mercoledì 30 marzo 2016

The Armstrong Lie

Regia: Alex Gibney
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 124'






La trama (con parole mie): nel duemilanove, alla vigilia del suo rientro nelle competizioni a quattro anni dal ritiro, Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France, sopravvissuto al cancro, uno dei ciclisti più amati e rappresentativi del mondo, è seguito da Alex Gibney, documentarista, che dovrebbe raccontare il suo clamoroso comeback.
Quando, però, scoppia lo scandalo doping destinato a segnare per sempre vita e carriera di Armstrong, Gibney è costretto a cambiare rotta e mettere in standby il film, che da celebrazione diviene un documento sul periodo più buio della carriera di un atleta divenuto un vero e proprio lupo cattivo agli occhi degli specialisti, degli appassionati e della stampa.
Ma Armstrong è davvero così terribile come lo si è dipinto, o è solo il volto più noto di un sistema corrotto da fin troppi anni?










Se torno con la memoria a quando ero bambino, di fatto mi pare di essere cresciuto a pane e ciclismo.
Mio padre, appassionato a questo sport fin da bambino, lo ha sempre praticato e seguito assiduamente, e tra racconti di cadute e corse di ciclocross invernali, pomeriggi estivi con lui appostato in poltrona per i tapponi più impegnativi del Tour, cadute vissute sulla pelle - quante volte ricordo la sua bicicletta riportata a casa da estranei, con mia madre ogni volta sull'orlo dell'infarto! -, la clavicola sbriciolata che mi regalò tre mesi a casa in sua compagnia ai tempi delle elementari, quando guardammo tutta la serie di Ken il guerriero insieme in tv, il periodo in cui io stesso provai a cimentarmi con la bicicletta, di fatto sento questo sport come parte di me.
Uno sport duro, fatto di sacrifici e stress fisici pazzeschi, tanto più alto è il livello della competizione.
Ricordo bene anche Lance Armstrong.
Considerato, infatti, che il mio preferito da bambino era Greg Lemond, altro illustre ciclista americano, l'arrivo di questo ragazzo del Texas, divenuto a sorpresa il più giovane campione del mondo nel novantatre a Oslo, spalancò le porte della speranza del sottoscritto di vedere una nuova promessa diventare una delle realtà più interessanti del ciclismo mondiale: in realtà il buon Lance nei primi anni di carriera conquistò giusto qualche vittoria sulle grandi gare singole, senza spiccare particolarmente, invece, nei giri, fino all'estate del novantacinque.
Pochi giorni dopo la tragica morte del compagno di squadra Fabio Casartelli a seguito di una caduta, infatti, Armstrong vinse in solitaria la diciottesima tappa puntando gli indici al cielo come nel più emozionante dei film, rimanendo impresso nella mia memoria.
Peccato che, non molto tempo dopo, gli fu diagnosticato un cancro che lo portò ad affrontare una serie di interventi che lo davano spacciato almeno al cinquanta per cento - e di nuovo pare entrare in gioco il Cinema, in particolare 50/50 - ed una chemioterapia sperimentale che misero in discussione la sua intera carriera: inutile dire che, al suo ritorno alle corse, nel novantanove, con la conseguente vittoria a sorpresa nel Tour, il mondo fu letteralmente conquistato.
Quello fu l'inizio dell'impero e della bugia di Armstrong, che sfruttando la sua indole battagliera e l'aggressività tipica dell'americano vincente, con l'aiuto di alcuni specialisti, medici e team manager, compagni compiacenti ed una fame di vittorie incontrollabile, dominò per sette anni la corsa a tappe più prestigiosa del circuito, seminando nel frattempo una lunga serie di inimicizie sia a livello personale che professionale, che gli costarono, proprio a seguito del ritorno del duemilanove, una delle cadute più rovinose della Storia dello Sport, con conseguente annullamento delle già citate sette vittorie al Tour, un'indagine federale con rischi di risarcimenti milionari e la radiazione a vita da qualsiasi competizione ciclistica.
Alex Gibney, testimone involontario di questi eventi e della prima ammissione pubblica di Armstrong di aver assunto sostanze dopanti nel corso degli anni dei suoi successi - su tutte l'EPO, ma ricordiamo anche l'utilizzo massiccio di trasfusioni di sangue per ossigenare il più possibile annullando di fatto il rischio di essere scoperti -, avvenuta nel corso di una storica intervista con Ophra, porta sullo schermo una vicenda senza dubbio a forti toni di grigio mantenendosi quanto più possibile super partes, mostrando il lato dispotico tanto quanto quello umano di un campione che ha avuto, a mio parere, più la colpa di essere il più riconoscibile di uno sport, e l'eroe di migliaia di persone nel mondo - soprattutto se si pensa alla guarigione dal cancro ed al ritorno alle competizioni professionistiche - che non quella di aver assunto sostanze dopanti.
Certo, è giusto che le regole vengano seguite e che Armstrong - come chiunque altro - sia punito una volta colto in flagrante, ma il dubbio che sia stato usato come sorta di grande capro espiatorio per un sistema corrotto praticamente da sempre - mio padre stesso raccontava di come il doping fosse presente già ai tempi delle sue corse giovanili così come ora tra gli amatori settantenni, e non parliamo in nessuno dei due casi di professionisti -, che vide e vede coinvolti praticamente ogni anno ciclisti di tutto il mondo: non voglio, con questo, giustificare il fatto, ma sentire Armstrong che afferma "io volevo vincere, e considerato che tutti facevano uso di sostanze illecite, era l'unico modo per poter essere all'altezza degli altri" non suona neppure così strano.
Perfino la pulita - a quanto affermano anche i suoi detrattori più convinti - e faticosissima terza posizione guadagnata al Tour del duemilanove - quello del rientro - vinto dal compagno di squadra Contador che venne squalificato per doping l'anno seguente pare l'esempio clamoroso di un sistema che, così com'è, non può funzionare: l'alternativa migliore per un ciclismo finalmente pulito potrebbe essere quella di rendere più a portata "umana" i grandi giri, permettendo ai corridori un recupero che non porti ed induca all'utilizzo di sostanze illecite, o la clamorosa decisione di rendere, di fatto, le stesse lecite, o quantomeno tollerate quanto sono, ad esempio, nel football americano.
Rimanendo, infatti, a questi livelli di difficoltà e di media di velocità per tappa, l'utilizzo di metodi come quelli seguiti da Armstrong e dai suoi risulterà sempre quasi "normale", seguito da medici che continueranno ad elaborare metodi per evitare i controlli e da un muro di omertà che coinvolgerà l'intero carrozzone - esemplare, in questo senso, la "lezione" data da Armstrong al ciclista italiano Filippo Simeoni -.
Di fatto, da questo documentario, esce il ritratto di un uomo ossessionato dalla vittoria e dal potere, divenuto prima il simbolo di uno sport e dunque il suo anticristo: io continuo a pensare che, etica o no, abbia pagato un prezzo perfino troppo alto principalmente perchè protagonista assoluto.
Del resto, la caduta di un re è sempre più eclatante di quella di un contadino.
E se un re fosse furbo, dovrebbe sempre pensare a come evitare che i contadini, per invidia, rancore o voglia di emergere, possano pensare ad una rivoluzione: perchè la testa più importante destinata a saltare sarà sempre e comunque la sua.




MrFord




"When it was the right time, I caught her
and she was dead in the water
I found her in her tracks
she heard me answer back
liar liar,
she's on fire
she's waiting there around the corner
just a little air, and she'll jump on ya'."
Chris Cab - "Liar liar" -





10 commenti:

  1. Nel mondo del ciclismo il doping è sempre stato, purtroppo, una costante. Tant'è che spesso parlando delle imprese di Fabio Aru mi sono sentito rispondere "tanto sarà dopato pure lui", insomma anche episodi come quello di Armstrong hanno fatto sì che si sviluppasse un pregiudizio pesante attorno a questo sport. Mi interessa proprio l'argomento, lo vedrò sicuramente!

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    1. In realtà credo che, a prescindere dai risultati, considerato lo stress fisico, tutti i ciclisti professionisti, in misura minore o maggiore, usino sostanze dopanti.
      Detto questo, è buffo quando pregiudizi o giudizi condizionino oltre misura.
      Recuperalo, vale la visione!

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  2. Ho iniziato a pensare che il ciclismo fosse come il dio Crono (che involontariamente con il ciclismo ci va a nozze :D ) che divora i suoi stessi figli, dopo averli generati. Ricordo giornalisti che il giorno dell'esclusione di Pantani a Madonna di Campiglio smerdavano il povero ciclista romagnolo, colpevole di aver infangato la corsa rosa, per poi unirsi al coro dei piangenti dopo che Marco fu trovato morto a Rimini. A volte mi è venuto perfino il dubbio che il doping non servisse solo per vincere ma anche per fare notizie. Non so. Io dal 1999 faccio fatica a seguire il ciclismo con la passione con cui lo guardavo prima, come te, sulla poltrona con nonno, zio e papà. Adesso però mi hai fatto venire la voglia di vedere questo ;)

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    1. Rispetto a Pantani io sono di parte, nel senso che l'ho sempre poco sopportato e sempre tramite ciclisti in contatto con mio padre le voci che lui fosse uno dei più legati al doping erano cosa nota. Ad ogni modo, il problema non è dei singoli corridori, quanto di un sistema che andrebbe cambiato anche per riavvicinare a questo sport bellissimo generazioni diverse di spettatori.

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  3. Bella segnalazione, me lo segno per vederlo

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    1. E fai bene: vale davvero la visione.

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  4. Splendido documentario, come (quasi) tutti quelli di Gibney, di anni luce superiore al patinatissimo film di Frears: ciò che è agghiacciante di queste riprese è l'assoluta naturalezza con cui Armstrong e colleghi parlano del doping, quasi fosse una cosa "normale" farne uso. Una piaga che ha minato forse per sempre la credibilità di questo bellissimo sport. Ma il film merita assolutamente la visione!

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    1. Gibney spacca davvero, e questo documentario è davvero notevole.
      Comunque il film di Frears, di cui parlerò nel post di domani, non è così male.

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  5. Dopo The Program, che pure mi è sembrato piuttosto interessante, di quella merdaccia d'uomo di Armstrong per un po' ne faccio volentieri a meno.
    Mooolto volentieri.

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    1. Questo è un ottimo documentario che tutti gli appassionati di Cinema dovrebbero vedere, Armstrong o no.
      Ma ovviamente, come al solito ti confermi un cinefilo di bassa lega! ;)

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