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giovedì 29 ottobre 2015

36 candles

La trama (con parole mie): oggi - anche se ormai è quasi domani - è il mio trentaseiesimo compleanno. Il quinto che festeggio anche sulle pagine del blog.
Niente dissertazioni, oggi. Niente riflessioni sulla vita ed il tempo che passa. Niente Gli Spietati, o sguardi quasi malinconici su una blogosfera sempre meno popolata, che mi fanno guardare al Saloon e a pochi altri come avamposti di sopravvissuti ad un'epoca che sta tramontando.
Ho voglia di festeggiare.
Dunque, dato che, nonostante i numerosi riferimenti, non l'ho mai fatto, ho pensato di giocarmi la carta del post alcoolico, una personale top ten con le bevande - cocktail o straight - preferite del vecchio cowboy.
Buona sbronza a tutti.









N°10: Pastis

Figlio della grande tradizione marsigliese, il Pastis fa parte dello straordinario mondo dell'anice che io adoro in tutte le sue versioni: normalmente più da aperitivo che non da post-pasti, lo adoro soprattutto quando mi capita di andare a trovare i miei in montagna. 
Tarda mattinata, aria fresca, baretto locale, arachidi, patatine e un bel Ricard - o due - per carburare come si conviene.


N°9: Jack&Coca

Ho sempre amato il Jack Daniels, per quanto non sia certo una bevanda da purista. Ed ho sempre amato il suo sposarsi con la Coca Cola. La sua variante gemella, con il Jim Beam, è altrettanto sponsorizzata da queste parti. 
Per le serate "cowboy style", con questo cocktail si va sempre sul sicuro.


N°8: Bourbon liscio

A proposito di Jack Daniels e Jim Beam, anche il bourbon liscio sfonda una porta aperta da queste parti. Dai due blockbuster appena citati in tutte le loro varianti - Single barrell, Gentleman e Honey per il Jack, Devil's cut o Black per il Jimmy - fino a etichette poco note in Italia - Grandaddy, Maker's mark, Knob Creek - tutto fa molto, molto Saloon.


N°7: Gin Tonic

Fino a qualche anno fa, non amavo particolarmente le bevande secche, come il Gin, la Vodka - fatta eccezione per il White Russian, ovviamente - e simili, ed in parte non le amo particolarmente neppure ora - Tequila, Mezcal e derivati continuano a non essere in cima alla mia lista -, ma grazie alla grande varietà di etichette e sapori ed alle conseguenze sul day after - più mal di testa che nausea -, il Gin Tonic è diventato il mio cocktail favorito per le sbronze da battaglia nei localacci dove non si sanno preparare i cocktails.
Poi, certo, se invece del Larios qualche anima pia dietro il bancone mi sceglie il Bombay, il Tanqueray o qualche chicca particolare, tanto di guadagnato.


N°6: Cuba libre

Il mio secondo cocktail da combattimento preferito. Diretto, dolce, accogliente.
Non si potrebbe chiedere di più.
Anche perchè ha il grande pregio di sposarsi alla grande sia con il dolce che con il salato, quindi in fase di happy hour o di post-cena va benissimo ugualmente.
E non posso ancora dimenticare la sbronza colossale subito dopo la finale dei Mondiali del duemilasei.


N°5: Stinger

Un cocktail da appassionati, forse la cosa più di classe che posso sfoderare nel mio bagaglio alcoolico. Reso noto negli anni trenta e divenuto uno dei riferimenti perfino di James Bond - nonostante sia meno noto del Martini - questo perfetto connubio di Cognac e crema di menta può stendere senza farsi notare troppo.
Killing me softly, direi.


N°4: Rum liscio

Non solo Cuba Libre, per questo vecchio cowboy.
Ho sempre adorato i rum agricoli, ma in generale non mi faccio mancare, se capita, qualche assaggio di pezzi da novanta del settore: dallo stranoto Zacapa al Diplomatico, passando per il Bally, sono ancora qui che guardo nella mia vetrinetta degli alcolici, alla sezione dedicata, per l'appunto, ai rum, la bottiglia di panamense diciotto anni che mio fratello mi regalò qualche anno fa.
Chissà, prima o poi mi deciderò a godermi anche quella.


N°3: Single malt

L'orgasmo più godurioso delle bevute straight.
Un single malt da godersi alternando ogni sorso con uno di acqua ghiacciata, o anche senza.
Un tripudio di sapori e retrogusti che quando si chiudono gli occhi pare di essere nelle Highlands, o nel cuore di una foresta, o nel pieno di una battaglia, neanche fossimo vichinghi.
Dal Lagavulin all'Oban, dall'Old Puteney all'Highland Park, dai torbati ai più smooth, c'è un vero e proprio mondo dietro "la parte degli angeli".
Un mondo che sono felice di dover ancora in gran parte scoprire, e che ha dalla sua una facilità maggiore del sottoscritto nell'aprire anche bottiglie di un certo livello senza troppa paura.


N°2: Sambuca

Curioso che, dopo i rum e i whisky "alti", ad occupare il posto d'onore di questa personale classifica sia uno degli amari più operai che esistano, la sambuca.
Del resto, adorando l'anice, non poteva che essere qui.
Forse l'alcolico che ho più bevuto e più bevo nella vita, essendo un dopo pranzo assicurato o quasi, nonchè l'unico, in caso di esagerazione, ad avere il potere supremo di spegnimento del sottoscritto, neanche avesse accesso all'interruttore di emergenza.
Dolce e saporita, magica e goduriosa, è l'equivalente di un massaggio prima del sesso.
O dopo. 


N°1: White Russian

Non poteva che trovarsi qui, il cocktail simbolo del Saloon.
Reso noto da Il grande Lebowski, ha solo un difetto: non si sposa particolarmente bene con il caldo estivo, è esclusivamente after dinner e rende la mattina dopo un'eventuale sbronza un vero festival da chiusi in bagno.
Eppure è un vero tripudio di sapore, goduria, sensazione di progressiva e piacevole resa a fronte dell'inevitabile botta che arriva dopo la dolcezza di superficie: un pò come essere sedotti da una timida che poi, una volta giunti in camera da letto, vi smonta pezzo per pezzo neanche foste una Chevrolet del cinquantasette.
Se non l'avete mai provato, fatelo per il sottoscritto. Almeno stasera.



MrFord



 



mercoledì 10 settembre 2014

Una notte in giallo

Regia: Steven Brill
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 95'




La trama (con parole mie): Meghan è una anchorwoman di una tv locale a Los Angeles tutta d'un pezzo, in corsa per un posto da conduttrice in un network ben più grande ed importante di quello in cui lavora. Quando, lasciata dal compagno ed apparentemente esclusa dalla rosa dei candidati per il posto che sognava, decide di concedersi una notte brava con le due amiche Rose e Denise, per lei inizia un vero e proprio ottovolante di emozioni: conosce infatti il barman del locale, un tipo decisamente interessante di nome Gordon, e dopo aver passato qualche ora in sua compagnia, fugge dalla casa della nuova conquista soltanto per ritrovarsi inghiottita dallo stralunato, curioso, grottesco mondo della strada finendo nel mirino di un tassista, stringendo un'improbabile alleanza con un gruppo di spacciatori del ghetto ed un evento dopo l'altro perfino nella lista dei ricercati della polizia.
Peccato che, il giorno dopo, la donna debba sostenere la prova decisiva con gli emittenti del network che avrebbe voluto nel suo futuro, nel frattempo tornati sulle loro decisioni: come se la caverà l'improvvisata casinista di giallo vestita?














Era il pieno degli anni ottanta quando Martin Scorsese confezionò uno dei suoi film più particolari, nonchè uno dei miei favoriti del regista newyorkese: Fuori orario.
Dai tempi della prima visione del supercult appena citato, rimasi affascinato dalle grottesche disavventure del protagonista nel corso di un'indimenticabile notte per le strade della Grande Mela: da allora sono passati trent'anni, e numerosi sono stati i registi che, con risultati ovviamente alterni e mai davvero all'altezza, hanno cercato di seguire le orme del vecchio Marty.
Steven Brill non è dunque l'ultimo ad avventurarsi nel genere, sfruttando la sempre divertente Elizabeth Banks per raccontare l'epopea notturna - questa volta a Los Angeles - di una giornalista televisiva in cerca dell'ingaggio della vita che, per dimenticare l'ennesimo smacco, decide di seguire il consiglio delle amiche del cuore liberando se stessa in una "notte da leonesse" solo per ritrovarsi al centro di un caleidoscopio di eventi uno più grottesco dell'altro.
Senza dubbio, Una notte in giallo - adattamento neppure troppo agghiacciante, questa volta, dell'originale Walk of shame - non brilla per originalità o imprevedibilità - tutti sappiamo bene che, alla fine della storia, per la nostra eroina della strada abbigliata stile Titti le cose si sistemeranno come nelle migliori commedie romantiche -, ed al contrario del già più che citato Fuori orario la logica non riesce a farla sempre da padrona, eppure la pellicola scorre molto in scioltezza regalando un'ora e mezza senza impegno alcuno facendosi a suo modo voler bene - momenti come il faccia a faccia con i rabbini sono davvero divertenti -.
In fondo, per questo tipo di proposte, dovrebbe essere sempre così: poche pretese, ritmo veloce e la capacità di intrattenere senza per questo far pesare i propri limiti, affidandosi a protagonisti in parte
- sia la già citata Banks che James Marsden, tipico Big Jim tutto d'un pezzo perfetto per il perfetto boy scout, senza dimenticare la vera scoperta della pellicola, la scombinata Denise di Sarah Wright - e ad uno script che non brillerà per innovazione o genialità ma che porta a casa la pagnotta, un pò come una sbronza con gli amici in un locale conscia di non poter mai aspirare ad essere una degustazione da distilleria rinomata o momento magico sperduti in qualche località remota in una baita con il camino acceso ed un single malt di diciotto anni nel bicchiere.
Nelle stesse situazioni associabili alla fantascienza vissute da Meghan - e vi assicuro che momenti in stile Fuori orario ben oltre il grottesco se ne vivono parecchi, girando per la strada in stati e ad ore poco proponibili - ho trovato una componente naif in grado di scardinare la parte più critica e anche solo lontanamente radical del sottoscritto e permettere agli occupanti di casa Ford di dedicarsi ad un sano relax da divano privo di sensi di colpa e lontano dalla furia dei tempi d'oro delle bottigliate, pronto a regalare anche diverse sonore risate alla faccia di qualunque pretesa che a volte si ha nei confronti di una visione.
E onestamente, se il prezzo da pagare dev'essere il tipico finale consolatorio da film a stelle e strisce, per una buona dose di simpatia, un accenno di Call me maybe - lo ammetto, un guilty pleasure anche per un tipo rock come me - ed il pensiero che ogni tanto una nottata così ci vorrebbe proprio, per sentirsi ancora più vivi, sono disposto a pagarlo.
Purchè si tratti di una cosa rapida e indolore.
Come uno shot. Di cui non ti pentirai almeno fino al mattino dopo.



MrFord




"Hey, I just met you,
and this is crazy,
but here's my number,
so call me, maybe?"
Carly Rae Jepsten - "Call me maybe" -




martedì 2 aprile 2013

Grabbers

Regia: Jon Wright
Origine: Irlanda, UK
Anno: 2012
Durata: 94'




La trama (con parole mie): siamo ad Erin Island, al largo delle coste irlandesi, uno di quei luoghi dell'Isola di smeraldo equamente diviso tra pescatori e bevitori, tranquilla e priva di qualsiasi interesse per i poliziotti locali, due soltanto.
Quando uno dei suddetti decide di partire per una vacanza, una giovane agente di Dublino viene convocata per sostituirlo, trovandosi di fronte O'Shea, collega dedito all'alcool ancora scottato dal matrimonio naufragato: per lei si prospettano quindici giorni da incubo a tenere a bada il collega ubriacone e poco altro, quando l'incredibile avviene.
Dallo spazio - o da chissà dove altro - giunge una razza di strane creature assetate di sangue ed acqua che i locali scopriranno poter scacciare solo grazie all'utilizzo massiccio di alcool.
Riuscirà Lisa - questo il nome dell'agente "in visita" - a sopravvivere, debellare la minaccia ed affrontare O'Shea?





Se non fosse passato su questi schermi un paio di mesi fa La parte degli angeli, avrei senza dubbio pensato che questo film fosse stato creato per fare piacere al sottoscritto: quando, infatti, revival anni ottanta, un pò di sano horror vintage e fiumi di alcool vengono mescolati, difficilmente qui al Saloon si griderà allo scandalo portando mano alle bottiglie.
Grabbers, rimbalzato in rete e segnalato da numerosi colleghi di un certo livello - cito Frank Manila e Bradipo in quanto responsabili della curiosità suscitata nel vecchio Ford per questa piccola chicca irlandese -      è un prodotto che, con tutte le sue imperfezioni ed un'identità che si perde un pò tra il gusto per i mostri tipico del Cinema di genere sviluppatosi tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli ottanta - Critters, Tremors, Gremlins sono esempi illuminanti di questo filone - e l'approccio da commedia tipico di Edgar Wright, riesce comunque a portare a casa un ottimo risultato sia a livello di intrattenimento che per quanto riguarda ritmo ed effetti, senza contare il fatto di aver azzeccato dei mostri giustamente kitsch ed affascinanti e l'idea strepitosa di trasformare la lotta degli abitanti di Erin Island in una sorta di crociata che mostri il lato positivo dell'essere irlandesi - e quindi tra le popolazioni con il tasso alcolico medio più alto d'Europa, e parlo per esperienza dato che quello nell'Isola di smeraldo è ancora oggi uno dei viaggi che ho più amato compiuti nella mia vita - ponendo i tentacolari alieni sotto scacco proprio grazie agli squilibri da sbronza presenti nel sangue, prelibatezza alla quale questi Grabbers paiono non poter proprio rinunciare.
Interessante anche la caratterizzazione degli stessi mostri, pensati come una sorta di colonia guidata da un maschio dominante - e decisamente ingombrante - che cerca l'accoppiamento con femmine dai fluidi in grado di calamitare l'attenzione del suddetto alfa del branco ed una marea di piccoli mostrini pronti come se niente fosse ad aggredire il primo malcapitato capitato a tiro.
Per il resto, la struttura risulta abbastanza canonica rispetto ai clichè di genere - arrivo dei mostri, prime vittime, attacchi letali che avvengono senza rivelare la fisicità degli alieni predatori, organizzazione delle forze umane, resistenza e contrattacco vincente conclusivo -, eppure quasi tutto funziona, e l'idea dell'assedio del pub risulta vincente quanto basta per consolidare un risultato invidiabile considerata quella che è la media delle produzioni orrorifiche attuali, fresco ed in grado di soddisfare le esigenze del pubblico più stagionato - che apprezzerà il citazionismo ed una forma di racconto conosciuta e ben sfruttata - così come quello più giovane, al quale parrà di assistere a qualcosa di diverso da quello che è, di fatto, il panorama attuale nell'ambito "mostri ed affini".
Grabbers si qualifica dunque come una proposta pane e salame di quelle approvate dal Saloon per le serate da weekend di grande relax, e trova la sua ideale posizione accompagnato da divano, patatine e robuste dosi di whisky o birra - o entrambi, se avete voglia di mescolarli bukowskianamente -, con un occhio ai titoli che hanno formato l'infanzia della nostra generazione ed un altro a come quella dei nostri figli potrebbe prendere questi strampalati manifesti del grottesco che non dimenticano mai il valore dell'innocenza e della meraviglia.
Un pò come il buon Cinema, che corre parallelo al whisky: invecchiando tende a migliorare.
E Grabbers è un pò come la sua "parte degli angeli", che possiamo inspirare profondamente godendocela dal primo all'ultimo istante.


MrFord


"Mush-a ring dum-a do dum-a da
whack for my daddy-o. Whack for my daddy-o
there's whiskey in the jar
I counted out his money and it made a pretty penny
I put it in me pocket and I took it home to Jenny
she sighed and she swore that she never would deceive me
but the devil take the women for they never can be easy."
The Dubliners - "Whiskey in the jar" -


lunedì 15 ottobre 2012

A new White Russian face

La trama (con parole mie): si avvicina il compleanno del vecchio cowboy - evento che avrà luogo tra due settimane esatte -, e come fu per lo scorso anno ed il precedente coglierò l'occasione di cambiare volto al blog per rinfrescare un pò il suo look.
Questa volta, però, data l'abbondanza di materiale, ho deciso di chiedere consiglio anche a voi, indefessi bevitori e frequentatori di questo decisamente tamarro luogo di Frontiera.


Il vecchio cowboy, dunque, ha pensato di lanciare un sondaggio per capire quale potrebbe essere il vostro preferito tra gli header che il grafico di casa Ford - Julez, certo non io, che non riesco neppure ad usare il T9 sul cellulare - ha confezionato apposta per l'occasione.
Ovviamente avrò l'ultima parola in merito a prescindere dal risultato, ma il fatto di farvi partecipare mi sa molto di sociale e di bevuta di gruppo, quindi dateci dentro e fate il vostro gioco, signore e signori! 



La prima immagine è ispirata all'ormai leggendaria serie Breaking bad: le vicende di Walter White (russian) e del suo socio Jessie Pinkman sono un cult imprescindibile, tanto da guadagnarsi questo spazio come primo serial tv in assoluto.


E' dunque il turno di Take shelter, uno dei film più belli usciti in sala quest'anno, grandissima prova di regia e attori.
Una visione sconvolgente dal finale incredibile, per un titolo che sicuramente sarà parte della top ten del meglio del meglio fordiano a fine anno.


E' dunque il turno di Quella casa nel bosco, una delle sorprese più clamorose degli ultimi mesi, horror dell'anno e anche questo, senza dubbio, un titolo che farà parte delle classifiche del meglio.
Inventiva, talento ed ironia.


Expendables 2. Che dire di più?
Non poteva certo mancare.


Considerato l'arrivo del fordino ed il festeggiamento a suon di Little Miss Sunshine, uno dei cult di tutti i tempi in casa Ford, non poteva non essere anche questo della partita.



Chiude la galleria Hesher, film che ho amato tantissimo e che ancora oggi, al pensiero, riesce ad emozionarmi.

Dunque, quale nuovo volto vorreste per WhiteRussianCinema?
A voi la parola, e anche i bicchieri, per un bel brindisi all together!


MrFord


P. S. Entro domani inserirò nella pagina la mascherina dedicata a questo sondaggio corredata - sempre che ci riesca - dal link a questo post per dare un'altra occhiata alle immagini.
Non vi resta, dunque, che votare! 

venerdì 22 giugno 2012

Sotto il vulcano

Autore: Malcolm Lawry
Origine: Uk
Editore: Feltrinelli
Anno: 1947




La trama (con parole mie):  è il 2 novembre 1938, e siamo nel cuore del Messico delle rivoluzioni, delle feste dei morti, dei campesinos e degli europei in esilio o esplorazione.
Geoffrey Firmin, console britannico dedito all'alcool ritrova la compagna Yvonne, partita con l'intenzione di lasciarlo tempo prima e tornata per salvare il loro matrimonio.
Ad accompagnarli in una giornata filtrata da bevute, corride, silenzi della Natura e caotiche spirali tutte figlie dell'Uomo, il fratello del console Hugh, giunto dagli Stati Uniti: il loro viaggio alla scoperta della geografia fatta di visioni e solitudini che si sviluppa sotto i vulcani messicani diviene un'epopea di ricordi e speranze che si mescolano incessantemente, una disperata dichiarazione d'amore ed una lettera d'addio intrisa di passione, sudore e lacrime.




Esistono romanzi che si guadagnano la loro lettura, un pò come a volte capita con film così impegnativi da apparire, più che visioni, imprese eroiche dello spettatore: in questo senso, mi torna sempre alla mente il meraviglioso L'infanzia di Ivan di Tarkovskij, novanta minuti scarsi, che ad ognuna delle quattro visioni che gli ho concesso nel corso della mia vita è riuscito a dilatare il tempo apparendomi più o meno come avesse lo stesso minutaggio di Via col vento.
Sotto il vulcano, uno dei romanzi cult più ammirato ed incensato della letteratura inglese del novecento, è diventato per il sottoscritto un caso molto simile a quello del film del regista russo: quattrocento pagine così dense ed apparentemente sconnesse da farmi ricordare Dostoevskij come se fosse più o meno un autore per bambini, in grado di spezzare il ritmo di lettura quanto e più di romanzi densi come petrolio come Suttree del mio adorato Cormac McCarthy.
Dall'altra parte, però, è impossibile non riconoscere i lampi di genio assoluti che Lawry è in grado di regalare quasi celandoli tra una visione e l'altra dei suoi tre protagonisti: le lettere di Yvonne, la corrida ed il mescolarsi di presente e passato, le vite di Geoffrey, Hugh e della stessa Yvonne, la geografia di un piccolo paesino dell'entroterra messicano che diviene passo passo un personaggio vivo e presente, vero e proprio collante del romanzo, lasciano ammirati per la loro sconvolgente bellezza, ed una padronanza del mezzo letterario gigantesca pur se a tratti persa in un flusso di coscienza che pare incontrollato ed incontrollabile.
In questo senso, Lawry è riuscito nell'impresa di scrivere il romanzo perfetto per interpretare la sbronza nel senso più filosofico del termine, e nessuno che non abbia mai provato l'ebbrezza della progressiva perdita di coscienza legata all'alcool riuscirà mai a lasciarsi andare ad un'opera come questa, se non associandola ad una sorta di capogiro in loop: Geoffrey ed il suo peregrinare fatto di anis, tequila e mescal, il mondo che pare scomparire e rinascere, dettagli apparentemente insignificanti che divengono d'improvviso il fulcro per viaggi in altri luoghi, ritratti di persone che paiono vivere, esistere ed avere un senso soltanto lungo quel confine invisibile che divide la sbronza dalla lucidità, il mondo di chi conosce questo lato oscuro e seducente, i suoi demoni e le sue fate e di chi, invece, come in attesa su una banchina, vede allontanarsi i figli di questa mitologia apparentemente inspiegabile senza cogliere il senso del loro abbandonarsi ad una corrente magica e terribile, in grado di mostrare il peggio ed il meglio di chi si disseta con il suo nettare, concedere la forza per andare oltre ogni confine o stroncare ogni resistenza, e non lasciare altro che ceneri.
Proprio come un vulcano, che esplode in tutta la sua potenza senza curarsi di quello che distrugge attorno.
E nell'attimo che precede l'eruzione, ci si trova come ipnotizzati da una sorta di bellezza ancestrale, incapaci di muoversi, ad attendere che la lava spazzi via tutto quello che incontra, lasciando che restino ricordi cristallizzati sotto la crosta di una ferita troppo profonda: sotto il vulcano si muore, per l'appunto.
Eppure, nella cronaca struggente di quest'epopea malinconica, nella storia destinata a finire di Geoffrey e Yvonne, nelle gesta sempre troppo lontane di Hugh, c'è tutta la meraviglia di una vita vissuta fino all'ultimo goccio di ogni dannata bottiglia, a scoprire un mondo che, forse, deve soltanto essere imbrigliato come un puledro impazzito in un rodeo, o mostrato anche nelle sfumature che possono fare paura a tutti quelli abituati a salutare nel momento di una partenza, senza mai pensare che, in realtà, il viaggio potrebbe coinvolgere anche loro.
Questa è la magia clamorosa di questo romanzo, che andrebbe gettato nel fuoco o abbandonato come quando, nel pieno dell'hangover, si giura che non si berrà mai più, e ripreso la volta successiva, riscoperto, riletto, riassorbito, assaporato anche una pagina alla volta, senza badare troppo ai numeri o al resto delle nostre esperienze di lettori.
Questo è il potere di una delle forze più grandi della Natura, che libera il suo fuoco direttamente dal cuore della Terra, e lo fa esplodere nel cielo affinchè cambino - almeno fino al giorno dopo - tutte le nostre geometrie astronomiche, di mente e di cuore.
Questo è stare sotto il vulcano.
Vivere, farsi male, prendere tutto quello che si può, perderlo, e poi tornare a vivere di nuovo.
Fino a morire di quella stessa vita.
E a volte, chissà, potrà anche capitare di portare così tanto fuoco dentro da sentirsi così in alto da non vedere alcuna banchina, e avere attorno solo cielo e sogni, come se la lava non potesse toccarci.
Prima di tornare al nostro piccolo posto di comuni marinai mortali.
Sotto il vulcano.
Che è dove voglio essere, voglio stare, voglio vivere, voglio morire.
Cheers, Mr. Lawry.
Hai tu l'onore del bicchiere della staffa.


Dedico questo post a mio fratello Dario, cui devo la scoperta di questa incredibile esperienza.
Io e te, brotha, sotto e sopra il vulcano. Sempre.


MrFord


"Flew into existence, just a sweet bird of youth.
hugged my friends on the pavement,
hid my dreams on the roof.
wrapped in a blanket from the national health.
It isn't money but then what is wealth?"
Pretty things - "Under the volcano" -



sabato 9 giugno 2012

Libera uscita

Regia: Bobby&Peter Farrelly
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 105'



La trama (con parole mie):  Rick e Fred sono due quarantenni felicemente sposati e non più single dai tempi del college in preda alla crisi ormonale che vede ogni uomo convincersi, con il passare degli anni, di poter facilmente tornare alla vita e alle conquiste del periodo in cui era solo e libero come l'aria senza il minimo sforzo.
Quando le loro mogli decidono, su suggerimento di un'amica, di dare loro una settimana di libertà assoluta dal matrimonio, i due cominceranno a cercare nuove conquiste per affermare la propria virilità.
Peccato che la caccia sarà risulterà ben più difficile del previsto, e che la mancanza delle loro metà lascerà un vuoto che non si aspettavano nella vita di tutti i giorni.




Negli ultimi anni il fenomeno generato da Una notte da leoni ha fondamentalmente imposto un nuovo standard per quanto riguarda le commedie "al maschile" fuori dai confini più "alti" già da tempo tracciati da Apatow e soci, influenzando praticamente ogni nuova proposta passata in sala: il lavoro di Todd Phillps non ha risparmiato neppure due pionieri del genere come i fratelli Farrelly, saliti alla ribalta con il divertentissimo Tutti pazzi per Mary ormai nel lontano 1998 e ora trovatisi ad inseguire le nuove generazioni di registi specializzati in hangovers ed affini.
Libera uscita, che incrocia le epopee degli addii al celibato più famosi delle ultime stagioni cinematografiche a proposte dal sapore vagamente più autoriale come Benvenuti a Cedar Rapids sfrutta i volti noti di Owen Wilson e Jason Sudeikis per cercare di fotografare le incomprensioni che si creano in coppie giovani eppure già da tempo messe alla prova dalle tempistiche di lavoro, famiglia, figli e routine quotidiana: il ritratto, che vorrebbe essere irriverente, riesce tuttavia soltanto in minima parte, frenato da un occhio strizzato anche alla componente "per famiglie" della pellicola e da una moralità di fondo che rende anche le scene più divertenti e meglio riuscite soltanto una sorta di pallida imitazione dell'ottimo Crazy stupid love, rivelazione dello scorso anno.
Proprio rispetto a quest'ultimo, il lavoro dei Farrelly perde indiscutibilmente sotto tutti i punti di vista, mostrando il fianco sia alla sensazione di già visto che a quella di un coraggio che pare ormai mancare ai fratellini, troppo impegnati a voler dimostrare qualcosa che non a portarlo effettivamente a termine.
Come i due protagonisti, legati ancora ai ricordi dei tempi da single al college, i registi si concentrano sulla volontà di stupire il pubblico quasi come se fosse loro dovuto, o se gli anni dei loro maggiori successi non fossero parte di un passato ormai neppure troppo recente: e proprio come Rick e Fred, più che concentrarsi su quello che sarebbe se con la loro testa nel presente si ritrovassero ai tempi della giovinezza, dovrebbero pensare a tutti i vantaggi che l'esperienza e la vita possono aver loro dato, con tutto il bagaglio di quotidianità apparentemente noiosa che si portano dietro.
A favore della pellicola va comunque ammesso il ruolo decisamente importante - per quanto solo di contorno - dell'altra metà del cielo dei due seduttori decisamente fuori allenamento alla ricerca di un'affermazione che faccia bene all'ego e al vicinato - da antologia del genere la sequenza della sega in macchina di Fred, uno dei due picchi di trash della pellicola insieme allo starnuto nella stanza del motel, in pericolossissimo bilico tra la vergogna cinematografica e la genialità demenziale pura -: le mogli, così come le potenziali "nuove fiamme" assumono una forza ed uno spessore decisamente superiore a quello dei loro compagni, dimostrando quanto, effettivamente, la donna sia sempre ben più di un passo avanti all'uomo anche quando quest'ultimo crede di averla fatta franca.
Peccato che, a conti fatti, il minutaggio risulti clamorosamente eccessivo rispetto alle scene effettivamente divertenti, che le spalle dei protagonisti non funzionino quasi per nulla e l'impressione sia quella di uno script costruito sulle singole scene, più che sull'insieme di una storia che possa avere un senso ed una dimensione, pur in un ambito all'interno del quale lo spessore conta come il primo cocktail in una serata. O l'ultimo.
Resta un film che passa senza colpo ferire, buono giusto per riempire lo spazio di una serata di "libera uscita" dalla quale tornare con la sensazione che i tempi della totale libertà non fossero poi così divertenti come si vuole lasciare intendere.
Lo dimostra il personaggio interpretato da Richard Jenkins - sempre amato in casa Ford -, seduttore e single indefesso, che tra le foto dei suoi viaggi intorno al mondo e delle sue conquiste sfoggia quella del matrimonio di Rick e Maggie insieme agli sposi: anche i peggiori tra i lupi solitari, in fondo, amano l'idea di un posto a cui fare ritorno.
Libera uscita o no.
Perchè quel punto in cui lei sbavazza mentre dorme è qualcosa che nessuna avventura potrà mai raggiungere.


MrFord


"Wouldn't it be nice if we could wake up
in the morning when the day is new
and after having spent the day together
hold each other close the whole night through."
Beach Boys - "Wouldn't it be nice" -


 

sabato 29 ottobre 2011

32 (is my number)


La trama (con parole mie): ne più ne meno, il 29 ottobre di trentadue anni fa nasceva il buon, vecchio Ford. 
Per oggi, dunque, spazio ai festeggiamenti, alle bevute, ai ricordi e ai piccoli rituali legati a questa ricorrenza da inesorabile scorpione con ascendente scorpione.
Vi inviterei tutti questa sera per una bella sbevazzata tutti insieme, ma data l'impossibilità dell'impresa, direi che il meglio possibile potrebbe essere che ognuno di voi mi dedichi una bella, goduriosa, divertente e possibilmente sguaiatissima sbronza.








Onestamente, non saprei bene da cosa cominciare.
Del resto, se ho aperto un blog quasi esclusivamente di Cinema vorrà pur dire qualcosa: in particolare, che se non in riferimento alla visione di una pellicola, probabilmente come narratore di me stesso e delle imprese che quotidianamente mi vedono protagonista rischierei di essere una vera e propria scarpa vecchia.
Inizialmente pensavo che questo post sarebbe stato velato di una sorta di malinconia da amarcord autunnale, ripensando a quando, alle elementari e alle medie, compivamo gli anni nel corso del mese almeno in dieci, ed i vari papà organizzavano sempre gigantesche feste comunitarie con giochi, premi e tabelloni vari, o al mio periodo selvaggio, quando passai le serate di quella caldissima fine ottobre 2006 praticamente sempre ubriaco, o quando per i trenta Julez mi portò nel profondo della periferia milanese in un vecchio capannone per affrontare il mio primo approccio al wrestling lottato.
Poi, influenzato da giornate non troppo piacevoli al lavoro, l'idea è mutata profilando una sorta di sfogo che liberasse un pò di quello che si nasconde dietro il cowboy, mostrando il lato più (auto)distruttivo, stronzo e da outsider del sottoscritto, lo stesso che lotto ogni giorno per tenere sempre il più possibile in letargo in modo che non scombini - in negativo, ovviamente - la mia vita.
Ma, come ben sa il mio fratellino Dembo, quelli come noi sono Balboa nati, e neanche il tempo di crogiolarmi un pò nell'autocompatimento che già ero tornato a girare (quasi) al massimo, con le mie sveglie alle sei del mattino per fare palestra, i libri ad attendermi nei viaggi in treno, i pensieri e la lotta per domarli, l'idea che, prima o poi, il viaggio più importante di tutti inizierà, e tutto il resto sembrerà davvero essere stato fin troppo poco, e sarà una vera goduria continuare a muovere i miei passi in quella direzione.
Quindi eccomi qui, a parlare di tutto e di niente e con la curiosità e la voglia di festeggiare, come negli ultimi quattro anni, su una barca alcolica che unisce idealmente la frontiera del saloon allo spirito piratesco che è una parte fondamentale di tutti gli esploratori della vita come il sottoscritto.
Il tutto, ovviamente, senza dimenticare di prepararmi una bella fonda di carnazza al sangue che ricordi a me stesso e a chi mi è vicino quanto "corpo" c'è in tutto lo "spirito" che posso mettere nelle cose.
Del resto, dalle mie parti il bicchiere è sempre pieno, e un morso non si nega mai.
Quindi, che siate conquistatori dei sette mari o stanchi mandriani impolverati, alzate tutti i calici e brindate con me, fino in fondo e fino all'ultimo goccio.
Come sempre.


MrFord

"Oh, I am weak.
Oh, I know I am vain.
Take this weight from me,
Let my spirit be unchained."
Johnny Cash - "Unchained" -

P.S. Chiudo con una videocitazione - in originale, giusto per apprezzare il timbro clintiano - di quello che è il mio film di compleanno per antonomasia, nonchè una delle pellicole fordiane del cuore, Gli spietati, che attorno al 29 ottobre di ogni anno cerco sempre di rivedere per ricordarmi un pò chi sono, e finire per scoprire sempre qualcosa in più.



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