almeno parzialmente deluso rispetto quelle che erano le aspettative della vigilia, che probabilmente speravano di incontrare quello che, non troppo tempo dopo, sarebbe diventato True detective.
Dunque il progetto Red Riding finì nel cassetto di casa Ford, rimanendo a prendere polvere fino ad una serata in solitaria di fine estate, che divenne un'occasione per scoprire se la fama che aveva preceduto quest'opera fosse effettivamente meritata o mal riposta: fortunatamente per il sottoscritto, già da questo secondo capitolo l'intero lavoro pare ingranare una marcia in più, alimentando la tensione e l'inquietudine che nella prima parte erano rimaste forse troppo ingabbiate dalla cura decisamente autoriale dell'intero progetto.
La vicenda di Peter Hunter, interpretato dalla vecchia conoscenza del Cinema UK che conta Paddy Considine, e l'indagine che porta lo stesso detective di Manchester ad addentrarsi non solo nel percorso compiuto dallo Squartatore dello Yorkshire ma anche e soprattutto in quelli che sono i giochi di potere e corruzione del dipartimento che lo ospita, è una di quelle storie fosche ed oscure, brumose ed inquietanti come il clima locale o la desolazione di scenari che farebbero felice il T. S. Eliot di Wasteland: il percorso compiuto dall'uomo partendo da una vicenda sepolta neppure troppo bene in un passato recente, il rapporto con la moglie e la collega ed amante, il campo di battaglia di fatto nascosto sul terreno sul quale si trova a doversi battere delineano un affresco potente e disarmante, che non lascia fiato o speranze in uno scioglimento della tensione, neppure di fronte al successo di un'indagine che finisce per avere più ombre che luci.
Interessante come, in un episodio che dovrebbe concentrarsi, di fatto, sui delitti efferati di un serial killer da manuale, un mostro inquietante pronto a confondersi con la folla ed il buon vicinato, i brividi maggiori vengano, al contrario, dagli uomini che dovrebbero essere non solo i designati a catturarlo, ma anche, di fatto, i protettori della comunità: una critica dunque feroce al Sistema e agli uomini incaricati di esercitarne il potere, che ricorda la drammaticità - per quanto affrontata su un campo di gioco completamente differente - di This is England e l'oscurità di cult cinematografici come Se7en e Memories of murder.
Il percorso del detective Hunter - curiosamente, e letteralmente, cacciatore -, passo dopo passo sempre più segnato - l'isolamento dai riluttanti colleghi, l'incendio alla casa, il rapporto con le due donne della sua vita - porta il pubblico ad un crescendo finale ancora più amaro di quello già affrontato con il film precedente, di fatto gettando ombre più che pesanti sulla visione del terzo episodio di questa miniserie e nel cuore di chi, a prescindere dal fatto che la realtà - e l'autorialità cinematografica con lei - prediliga l'essere amara, spera sempre e comunque in una minima parte di speranza da custodire e considerare il vero e proprio baluardo per la sopravvivenza non solo propria, ma dell'intera società.
Se, dunque, la speranza è una vostra speranza, mettete in conto di non trovarne dalle parti di questo Red riding, costellato di miserie umane oscure e profonde che non sfigurerebbero in un romanzo del romanticismo più cupo o in una canzone da carne e sangue di De Andrè, allargate le spalle ed affrontate un viaggio nella parte nascosta dell'Inghilterra di provincia che riuscirà ad essere così duro e cattivo da far sembrare un insuccesso perfino la cattura di un assassino tra i peggiori che possiate immaginare abitare gli incubi della porta accanto.



MrFord



"From the tick tick tick of your time's up
to the yes yes yes of 'I'll sell'
from the fact fact fact of the souless
to the pact pact pact with hell
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones
corruption corruption corruption
rules my soul
corruption corruption corruption
chills my bones."
Iggy Pop - "Corruption" - 



mercoledì 17 luglio 2013

Doppio gioco - Shadow dancer

Regia: James Marsh
Origine: Irlanda, UK
Anno: 2012
Durata: 101'





La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli anni novanta, e Collette, membro dell'IRA come i suoi fratelli che vide morire proprio il più giovane di loro apparentemente per mano inglese nel cuore dei settanta, viene catturata dall'MI5 a seguito di un attentato che non ha avuto il coraggio di portare a compimento.
Una volta confrontatasi con Mac, agente dei servizi segreti britannici, la donna si convince a collaborare in modo da preservare la vita ed il futuro del figlio, imbarcandosi in una missione da informatrice che dovrebbe portare a smascherare i vertici più giovani e bellicosi dell'organizzazione, contrari all'accordo di cessate il fuoco che pare in procinto di essere siglato con gli stessi inglesi.
Il suo compito, però, sarà più difficile del previsto, e la donna dovrà sopportare attacchi provenienti dall'interno così come dall'esterno: Collette, infatti, non è l'unica talpa al soldo del nemico.





Evidentemente dev'essere il periodo dei film fondamentalmente mediocri: tolte, infatti, un paio di piacevoli sorprese come Spring breakers e The Lone Ranger, nell'ultimo mese abbondante le novità in sala si sono spesso e volentieri rivelate ben al di sotto delle aspettative, pur se non abbastanza agghiaccianti da stuzzicare bottigliate o recensioni particolarmente pungenti.
Non è da meno Shadow dancer - riproposto dai nostri distributori con l'agghiacciante e scontatissimo titolo Doppio gioco -, passato in numerosi Festival dello scorso anno e pubblicizzato neanche fosse una sorta di versione aggiornata di titoli decisamente più interessanti come Hunger o Bloody sunday: onestamente, ammetto che l'idea dell'ennesima pellicola fuori tempo massimo legata alla drammatica guerra che insanguinò Irlanda del Nord ed Inghilterra fino a neppure troppi anni or sono non mi stuzzicava per nulla, considerato che il tema è già stato più che sfruttato dalla settima arte e non rappresenta, allo stato attuale, un territorio particolarmente florido per un regista che abbia voglia di raccontare una storia di un certo impatto.
Se, a questo, si aggiungono un'atmosfera soporifera degna de La talpa dissipata soltanto da un finale interessante - ma un paio di minuti non compensano certo un'ora e mezza di visione - ed un approccio simile a quello che, di recente, mi ha visto bollare come assolutamente anonimo, dimenticabile e mediocre Blood, la frittata è fatta.
Certo, non parliamo di un titolo completamente da buttare, di quelli in grado di stuzzicare la furia e l'incazzatura o realizzati senza alcun criterio - del resto James Marsh, che dovrebbe dedicarsi solo ed esclusivamente al documentario, è autore di due chicche come Man on wire e Project Nim -, eppure a questo Shadow dancer manca il piglio giusto perfino nei momenti che dovrebbero in qualche modo far sobbalzare lo spettatore sulla poltrona a causa dell'insostenibile tensione, che si traduce al massimo in uno sguardo torvo dell'imbolsito Clive Owen o in un apparente momento di crisi della riluttante infiltrata reclutata dallo stesso.
Del resto, quando nel corso della prima mezzora di un film di novanta minuti o poco più non si conclude nulla se non un confronto inconcludente - ed anche in questo caso torna prepotentemente alla carica il dialogo decisamente più efficace che è il fulcro del succitato Hunger - tra i due protagonisti, il sospetto di trovarsi di fronte ad un fuoco di paglia comincia a concretizzarsi, e a poco servono il twist a proposito dell'identità della seconda talpa ed un finale tutto sommato cattivo ed inaspettato a risollevare le sorti di una pellicola nata, sviluppata e cresciuta nell'anonimato, neanche fosse una "gola profonda" al lavoro per non essere in alcun caso ed in nessun modo scoperta.
La cosa più interessante ed utile per non essere colti da attacchi di sonno nel corso della visione resta l'attenzione per le inquadrature di Marsh affiancata dal cast, senza dubbio eterogeneo: andiamo dalla vecchia conoscenza del piccolo schermo Gillian Anderson a Domnhall Gleeson, figlio del ben più noto Brendan, per finire con Aidan Gillen, noto agli appassionati di Game of thrones come Ditocorto.
Ma è certo poca cosa per un titolo che prometteva di essere uno degli esperimenti d'autore più interessanti dell'estate.


MrFord


"I don't know
I don't know which side I'm on
I don't know my right from left
or my right from wrong
say I'm a fool
you say I'm not for you
but if I'm a fool for you
oh, that's something
two hearts beat as one
two hearts beat as one."
U2 - "Two hearts beat as one" - 


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