martedì 9 luglio 2013

Spring breakers

Regia: Harmony Korine
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Faith, Candy, Brit e Cottie, nel pieno del loro anni di college, si ritrovano a dover mettere insieme i soldi in modo da autofinanziarsi le famigerate vacanze di primavera, simbolo di perdizione e divertimento di tutti gli studenti made in USA.
Rapinata una tavola calda in modo da fare cassa, le quattro ragazze partono per la Florida, dove tra una festa e l'altra saranno travolte dall'atmosfera di questo evento quasi iniziatico che rappresenta, in un modo o nell'altro, l'ultimo baluardo della loro giovinezza: finite in carcere a seguito di una retata della polizia ad uno dei tanti party, vengono liberate quando il gangster locale Alien paga loro la cauzione offrendosi di farle diventare il cuore del suo entourage.
Sarà l'inizio di un'avventura che segnerà la crescita e la vita delle "spring breakers".





Non avrei mai pensato di deludere il Cannibale in questo modo.
Fin dall'uscita di Spring breakers, ultimo lavoro del regista di culto Harmony Korine, avevo letto peste e corna delle gesta delle quattro sgrillettate protagoniste accompagnate da un quasi irriconoscibile - ed efficace - James Franco nelle loro decisamente sopra le righe vacanze di primavera, momento magico per ogni universitario statunitense: il tam tam di questi ultimi giorni della blogosfera, in forte controtendenza, mi ha dunque mosso in direzione di questo discusso titolo curioso di scoprire come sarebbe andata ad una pellicola improntata senza ritegno sull'adolescenza - o appena oltre - una volta entrata nel Saloon del vecchio Ford.
Il risultato ha superato ogni previsione: perchè Spring breakers è un fottuto grande film, senza dubbio uno dei più esplosivi dell'ultimo anno nonchè destinato, almeno da queste parti, a guadagnarsi lo status di cult, pur se in modo decisamente unico e personale.
Andando oltre la confezione - curatissima -, l'ottima colonna sonora, le immagini girate alla grande ed in bilico tra il videoclip allucinato e l'ampio respiro di registi come Malick - per quanto mi scocci ammetterlo, il paragone mosso dal mio antagonista in questo senso è perfetto: Spring breakers sta al dubstep quanto i lavori del discusso Terrence alla musica classica -, la fotografia satura e grandiosamente in stile eighties - era dai tempi di Drive che non incontravo un lavoro di questo calibro -, mi sento di affermare che, per quanto a tratti ridondante e perfino irritante, questo gioiellino targato Korine riesce a portare sullo schermo lampi di poesia struggente, dalla meravigliosa sequenza con le ragazze strette attorno ad Alien al pianoforte a bordo piscina con Britney Spears in sottofondo nonchè la camminata "sognante" lungo il pontile che porta la banda degli "Spring breakers forever" al confronto finale con gli avversari: come se non bastasse, il fresco quarantenne Harmony realizza quello che a buon diritto potrebbe essere considerato uno dei film generazionali più importanti dei nostri tempi, perfetto più che nel raccontare il vuoto - o presunto tale - degli adolescenti attuali nel portare sullo schermo l'illusione di ribellione e libertà che ogni decennio vive attraverso i suoi ragazzi, bene o male che finiscano.
Del resto, ad ogni cambio di registro della storia i genitori finiscono per paragonare "i loro tempi" a quelli dei figli, giudicati sempre e comunque in difetto sotto tutti i punti di vista, quando in realtà loro stessi erano stati bersaglio di critiche assolutamente identiche al giro di boa precedente, quasi si trattasse di una catena che nessuno mai riuscirà davvero a spezzare: Korine mostra l'altro lato della barricata grazie a quattro protagoniste per nulla empatiche, assolutamente negative e decisamente lontane da ogni alto proposito che, una volta assaggiato il marcio del mondo ed il lato oscuro della loro rivolta, finiscono per tornare a casa da mamma e papà promettendo di essere migliori nello studio e di cominciare a vivere finalmente secondo le regole, quasi ci fosse un bisogno fisico di guardare nell'abisso per capire che la bambagia è molto più confortevole.
Ed è proprio così, che vanno le cose.
I ribelli con il culo coperto tornano sempre a casa. Ed una decina o poco più di anni dopo finiscono per fare i capi di quelli che, ai tempi, avevano insegnato loro come andava il mondo, o almeno quei pochi che sono sopravvissuti allo stesso: ed è qui che entra in gioco la figura di Alien.
Un antieroe tristemente romantico, pronto a buttarsi a capofitto nel sogno del gangsta a metà tra gli eccessi di Luhrmann e Tarantino - come giustamente ha sottolineato nel corso della visione Julez - ed i modelli scombinati degli Scarface dietro a pellicole come City of God o Gomorra: vederlo correre dietro i capricci di queste piccole principesse in vena di un giro tra i vicoli dove solo il popolo finisce per sporcarsi le mani è qualcosa di crudele e geniale ad un tempo, come se la lotta di classe e le illusioni d'amore fossero pulsioni irresistibili per i ragazzi perduti dei bassifondi che non hanno una scelta, o un posto in cui tornare.
Ci sarebbe molto da scrivere, in questo senso, e occorrerebbe quasi fare un salto indietro di cinquanta e più anni: chi sono i "rebel without a cause"?
I figli delle periferie guidati dalla rivalsa e dalla legge della giungla o quelli delle ville con piscina cui tornare quando i guai bussano alla porta?
Non c'è un tempo, per questo confronto.
Non ci sono decadi, o epoche.
Ci sono i sogni, e la realtà.
E le "spring breakers forever" sono le sirene che illudono gli sciocchi marinai pronti a comporre ballate sul giorno in cui le porteranno vestite a festa al talamo nuziale.
Un giorno che non arriverà mai.


MrFord


P. S. Giusto per prendermi una rivincita su Peppa Kid, segnalo che il pastore che guida il gruppo di preghiera di Faith ad inizio pellicola altri non è che Jeff Jarrett, storico wrestler di WCW, WWE e TNA dagli anni novanta ad oggi. 


"Everytime I try to fly
I fall without my wings
I feel so small
I guess I need you baby 
and everytime I see you in my dreams
I see your face, it's haunting me
I guess I need you baby."
Britney Spears - "Everything" - 



lunedì 8 luglio 2013

This is 40

Regia: Judd Apatow
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 134'




La trama (con parole mie): Pete e Debbie sono ormai prossimi a compiere quarant'anni, un traguardo importante nella vita di ognuno di noi che spesso significa fare i conti con il passato e tracciare un bilancio della propria vita. I due, insieme praticamente da sempre, hanno cresciuto due figlie che adorano anche nei momenti di inevitabile conflitto, e stanno cercando da tempo di trovare la realizzazione lavorativa in proprio, il primo grazie ad un'etichetta discografica, la seconda con un negozio di abbigliamento.
Le vicende della vita, i problemi e gli impegni, però, li hanno allontanati molto, portandoli addirittura al punto di detestarsi, oltre al fatto di scaricare sull'altro le colpe dei problemi che vanno dal sesso alla gestione del tempo.
Sarà proprio il confronto con il giro di boa dei quaranta a portare entrambi a riflettere sulla loro condotta e ritrovare le forze per costruire il resto della vita insieme.






Judd Apatow ed il suo nutrito clan sono divenuti, nel corso degli ultimi anni, fordiani onorari, sempre ben accetti per le serate più easy qui al Saloon.
Unico neo nella produzione del Nostro - se di neo si può parlare, dato che comunque risultò piacevole - fu Molto incinta, pellicola acclamata - nel suo genere - praticamente ovunque nella blogosfera e non che ho trovato forse meno coinvolgente o esplicitamente cazzara rispetto alle altre: dunque l'idea di una sorta di spin off della stessa, inizialmente, non mi fece impazzire rispetto al ritorno sul grande schermo del buon Judd.
E invece con cosa mi sono trovato a visione ultimata?
Semplicemente con il fatto compiuto che This is 40, con Funny people, finisce per essere il lavoro più maturo - se così vogliamo definirlo - e personale del regista, una riflessione sincera, divertente e a tratti amara del cambio di decina forse più importante della nostra vita, quello che, di fatto, sancisce in qualche modo la fine della "giovinezza" e ci traghetta alla seconda metà della nostra esistenza, che lo si voglia oppure no.
Mescolando un'atmosfera che è a metà strada tra le commedie da famiglia disfunzionale in stile Sundance al romanticismo pop di Alta fedeltà, Apatow porta sullo schermo quelli che, probabilmente, sono anche suoi problemi filtrandoli attraverso le vite di Paul e Debbie, coppia solidissima, genitori sempre presenti - pur se alle prese con i primi problemi da figli adolescenti -, sognatori mai dimentichi dei turbamenti che avevano scosso - e per certi versi continuano a scuotere - anche loro un ventennio prima nel corso della loro prima "crisi di mezza età".
Da persona che vede avvicinarsi un pezzettino per volta proprio lo stesso fatidico compleanno - il 2019 non è poi così lontano - devo ammettere di essermi profondamente goduto - anche nelle parti più difficili - questo ritratto di una normale e scombinata coppia alle prese con il passaggio definitivo all'età adulta - se così vogliamo chiamarla -, dai problemi che nascono anche all'interno di un rapporto rodato - o forse proprio perchè rodato - al tempo che finisce con le vicissitudini della quotidianità per risucchiare l'ispirazione e la passione dei tempi in cui si trovava sempre il momento giusto per fare qualche stronzata  a cuor leggero, dal lavoro che inghiotte i sogni anche quando li rappresenta alla presenza sempre maggiore della tecnologia nelle nostre vite - interessante notare, infatti, quanto Ipad, Ipod, smartphone e surrogati ormai siano parte integrante dei rapporti sociali, soprattutto per chi, almeno fino alla generazione del sottoscritto, ha vissuto la propria adolescenza ai tempi dei walkman e dei telefoni a gettone -.
Andando oltre le riflessioni "profonde", comunque, all'interno di This is 40 non mancano spassosissime sequenze prettamente ludiche - la ricerca dell'emorroide di Paul o il concentrarsi delle attenzioni di qualsiasi uomo sulla commessa del negozio di Debbie interpretata da Megan Fox e dai suoi sempre più terribili pollici - o citazioniste - da antologia il botta e risposta tra Paul e la figlia adolescente a proposito della rivalità delle loro visioni da piccolo schermo, rispettivamente Mad men e Lost, chiuso con una geniale "quello che ha passato  Don Draper il tuo Jack con la sua isola se lo sogna" - in grado di rendere la visione più morbida nei momenti in cui si rischierebbe di immedesimarsi un pò troppo con i due protagonisti ed i loro travagli assolutamente comuni.
Ottimi il cast - comprese le due eredi di Apatow, praticamente perfette nei ruoli delle figlie di Paul e Debbie - e la colonna sonora, l'atmosfera ed il ritmo - considerato che, parlando di fatto di una commedia "romantica", due ore e dieci sono parecchie -, per un prodotto che fila via liscio, diverte e coinvolge, appassiona e riesce a smuovere decisamente più di quanto ci si aspetterebbe, specie se osservato a distanza ravvicinata come molti tra noi finiranno per fare.
Certo non si parlerà della pellicola dell'anno, eppure possiamo tranquillamente pensare di essere di fronte all'ennesimo colpo messo a segno da una delle personalità più importanti della commedia made in USA degli ultimi dieci anni, di fatto erede ormai maturato del tanto caro - al sottoscritto e non solo - Kevin Smith.
E scusate se è poco.


MrFord


"Oh mamma ho quasi quarant'anni
che cazzo ho fatto fino adesso
ho avuto il modo ed anche il tempo di cambiare
e l'ho passato a improvvisare
ma mi vuoi bene lo stesso."
Tiromancino - "Quasi 40" -




domenica 7 luglio 2013

Driven

Regia: Renny Harlin
Origine: USA
Anno: 2001
Durata: 116'




La trama (con parole mie): nel giro che conta delle corse si contendono il titolo del mondo Beau Brandenburg, glaciale vincitore degli ultimi due campionati, ed il giovane talento Jimmy Bly, acerbo eppure fenomenale pilota seguito come un'ombra dal manager e fratello Demille.
Quando nel carattere di Jimmy comincia ad insinuarsi l'ombra dell'ansia da prestazione a seguito del successo crescente, il proprietario della scuderia, lo spiccio Carl Henry, richiama l'ex pilota Joe Tanto, campione dal talento indiscusso mai davvero riuscito ad arrivare in vetta a causa del suo temperamento non sempre equilibrato e della sua grande passione per le donne.
Tanto avrà il compito di guardare le spalle di Bly, e cercare di avere sul ragazzo un'influenza che possa portare l'allievo a superare il maestro riuscendo, a fine stagione, a battere perfino il superfavorito Brandenburg.




Questo post rappresenta la seconda parte delle celebrazioni per il Sylvester Stallone Day, tramutato per l'occasione in Sylvester Stallone Weekend, alla facciazza di tutti quei radical chic che gli hanno preferito Kevin Spacey. Un ringraziamento speciale a Julez per il fantastico mosaico celebrativo.


In occasione delle celebrazioni di questo speciale weekend, con Oscar - Un fidanzato per due figlie ho recuperato un'altra delle pellicole con protagonista il mitico Sly che ancora mancava all'appello del Saloon, con la promessa di dedicarmi alla futura visione di tutti gli altri titoli mancanti: Driven.
Uscito in sala molto in sordina all'inizio del Nuovo Millennio, in uno dei periodi più oscuri del Nostro, e bollato come trash perfino dai fan più accaniti, questo lavoro di Renny Harlin - già noto per 58 minuti per morire e Cliffhanger - ha invece piacevolmente riportato gli occupanti di casa Ford nel pieno degli anni ottanta, grazie a quasi due ore di sguaiatissimo intrattenimento sportivo che ho apprezzato pur non essendo un grande appassionato di motori, nel pieno rispetto del ruolo di outsider che lo Stallone Italiano si è costruito pellicola dopo pellicola fin dai tempi di Rocky.
Come se non bastassero, poi, l'atmosfera eighties, la velocità e le donne - alla seconda avrei preferito l'alcool, ma non tutte le ciambelle riescono col buco -, Driven è impreziosito dal fatto che Stallone finisce per rubare la scena ai due veri protagonisti lottando fino all'ultimo con un mai domo Burt Reynolds per accaparrarsi la preferenza del pubblico: ovviamente è Sly ad avere la meglio, ed il suo Joe Tanto, genio e sregolatezza della pista, pone le fondamenta di quelli che saranno i successi del buon Sylvester negli anni appena successivi, quando come regista realizzerà il discreto John Rambo e l'ottimo Rocky Balboa, di fatto le sue eredità cinematografiche più drammatiche, al contrario dei due filmissimi dedicati agli Expendables, di fatto concentrati sul suo lato più ironico e guascone.
Poco importa, poi, che alcune sequenze di incidenti siano clamorosamente e visibilmente realizzate in computer graphic o che non sempre la sceneggiatura regga il già non troppo autoriale impianto narrativo: Driven è puro e semplice divertimento, il classico film di formazione che ai bei tempi tutti i ragazzini avrebbero guardato sognando di essere Jimmy Bly ed avere uno Stallone pronto a fare loro da padre e da maestro dando tutto affinchè loro stessi potessero superarlo.
Lo spirito dei piloti del grande circo non soltanto della Formula 1, inoltre, è decisamente rispettato, e dagli omaggi - veri o presunti - a miti dei motori come Gilles Villeneuve - celebre per esibizioni come quella che porta Joe Tanto a chiudere l'ultima gara con la vettura in condizioni non proprio ottimali, per usare un eufemismo - alla pressione che giornalisti, manager ed ammiratrici finiscono per esercitare su questi uomini abituati a vivere ad un'altra velocità, come cantava Battiato, tutto contribuisce a rendere emozionalmente credibili perfino le sequenze meno realistiche del lavoro di Harlin - basato su uno script di Stallone, tra le altre cose -, mostrando alle nuove generazioni di registi ed interpreti dell'action quello che ai prodotti attuali spesso, purtroppo, manca: la capacità di suscitare la meraviglia e la partecipazione nello spettatore, pronto a tifare per questo o quel pilota neanche stesse guardando un gran premio in tv.
Se il prossimo - e dal sottoscritto molto atteso - Rush firmato da Ron Howard riuscirà ad aggiungere alla parte di pancia e più tamarra di Driven un pizzico di autorialità, direi proprio che saremo sulla strada giusta - in tutti i sensi - per avere il cult sportivo dell'anno.
Quello che conta, comunque, è festeggiare un grandissimo di Hollywood ingiustamente snobbato da intellettuali o pseudo tali, tra le figure più importanti della cultura pop legata alla settima arte degli ultimi trent'anni.
Più che Tanto, caro Sly, sei e sarai sempre troppo. 


MrFord


E per celebrare in bellezza lo Sly-Weekend, di seguito i link ai film con protagonista il Nostro passati sul bancone del Saloon:

John Rambo
Rambo III
Rambo II - La vendetta
Rambo - First blood
Jimmy Bobo - Bullet to the head
Expendables 2
Expendables
Tango e Cash
Cobra
Over the top
Rocky Balboa
Rocky V
Rocky IV
Rocky III
Rocky II
Rocky
Copland


"You can't stop
or I might pass ya
if you slow down
I'll out last ya
but when you're down
you won't find me laughing
just one question I might ask ya
it might sound like a disaster
can you make this thing go faster?"
The Black Crowes - "Go faster" -


sabato 6 luglio 2013

Oscar - Un fidanzato per due figlie

Regia: John Landis
Origine: USA
Anno:
1991
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Angelo "Snaps" Provolone è un gangster di spicco divenuto uno dei boss incontrastati dei primi anni trenta, rispettato, ricco e temuto.
Quando incontra il vecchio padre sul letto di morte, quest'ultimo gli impone di promettere solennemente sulla sua memoria di ravvedersi, e così Angelo, da buon uomo all'antica, ripulisce i suoi modi e le attività, e pianifica di diventare socio di un'importante banca.
Il giorno dell'appuntamento con i suoi nuovi partners d'affari, però, Provolone scopre non solo di essere stato derubato dal suo giovane contabile, ma che quest'ultimo è pronto a chiedere la mano di sua figlia Teresa: peccato che lui non abbia una figlia di nome Teresa, e che la vera erede, Lisa, sia pronta a raccontare di essere rimasta incinta in modo da vendicarsi del padre che continua a tenerla rinchiusa in attesa di un matrimonio di comodo e che ha causato la fine della sua storia con l'autista Oscar.
Ma i guai della nuova vita "pulita" dell'ex "Snaps" sono appena cominciati: arrivare alla fine della giornata sarà più duro che ritagliarsi un posto nella mala a suon di colpi di pistola.




Questo post rappresenta la prima parte delle celebrazioni per il Sylvester Stallone Day, tramutato per l'occasione in Sylvester Stallone Weekend, alla facciazza di tutti quei radical chic che gli hanno preferito Kevin Spacey. Un ringraziamento speciale a Julez per il fantastico mosaico celebrativo.



Tutti gli avventori che si rispettano del Saloon sanno benissimo del culto che il sottoscritto continua ad alimentare rispetto ad una delle figure cardine della sua infanzia di appassionato cinefilo: parlo ovviamente di Sylvester Stallone, figura di spicco dell'action anni ottanta e non solo, icona della settima arte e del suo lato più fracassone e possessore del labbro più incredibile di Hollywood.
Nonostante il suddetto culto, alla mia lista personale di visioni mancava ancora Oscar, pellicola dei primi anni novanta firmata da un altro mito indiscusso, il John Landis di Blues Brothers e Una poltrona per due, capisaldi indiscutibili di ogni percorso di formazione che si rispetti.
Fortunatamente, il sessantasettesimo compleanno dello Stallone italiano - stessa età di mio padre, tra le altre cose - ha fornito l'occasione giusta per rimediare: perchè Oscar è uno spasso assoluto e totale, un divertentissimo divertissement all'interno del quale si fondono la commedia sguaiata e quella degli equivoci, la grana grossa e lo humour nero, la risata senza ritegno ed il ghigno sornione di chi la sa lunga.
In poche parole, il suo regista ed il protagonista.
Landis, che nel corso della sua carriera è sempre riuscito a regalare al pubblico un tocco pungente e molto più raffinato di quanto non possa apparire, tira fuori il meglio di Sly cucendogli addosso un personaggio che pare la sua trasposizione, gangster costretto a ravvedersi a seguito di una promessa fatta al padre sul letto di morte che pare un pesce fuor d'acqua almeno quanto uno abituato a menare le mani e scansare le esplosioni all'interno di un titolo che pare quasi un'escursione nell'autorialità nello stile del Woody Allen di Pallottole su Broadway o di frizzanti opere come L'importanza di chiamarsi Ernest.
La sequela di equivoci che mettono spalle al muro l'ormai ex gangster Angelo Provolone, infatti, è figlia della migliore tradizione del retaggio teatrale a partire dai titoli di testa - bellissimi, tra l'altro - sulle note di Rossini e del suo Il barbiere di Siviglia, come una danza senza requie tra figlie legittime e non, contabili con il vizio del furto, sicari tramutati in maggiordomi e borse che entrano ed escono da una villa che diviene palcoscenico quasi unico della vicenda nonchè motore dello stesso Snaps, intento a correre da un piano all'altro in modo da venire a capo di una matassa che pare più difficile da sbrogliare delle sue peggiori avventure da uomo della strada.
Benchè non si tratti d'altro se non di un susseguirsi di scambi di persona, di oggetti e battute apparentemente semplici, Oscar funziona a meraviglia, intrattiene e diverte grazie ad una squadra di attori tutti perfettamente in parte, una messa in scena da grandi studios dell'epoca d'oro ed un ritmo vertiginoso, reso ancor più funzionale da piccoli tormentoni già cult in casa Ford come lo schioccare delle dita di Provolone - e della figlia - ed i vezzi degli sgherri del boss, su tutti il patito di armi nonchè romantico sognatore Chazz Palminteri, perfetto nel ruolo del guardaspalle tutto muscoli e niente cervello.
Una sarabanda di situazioni, risate ed incastri che mi ha divertito dal primo all'ultimo minuto, e che nonostante una fama che non fa onore al lavoro di Landis e di Sly è stata per il sottoscritto una vera goduria che già non vedo l'ora di rivedere, perfetta per rivalutare il Rocky di noi tutti ed il suo ruolo cardine nella settima arte americana.
Almeno quella che, in barba a qualsiasi promessa, finisce sempre per preferire i muscoli alle buone maniere.


MrFord


"Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono,
donne, ragazzi, vecchi, fanciulle:
qua la parrucca... Presto la barba...
Qua la sanguigna...
Presto il biglietto...
Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono! 
Qua la parrucca, presto la barba,
presto il biglietto, ehi!"
Gioacchino Rossini - "Largo al factotum" - 


venerdì 5 luglio 2013

I saw the devil

Regia: Jee Won Kim
Origine: Corea del Sud
Anno: 2010
Durata: 141'




La trama (con parole mie):  Kim Soo Yeon è un agente dei Servizi segreti coreani in procinto di sposarsi con la figlia di un poliziotto in pensione che ancora deve comunicare al futuro marito di essere rimasta incinta.
Quando una sera la macchina della ragazza ha un guasto in aperta campagna, la stessa finisce preda dello spietato serial killer Kyung Chul, che le toglie la vita incurante delle sue preghiere di risparmiarla proprio per il bambino che porta in grembo: Kim Soo Yeon, deciso a scoprire il colpevole, si mette sulle tracce dell'assassino indagando da solo ed anticipando la polizia.
Quando Kyung Chul finisce tra le sue mani, l'agente giura allo psicopatico di essere soltanto all'inizio della sua vendetta: comincia così una persecuzione destinata a diventare una lotta tra i due uomini che segnerà non soltanto l'esistenza di Kim Soo Yeon, ma anche quella della famiglia della sua defunta donna.




Che il Cinema coreano fosse un punto di riferimento in fatto di materia tosta come la vendetta è un dato di fatto ormai universalmente noto - che si sia cinefili oppure no - fin dai tempi dell'esplosione del fenomeno Park Chan Wook, che con Old boy sdoganò, di fatto, una corrente che ha vissuto negli ultimi anni una fortuna decisamente invidiabile, in grado di regalare al pubblico perle di qualità altissima come Memories of murder - cui questo I saw the devil è molto legato - e The mother firmate da Bong Ho Joon, divertissement d'autore e stile come Bittersweet life - sempre ad opera di Jee Woon Kim o La samaritana di Kim Ki Duk.
In realtà l'argomento è sempre stato uno dei cardini di quello che ora è considerato uno dei Paesi più importanti dal punto di vista dell'influenza sul mondo della settima arte - in particolare nell'ambito dei grandi Festival - fin dai tempi in cui cineasti ora celebrati ad ogni latitudine speravano di riuscire a portarsi a casa qualche premio secondario che potesse aprire loro le porte della grande distribuzione internazionale: I saw the devil, nerissimo titolo ormai non più recente e, purtroppo, mai arrivato nelle nostre sale, si inserisce alla perfezione in questa tradizione violenta e spietata, e afferrando lo spettatore fin dal terrificante incipit lo guida in un viaggio attraverso i lati oscuri della mente e del cuore così profondo e d'impatto da far apparire cult come Se7en fondamentalmente versioni da parental guidance di vere pellicole "da grandi" come questa.
Partito sfiorando addirittura l'horror per avviarsi su binari che ricordano l'hard boiled prima di esplodere in un crescendo finale che danza sulla tensione del thriller per scoperchiare vasi di Pandora ancestrali e decisamente scomodi che ogni uomo porta ben nascosti nel cuore, il lavoro di Jee Woon Kim è costruito sulle spalle dei due straordinari protagonisti, l'algido Byung Hun Lee - che prestò il volto principale anche nel già citato Bittersweet life - nel ruolo di Kim Soo Yeon e l'incredibile Min Sic Choi - che il pubblico occidentale conobbe per la prima volta proprio con Old Boy -, entrambi autori di una prestazione da antologia e brividi: il rapporto che si costruisce tra lo spietato serial killer Kyung Chul e l'agente Kim Soo Yeon rappresenta senza dubbio uno dei più complessi e stratificati delle ultime stagioni cinematografiche, pronto a stupire e sconvolgere l'audience ad ogni suo passaggio ed evoluzione, dalla terrificante uccisione della fidanzata di Kim che apre la vicenda - che ha riportato alla mente del sottoscritto la forza di cult di genere come Il silenzio degli innocenti - fino ai ripetuti incontri dei due uomini, atti a ridefinire i loro ruoli ed esplorare lati delle rispettive personalità fino a quel momento sconosciuti.
La progressiva evoluzione di Kim da tutore dell'ordine a predatore accecato dalla furia e quella di Kyung da spietato assassino a vittima designata, come se non bastasse, si evolve attraverso sfumature sempre più complesse, e benchè non si rischi neppure per un secondo - drammatico finale compreso - ad empatizzare con una bestia della risma di Kyung - clamoroso come lo stesso, rimesso in libertà una prima volta da Kim, non ci pensi due volte a ricominciare ad uccidere, o tentare di farlo -, la portata delle azioni dell'agente muove a riflessioni sempre più profonde, legate al fatto che il contatto con l'oscurità liberata per dare la caccia all'uomo che ha ucciso la sua compagna, finiscono per condurlo su sentieri pericolosi e soprattutto destinati a generare altro dolore, altra morte e disperazione, neanche ci trovassimo all'interno di una tragedia greca dell'antichità, di quelle che non risparmiano nulla e nessuno, e più ci si avvicina al cuore e più profonde saranno le ferite.
Lasciandomi trascinare da questa terrificante meraviglia ho avuto anche modo di riflettere a proposito della figura del serial killer, da sempre tra le più affascinanti che la cronaca e la storia potessero presentare al sottoscritto: ai tempi della mia adolescenza, le vite di personaggi come potrebbe essere Kyung riuscivano ad alimentare una curiosità oscura che, in alcuni casi, finiva per creare una sorta di empatia, eppure con il passare del tempo - e, probabilmente, l'età e la formazione di una Famiglia - ogni legame di questo tipo pare essere scomparso, e per quanto drammatiche siano le ripercussioni delle azioni di Kim - di cui lo stesso agente è assolutamente responsabile - non c'è nulla che l'assassino subisce per mano del suo cacciatore che non meriti, perfino - e di nuovo lo cito indirettamente, per quanto stia cercando di non rivelare nulla - il trattamento riservatogli alla fine della storia.
Certo, il protagonista dovrà accettare il fatto che, una volta aperto il proprio cuore ai compromessi della violenza e della vendetta, la vita non sarà mai più la stessa: un pò come per noi, da questa parte dello schermo, ogni volta che decideremo di affrontare una visione come quella di I saw the devil.
Perchè quel diavolo, quel mostro, quell'abisso, ricambieranno sempre il nostro sguardo.
E la cosa più terribile è che potremmo scoprire di somigliargli perfino troppo.


MrFord


"And she says,
I swear I'm not the devil
though you think I am.
I swear I'm not the devil.
And she says,
I swear I'm not the devil
Though you think I am.
I swear I'm not the devil."
Staind - "Devil" -


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