domenica 24 giugno 2012

All the good things

Regia: Andrew Jarecki
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 101'




La trama (con parole mie):  David Marks è il rampollo poco incline alle scalate sociali di una potentissima e ricca famiglia newyorkese. Katie è una giovane di belle speranze cresciuta nel Jersey profondo in una famiglia numerosa ed assolutamente normale.
Quando i due si conoscono, scoppia una passione che da subito appare destinata a cambiare la vita di entrambi: nonostante le pressioni del dispotico padre di David, la coppia si trasferisce nel Vermont, dove per qualche tempo si occupa di un piccolo negozio, prima di tornare nella Grande Mela con la promessa del patriarca dei Marks di diventare ricchi e continuare la tradizione di famiglia.
Ma qualcosa si incrina nel meccanismo apparentemente perfetto, e quando Katie scompare senza lasciare traccia, i sospetti paiono tutti concentrarsi sul sempre più instabile David.
Cosa nasconde l'uomo, trincerato in un mondo che solo lui comprende davvero? E cosa la sua ingombrante famiglia?





Onestamente, credo di aver avuto un debole per questo film ancora prima di vederlo.
L'atmosfera inquietante, di vaghe rimembranze hitchcockiane, il cast di prim'ordine - a partire dall'ormai mio nuovo giovane favorito Ryan Gosling -, una crime story mescolata alla vicenda di una passione sempre sul filo che corre tra l'amore ed il malsano bisogno di farsi del male e soprattutto il suo regista, quell'Andrew Jarecki che mi stupì anni fa con uno dei documentari più clamorosi che abbia mai visto: Capturing the Friedmans - Una storia americana.
Prima o poi mi deciderò a dedicare un post all'allucinato viaggio nella distorta realtà dei Friedman e alla loro storia, ma per evitare di rubare un pò troppo la scena all'esordio nella fiction di questo interessante autore smetterò prima di cominciare: All the good things - evito perfino di pensare all'orrido titolo affibbiato a questa pellicola dai distributori italiani -, da par suo, si inserisce perfettamente nel filone Sundance style senza troppa spocchia che dalle mie parti è sempre ben accetto, sfruttando al meglio le doti dei suoi protagonisti - bravissimi sia Gosling che la Dunst, ma tanto di cappello anche al veterano Frank Langella - all'interno di uno script che ricorda - o vorrebbe ricordare - i più torbidi tra i thriller di matrice hitchcockiana con tanto di delitti (quasi) perfetti ed una famiglia in seno alla quale si annidano gli orrori più grandi che si possano concepire.
In questo senso, a partire dall'evocativo ed agghiacciante - con il senno di poi - titolo, per finire tra le pieghe del rapporto tra David e Katie, tutto nella pellicola di Jarecki pare puntare al proseguimento della ricerca dei "mostri" celati sotto i nostri caldi lettucci casalinghi nata con il già citato Capturing the Friedmans.
Certo, il regista appare ancora parzialmente spaesato di fronte ad una materia duttile come la fiction, e soprattutto nella seconda parte tende, almeno in parte, a perdersi, eppure il risultato finale è un convincente viaggio nel lato oscuro dei rapporti di coppia che per molti versi ricorda La fuga di Martha, nonostante la protagonista Katie si ritrovi, all'interno della sua storia con David, progressivamente sempre più sola in un dolore che non si limita alle botte o alla reiterata negazione di una maternità che è come un bisogno, ma ad una sorta di esilio che la porta lontana, per destino, dalla protagonista dell'altrettanto buon film firmato Sean Durkin, supportata da vicino - pur con le dovute difficoltà - dalla famiglia alla quale fa ritorno.
L'illusione di Katie, al contrario, pare legata a quel "All the good things" lasciato nel profondo del Vermont, e ad una relazione rimasta nel mondo ideale di quando, da adolescenti, pensiamo che l'amore della nostra vita sia perfetto, e pronto ad attenderci dietro l'angolo per condurci dove pensavamo che soltanto i sogni potessero arrivare: purtroppo per lei - e per molte donne nella stessa situazione -, il mondo costruito attorno a loro è ancora troppo legato ai giochi di potere tutti maschili che si consumano fin dalle gerarchie da focolare e si traducono in pericolosi disturbi della personalità - l'escalation violenta di David ed il suo rapporto con il padre ed il fratello è emblematica, in questo senso - per poter anche solo sperare che tutto possa rivelarsi un brutto sogno dal quale potersi svegliare nel momento in cui le cose dovessero andare in frantumi.
Come se la famiglia Marks non bastasse, ho avvertito come estremamente disturbante anche il personaggio del fratello di Katie, che pur trovandosi in più di un'occasione tra la sorella e David pare troppo timoroso per intervenire, anche quando la piega del rapporto tra i due pare evidentemente prendere una china decisamente pericolosa: testimonianza di una sorta di forma di rispetto per le scelte di Katie o di una vigliaccheria insita nell'Uomo, sicuramente molto prima e più che nella Donna, di cui lo stesso David è esempio lampante?
Jarecki non pare prendere una posizione precisa, mantenendo l'aspetto chirurgico - per non dire asettico - del documentarista esperto, concentrandosi soprattutto nel crescendo conclusivo sulla parte più prettamente crime della pellicola e della vicenda, finendo per togliere qualcosa - come già sottolineato - al risultato finale, nonostante l'ottima prova di Philiph Baker Hall, che molti di voi ricorderanno tra i protagonisti di Magnolia e Boogie nights, fondamentale per l'evoluzione del charachter di David nella sua versione più borderline nel ruolo del fido Malvern.
Il risultato potrà essere un ibrido incapace di rapire davvero il pubblico più pretenzioso così come quello occasionale,  eppure a mio parere resta la conferma di un talento evidente per l'esplorazione del lato oscuro della "normalità" di un regista che ha solo iniziato a farsi le ossa sul grande schermo e sul palcoscenico della fiction: con il dovuto spazio - e soprattutto la dovuta libertà - sentiremo di nuovo parlare di Andrew Jarecki.
E quando lo faremo, non sarà per stare meglio.


MrFord


"(Love bites, love bleeds)
It's bringin' me to my knees
(Love lives, love dies)
It's no surprise
(Love begs, love pleads)
It's what I need."
Def Leppard - "Love bites"-



sabato 23 giugno 2012

Johnny Cash - L'autobiografia

Autore: Johnny Cash
Origine: Usa
Anno: 1997
Editore: Baldini&Castoldi




La trama (con parole mie): il Man in black per eccellenza di country e rock, icona della musica americana dagli anni cinquanta alle soglie del nuovo millennio sempre in bilico tra la dannazione della dipendenza dalle droghe e la salvezza della Fede, della Famiglia e dell'amore della sua vita June Carter si racconta rivelando, più che una cronologia delle sue vicende personali, i ricordi delle esperienze vissute nelle case in cui ha lasciato un pezzo di cuore.
Dalla campagna dell'Arkansas alle spiagge jamaicane, dalle piantagioni di cotone ai palchi di tutto il mondo e dei carceri che lo resero uno dei più celebrati interpreti "live" di tutti i tempi, una panoramica diretta e sincera dell'Uomo, prima che dell'Artista.








Come ben sapete, in casa Ford Johnny Cash è considerato uno dei "nonni" ufficiali del saloon, come Clint Eastwood o Cormack McCarthy, e dunque ogni pubblicazione che lo riguardi è clamorosamente festeggiata a suon di copiosi brindisi: sentii parlare per la prima volta di questa sua autobiografia da John Cusack nella versione cinematografica di Alta fedeltà, e la vidi in libreria durante il viaggio attraverso l'Irlanda nel 2006, senza decidermi ad acquistarla principalmente per pigrizia - cosa che, invece, saggiamente fece il mio compare Emiliano -, confidando in una sua imminente pubblicazione italiana.
Niente di più sbagliato, purtroppo, tanto che, per poterla avere tra le mani, ho dovuto aspettare ben sei anni, fortunatamente resi meno lunghi dalla pubblicazione dell'ottima biografia edita da Kowalski, a livello di scrittura e cronologia di eventi decisamente più completa, paradossalmente, di questa.
In realtà, infatti, Cash by Johnny Cash appare più come un racconto fatto davanti al fuoco dal capofamiglia durante una di quelle riunioni in cui ci si trova accanto a chi si ama e ci si perde immaginando epoche vissute solo attraverso le parole e la voce di chi riporta fatti quotidiani come fossero leggende: ed è così che scorrono tra le pagine episodi della vita di Cash dalla sua infanzia durissima a Dyess, in Arkansas, a raccogliere cotone con la sua famiglia fino all'epoca in cui il futuro Man in black fu un intercettatore radiofonico per l'esercito in Germania, dai successi con la Sun che lanciò Elvis e Jerry Lee Lewis fino all'incontro con il mitico Rick Rubin, che fece esplodere una volta ancora l'appeal di un artista che pareva già destinato al dimenticatoio producendo l'incredibile serie American Recordings, che riportò in auge la figura del cantante dopo quasi un decennio di oblio - divertente l'aneddoto del loro primo incontro faccia a faccia, con il vecchio Johnny stupito per l'aspetto degno "del peggiore dei barboni" del producer di band del calibro dei Red Hot Chili Peppers, i Beastie Boys o gli Slipknot -.
Personalmente - da buon conoscitore della vita del Nostro -, ho trovato interessanti gli episodi dedicati alla morte del fratello Jack, appena quattordicenne - mostrata anche nella pellicola Walk the line -, soprattutto rispetto alla dura vita da agricoltori che i Cash conducevano ai tempi - il racconto della famiglia intera intenta a raccogliere il cotone già il giorno seguente il funerale la dice lunga in questo senso - e alla rapina che la famiglia del mitico J.R. subì nella villa in Jamaica durante le Feste, nel 1982, ad opera di tre ragazzi strafatti che arrivarono a prendere in ostaggio il figlio del cantante e della sua compagna di vita June Carter puntandogli una pistola alla testa: rispetto a questo fatto, la posizione di Cash è interessante, dato che in quanto celebrità fu trattato con tutto rispetto dalla polizia locale che finì per rintracciare e, fondamentalmente, giustiziare i giovani responsabili del crimine fortunatamente finito senza vittime - almeno per quanto riguarda il clan Cash -, essendo fondamentalmente portatrice di una critica al sistema che inghiotte giovani destinandoli, di fatto, ad un destino ben più che amaro.
La Giustizia e la Fede rimangono punti cardine della riflessione del cantautore, che anche nei momenti di rivolta più apprezzati dalle schiere dei suoi fan più giovani tende spesso e volentieri a smitizzare il conseguente alone da maledetto - fatta eccezione per il demone della dipendenza dalle pillole, che tratta con timore quasi riverenziale, considerate le numerose ricadute che ebbe nel corso della sua vita -: così ci ricorda che, a parte qualche notte passata al fresco più per garantirgli la sopravvivenza dato il suo stato, non è mai stato protagonista di un arresto vero e proprio, e frasi di pezzi storici come "I shot a man in Reno just to watch him die" tratta da Folsom prison blues altro non sono che un tentativo del musicista di mettersi nei panni dei criminali peggiori mossi dai più futili moventi.
Pur non rivelandosi uno scrittore nato, Johnny Cash si dimostra un ottimo compagno di viaggio ed un narratore onesto e sincero, sia che parli dei tour e della vita on the road o della sua vita tra le mura di casa - splendida la parentesi in cui ironizza sulla passione di June per lo shopping sfrenato -: un Uomo che ha fatto la storia del country e del rock ma che, sopra ogni altra cosa, è stato il protagonista di un'esistenza intensa e goduta dal primo all'ultimo istante, ringraziando per quello che chiama "il Dono", per la Famiglia e la forza di riuscire a rialzarsi dopo ogni caduta e pronto ad andarsene al momento giusto, sempre guidato da una "satisfied mind".




MrFord




"Well, there's things that never will be right I know,
and things need changin' everywhere you go,
but 'til we start to make a move to make a few things right,
you'll never see me wear a suit of white.
Ah, I'd love to wear a rainbow every day,
and tell the world that everything's OK,
but I'll try to carry off a little darkness on my back,
'till things are brighter, I'm the Man In Black."
Johnny Cash - "Man in black" -


venerdì 22 giugno 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite in sala per un'esplosione di energia in perfetto connubio con l'estate, quella stagione che i depressi cronici amici del Cannibale rinnegano rintanandosi nelle loro camerette da coniglioni affidando l'abbronzatura soltanto alla luce del pc.
Ovviamente voi cercate di fare tutto il possibile per allontanarvi dal loro esempio, e godetevi al massimo una stagione dirompente e calda come il rock delle origini, quello che smuove fin nel profondo e tira fuori tutto, anche quello che non vorreste.
The flame still burns, in fondo.
E chi sente quel fuoco non può proprio resistere.


"Hey Brody, che ci fai qui!?" "Dopo essere finito su Pensieri Cannibali, non mi restava che la strada per sbarcare il lunario!"

Rock of ages di Adam Shankman



Il consiglio di Ford: It's only rock and roll... But i like it!
Anni ottanta.
Band al limite del trash come Kiss, Poison, Journey, Def Leppard e compagnia.
Tom Cruise nel ruolo di una rockstar scalmanata.
In una parola: IMPERDIBILE.
Sono già sotto il palco.
Con il Cannibale schiacciato sotto i piedi.
Il consiglio di Cannibal: l’era del trash rock ormai è passata quanto l’era glaciale
Imperdibile sta roba?
Negli USA è un flop colossale, è sbeffeggiato dalla critica e per Tom Cruise questo Ford of Ages potrebbe rappresentare il canto del cigno di una carriera che finora era sopravvissuta a qualunque cosa. Ma la tamarraggine fordiana è sempre la migliore garanzia di fallimento.
Un semi musical sorpassato e giunto fuori tempo massimo che al massimo potrà garantire qualche risata. Di sberleffo.
Pep Fordiola, il trash rock è morto da un pezzo e io ballo sulle sue macerie con la mia musica dubstep!

"Cannibal chi!?!?"
Chenobyl diaries - La mutazione di Brad Parker


Il consiglio di Ford: turista cannibale? Ahiahiahiahiahiahiahi!
Ennesima porcata dimenticabile di matrice pseudo horror di quelle omaggiate ed ironicamente citate nel recente ed ottimo Quella casa nel bosco - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/05/quella-casa-nel-bosco.html -.
Da saltare a piè pari a meno che non si cerchi qualche idea rispetto alle mete vacanziere da consigliare al Cannibale.
Il consiglio di Cannibal: il disastro di Fordobyl
Quasi certamente, anzi certamente al 100%, si rivelerà una porcheria. Però d’estate un horrorino così, che sfrutta pure una delle più grandi tragedie recenti (avvento di Ford escluso), ci può anche stare, in mancanza d’altro. E Tom Cruise agghindato come Mr. Ford il sabato sera non è un altro molto interessante…

"Su Pensieri Cannibali non si trova un parere decente neanche a cercarlo con il lanternino!"
Detachment - Il distacco di Tony Kaye


Il consiglio di Ford: il distacco dal Cannibale? Un'utopia meravigliosa.
Film dal respiro vagamente autoriale e dal cast all star - Adrien Brody, Brian Cranston, James Caan per citarne solo alcuni - per il ritorno del regista di uno dei cult anni novanta di casa Ford, American history X.
Inutile dire che le premesse per fare del gran bene - o del gran male, considerati i temi trattati - ci sono tutte, e sarebbe folle perderselo.
Un po' come scegliere di leggere quotidianamente Pensieri Cannibali.
Il consiglio di Cannibal: guardatelo, oppure vi distacco la testa dal collo!
Film visto da pochissimo e film super stramegaconsigliato. Tony Kaye is back e ha tirato fuori una nuova pellicola X davvero notevole. A breve la mia recensione, nel frattempo guardatelo nelle 3 o 4 sale in cui presumibilmente uscirà, oppure per vie alternative.
Non se lo perderà nemmeno Ford, uno che folle lo è di certo visto che lui Pensieri Cannibali se lo legge tutti  i giorni…

"Che depressione... Il mio film è piaciuto al Cannibale!"
Un amore di gioventù di Mia Hansen-Love


Il consiglio di Ford: il primo amore si scorda in fretta, specie se è stato il Cannibale.
Filmetto finto autoriale di quelli che tendo ad evitare per risparmiare al mio fegato incazzature che peserebbero più dell'ennesimo cocktail made by Umberto - e chi l'ha provato, qui dalle mie parti, sa bene di cosa parlo -.
Lo lascio alla piccola Katniss per le sue visioni doposcuola, e lo tengo buono soltanto alla lontana, per un'eventuale stroncatura ricca di bottigliate.
Il consiglio di Cannibal: un amore di film?
Gioventù, una cosa che Ford manco si ricorda più cos’è… Io invece su questo film qualche speranza la riporrei. Dal trailer non sembra un capolavoro, però è una pellicola francese firmata da un’altra giovane regista francese. E, dopo gli exploit di Valerie Donzelli (La guerra è dichiarata) e Maiwenn (Polisse), io voglio essere ottimista anche nei confronti di questo film. Alla faccia della negatività tossica di quel vecchio ubriacone di Ford.

"Mi dispiace, ma non posso fare di più che tenerti per mano, Cucciolo Eroico. I tuoi mi hanno detto che hai il coprifuoco."
Chef di Daniel Cohen


Il consiglio di Ford: state alla larga dalla cucina, soprattutto se cucina il Cucciolo Eroico!
Che Jean Reno si sia clamorosamente svenduto è ormai cosa nota dai tempi in cui De Niro pareva ancora garanzia di qualità, e in questa settimana priva dei classici film italiani da bottigliare ecco in soccorso un titolo che pare rispolverato giusto per cavalcare l'onda del successo televisivo di molti format legati ai fornelli - alcuni dei quali, personalmente, apprezzo anche io -. Ovviamente questo non mi convincerà neppure per scherzo ad approcciare questa roba, che rifilo come una pietanza avariata al mio antagonista sperando che possa contribuire a tenerlo lontano dalla blogosfera e seduto sulla tazza del cesso per almeno un paio di settimane.
Il consiglio di Cannibal: schif
E così scopriamo che Ford oltre che di wrestling è appassionato pure di Antonelle Clerici e Benedette Parodi varie… Ci sarà mai fine al peggio? Ahahaha.
Mentre vi lascio al pensiero inquietante del mio blogger rivale che spadella e balla sulla note di Le tagliatelle di nonna Ford, io evito di commentare ulteriormente i suoi exploit culinari, anche perché per me l'unico Chef rimane quello di South Park. Quanto a Chef il film, con un Jean Reno che a parte Leon non ho mai retto, è una delle rare pellicole francesi da evitare con cura quest’anno.
Ora scappo al cesso. Maledetto Ford, che diavolo mi hai dato da mangiare?

"Cannibale, sei fuori! Non c'è posto per te nella mia cucina!"

Sotto il vulcano

Autore: Malcolm Lawry
Origine: Uk
Editore: Feltrinelli
Anno: 1947




La trama (con parole mie):  è il 2 novembre 1938, e siamo nel cuore del Messico delle rivoluzioni, delle feste dei morti, dei campesinos e degli europei in esilio o esplorazione.
Geoffrey Firmin, console britannico dedito all'alcool ritrova la compagna Yvonne, partita con l'intenzione di lasciarlo tempo prima e tornata per salvare il loro matrimonio.
Ad accompagnarli in una giornata filtrata da bevute, corride, silenzi della Natura e caotiche spirali tutte figlie dell'Uomo, il fratello del console Hugh, giunto dagli Stati Uniti: il loro viaggio alla scoperta della geografia fatta di visioni e solitudini che si sviluppa sotto i vulcani messicani diviene un'epopea di ricordi e speranze che si mescolano incessantemente, una disperata dichiarazione d'amore ed una lettera d'addio intrisa di passione, sudore e lacrime.




Esistono romanzi che si guadagnano la loro lettura, un pò come a volte capita con film così impegnativi da apparire, più che visioni, imprese eroiche dello spettatore: in questo senso, mi torna sempre alla mente il meraviglioso L'infanzia di Ivan di Tarkovskij, novanta minuti scarsi, che ad ognuna delle quattro visioni che gli ho concesso nel corso della mia vita è riuscito a dilatare il tempo apparendomi più o meno come avesse lo stesso minutaggio di Via col vento.
Sotto il vulcano, uno dei romanzi cult più ammirato ed incensato della letteratura inglese del novecento, è diventato per il sottoscritto un caso molto simile a quello del film del regista russo: quattrocento pagine così dense ed apparentemente sconnesse da farmi ricordare Dostoevskij come se fosse più o meno un autore per bambini, in grado di spezzare il ritmo di lettura quanto e più di romanzi densi come petrolio come Suttree del mio adorato Cormac McCarthy.
Dall'altra parte, però, è impossibile non riconoscere i lampi di genio assoluti che Lawry è in grado di regalare quasi celandoli tra una visione e l'altra dei suoi tre protagonisti: le lettere di Yvonne, la corrida ed il mescolarsi di presente e passato, le vite di Geoffrey, Hugh e della stessa Yvonne, la geografia di un piccolo paesino dell'entroterra messicano che diviene passo passo un personaggio vivo e presente, vero e proprio collante del romanzo, lasciano ammirati per la loro sconvolgente bellezza, ed una padronanza del mezzo letterario gigantesca pur se a tratti persa in un flusso di coscienza che pare incontrollato ed incontrollabile.
In questo senso, Lawry è riuscito nell'impresa di scrivere il romanzo perfetto per interpretare la sbronza nel senso più filosofico del termine, e nessuno che non abbia mai provato l'ebbrezza della progressiva perdita di coscienza legata all'alcool riuscirà mai a lasciarsi andare ad un'opera come questa, se non associandola ad una sorta di capogiro in loop: Geoffrey ed il suo peregrinare fatto di anis, tequila e mescal, il mondo che pare scomparire e rinascere, dettagli apparentemente insignificanti che divengono d'improvviso il fulcro per viaggi in altri luoghi, ritratti di persone che paiono vivere, esistere ed avere un senso soltanto lungo quel confine invisibile che divide la sbronza dalla lucidità, il mondo di chi conosce questo lato oscuro e seducente, i suoi demoni e le sue fate e di chi, invece, come in attesa su una banchina, vede allontanarsi i figli di questa mitologia apparentemente inspiegabile senza cogliere il senso del loro abbandonarsi ad una corrente magica e terribile, in grado di mostrare il peggio ed il meglio di chi si disseta con il suo nettare, concedere la forza per andare oltre ogni confine o stroncare ogni resistenza, e non lasciare altro che ceneri.
Proprio come un vulcano, che esplode in tutta la sua potenza senza curarsi di quello che distrugge attorno.
E nell'attimo che precede l'eruzione, ci si trova come ipnotizzati da una sorta di bellezza ancestrale, incapaci di muoversi, ad attendere che la lava spazzi via tutto quello che incontra, lasciando che restino ricordi cristallizzati sotto la crosta di una ferita troppo profonda: sotto il vulcano si muore, per l'appunto.
Eppure, nella cronaca struggente di quest'epopea malinconica, nella storia destinata a finire di Geoffrey e Yvonne, nelle gesta sempre troppo lontane di Hugh, c'è tutta la meraviglia di una vita vissuta fino all'ultimo goccio di ogni dannata bottiglia, a scoprire un mondo che, forse, deve soltanto essere imbrigliato come un puledro impazzito in un rodeo, o mostrato anche nelle sfumature che possono fare paura a tutti quelli abituati a salutare nel momento di una partenza, senza mai pensare che, in realtà, il viaggio potrebbe coinvolgere anche loro.
Questa è la magia clamorosa di questo romanzo, che andrebbe gettato nel fuoco o abbandonato come quando, nel pieno dell'hangover, si giura che non si berrà mai più, e ripreso la volta successiva, riscoperto, riletto, riassorbito, assaporato anche una pagina alla volta, senza badare troppo ai numeri o al resto delle nostre esperienze di lettori.
Questo è il potere di una delle forze più grandi della Natura, che libera il suo fuoco direttamente dal cuore della Terra, e lo fa esplodere nel cielo affinchè cambino - almeno fino al giorno dopo - tutte le nostre geometrie astronomiche, di mente e di cuore.
Questo è stare sotto il vulcano.
Vivere, farsi male, prendere tutto quello che si può, perderlo, e poi tornare a vivere di nuovo.
Fino a morire di quella stessa vita.
E a volte, chissà, potrà anche capitare di portare così tanto fuoco dentro da sentirsi così in alto da non vedere alcuna banchina, e avere attorno solo cielo e sogni, come se la lava non potesse toccarci.
Prima di tornare al nostro piccolo posto di comuni marinai mortali.
Sotto il vulcano.
Che è dove voglio essere, voglio stare, voglio vivere, voglio morire.
Cheers, Mr. Lawry.
Hai tu l'onore del bicchiere della staffa.


Dedico questo post a mio fratello Dario, cui devo la scoperta di questa incredibile esperienza.
Io e te, brotha, sotto e sopra il vulcano. Sempre.


MrFord


"Flew into existence, just a sweet bird of youth.
hugged my friends on the pavement,
hid my dreams on the roof.
wrapped in a blanket from the national health.
It isn't money but then what is wealth?"
Pretty things - "Under the volcano" -



giovedì 21 giugno 2012

Il grande, grande, grande Lebowski

La trama (con parole mie): oggi è il primo giorno d'estate. Il che significa, molto semplicemente, che sugli schermi di casa Ford si festeggia - o si è festeggiato - con la visione di uno dei film del cuore dell'uomo dietro il bancone del saloon. Un film che non ha bisogno di presentazioni, come il suo impareggiabile protagonista.
Un film che ha cambiato - e continua a cambiare - la mia vita.
Ed ecco a voi il suo volto: Jeffrey Lebowski. 
O, più precisamente, il Drugo.
O Drughetto, Drugantibus, Drughino, se siete di quelli che mettono il diminutivo a tutti i costi.
Godetevelo, perchè fa bene sapere che lui è in giro, per noi peccatori.



Ed eccomi qui.
Di nuovo.
Due anni fa, quando il blog, appena nato, contava si e no quattro o cinque followers, festeggiai come di consueto l'estate con una recensione vera e propria di questo film impossibile da definire in altro modo se non clamoroso.
Dodici mesi or sono, invece, tocco alla trama, seguita da un post che era più una serie di citazioni.
Oggi è arrivato il voto che assegnerei se dovessi fare una recensione seria di quello che è e resta il vertice creativo dei Fratelli Coen, una vera lezione di filosofia urbana impreziosita da una galleria di personaggi come raramente se ne sono visti nel Cinema - americano e non solo -.
Ma in realtà questo pezzo potrebbe anche non esistere: basterebbero le immagini, un paio di citazioni, e sì, anche il fast food In&Out. La fine di tutti i nostri guai. Parola di Walter.



Se ripenso alla mia vita da spettatore, non ricordo di un film che, come questo, riesca a conquistarmi ad ogni visione, e che potrei vedere e rivedere almeno un paio di volte a settimana senza mai stancarmi, come una medicina contro qualsiasi bruttura della vita, una sorta di innocua, meravigliosa, malinconica sbronza che non lascerà mai strascichi, perchè - parola dello Straniero - si tratta di una storia pulita.
Ed è proprio l'enigmatico cowboy appoggiato al bancone del bar del bowling - l'unico al mondo, credo, in cui si serve un white russian - a sussurrare una delle mie citazioni preferite di tutti i tempi, quel "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te" che pare cucito addosso non solo al Drugo, ma alla stessa grande commedia che interpretiamo ogni giorno, fino a quando qualcuno o qualcosa ci ricorderà che siamo qui solo di passaggio.


Un film che è un simbolo, l'emblema di una partita persa in partenza, la resistenza degli outsiders, il pigro manifesto del campione mondiale dei pigri, dell'investigatore più improbabile mai comparso sullo schermo, di un compagno irresistibile e scombinato, di tutti quelli che viaggiano, fosse anche solo nella vasca da bagno, con uno spinello in bocca ed i suoni delle balene a cullare un qualche trip che si spera non vada male.
Ed il confronto tra il Lebowski miliardario ed il Lebowski pezzente ha tutte le caratteristiche di un'allucinata, naif, meravigliosa lotta di classe che noi alfieri del pane e salame sapremo sempre da che parte combattere.


Giusto se non vi fosse bastato, c'è anche un momento magico di cultura e di "pluralis maiestatis", sempre parlando della suddetta lotta.


E più ci penso, e più sequenze memorabili tornano alla memoria, da Jackie Treehorn allo sceriffo di Malibu, dagli Eagles al supercult Jesus, da Larry Sellers alla denuncia e ritrovamento della macchina.
Dal primo all'ultimo minuto, non esiste nulla che cambierei di questa coperta di Linus cinematografica cui non potrei rinunciare neanche se lo volessi con tutte le mie forze.
Non riesco neppure, ripensandoci, ad essere lucido abbastanza da apparire coerente, composto, guidato da un filo conduttore logico.
Fanculo a tutto. Qui si parla del Drugo.
E di white russians. Tanti.

E di vita. Che è un pò come quel vecchio detto sulla grande ruota che gira.
O era una palla da bowling?
Buona estate, ragazzi.
E non dimenticate mai che il Drugo è lì fuori, da qualche parte, in giro. Probabilmente ubriaco.
O troppo pigro per prepararsene un altro.
E per fortuna che c'è.



MrFord


"Doo, doo, doo, Looking out my back door.
There's a giant doing cartwheels,
a statue wearing high heels.
Look at all the happy creatures dancing on the lawn.
A dinosaur Victrola listening to Buck Owens.
Doo, doo, doo, Looking out my back door."
Creedence Clearwater Revival - "Looking out my back door" -



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