mercoledì 7 dicembre 2016

Wednesday's Child



Si avvicina la fine dell'anno con i suoi bilanci e le sue classifiche: riusciranno queste ultime settimane di uscite a piazzare qualche zampata memorabile che possa sconvolgere le graduatorie?
Speriamo davvero di sì, così come speriamo che con il nuovo anno il mio collega, nemico e co-conduttore di rubrica Cannibal Kid cominci a capire qualcosa di Cinema.



"Dunque Cannibal è il co-conduttore di questa rubrica? Questa sì che è una notizia ferale!"


Captain Fantastic

Viggo Mortensen nel ruolo di James Ford nel film in uscita "Captain Fordastic".

Cannibal dice: Film che ho già visto, ma di cui non ho ancora parlato. Considerando che tra poco sarà tempo di concentrarsi sulle classifiche di fine 2016, potrei anche non riuscire a scrivere mai un post al riguardo. Dopo che il poco fantastic Ford ne ha già parlato molto bene, inoltre, mi è passata del tutto la voglia di prepararlo, visto che è piaciuto pure a me. Purtroppo.

Ford dice: film che ho già visto e postato, molto fordiano e molto indie - nel senso buono del termine - che è stato anche ospitato come header del Saloon il mese scorso. Inutile dire che, oltre a mettere d'accordo il sottoscritto e Cannibal - cosa più unica che rara -, si tratta di uno dei film più belli dell'anno, dunque va visto e rivisto.




È solo la fine del mondo

"Cannibal Kid il co-conduttore della rubrica? Ma è una tragedia!"

Cannibal dice: Xavier Dolan è il giovane regista più interessante oggi in circolazione e ha firmato un paio di miei cult personali assoluti come Mommy e Les amours imaginaires. Va anche detto che è un po' discontinuo e forse persino troppo prolifico, però il suo nuovo film promette parecchio bene. Giusto uno zozzone del cinema come Ford può ancora ignorare un autore del genere. Ma d'altra parte dove ci sono dei giovani, e per di più di talento, è normale che lui sia assente.
Ford dice: Dolan, celebrato in tutto il mondo ed in tutta la blogosfera, è a detta di chiunque il giovane fenomeno del Cinema mondiale. Un po' per timore di rimanere deluso, un pò per caso, non ho ancora visto neanche un film del ragazzo. Che sia questa la prima volta? Staremo a vedere.



Una vita da gatto

"Smettila di protestare: ora fili dritto a Casale, a casa Goi!"

Cannibal dice: Film che da bravo gattaro che si rispetti, mica come quel finto animalista e in realtà solo animale di Ford, ho già visto. A breve il miao... volevo dire il mio parere.
Ford dice: nonostante viva ogni giorno con quelle due bestie dei miei gatti, quasi più rompipalle di Cannibal Kid, la voglia di buttarmi in questa visione è assolutamente sotto zero, considerati gli ultimi recuperi che vorrei fare in vista delle classifiche di fine anno. Salto agile e felino e senza voltarmi indietro.



Babbo bastardo 2

"Prova di nuovo a consigliarmi un film che è piaciuto a Cannibal, e ti faccio saltare la testa!"
Cannibal dice: Pur essendo un fan delle pellicole poco politically correct, il primo Babbo bastardo, anche se mi aveva strappato qualche risata, non si era trasformato in un mio cult come avrei sperato. Chissà se questo sequel era davvero necessario, soprattutto ora che, dopo la doppia paternità, c'è in giro un altro e ben più temibile Babbo bastardo, ovvero Babbo Ford?
Ford dice: stranamente, nonostante avesse tutte le carte in tavola per conquistarmi, il primo Babbo Bastardo non mi aveva particolarmente colpito. La mia necessità, dunque, di un sequel è la stessa che ho di leggere ogni giorno un nuovo sproloquio del mio rivale. Molto, molto bassa.



La festa prima delle feste

"Ford scrive di non presentarsi a casa sua per il cenone senza un paio di damigiane di White Russian" "Perchè, Ford sa inviare messaggi con lo smartphone!?"

Cannibal dice: Commedia con Jennifer Aniston che dal trailer promette di essere una cacchiata enorme, per non dire di peggio, ma una cacchiata stupidamente divertente. Più che Babbo bastardo 2 o qualche smielato film bambinaro consigliato da White Russian, quest'anno la mia commedia natalizia, se proprio devo averne una, mi sa che potrebbe rivelarsi questa.
Ford dice: commediola da due soldi per le feste comunque preferibile ai nostri Cinepanettoni, che comunque non penso prenderò in considerazione, in vista dei già citati recuperi da classificoni. Lascio il pacco volentieri insieme al carbone a Bambino Kid.



Shut In

"Ebbene sì, piccolo Cannibal. Quello è il mostruoso Ford."

Cannibal dice: Thriller-horrorino con Naomi Watts e il giovanissimo Jacob Tremblay che pare più un fondo di magazzino, che un nuovo potenziale cult alla The Ring. Una visione comunque non mi sento di escluderla. A Ford invece, più che Shut In, consiglio: Shut Up!
Ford dice: horror che si rivelerà di fattura non proprio esaltante ripescato, a mio parere, grazie alla presenza di Jacob Tremblay, che ormai sta diventando il nuovo riferimento per i ruoli da bambino inquietante.
Cercherò di evitarlo, e come regalo di natale di rinchiudere Cannibal da qualche parte. Come in un baule da gettare sul fondo dell'oceano.



Robinù

"E così sto sul cazzo a questo Ford, eh!? Sarà senz'altro un eastwoodiano repubblicano reazionario!"

Cannibal dice: Ecco il docufilm diretto da Michele Santoro sui baby-boss della camorra. Potrebbe essere una specie di versione più documentaristica di Gomorra? E, nel caso Ford lo bocciasse, potrebbe essere una visione davvero interessante?
Ford dice: documentario che sulla carta potrebbe anche essere interessante, se solo non detestassi Santoro e non avessi l'impressione che si tratti solo di una cosa "troppo italiana". Settimana grama, questa. Pare quasi abbia messo mano alla distribuzione Cannibal.



Non c'è più religione

"Davvero in questo posto c'è ancora qualcuno che crede in Malick!? Ma dove siamo, a Casale Monferrato!?"

Cannibal dice: Purtroppo per Padre Ford, amante delle pellicole su preti & suore, non c'è più religione. Non sarebbe male se non ci fossero più anche film con Claudio Bisio sull'Italia di oggi, ma adesso non è che si possa chiedere troppo. A Dio, Babbo Natale, al genio della lampada o a chiunque altro esprimiate i vostri desideri.
Ford dice: e in tema di cose "troppo italiane", ecco l'ennesima pellicola che snobberò questa settimana. Deve esserci per forza lo zampino di Cannibal.


martedì 6 dicembre 2016

Swiss Army Man (Dan Kwan&Daniel Scheinert, USA, 2016, 97')




Era il settembre del duemilasei, nel pieno del periodo più wild della mia vita, e mi trovavo in Irlanda con il mio amico Emiliano: decidemmo, giusto per non stare sempre appiccicati alle due fanciulle che rimorchiammo a Galway, di farci una bella gita per ammirare il Connemara, spendendo praticamente tutto quello che avevamo a disposizione per quella giornata per mangiare - un favoloso brasato, devo ammettere - e per il pullman.
Con ancora negli occhi la bellezza strepitosa delle scogliere di Moher, l'autista fece tappa in una miniera che tutti gli altri partecipanti al viaggio organizzato ebbero l'occasione di visitare, mentre noi poveracci in canna optammo, nell'attesa, per un giro tra i negozi di souvenir ed un the nella caffetteria appena fuori dalla miniera stessa: proprio tra le cartoline, credo complice il brasato citato poco fa, cominciai a dare sfogo all'aria irlandese che si muoveva nelle mie parti basse, suscitando la furia di Emiliano che abbandonò il negozio per evitare di morire soffocato, andando a sedersi direttamente nella caffetteria, dove lo raggiunsi una volta conclusa la tempesta.
Lo scenario, a quel punto, era questo: tavoli tutti vuoti tranne uno, composto da una molto composta famiglia - padre, madre, figlia adolescente -, non troppo lontano dal nostro, e su ogni tavolo una zuccheriera, una piccola caraffa con il latte e tovaglioli.
Emiliano ordina un caffè americano, io the e muffin al cioccolato: si chiacchiera e si ride ancora per quello che è accaduto nel negozio qualche minuto prima, si alza un pò la voce tanto da notare l'irritazione negli occhi di mammina e papino e, forse, un velo di terrore in quelli della ragazzina, neanche fossimo i rednecks di Un tranquillo weekend di paura.
A un certo punto, una risata un pò troppo fragorosa lascia partire un altro missile degno di quelli sganciati tra i souvenir, innescando la protesta accesa di Emiliano per la puzza pestilenziale, mentre il sottoscritto cercava di contenere le risa, ormai fuori controllo: all'apice di questa nuova, clamorosa sequenza, doppio colpo mortale risata sguaiata/peto roboante, proprio mentre un asteroide che faceva un tempo parte del muffin al cioccolato esce dalla mia bocca entrando in orbita prima di ricadere, canestro perfetto, nella piccola caraffa del latte sul nostro tavolo.
Io mi contorco, Emiliano non resiste, e fuggendo dalla caffetteria ribalta la sedia dove stava sotto gli occhi sconcertati della famiglia Bradford versione irish.
Ho impiegato circa venti minuti per riprendermi e raggiungerlo all'esterno.
Questo ricordo, come tutti quelli di quel viaggio fantastico, ora è soltanto mio.
E' soltanto mio dalla notte tra il tredici ed il quattordici febbraio duemilaquindici, quando Emiliano ha deciso di togliersi la vita.
Questo aneddoto è una delle cose che mi sono passate per la mente guardando Swiss Army Man.
Mi sono anche passati per la mente l'amore, l'amicizia, il valore e l'importanza della libertà di essere come siamo, soprattutto con chi amiamo, perchè proprio con loro possiamo godere dell'essere noi stessi fino alla fine, scoreggione comprese, una colonna sonora stupenda, trovate che farebbero invidia al miglior Gondry, quanto cazzo sono stati bravi Radcliffe e (soprattutto) Dano, con quell'espressione tra la timidezza e l'orgoglio di fronte al complimento ricevuto dal suo nuovo, inseparabile amico.
Mi è passato per la mente "porca puttana, che film grandioso".
Mi è passato per la mente che se non fossi stato sul tappeto a giocare con i bimbi in stereo con Julez già in lacrime sul divano, mi sarei fatto uno di quei pianti liberatori che sono come il vento in faccia, una scopata, il segno che sì, stai vivendo, e lo stai facendo il più profondamente possibile.
Mi è passato per la mente che Swiss Army Man fosse una delle storie di amicizia più commoventi, poetiche e stramaledettamente vere che il Cinema abbia mai regalato al suo pubblico.
E non parlo di questa stagione, o degli ultimi anni. Di sempre.
Da quel cellulare rimbalzato tra i ricordi di uno e dell'altro, alle geniali trovate dell'autobus e del "cannone", dalla lotta con l'orso pronta a mangiarsi in un boccone tutto il realismo di qualsiasi  Revenant con la forza della pancia - in tutti i sensi -, dall'isola deserta alla città piena di gente.
Mi è passato per la mente Emiliano, che è morto nella vasca da bagno, e chissà che non abbia deciso di salutare chi ha pensato di giudicarlo per la scelta che aveva fatto con una scoreggiona come quelle che ho mollato io, quel giorno, in quella caffetteria, nel cuore dell'Irlanda che è stato proprio grazie a quel viaggio uno degli amori della sua vita.
Mi è passato per la mente che durante quel viaggio abbiamo riso, bevuto, letto, ascoltato musica, scritto, pensato a cosa avremmo fatto al nostro ritorno, scopato, siamo passati dal quasi calcio in faccia che mi presi la seconda sera a Dublino al penultimo giorno, quando Tommy, irlandese sposato ad un'italiana in gita di piacere nella sua terra cercò di trattenerci al tavolo con lui e due obese vestite come puttane da Far West offrendoci un drink dopo l'altro grazie alle vincite al gioco - almeno così ha dichiarato -.
Tutti quei ricordi, oggi, sono solo miei.
Ed ora, con Swiss Army Man negli occhi e nel cuore, e la coscienza di aver avuto la fortuna di trovarmi di fronte ad un cazzo di fantastico Capolavoro, e le lacrime che scendono, davanti allo schermo del computer sul quale scivolano via queste parole, mi passa per la mente un'altra cosa.
E' stato bellissimo.
Vorrei che ci foste stati anche voi.
Vorrei che ci foste stati anche voi.




MrFord




 

lunedì 5 dicembre 2016

Sully (Clint Eastwood, USA, 2016, 96')




"Nel corso di questa indagine piloti, ornitologi, esperti e computer hanno analizzato ogni singola variabile in campo, elaborando i dati con la massima precisione. E' mancato un solo fattore: lei.".
Recita più o meno così una delle dichiarazioni che chiudono il giorno del confronto decisivo tra il Capitano Sullenberger detto Sully ed il suo Primo Ufficiale, responsabili della scelta di aver effettuato un atterraggio d'emergenza sul fiume Hudson il quindici gennaio duemilanove salvando la vita delle centocinquantacinque persone a bordo dopo aver subito un'avaria ai motori a causa dello scontro con uno stormo di oche canadesi, dopo aver valutato come troppo rischioso tentare un rientro al La Guardia - aeroporto dal quale erano decollati pochi minuti prima - o una deviazione verso il primo scalo del Jersey, distante qualche miglio.
Il fattore umano.
La Storia - che si parli di aviazione civile o qualsiasi altro campo - ha mostrato che sono molteplici gli esempi di situazioni straordinarie all'interno delle quali a fare la differenza, nonostante la tecnologia, le condizioni, i miracoli e chi più ne ha, più ne metta, è , è stato e forse sarà sempre l'Uomo, che proprio grazie alle sue imperfezioni ed all'istinto è riuscito dove qualsiasi calcolo o teoria avrebbe previsto un fallimento.
E' questo fattore lo scheletro dell'ultimo lavoro firmato da Clint Eastwood, che sulla via degli ottantasette anni continua a mettersi in gioco cambiando soggetti, minutaggi e produzioni mantenendo saldo per l'appunto quel fattore umano che ha reso e rende grandi molti dei suoi film: Sully, che ripercorre le vicende dell'(anti)eroico capitano che nei giorni seguenti allo scampato disastro fu messo sotto indagine dalla sua compagnia rischiando carriera e pensione per aver scelto l'atterraggio sulla carta più rischioso piuttosto che un rientro apparentemente più sicuro da dove era venuto, forse non sarà mai parte del novero dei Capolavori del vecchio Dirty Harry - del resto, non capitano tutti i giorni cose come Gli Spietati, Mystic River, Million Dollar Baby o Gran Torino, giusto per citarne alcuni -, eppure è uno specchio splendido, scritto e diretto con rigore, della sua poetica, ennesima conferma dello spessore di un regista che, senza ombra di dubbio e molto più di altri anche più celebrati di lui - come l'ormai perduto Malick -, è entrato a far parte della cerchia dei più grandi narratori della settima arte statunitense dell'epoca moderna, prendendo sempre più le parti di un John Ford della nostra generazione.
Nel corso della visione di Sully, a prescindere dall'amore incondizionato che continuo a provare per quello che è senza ombra di dubbio il mio nonno cinematografico, della qualità della confezione pronta ad andare di pari passo alla sua semplicità, della pacatezza e dei toni sobri dell'intera opera, ho pensato a quanto un altro regista ed un'altra produzione avrebbero potuto sbracare selvaggiamente, con una materia come quella fornita dall'impresa - perchè questa è stata, senza ombra di dubbio - del Capitano Sullenberger, dei suoi collaboratori e dei soccorsi giunti sul posto ed in grado di portare in salvo tutti i centocinquantacinque superstiti in ventiquattro minuti - considerati i tempi di reazione italiani, il pensiero fa venire i brividi -.
Un eroe americano al cento per cento, un vero e proprio miracolo - non ci sono documentazioni di altri ammaraggi legati all'aviazione civile con il cento per cento dei superstiti -, un esempio di prontezza da parte di chiunque abbia potuto dare un contributo per la salvezza di quelle persone, una battaglia per l'affermazione dell'importanza del giudizio e del gesto di un uomo che, giocandosi la propria vita, ha finito per salvarne altre centocinquantaquattro: chiunque avrebbe potuto cedere al fascino malefico della retorica, esattamente come si potrebbe dire per un altro film firmato dal Nostro qualche anno fa, Invictus, ed ancora una volta, il vecchio Eastwood ha sconvolto l'equazione.
Tutto questo ha una sola risposta.
Il fattore umano.
Il fattore Clint.




MrFord




 

domenica 4 dicembre 2016

Criminal (Ariel Vromen, USA/UK, 2016, 113')




Se nel corso degli anni ottanta, o anche solo qualche anno fa, qualcuno mi avesse detto che sarebbe nata una vera e propria corrente di attori non proprio più di primo pelo pronti a rimettersi in gioco nel ruolo di spaccaculi action heroes, spesso e volentieri non provenendo neppure lontanamente da quel tipo di genere ed ambiente cinematografico, avrei riso a crepapelle: allo stesso modo, se avessi saputo che Kurt Russell sarebbe finito a lavorare con Tarantino e Liam Neeson, Mel Gibson o Kevin Costner a fare i sessantenni da battaglia, avrei strabuzzato gli occhi - anche se, forse, con il vecchio Mel le cose sono un pò diverse -.
Eppure, tutto questo è successo.
Criminal, nonostante una cornice quasi spionistica in uno stile più vicino agli ultimi 007 - con le dovute proporzioni -, si inserisce perfettamente nel novero, ed ha rappresentato, almeno in termini di aspettative, una delle tamarrate da rutto libero più attese dal sottoscritto in questi ultimi tempi insieme a Blood father: peccato che, come quest'ultimo, si sia rivelato più che altro una grossa delusione.
Non basta, infatti, avere un Kevin Costner in versione finto bad guy sulla via forzata della redenzione affiancato da nomi grossi come Gary Oldman, o traini per il pubblico occasionale e più giovane come Ryan Reynolds il re dei cani maledetti e Gal Gadot, uno script apparentemente più profondo di un action standard e, probabilmente, un certo grado di compiacimento, per rendere un prodotto interessante: Criminal, infatti, purtroppo risulta a conti fatti un ibrido troppo serioso e prevedibile per essere una scheggia impazzita dell'action d'autore o dell'action e basta e decisamente troppo dozzinale - la regia ed il montaggio non sono impeccabili, a mio parere - per ambire a qualcosa di più del titolo di genere.
Quando, infatti, un fan accanito di questo tipo di pellicole come il sottoscritto rischia la pennica da spiegoni da intrigo per tutta la prima parte e prevede quasi tutti gli sviluppi della seconda - rigorosamente più movimentata - senza vedersi strappata neppure una risata, significa che qualcosa nell'ingranaggio non funziona, e che la pellicola in questione è destinata in breve tempo al dimenticatoio.
Se considero che la visione stessa è "vecchia" non più di quattro o cinque ore e già fatico a tirare fuori qualche spunto per il post, il gioco è fatto: forse è meglio che il buon, vecchio Kevin - al quale voglio un gran bene, sia chiaro - torni alla materia che ha fatto la sua fortuna - l'altrettanto amato Western - piuttosto che reinventarsi action hero quando non lo è mai stato.
Non vorrei vederlo, un giorno o l'altro, fare il buono ed il cattivo tempo in un filmaccio di infima serie facendo sfoggio di una mobilità limitata in corsa come hanno già fatto il già citato Neeson ed il Nicholas Cage di Pay the ghost: sarebbe una pugnalata al cuore di tutti i lupi che ballano fin dagli anni novanta.




MrFord




sabato 3 dicembre 2016

Train to Busan (Sang-Ho Yeon, Corea del Sud, 2016, 118')




Dopo una permanenza praticamente fissa nel genere - e ormai direi che i venticinque anni sono superati in scioltezza - fin dagli albori della mia vita da appassionato di Cinema, posso tranquillamente definirmi un veterano quando si tratta di horror: in particolare, a partire dal primo colpo di fulmine per il meraviglioso La notte dei morti viventi di Romero, gli zombies - lenti o veloci, stupidi o voraci - sono sempre stati tra i miei mostri preferiti soprattutto quando si trattava di survival movies pronti a mostrare che non esiste creatura più pericolosa, in Natura oppure no, dell'Uomo.
In anni recenti, però, nonostante il bombardamento mediatico della sopravvalutata The Walking Dead e di blockbuster inutili come World War Z, questo sottogenere pareva aver raggiunto la tipica fase di stanca pronta a mettere in crisi perfino i fan hardcore come il sottoscritto, che per trovare un'esperienza degna di questo nome in quest'ambito ha dovuto concentrarsi non troppi anni fa sul videogioco - stupendo - The last of us, ed ancora prima su 28 giorni dopo e Shaun of the dead, gli ultimi due veri zombie-movies degni di questo nome.
Fortunatamente, sospinto da recensioni positive giunte praticamente da ogni direzione nella blogosfera e non e come di consueto scandalosamente ignorato dalla nostrana distribuzione, è giunto a rispolverare i Classici ed un giustificato entusiasmo Train to Busan, pellicola coreana che riprende il tema del già citato cult La notte dei morti viventi - ovvero butta un gruppo di umani in un luogo chiuso assediato dagli zombies e vedrai quali sono i veri mostri - e lo trasforma in una visione appassionante, serrata, emozionante, tesa dal primo all'ultimo minuto e pronta a colpire al cuore grazie anche ad una caratterizzazione dei personaggi principali forse non nuova ma perfettamente riuscita, in grado di stimolare l'affezione o l'odio dell'audience per questo o quel charachter, i riscatti ed il dolore nel vedere il proprio o la propria preferita cadere per mano dei mutati.
Altro merito degli autori, oltre a quello di aver rispettato alcune regole sempre convenienti in questi casi ed aver mantenuto alte tensione ed adrenalina neanche fossimo all'interno di una versione riuscita del deludente Snowpiercer, quello di aver sfruttato al massimo la location - un treno ad alta velocità partito da Seoul e diretto a Busan - così come le caratteristiche dei feroci zombies ed i loro limiti, senza per questo dimenticarsi del mondo ormai controllato dalla tecnologia in cui viviamo e dei rapporti umani che si possono rompere o cementare in questi casi - tra amici, fratelli e sorelle, mariti e mogli, genitori e figli, perfetti sconosciuti -.
In questo senso, la tematica dell'approccio da mantenere in casi estremi - in soldoni, salvare se stessi ed i propri cari indipendentemente da tutto il resto o cercare di mantenere una certa unità in modo da avere più possibilità di sopravvivenza -, per quanto già esplorata nel genere, funziona molto bene, e regala, oltre a tensione, buoni effettacci e violenza anche più di un momento di sincera emozione, come spesso capita quando si parla di produzioni coreane di qualità - mi torna in mente il mitico The Host -: dunque, anche per un veterano del genere come il sottoscritto, Train to Busan si impone viaggiando ad altissima velocità come uno degli horror migliori dell'anno - se non il migliore - e senza dubbio uno dei lavori più interessanti legati agli zombies degli Anni Zero.
Se non avete troppa paura di sporcarvi le mani, o di scoprire tutte le sfumature oscure del vero mostro - sempre il genere umano -, correte a strappare un biglietto per questo treno senza ritorno.




MrFord




 
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