sabato 10 ottobre 2015

Intervista a Simone Bartolini

La trama (con parole  mie): dopo aver ospitato qui al Saloon il suo Le formiche della città morta, è il turno del giro di bevute con il suo regista Simone Bartolini, che per l'occasione si siede al bancone con questo vecchio cowboy pronto a raccontare del suo lavoro, della passione che lo muove e del Cinema.
In alto i calici, dunque, e che inizino le danze.



Ford: Ciao Simone, e benvenuto al Saloon. E' consuetudine, da queste parti, iniziare con una domanda rigorosamente alcolica: quali sono i tuoi drinks preferiti? Cosa ti andrebbe di ordinare potendo riprendere fiato al bancone di questo luogo di Frontiera?
Simone Bartolini: Ciao a te e a tutti i tuoi lettori.
Nei momenti di relax amo bere un buon whiskey torbato liscio. In alternativa, un drink che apprezzo molto è proprio il white russian, che mi sembra di capire sia anche una tua buona conoscenza.

F: Archiviate le fondamentali questioni alcoliche, ecco una domanda clamorosamente convenzionale: parlaci di te, del percorso che hai compiuto per giungere a Le formiche della città morta, di come è nata la passione per il Cinema.
SB: Non saprei dire con esattezza a quando risale la nascita della mia passione per il Cinema, però so per certo che sin dall'infanzia ho provato una forte fascinazione per la settima arte. Crescendo poi questo amore è cresciuto con me, tant'è che giunto agli studi universitari non ho potuto fare a meno di iscrivermi alla facoltà di Scienze Umanistiche, che annovera tra i suoi corsi il Dipartimento di Arti e Scienze dello Spettacolo con indirizzo Cinema.

F: Parlando di Cinema e di realtà italiana, come vedi la situazione attuale per i registi in cerca di un futuro in quest'ambito? Nello specifico, riesci a campare di settima arte o sei costretto a ripiegare anche su altro?
SB: Sin da quando ho quindici anni ho fatto i lavori più disparati e, sinceramente, non ho mai pensato che il Cinema potesse essere un lavoro a tempo pieno. Questo però dipende anche da come ci si pone nei confronti di questo ambiente, che è molto più ostico di quello che comunemente si possa pensare. Anche attualmente svolgo un mestiere che non rientra nelle mansioni dell'ambiente cinematografico ma continuo a sentire il bisogno innato di tornare a rapportarmici da vicino.

F: Personalmente, sono rimasto piacevolmente colpito da Le formiche della città morta, che forse è il lavoro "indie" più interessante che mi sia capitato di visionare da quando ho aperto WhiteRussian: come sei arrivato alla sua creazione? Quali sono stati i momenti migliori, e peggiori? Sono sempre ben accetti aneddoti assurdi o divertenti.
SB: La creazione di "Le formiche della città morta" è stata molto spontanea, posso tranquillamente dire che ne sentivo l'urgenza. Volevo narrare uno spaccato di vita esemplare di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma sul quale in molti preferiscono non soffermarsi. La tossicodipendenza è vista come un malcostume d'altri tempi ma oggi è più che mai attuale; ho perso molti amici a causa di questa piaga sociale. Ci tengo comunque a precisare che l'intento del mio film non era comunque quello di condannare chi finisce con l'esserne schiavo, in molti casi sono persone anche buone che però hanno una curiosità e un'attrazione molto intensa per l'astrazione (credo che il mio film racconti abbastanza chiaramente questo aspetto).

F: Nel tuo film il ruolo della dipendenza è centrale, rispetto alla vicenda del protagonista: quanto c'è di tuo in questo? Da grande amante dell'alcool, sono curioso di capire come vivi questo concetto, e cosa ti ha mosso a farne uno degli elementi centrali di questo lavoro.
SB: La dipendenza è chiaramente il tema portante della pellicola e se ho scelto la tossicodipendenza come argomento centrale è stato perché essa ne è la massima espressione. Esaminandola nel dettaglio si può notare come porti alla dissoluzione di ogni altro aspetto della vita di chi ci si invischia. Volente o nolente, un tossicodipendente, si troverà a pagare lo scotto della sua scelta. Vi sono anche casi di persone che riescono ad "amministrarla" con più parsimonia, ma bisogna avere una predisposizione quasi disumana. Io stesso mi rendo conto di quanto la dipendenza, in molti campi, sia un elemento centrale della mia esistenza. Anche quella dai rapporti interpersonali, affettivi, può essere deleteria.

F: Come gestisci il rapporto con gli attori ed i tecnici? C'è una fase della realizzazione che non sopporti, o una che, invece, ti fa sentire come a casa?
SB: Gestire il rapporto con tecnici e attori è uno degli elementi più complessi e coinvolgenti al tempo stesso. C'è uno scambio continuo e si entra in stretto contatto con la mentalità dell'interlocutore. Chiaramente capita spesso anche di scontrarsi ma questo può essere un bene ai fini della realizzazione dell'opera, poiché si crea una tensione che, se ben gestita, può essere riversata sul lavoro e rendere palpabile il pathos a coloro che saranno gli spettatori esterni, pur non sapendo minimamente quali siano state le dinamiche della creazione.
Le fasi di realizzazione possono essere tutte molto avvincenti. Personalmente quella che mi regala più piacere è la fase del set, forse perché è lì che si vanno a mettere insieme gli ingredienti che poi in seguito dovranno essere lavorati con attenzione al montaggio e in tutte le fasi di post-produzione.  Anche il montaggio, sebbene sia diametralmente opposto rispetto al lavoro sul set, ha per me un forte fascino. Alcuni registi preferiscono affidarsi ad un montatore esperto dandogli delle direttive, per me è impensabile. Credo che la fase di montaggio sia una buona fetta della regia, quindi non credo riuscirei a fare a meno di seguirla in tutto il suo svolgimento.

F: Senza anticipare nulla rispetto all'evoluzione della trama ed alla chiusura della pellicola, la tua visione in merito è di natura pessimistica, o sei uno di quelli che vive con il bicchiere mezzo pieno e continua a sussurrare "fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene?"
SB: Per me il bicchiere è sempre mezzo vuoto. Non dico di essere un pessimista a pieno titolo ma ho sempre la sensazione che si possa fare di meglio.

F: Se dovessi scegliere il cast per un tuo film ideale, quali sarebbero l'attore e l'attrice irrinunciabili, senza limiti di budget e produzione?
SB: Ce ne sarebbero troppi... soprattutto non avendo alcun limite di budget. Mi limiterò a dirti i primi due che mi vengono in mente: Adrien Brody e Kirsten Dunst.

F: Chiudo con un'altra domanda ormai di rito del Saloon: un film italiano, uno straniero ed uno che associ a Le formiche della città morta che porteresti con te su un'isola deserta o in un bunker per proteggerlo dalla fine del mondo conosciuto.
SB: Rispettivamente La Strada di Federico Fellini, Antichrist di Lars Von Trier e Amore Tossico di Claudio Caligari.

Ed ora non resta che brindare a Simone Bartolini - nonostante la sparata grossa su quell'abominio di Antichrist -, a Le formiche della città morta ed alla speranza che il Cinema italiano non sia morto, e passi anche e soprattutto da proposte giovani ed interessanti come questa.


MrFord

6 commenti:

  1. E' stata un'intervista molto interessante.
    Faccio gli auguri a Simone, che spero che possa continuare a crescere come regista.

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    1. Spero anche io per lui, senza dubbio!

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  2. Ford, stai per caso cercando di diventare il nuovo David Letterman?

    Quanto all'intervistato Simone, vedo che sulla domanda della dipendenza è rimasto astutamente sul vago... :)
    Applausi poi per aver citato Antichrist qui al Saloon!!
    Chissà quanto ci sarai rimasto male, Ford, uaahahah!

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    1. Più che rimanerci male, sono rimasto stupito che un altro essere umano a parte te abbia potuto apprezzare così tanto quella schifezza! ;)

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  3. La voce di un regista emergente su White Russian, ho apprezzato! ;)

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    1. Bene!
      Io spero sempre di poter aprire una rubrica fissa dedicata ai giovani registi! :)

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