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lunedì 21 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana del Bulletin, specchio di un periodo che mi trova - purtroppo - piuttosto lontano dal Cinema e più vicino, per tempi tecnici e capacità di rimanere sveglio la sera, alle serie televisive: che si tratti di recuperi di titoli ormai legati al Saloon o di nuove avventure giunte grazie al tam tam della blogosfera o dei recenti Globes, i prodotti da piccolo schermo stanno acquistando uno spazio sempre più importante, rivelandosi fruibili e fornendo alternative sempre molto diverse tra loro.
Con l'avvicinarsi dell'uscita di Creed 2, poi, ho approfittato per ritrovare un vecchio mito di questo vecchio cowboy.


MrFord


RAY DONOVAN - STAGIONE 6 (Showtime, USA, 2018)

Ray Donovan Poster

Proseguono le gesta della famiglia Donovan e del granitico problem solver Ray, uno dei fordiani da piccolo schermo ormai più stimati da queste parti: dopo la morte della moglie ed il trasferimento a New York, le cose si mettono di male in peggio per Ray, suo padre e i suoi fratelli, ed una stagione cui fanno da sottofondo intrighi politici e poliziotti corrotti tanto da ricordare The Shield, vengono a galla i lati oscuri e soprattutto le fragilità di ogni membro della famiglia, mettendo alle corde i suoi membri così come lo spettatore, che tra lacrime e sangue, episodio dopo episodio, soffre, cade e si rialza accanto ai protagonisti. Splendido il season finale, ispirato da Gente di Dublino di Joyce.
Come sempre, grande prova attoriale di Eddie Marsan e Jon Voight.


L'INNOCENTE (Netflix, USA, 2018)

Innocente Poster

Sulla scia del recentemente apprezzato Making a murderer, e considerata la stima letteraria che Julez ripone in John Grisham, grazie all'ormai sempre più presente Netflix abbiamo affrontato la visione de L'innocente, docufiction tratta dall'unico libro ispirato a fatti reali pubblicato dallo stesso Grisham: tornando indietro nel tempo all'ottantadue e all'ottantaquattro ad Ada, in Oklahoma, l'autore si domanda quale sia stato il percorso dietro l'indagine, gli arresti e le vicende legate a due terribili omicidi di due ragazze che si sono viste strappare la vita e di presunti colpevoli che si sono visti togliere la Giustizia.
Un'altra piccola chicca che racconta il lato oscuro del sistema legale statunitense, e trasporta lo spettatore in una spirale di dolore, desolazione, disperazione inquietante proprio perchè vera e vissuta: un altro viaggio nel dolore che solo il più pericoloso tra gli animali può provocare.


THE KOMINSKY METHOD (Netflix, USA, 2018)

Il metodo Kominsky Poster

Premiato ai Globes e giunto grazie al passaparola al Saloon, The Kominsky Method è la prima bella sorpresa del duemiladiciannove: fresco - nonostante l'età dei protagonisti -, piacevole e sentito, l'ho vissuto come una sorta di Californication della terza età.
Strepitosi Douglas e Arkin, perfetti nei duetti da risata come da commozione, piacevole il formato - che mescola le normali atmosfere da serie a quelle da sit com -, interessante il modo in cui, a conti fatti, ci si può prendere in giro per cercare di prendere in giro il Tempo, che prima o poi passa da tutti per chiedere e chiudere i suoi conti, fisicamente oppure no che sia.
Forse il suo vero difetto sta nell'essere troppo corta, ma per quanto mi riguarda non vedo già l'ora di godermi di nuovo le schermaglie verbali da amici veri di questi due vecchi ragazzacci che proprio non vogliono mollare la vita.



ROCKY BALBOA (Sylvester Stallone, USA, 2006, 102')

Rocky Balboa Poster

In attesa di gustarmi in sala Creed II - l'attesa è già alle stelle -, ho deciso di rispolverare uno dei miei capitoli preferiti della mitica saga dedicata allo Stallone Italiano, l'ultimo che l'ha visto protagonista e sul ring: Stallone, regista e sceneggiatore, porta sullo schermo una sorta di "favola d'addio" del suo più fortunato charachter adattando quelle che qualche anno dopo sarebbero state le atmosfere di The Wrestler per raccontare di come, invecchiando, si comincia a vivere al di fuori del Tempo, ma non per questo si è disposti ad arrendersi ad esso.
Un omaggio sentito e commovente ad una galleria di protagonisti unica, dove vengono recuperati personaggi di secondo piano come Mary - la ragazzina del primo Rocky - e Spider Rico - lo sfidante di Balboa nel match che aprì quello stesso capitolo - e più di una volta si sospira pensando che la clessidra non risparmia neanche i grandi combattenti. 
Ma questo non significa che ci si debba arrendere. Anzi.


venerdì 30 marzo 2018

Ray Donovan - Stagione 5 (Showtime, USA, 2017)




Esistono alcuni casi in cui un film, un libro o una serie, più che dalle storie che raccontano, vengono resi quello che sono grazie ad un personaggio: ad esempio, se la saga di Rocky non fosse stata poggiata sulle spalle del mitico Balboa e di uno Stallone che aveva scritto il personaggio sulla propria pelle probabilmente nessuno la ricorderebbe se non come l'ennesimo racconto del comeback del loser, e difficilmente lavori come Aguirre furore di dio o Fitzcarraldo avrebbero assunto le dimensioni che hanno ora agli occhi di molti appassionati se non fosse stato Kinski ad interpretare i due protagonisti.
Ray Donovan può tranquillamente essere ascritto a questa categoria.
Fatta eccezione, infatti, per il padre e rivale di Ray, il mitico Mickey dell'altrettanto mitico Jon Voight - che continua a gareggiare con Frank Gallagher per il titolo di peggior genitore del piccolo schermo -, tutti i personaggi e le storie raccontate anno dopo anno in questa produzione paiono infrangersi sull'ostinata graniticità del problem solver cui presta gran presenza Liev Schrieber, e perfino in una stagione come questa, segnata dal "lungo addio" al personaggio di Abbie, moglie di Ray, ogni tentativo di far prendere il volo a qualcosa o qualcuno che non sia lui continua a scomparire nel momento in cui il roccioso main characther entra in campo anche in punta di piedi.
Una premessa come questa - specie se legata alla quinta stagione di una serie - potrebbe suonare come negativa, e invece mi ritrovo per l'ennesima volta ad applaudire una qualità che continua a mantenersi costante e alta nonostante inesorabilmente Raycentrica e con qualche sbavatura in fase di scrittura - ho trovato, ad esempio, piuttosto vergognosa la gestione della figlia di pochi mesi di Bunchy, comparsa solo quando le esigenze di copione prevedevano e dimenticata neanche fosse una borsa il resto del tempo -, lasciando gli spettatori con un finale apparentemente "definitivo" - ma tutti sappiamo che non sarà così, essendo appena iniziata la sesta negli States - e la promessa di un rinverdirsi della faida tra Ray e suo padre, unico a tenere testa, in termini di carisma e magnetismo, al protagonista, riportando indietro l'orologio agli esordi di questo titolo, quando tra i due infuriava la tempesta.
La scelta, ad ogni modo, di chiudere la quinta stagione come è stata chiusa rappresenta anche una discreta scommessa per gli autori, che a questo punto potrebbero decidere di rilanciare il prodotto salutando alcune storylines e personaggi secondari e concentrarsi su un nuovo corso per Ray Donovan, che potrebbe portare l'intero prodotto ad un livello ancora più alto o far capire a spettatori e sceneggiatori che, come tutte le ottime serie, andrebbe salutata quando ancora si trova in cima.
In casa Ford, comunque, rimaniamo sintonizzati ed in attesa di scoprire che ne sarà della banda dei Donovan, considerato che il personaggio di Ray ed i suoi "sogni ad occhi aperti" - riferimento alle apparizioni della moglie defunta - sono riusciti nell'impresa di colpire anche il Fordino nonostante questo titolo non possa contare su una sigla accattivante - fattore molto importante per il piccolo Ford - ed i suoi due preferiti continuino ad essere House e, neanche a dirlo, Frank Gallagher.
Alzo dunque i calici neppure appartenessi alla scombinata e combattente famiglia Donovan - e ne scorre di alcool, da quelle parti -, e spero che il futuro, per loro, pur tra sangue e battaglie reiterate, continui ad essere potente come il personaggio cardine della storia.



MrFord



 

venerdì 13 ottobre 2017

Ray Donovan - Stagione 4





Piccolo o grande schermo che sia, nel corso di questi anni che hanno contraddistinto la vita del Saloon, il termine "fordiano" è diventato un modo - non solo mio - di definire un certo tipo di produzioni che per tematiche, tempistiche, approccio e via discorrendo finiscono quasi senza passare dal via automaticamente tra le schiere dei favoriti del sottoscritto, o quantomeno hanno buone probabilità di farlo.
Ray Donovan è senza ombra di dubbio parte del novero dei titoli assolutamente ed indiscutibilmente fordiani: personaggi cazzuti e tormentati, legati tra loro dal sangue, dall'alcool, dal sesso, da una vita da outsiders ma anche da profondi conoscitori - ed estimatori - della vita stessa vissuta sempre e comunque.
Da Mickey Donovan - che contende il titolo di padre dell'anno a Frank Gallagher -, che trabocca essenza da figlio di puttana e fascino irresistibile - grande merito ad un John Voight pazzesco - al mesto ma combattivo Terry, passando per Bunchy - uno dei personaggi meglio caratterizzati che ricordi -, per giungere al granitico Ray, le fondamenta del clan dei Donovan sono al contempo solide e fragili, indiscutibilmente forti, clamorosamente in grado di passare dall'avere il peso del mondo sulle spalle a crollare sconfitti e così in basso da non sapere neppure immaginare una risalita.
Questa quarta stagione, giunta a breve distanza dal recupero della terza, parte proprio con il tentativo di Ray di rimettersi in piedi a seguito degli eventi - soprattutto interiori - che avevano riaperto vecchie ferite nel suo cuore al termine della season precedente, segnato già dal principio dal connubio fornito da un ritorno alla Fede e dalla lontananza dall'alcool: due cose che si sposano male, soprattutto se applicate ad uno spaccaculi professionista che trabocca caos da ogni poro nonostante la sua naturale inclinazione a proteggere e lottare per chi ama, che con la chiesa e con dio ha chiuso i conti già da tempo, e che per tenere botta alle botte della vita non può certo pensare di stare lontano dalla bottiglia.
Ma è solo la punta dell'iceberg di dodici episodi come di consueto intensi e con le palle, pronti a passare da momenti divertenti o grotteschi - il trip con il peyote di Mick, ad esempio - ad altri estremamente violenti - l'episodio conclusivo mi ha ricordato i regolamenti di conti che di norma chiudevano le annate dei Sons of anarchy -, fino alla quasi commozione di sequenze non solo degne dei migliori film drammatici con focus sulla Famiglia, ma anche di titoli che sul piccolo schermo hanno avuto - ed hanno - seguito e celebrazioni ben più grandi di quella che è ancora a tutti gli effetti una proposta di nicchia - tra quelle mainstream, ovviamente - ma che continua con forza a mantenere alti i suoi standard anno dopo anno.
A fronte, inoltre, di una chiusura di stagione che ha visto i Donovan finalmente e forse per la prima volta in questo modo lottare insieme per il bene comune della famiglia, la curiosità per quello che aspetta questi irlandesi di Boston trapiantati nella L.A. delle celebrità sale indiscutibilmente, consolidando la credibilità della proposta Showtime - sempre ben costruita sia in termini di casting che di sceneggiatura e regia - ed introducendo nuovi elementi che potrebbero determinare il futuro dei protagonisti in modo molto positivo o clamorosamente negativo.
E considerato che parliamo dei Donovan, l'impressione è che i guai torneranno, incuranti delle battaglie combattute per tenerli alla larga, a bussare forte alla loro porta.




MrFord




 

venerdì 22 settembre 2017

Atomica bionda (David Leitch, Germania/Svezia/USA, 2017, 115')




Era la primavera scorsa quando, in sala per goderci in libera uscita dai Fordini l'ultimo Fast and furious, passò il primo trailer di Atomica Bionda, action dal sapore di spy story classica che sulla carta non aggiungeva nulla ad un genere che ho sempre amato e che, purtroppo, non ha particolari sussulti da diverso tempo: probabilmente, se non mi fosse saltato agli occhi un particolare, non avrei badato troppo alla sua data d'uscita, e forse mi sarei lanciato in un recupero casuale legato all'ambientazione - adoro Berlino - ed alla colonna sonora - il pop anni ottanta è una bomba -: a metà trailer, i furboni della distribuzione piazzano una limonata selvaggia tra Charlize Theron, protagonista che pare un cocktail tra Furiosa e John Wick, e Sophia Boutella, già vista ed apprezzata nel recente La mummia.
A questo punto, Atomica bionda è diventato uno dei potenziali cult dell'anno del Saloon, alimentando anche il desiderio di spaccare qualche bottiglia in testa al sottoscritto in Julez, ben conscia del fascino che l'amore saffico esercita sul sottoscritto: il lavoro di David Leitch, dunque, è stato posto in cima alla lista delle visioni al ritorno dalle vacanze, rivelandosi un prodotto senza infamia e senza lode dal punto di vista narrativo - l'intreccio con doppi e tripli giochi sotto la Cortina di Ferro si è già visto in questo tipo di pellicole, e la seriosità non aiuta lo sviluppo di uno script decisamente freddino - e recitativo - tutti fanno il compitino, specialmente Charlize Theron nella sua versione "figa glaciale" e James McAvoy, che ultimamente pare essere rimasto prigioniero del ruolo "fattone affascinante", e non vorrei davvero che questo rovinasse uno dei giovani talenti più interessanti del Cinema mainstream -, mentre l'aspetto tecnico, dalla cornice alla strepitosa sequenza della fuga della protagonista con il sempre ottimo Eddie Marsan - il momento migliore, senza ombra di dubbio, dell'intera visione, con un piano sequenza vertiginoso, botte da orbi e passaggi spaccatutto come piacciono al sottoscritto - e la già citata sequenza della limonata dura hanno finito per rappresentare il fiore all'occhiello di un titolo certo non destinato a diventare uno dei protagonisti delle classifiche di fine anno quanto piuttosto un solido intrattenimento per gli appassionati di film d'azione e spionaggio e di belle donne pronte a concedersi l'un l'altra - anche se non parliamo, e devo aggiungere purtroppo, di sequenze come quelle viste in La vita di Adele, sia chiaro a tutti gli interessati -.
Ammetto che, forse, mi sarei aspettato qualcosa in più in termini di sceneggiatura e di ritmo - i primi quaranta minuti paiono cento -, ma il crescendo della seconda parte finisce per supplire ai limiti della prima ed alla sensazione di deja-vù che avvolge l'intera pellicola: resta una visione ottima per una serata votata all'intrattenimento "algido" - non aspettatevi battutacce o momenti particolarmente sopra le righe in stile anni ottanta, per l'appunto -, condita da una particolare cura per i corpo a corpo mostrati e le scene d'azione - la fuga già segnalata è davvero un gioiellino che non sfigura neppure se confrontata con Classici del calibro di The raid -, alcool che scorre di continuo e quella dose di sesso che non guasta mai.
In un certo senso, Atomica bionda è come il pop anni ottanta: non sarà come ascoltare Mozart, o i Pink Floyd, ma la goduria c'è ed il casino anche.
Poco importa, dunque, che la forma non sia proprio "regolare".




MrFord




venerdì 30 giugno 2017

Ray Donovan - Stagione 3 (Showtime, USA, 2015)




La Famiglia, si sa, può essere il più grande dei piaceri e la peggiore delle bestie.
Di certo, è una di quelle cose che nella vita non lascia indifferenti.
Personalmente, non ho avuto o vissuto - e sono contento così - traumi particolari, tra le mura domestiche, e anzi, ho sempre avuto rapporti dal civile all'ottimo con tutti i miei parenti, i miei genitori - per quanto diversi dai loro figli - ci hanno sempre sostenuti per quanto hanno potuto e mio fratello - nonostante approcci alcolici e non che partono da differenti filosofie - è una delle persone che sento più vicine.
Eppure, ho sempre avuto un debole, per le famiglie disfunzionali.
Sarà che tirano fuori il pane e salame, o rendono benissimo l'idea di "tenere i cavalli" che è uno dei miei capisaldi, ma da Little Miss Sunshine ai Gallagher, passando per Altman e, per l'appunto, Ray Donovan, adoro i drammi da famiglia instabile.
Curioso, invece, il fatto che la vicenda dello spigoloso problem solver di origine irlandese sia rimasta ai box per così tanto tempo - e si parla di anni - per poi esplodere scatenando curiosità nel sottoscritto, in Julez e nel Fordino, che ormai comincia ad essere più grandicello ed avvezzo a tutti i personaggi che passano sul piccolo schermo del Saloon, a prescindere da quali siano i suoi preferiti - Dr. House e Frank Gallagher, come ormai è noto -.
Con questa terza stagione, forse quella con le evoluzioni e sviluppi più drammatici fino ad ora, Ray Donovan conferma il suo valore e la consistenza di una proposta che affronta temi scomodi e profondi senza dimenticarsi passaggi o momenti grotteschi ed al limite dello spassoso, tematiche vicine a qualsiasi tipo di pubblico - a prescindere dal tipo di famiglia che avete - ed una qualità complessiva decisamente alta a partire dal lavoro attoriale, che vede Liev Schrieber in costante evoluzione e Jon Voight come sempre mattatore di una proposta che non sarà clamorosa per popolarità ma che, senza dubbio, rappresenta una delle certezze assolute quando si parla di risultato complessivo.
Ray Donovan, infatti, ha carattere da vendere, palle d'acciaio, coraggio ed una carica emotiva notevoli, quasi fosse uno specchio del suo solo apparentemente inavvicinabile, infallibile e tutto d'un pezzo protagonista, portato dai suoi autori al punto di rottura nel corso di queste dodici puntate come mai prima era capitato, alimentando la curiosità del sottoscritto e dei Ford tutti per la stagione quattro e confermando tutto il bene che pensavo di volergli fin dai giri di giostra precedenti.
Dalla drammatica lotta con la mafia armena - e qui occorre stare attenti, The Shield è un monito - ai conflitti interni con Bridget, passando per scomuniche, Donovan che partono e Donovan che arriveranno, non si vive un secondo di pausa e si continua a fare il tifo per Ray, Terry, Bunchy e Darryll, e perfino, ma solo a volte, per quel vecchio figlio di puttana di Mickey, l'unico padre a combattere al già citato Frank Gallagher lo scettro di peggior genitore del piccolo schermo e non solo.
Noi, che siamo senza dubbio in parte irlandesi nel cuore, tifiamo per tutti loro.
E non possiamo fare altro.




MrFord




sabato 29 aprile 2017

Ray Donovan - Stagione 2 (Showtime, USA, 2014)





A volte, al termine della visione di un film o della stagione di una serie, ci si chiede per quale diavolo di motivo si sia aspettato così tanto per buttarcisi a capofitto: qui in casa Ford approcciammo Ray Donovan ormai qualche anno fa, più o meno in contemporanea con Orange is the new black, e tra tradimenti, sentimenti forti e famiglia disfunzionale, le vicende del problem solver più taciturno di L.A. interpretato da un roccioso Liev Schreiber avevano senza dubbio colpito il bersaglio.
Eppure, la seconda stagione di questo serial è rimasta a prendere polvere fino a quando, poco tempo fa, per mancanza di alternative non è stata riesumata: il risultato è stato senza dubbio una cavalcata ancora più intensa e tosta della precedente, tanto, per l'appunto, da farmi chiedere per quale cazzo di ragione non mi fossi precipitato ai tempi a recuperarla e mettermi in pari con le vicende dei Donovan, scombinati, spigolosi e difficili da gestire come poche altre famiglie del piccolo e grande schermo.
In questo secondo ciclo di episodi ci si concentra principalmente sulle conseguenze degli avvenimenti che hanno chiuso il primo e sui tentativi di ognuno dei fratelli di far funzionare - invano, ovviamente - la propria vita: Ray, sempre più violento e dritto per la sua strada, pur essendo il pilastro sul quale tutta la famiglia si poggia continua ad isolarsi, Bunchy perde una grandissima occasione - e non è neppure colpa sua - di uscire dal tunnel di dolore ed ansia iniziato con le violenze subite da bambino, Terry, come tutti i "buoni", finisce per prenderlo dove non batte il sole rispetto al sogno di emigrare in Irlanda e vivere una vita normale con la sua donna, almeno fino a quando la sua malattia lo permetterà, e via discorrendo tutti gli altri, figli, nipoti, amici e mogli, tutti condizionati dagli strascichi della vita non proprio dentro le regole di Ray e quella totalmente egoriferita di suo padre Mickey, uno che fa sembrare genitore dell'anno Frank Gallagher.
Ed accanto alle loro schermaglie i dolori della crescita dei due figli di Ray, in special modo quelli di Bridget, costretta prima ad andare contro il volere del genitore per amore e dunque vedersi strappare quello stesso amore nel peggiore dei modi, innescando l'ennesimo colpo di mano del Mr.Wolf del piccolo schermo, che come di consueto, pur vestendo e mantenendo sempre un tono molto elegante non risparmia certo i colpi, bassi e non, se vede messa a rischio l'incolumità soprattutto della sua famiglia - o almeno, di una parte di essa -.
Un esempio di grande capacità attoriale - Jon Voight è strepitoso - e di scrittura, che almeno per il momento pongono Ray Donovan in scia con i grandi cult di genere - I Soprano su tutti - ed aumentano l'hype del sottoscritto per una terza stagione che certo non attenderò più anni per iniziare: anche perchè, come tutti i tipi silenziosi, chiusi e forti, perfino Raymond avrà un punto di rottura.
E resta da capire quale sarà la portata dei danni che si porterà dietro nel momento in cui questo punto, come pare dall'ultima inquadratura del season finale, sarà raggiunto.
Nel frattempo, ripercorro le follie, le situazioni grottesche - la festa di compleanno del figlio quattordicenne terminata con la sequenza d'antologia sulle note di Walk this way nella versione Run DMC -, il ribollire del sangue che solo il sangue innesca, e dunque solo le persone che possiamo amare o odiare - o entrambe le cose - più di ogni altra: quelle cui siamo legate da qualcosa di così ancestrale e forte come la Famiglia.
E penso che, se c'è qualcuno che non è un marinaio, ma il capitano, è proprio Ray.
E che, nonostante detesterebbe saperlo, in questo è tale e quale a suo padre.




MrFord




 

lunedì 2 maggio 2016

Zona d'ombra - Una scomoda verità

Regia: Peter Landesman
Origine: USA, UK, Australia
Anno: 2015
Durata: 123'







La trama (con parole mie): a seguito della tragica fine dell'ex leggenda dell'NFL Mike Webster, il patologo di origini nigeriane Bennet Omalu, lontano dal football e dal giro d'affari che alimenta, viene assalito dal dubbio che l'uomo possa aver incontrato la morte a causa dei danni cerebrali causati dai colpi subiti sul campo da gioco.
Convinto dai rilevamenti clinici effettuati e spinto da accadimenti simili che hanno colpito altri giocatori ed ex giocatori, Omalu, affiancato dal suo responsabile Cyril Wecht e dall'ex medico dei Pittsburgh Stealers Julian Bailes, pubblica un saggio di neurologia che è l'inizio di una vera e propria battaglia tra i suoi studi e la sua coscienza di medico e l'opposizione di una sorta di "lobby" costituita da tifosi, medici compiacenti, dirigenti e chiunque tragga un profitto dal football professionistico: Omalu sarà costretto a subire pressioni, ricatti, minacce ed umiliazioni, ma non abbandonerà la sua posizione rispetto alla pericolosità ed alle conseguenze di una carriera da giocatore sui campi NFL.











Per quanto non l'abbia mai seguito da vero appassionato, ho sempre adorato il football americano.
Come bene lo definisce nel corso del film il Julian Bailes di Alec Baldwin, "è uno sport terribile e violento, ma è anche poesia": ed è assolutamente così.
Dalle magie dei quarterback e dei ricevitori alle battaglie delle difese, l'esaltazione che riesce a creare lo spettacolo a stelle e strisce per eccellenza è senza ombra di dubbio qualcosa di unico, che il Cinema ha omaggiato in diverse occasioni: per la prima volta, con questo Concussion - assurdo, come sempre, l'adattamento italiano, considerato il riferimento alle commozioni cerebrali dell'originale - viene mostrato il lato oscuro del palcoscenico più seguito dagli sportivi statunitensi, ovvero le terribili conseguenze fisiche per gli atleti con una carriera ad alti livelli sui campi dell'NFL alle spalle.
Così come per il wrestling - altra grande passione made in USA del sottoscritto -, infatti, nel corso degli anni si è avuta testimonianza eclatante di quanto devastante sia stato l'impatto delle carriere sui loro protagonisti, con una lunga lista di morti purtroppo divorati dallo show business anche una volta spenti tutti i riflettori: ma se per i miei vecchi amici lottatori dello sport entertainment i problemi principali vengono dall'abuso di sostanze dopanti ed antidolorifici, per i protagonisti dello show NFL si tratta, principalmente, di conseguenze devastanti legate ai ripetuti colpi alla testa che, nonostante bardature e caschi, finiscono per logorare il cervello dell'atleta, sballottato nella scatola cranica neanche fosse il contenuto di uno shaker per un cocktail migliaia di volte nel corso di una carriera.
Bennet Omalu, patologo di origini nigeriane trapiantato a Pittsburgh, nei primi anni zero ingaggiò una vera e propria lotta - pur se ideologica - con il colosso NFL a seguito di una serie di studi che, di fatto, confermavano i rischi per i giocatori di football, quasi calcare i campi fosse l'equivalente di essere accaniti fumatori, considerate le probabilità di ritrovarsi ad affrontare la ribattezzata CTE una volta appeso il casco al chiodo - e, in alcuni casi, anche prima -.
Concussion racconta, con il piglio tipico della pellicola anni novanta che capita spesso di rivedere volentieri in televisione, una battaglia civile atipica condotta da un uomo che più di ogni altra cosa sogna di essere americano e di viverne il sogno e che, al contrario, finisce per trovarsi a minare le certezze di uno dei capisaldi di quello stesso sogno, il football professionistico: guidati da un Will Smith insolitamente bravo - in lingua originale, la sua resa del nigeriano trapiantato negli States è ottima -, assistiamo ad una pellicola a metà tra lo sportivo ed il sociale solida e ben costruita, forse non particolarmente originale o ricca di colpi di genio in termini registici o di sceneggiatura, eppure ben calibrata e piacevole da seguire, pronta a raccontare una storia che, considerato come sono andate - e stanno andando - le cose rispetto al grande carrozzone NFL, finisce per porre lo spettatore di fronte ad un dilemma che potremmo definire senza troppi problemi morale: è giusto che tutto prosegua nonostante le ovvie conseguenze - stando alle stime che scorrono prima dei titoli di coda, pare che il ventotto per cento dei giocatori sia concretamente esposto al rischio di CTE - una volta che le stesse sono state rese note - di nuovo, una cosa come quella che accade ai fumatori con le sigarette - o andrebbero attuate delle contromisure per salvaguardare la salute degli atleti?
Il lavoro di Landesman non suggerisce una risposta o prende una posizione, piuttosto segue da vicino la vicenda di un uomo che, come molti in tutto il mondo, vorrebbe essere americano più di ogni altra cosa e si trova a fronteggiare il lato oscuro di un sogno che, comunque, non è e probabilmente non sarà mai disposto ad abbandonare: una cosa senza dubbio già sentita, a tratti retorica, eppure in grado di colpire, e a fondo.
Del resto, gli Stati Uniti sono proprio come il football: sopra le righe, sguaiati e spesso terribili.
Eppure il brivido che danno è qualcosa di unico al mondo.





MrFord





"I ain't got a fever got a permanent disease
it'll take more than a doctor to prescribe a remedy
I got lots of money but it isn't what I need
gonna take more than a shot to get this poison out of me
and I got all the symptoms count 'em 1, 2, 3."
Bon Jovi - "Bad medicine" - 





martedì 11 novembre 2014

Ray Donovan - Stagione 1

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Ray Donovan risolve problemi. E' un tipo tosto, tutto d'un pezzo, pronto a sopraggiungere nel momento in cui la celebrità di turno si trova con la merda fino al collo. Ed è garantito che Ray Donovan, quella merda, la spalerà tutta, senza risparmiarsi o scomporsi troppo. Peccato che, nella gestione dei propri disagi, Ray non mostri la stessa abilità che porta sul lavoro: il rapporto con la moglie sempre appeso ad un filo, il dialogo con i figli scarso, il legame con i tre fratelli profondo e radicato, eppure instabile, e soprattutto il patimento legato al ritorno dal carcere del padre Mickey.
Quest'ultimo, finito dietro le sbarre quasi vent'anni prima proprio a causa di Ray, da Boston - città originaria della famiglia - raggiunge i figli a Los Angeles, compromettendo il già traballante equilibrio delle loro esistenze.
Riuscirà Ray a fare fronte alle difficoltà della sua vita privata con lo stesso piglio con il quale affronta quella "pubblica"? E quali segreti nasconde una delle famiglie più complicate del passato recente del piccolo schermo?










Per esperienza, ho sempre pensato che i ricordi e le vicende destinate a restarci impresse nel cuore siano quelle legate alla questione di essersi fatti il culo il più possibile.
Un pò come accade per le relazioni importanti, o la famiglia: parliamo dei focolari delle nostre più grandi passioni, ed al contempo del frutto delle più profonde sofferenze, di legami praticamente inscindibili costruiti con il sudore della fronte, la lotta, le battaglie e le fatiche tanto quanto le risate, l'affetto, la sensazione che il sangue sia qualcosa di più forte di ogni convinzione.
Ray Donovan - la serie ed il suo protagonista - conoscono bene il significato di queste affermazioni.
Era dai tempi del meraviglioso Six feet under, infatti, che non mi trovavo di fronte una proposta figlia del piccolo schermo così legata al concetto più profondo di Famiglia, all'importanza dello stesso ed alle difficoltà che si affrontano affinchè possa continuare ad essere il posto in cui tornare, il nostro rifugio dalle tempeste e lo stimolo ad essere sempre presenti, rocciosi, granitici per difenderlo.
Non che questo debba giustificare una promozione ad occhi chiusi, però: Ray Donovan si è sudato il suo spazio episodio dopo episodio, mostrando le crepe nella sua corazza - e Liev Schreiber è perfetto per questo ruolo - e dando libero sfogo agli squilibri di Bunchy, Terry e Mick, interpretati e scritti con l'anima dagli autori di quello che, di fatto, è uno dei titoli che, pur restando ostico dall'inizio alla fine, ho finito per amare di più nel passato recente.
Non tanto per la messa in scena ed una Los Angeles che pare un incrocio tra Bukowski e I Soprano - parlando di famiglia, più che di Costa Ovest contro Costa Est -, la cura dei particolari, i comprimari - perfetti i soci di Ray, così come la sua famiglia ed il quarto Donovan -, l'intreccio o i dialoghi, quanto per quella scintilla che pare quasi faticare a scoccare, e che non sai fino all'ultimo episodio essere già mutata in un incendio: questa prima stagione di un serial che ha consacrato una volta ancora uno strepitoso Jon Voight è dannatamente simile ad un incontro di boxe, ferita e sudata, sempre in bilico, pronta ad appoggiarsi alle corde così come a tornare ansimando all'attacco, caricando a testa bassa.
Non ci sono personaggi positivi, eroi da pellicola d'altri tempi, quanto uomini e donne alla ricerca di un equilibrio che, sotto i ripetuti cazzotti sferrati dalla vita, cercano di fare del loro meglio per stare in piedi, o quantomeno alzarsi anticipando il conto di dieci: Ray, ex promessa della boxe, problem solver d'altri tempi, grezzo e spigoloso quanto presente e protettivo, è il ritratto perfetto dello scontro impari che tutti noi combattiamo ogni giorno, con i secondi che la vita ci ha assegnato e quelli che abbiamo scelto riuniti allo stesso angolo, che se abbiamo giocato bene le carte della mano del Destino finisce per essere il nostro, ben oltre il suono della campana.
Perfino il personaggio di Mick, decisamente più vicino ad un vecchio e criminale Hank Moody che non allo squallido Frank Gallagher, finirebbe per stare bene, in quel posto.
Perfino Bunchy, con le sue ferite e la sua anima di bambino rimasto intrappolato in un trauma che i suoi fratelli hanno spazzato via a suon di botte.
Perfino Terry, cui bastano due mani tremanti per mettere con il culo per terra chi ha provato a fare del male a chi ama.
E Ray. Che pare in grado di risolvere qualsiasi problema, tranne i suoi.
Forse perchè sono proprio quelli che lo mantengono vivo, vigile, reattivo.
Come lo squalo impossibilitato a fermare la sua corsa.
Eppure finisce per essere evidente il bisogno del predatore di prendersi il suo tempo, e sedersi all'angolo.
Su una sdraio, in spiaggia.
Prima del round successivo.




MrFord




"Hey brother, do you still believe in one another?
Hey sister, do you still believe in love, I wonder?
Oh, if the sky comes falling down for you,
there’s nothing in this world I wouldn’t do."
Avicii - "Hey brother" - 




lunedì 7 luglio 2014

Still life

Regia: Uberto Pasolini
Origine: Italia, UK
Anno:
2013
Durata: 88'





La trama (con parole mie): John May è un impiegato del Comune di Londra che da ventidue anni si occupa di dare un nome, un volto ed una storia alle persone morte sole, fornendo loro esequie ed una sepoltura come se si trattasse di suoi congiunti.
E' un solitario, estremamente meticoloso, legato profondamente alle vite di cui si occupa: quando viene chiamato per intervenire sul caso di William "Bill" Stokes, morto da settimane e segnalato soltanto a causa dell'odore avvertito dai vicini di casa del defunto, John si mette alla ricerca di parenti ed amici parte della vita dell'uomo e disposti a presenziare al suo funerale.
Quando viene licenziato a causa di una riduzione del personale, John porta avanti privatamente quello che è stato il suo ultimo incarico ufficiale: la scoperta del passato e della vita di Bill cambieranno di fatto la sua esistenza.








Ho sempre trovato profondamente riduttivo il termine "natura morta", nella sua resa italiana.
Still life, così come è proposto nei paesi anglofoni, suona decisamente meglio.
Personalmente, mi da l'idea di qualcosa di attaccato alla vita, come se un'affezione come quella che io stesso provo per il viaggio che ognuno di noi percorre da queste parti fosse così evidente da vincere perfino la morte, inevitabile conclusione che, purtroppo, prima o poi verrà a ricordarci che non possiamo pensare di rimanere in giro in eterno.
Quando penso alla morte, i due istanti che maggiormente hanno segnato la mia vita finora sono il momento in cui visitai mio nonno nell'obitorio dell'ospedale, il giorno prima del funerale, e la visione del monitor dell'ecografo che non mostrava il battito di quella che sarebbe stata Agnese, il ventotto maggio scorso.
Due esperienze diverse, passate sulla mia pelle ad età ed in fasi così distanti tra loro nel tempo e nella loro dimensione da risultare quasi estraneee l'una all'altra, eppure accomunate dalla sensazione terribile di assenza: solo in quella minuscola stanza con la persona che più di ogni altra aveva influenzato la mia crescita o accanto a quella che più ha contribuito al mio diventare adulto osservando speranzosi che potesse non essere vero quello che stavamo osservando, la sensazione provata è stata senza dubbio quella di qualcosa che non c'era, che non aveva più una sua presenza nel mondo.
Eppure capisco molto bene l'approccio di John May, protagonista cui presta perfettamente volto il caratterista Eddie Marsan in questo splendido Still life - evidentemente un titolo che porta più che bene, considerato l'omonimo film cinese di qualche anno fa, anch'esso memorabile -: le tracce lasciate dalle persone nel corso della loro vita definiscono la presenza delle stesse anche dopo la morte, divenendo, di fatto, la testimonianza effettiva di una sorta di aldilà vissuto proprio qui, invece che in qualche paradiso ad uso e consumo di una qualche divinità.
"L'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati", si diceva dalle parti dell'Antica Grecia, ed in una certa misura penso che possa essere proprio così.
"Live together, die alone", venne recuperato in Lost, ed anche in questo caso non siamo troppo lontani dalla realtà.
In fondo, non esiste esperienza che possa toccare ognuno di noi, se non la morte: anche i più semplici gesti quotidiani, a volte, vengono negati dal Destino, dalla Natura o da mille altri fattori, ma nulla, dal momento in cui veniamo concepiti, può risparmiare il confronto con la nostra stessa fine.
John May lo sa bene, e da buon, meticoloso cercatore si dedica alla caccia di ogni segno lasciato da chi se ne va, soprattutto quando quello stesso qualcuno è morto così lontano da tutti da far sentire la propria mancanza soltanto al gatto - emblematico l'episodio della vecchia signora e delle lettere della "figlia" -: il suo viaggio alla scoperta di William Stoke, narrato con semplicità disarmante da Uberto Pasolini, nipote di Luchino Visconti e cervello in fuga dal Cinema italiano, tanto da scomodare paragoni con l'asciuttezza del Clint dei tempi migliori, o del Ken Loach più straziante, è una delle sorprese più incredibili del duemilaquattordici del Saloon, dalla forza emotiva dirompente almeno quanto quella di due dei titoli più in grado di toccarmi degli ultimi anni, Alabama Monroe e Departures.
Dove porta la strada di John? Dove finiscono le sue aspettative, la dedizione messa nella ricerca legata alla vita di uno sconosciuto divenuto, di fatto, un amico?
E dove stiamo andando, tutti noi?
La vita con tutti i suoi ricordi, i momenti migliori e peggiori, i sogni, dove finisce nel momento in cui la morte arriva a riscuotere il suo credito?
Non mi è dato sapere - e non mi sarà dato - cosa accadrà quando anch'io me ne sarò andato, o se qualcuno e chi si occuperà di quello che resterà di me una volta che lo spettacolo sarà finito.
Eppure l'impressione che ho è proprio quella del titolo di questo film, che l'interpretazione italiana ha reso così lugubre e macabra: still life.
Niente nature morte.
Ancora vita.
Quella che portiamo con noi, e quella che lasciamo al nostro passaggio.
Anche se quel giorno ho toccato il viso di mio nonno, e l'ho sentito come un freddo oggetto inanimato, l'amore che ho per il West e i suoi racconti della Seconda Guerra Mondiale vissuti sulla pelle li porto con me.
E anche se non avrò mai la possibilità di toccare il viso di Agnese, e dirle che andrà tutto bene, perchè ci sono io, so che posso farlo ogni giorno con Alessandro Leone, e così sarà, fino a quando la signora morte dovrà venire a strapparmi da qui con tutte le sue forze.
Perchè io sono ancora vivo.
E lo sarò anche quando avrò fatto sudare alla suddetta quanto più possibile per avermi.
Still life.
Ancora vivo.
Neanche fossi Bruce Willis nel remake di Kurosawa.
Grazie anche a film meravigliosi come questo.




MrFord




"My soul is painted like the wings of butterflies,
fairy tales of yesterday, will grow but never die,
I can fly, my friends!
the show must go on! Yeah!"
The Queen - "The show must go on" - 



martedì 29 aprile 2014

Il lercio

Regia: Jon S. Baird
Origine: UK
Anno:
2013
Durata: 97'





La trama (con parole mie): Bruce Robertson è un detective della polizia di Edinburgo in lizza per un'importante promozione alle prese con l'indagine legata all'omicidio di un giovane turista giapponese avvenuto per mano di un gruppo di balordi locali. Robertson, ossessionato dalle figure della moglie e della figlia, è preda, giorno dopo giorno, di una discesa nella spirale della dipendenza da alcool e droghe e di un allucinato viaggio interiore che lo porta a confrontarsi con i fantasmi del suo passato, le bassezze commesse verso i colleghi, gli amici e più in generale il resto degli esseri umani ed un crescendo che non gli permette più di distinguere la realtà dal delirio.
Riuscirà l'arcigno poliziotto a vincere se stesso e sopravvivere alle sue debolezze? Il caso verrà risolto? A chi andrà la promozione?








Irvine Welsh è da sempre un autore piuttosto ostico, per il sottoscritto. Che si parli di romanzi o di pellicole tratte dagli stessi, finisco sempre per impiegare un pò ad apprezzare il lavoro del ruvido scrittore scozzese: come se dovesse farsi il culo, perchè possa volergli davvero bene.
Il lercio è stato un'ottima interpretazione di questa curiosa consuetudine: in una serata di stanca di quelle in cui vorresti semplicemente abbandonarti sul divano e dormire fino alla fine dei tempi, il lavoro allucinato di Jon S. Baird - che, più che di noir e crime, pare cibarsi della stessa materia di Paura e delirio a Las Vegas e John dies at the end - ha faticato a carburare, lottando con le unghie e con i denti per passare dallo sconnesso tentativo di stupire di un nuovo regista affacciatosi sulle scene ad un ritratto notevole di un dramma di dipendenza e (dis)umanità assoluta.
James McAvoy, che di norma siamo abituati a vedere recitare la parte del "buono", fornisce una delle prove più convincenti della sua carriera accollandosi il peso di un charachter che, di buono, ha davvero poco o nulla, un protagonista sgradevole ed ingombrante di quelli che si finisce per osservare come se fossero scarafaggi rivoltati, più per curiosità sociologica che non per empatia.
Il suo Bruce Robertson, con fantasmi del passato annessi, è il cardine di una struttura sconnessa quanto lui, che rimbalza come una scheggia impazzita sullo schermo tra una sbronza, una striscia di coca, una scopata improvvisata ed una orchestrata alle spalle e ai danni di qualcuno, e se dev'essere qualcuno meglio che sia un collega, o un punto di riferimento da sfruttare non appena dovesse capitare l'occasione.
Un ruolo non facile davvero, che il buon McAvoy porta in scena con un piglio assolutamente convincente, supportato da un cast di spalle di prim'ordine - dal veterano Jim Broadbent a Eddie Marsan, uno dei migliori caratteristi anglosassoni, senza dimenticare attrici come Pollyanna McIntosh, sottovalutata ed ancora poco sfruttata interprete dello splendido The Woman di Lucky McKee: l'insieme delle interpretazioni, accanto ad una costruzione forse lenta - considerando la durata effettiva della pellicola - ma efficace, contribuiscono a condurre lo spettatore - disorientato o sconvolto che sia - dalle parti di un finale da urlo, impreziosito - anche se si tratta soltanto di una chicca da cinefili - da titoli di coda a cartoon a dir poco perfetti, che mi hanno riportato alla mente l'effetto che, pensando alla cultura UK, hanno sempre avuto sul sottoscritto le opere di Orwell, uno dei più grandi geni della Letteratura di tutti i tempi.
Per essere un crime movie da superamento del dolore decisamente scorretto ed assolutamente lercio - per l'appunto -, il lavoro di Baird funziona alla grande, riuscendo ad andare oltre i pregiudizi, lo spaesamento iniziale - almeno del sottoscritto -, una fluidità non proprio da manuale ed una materia decisamente poco in grado di rendere l'operazione "simpatica" a chi la osserva dall'altra parte dello schermo: un plauso, dunque, a Welsh e allo spirito con il quale è stato tradotto in immagini e trasformato in un Ulisse psichedelico di rimembranze dal sapore di whisky e James Joyce, che sarà pure stato irlandese, ma doveva avere più di un'affinità con i cugini - seppur più freddi, esperienza personale - compatrioti di William Wallace.
Per un detective strafatto, senza controllo e completamente in mano ai suoi demoni, direi che non è cosa da poco.




MrFord



 
"Your beauty makes me feel alone
I look inside but no one's home
screw that
forget about that
I don't want to think about anything like that."
Therapy? - "Screamager" - 




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