venerdì 21 ottobre 2016

Taverna Paradiso (Sylvester Stallone, USA, 1978, 107')




Risale ormai a quasi un anno fa il proposito della cavalcata, in onore di Creed e del Globe - nonchè dell'Oscar mancato -, di recuperare tutte le pellicole con protagonista il buon vecchio Sly che ancora non mi era colpevolmente capitato di vedere o recensire, e devo ammettere di essere felice di non aver ancora portato a termine quest'impresa.
Taverna Paradiso, giunto di fatto come tappabuchi per una delle sere in cui, rientrato tardi dal lavoro, finisco - o potrei dire finivo, considerata la mia condizione attuale di padre casalingo e futuro disoccupato - per cenare da solo e trovare soluzioni alternative che mi permettano di cucinare e rassettare nel corso della visione - quindi non sottotitolate - mentre tutta la tribù è nel mondo dei sogni, e partito da aspettative bassissime, si è rivelato, al contrario, una visione molto istruttiva legata al percorso di uno dei miei idoli incontrastati, per l'appunto il Silvestrone: scritto e diretto dal Nostro, ambientato nella New York degli anni appena successivi alla Seconda Guerra Mondiale, questo film molto pane e salame, a metà tra West Side Story - anche se non si tratta di un musical - e l'approccio operaio europeo di Ken Loach, a livello di scrittura funge da palestra nonchè da formazione per quello che sarà - sempre grazie alla penna di Stallone - il primo Rocky, ragazzone dei bassifondi con la battuta facile - anche se molto meno guascone di Cosmo Carbone - e la voglia di riscatto tipica di chi si è dovuto fare il culo tutta la vita e cerca la grande occasione.
Tra le altre cose, a prescindere dalla cornice fumosa e quasi gangster, è stato davvero incredibile scoprire quanti dettagli di questo film possano ricondurre alla mia esperienza, alla mia vita ed a quello che mi conquista, dalla presenza di Tom Waits nel cast a quella di Terry Funk - storico wrestler ECW e WWE - nel ruolo del lottatore malvagio contrapposto al fratello forzuto ed un pò tonto di Cosmo, senza contare le tematiche della fratellanza, della famiglia e, per l'appunto, del riscatto degli outsiders.
Una piccola, grande scoperta, dunque, che aggiunge senza dubbio altro affetto nei confronti di uno scrittore, regista ed attore che è ed è stato una delle fondamenta più solide della formazione fordiana, nonostante l'abbia abbandonato - come un genitore, in un certo senso - negli anni dell'adolescenza per ritrovarlo con rinnovato affetto con la maturità: senza dubbio Taverna Paradiso resta un film acerbo e per certi versi incompiuto, frutto delle influenze che lo stesso Stallone deve aver avuto come regista e sceneggiatore prima ancora che come attore, eppure devo ammettere che, nella sua ingenua semplicità, è un prodotto come ora se ne fanno davvero pochi, in grado di conquistare a prescindere dallo scetticismo di partenza, fuori dai generi nonostante una collocazione abbastanza netta e più legato all'idea di un Cinema che racconti una storia che non a quello pronto a dare lezioni di tecnica o profondità.
Un Cinema come piace a questo vecchio cowboy.
Che non sarà perfetto, ma è quello che fa sentire a casa, tra fratelli, a prescindere da litigi, divergenze, limiti e sogni infranti: un Cinema che è una zuppa calda quando d'inverno, per la strada, a guadagnarsi il pane, finisci per congelarti anche il culo.
E da queste parti va bene così.




MrFord



 

giovedì 20 ottobre 2016

Thursday's child


Prosegue l'autunno in sala con una settimana di proposte pronte a soddisfare i palati grezzi ma tosti dei fordiani e quelli fini ma decisamente pusillanimi dei cannibalini.
Dal ritorno di Tom Cruise a quello di Ewan McGregor, dai solito, inutile Cinema italiano a quello potenzialmente interessante del resto del mondo, ecco una nuova puntata della rubrica dedicata alle uscite in sala come sempre condotta dal sottoscritto e dal suo antagonista per la vita Cannibal Kid.

"Non sei contenta che sia io a guidare, e non Ford?"

Jack Reacher – Punto di non ritorno

"Ti proibisco di permettere a Ford di guidare questa macchina. L'ho pagata un paio di milioni di dollari."

Cannibal dice: Sono pochi gli action hero che mi piacciono, a differenza di Ford che si trasforma in una fangirl per ognuno di loro, da quelli più tamarri come Van Damme fino persino a Matt Damon. Io invece mi gaso solo (e comunque non sempre) con Bruce Willis e Tom Cruise. Il primo Jack Reacher mi era sembrato una versione più debole della saga di Mission: Impossible, ma tutto sommato credo che una visione gliela darò anche a questo secondo capitolo, se non altro per rivedere in azione il sempre più vecchio ma sempre più giovanile (al contrario di Ford) Tom Cruise.
Ford dice: Tom Cruise è uno dei pochissimi attori in grado di mettere d'accordo il sottoscritto e la sua nemesi qui presente, e Jack Reacher, per quanto non esaltante come i suoi film migliori, mi aveva soddisfatto discretamente alla sua uscita. Dunque una visione a questo secondo capitolo pare doverosa e scontata, sperando che superi in qualità il primo e dimostri ancora una volta che esistono interpreti e registi in grado di mettere d'accordo perfino i due nemici numero uno della blogosfera.




Cicogne in missione

"Cuccioli Eroici? Mi spiace, qui non ne teniamo."

Cannibal dice: Bambinata dell'anno e forse del secolo perfetta per uno che continua a portare in questo mondo bebè più di qualunque cicogna: Mr. James Ford.
Ford dice: titolo d'animazione che pare una delle peggiori trovate da botteghino degli ultimi mesi, eppure in cabina di regia figura Nicholas Stoller, che mise d'accordo contro la blogosfera tutta Cannibal e Ford ai tempi di Cattivi vicini. Cosa accadrà questa volta?



American Pastoral

"Non hai comprato neppure il necessario per fare il white russian: è davvero uno scandalo."

Cannibal dice: American Pastoral segna l'esordio dietro la macchina da presa di un attore cui voglio bene in maniera particolare fin dai tempi di Trainspotting. Per lui è arrivato il momento giusto per dare il via a una brillante carriera anche da regista, o avrà fatto il passo più lungo della gamba?
Ammetto di avere un po' paura di scoprirlo, ma mai quanto di avventurarmi nella lettura di un nuovo post fordiano.

Ford dice: ho sempre voluto bene a Ewan McGregor, ma questo suo esordio dietro la macchina da presa mi sa tanto di tentativo di reinventarsi destinato a fallire. Un po' come quando Cannibal tenta di spacciarsi per un esperto di Cinema.



Io, Daniel Blake

"Ragazzi, dobbiamo correre al supermercato prima che passino i Ford e non resti più nulla."

Cannibal dice: Ken Loach è notoriamente sempre stato un regista fordiano, e quindi barboso, che non sono mai riuscito ad amare più di tanto. Questo suo nuovo film dal trailer mi è però sembrato più emozionato ed emozionante del solito e ho l'impressione che per una volta potrebbe convincere anche me. Maybe.
E comunque sempre meglio un film che si chiama Io, Daniel Blake che uno intitolato Io, James Ford.
Ford dice: Ken Loach, nonostante di tanto in tanto finisca per esagerare con la sua retorica "contro", è da sempre uno dei favoriti del Saloon, e questo suo ultimo lavoro, vincitore della Palma d'oro a Cannes ed incentrato sulla classe operaia anglosassone pare essere quantomeno costruito sulle stesse fondamenta dei lavori migliori del regista. Dunque, alla facciazza dei radical come Cannibal che lo criticano, spero in una folgorazione fornita dal vecchio Ken.



Piuma

"Questa roba sa di cannibalata lontana un miglio."

Cannibal dice: Possibile ennesima piacevole sorpresa di un'annata cinematografica italiana che sta stupendo tutti, tranne quel vecchio repubblicano di Ford che si gasa solo con le produzioni USA! USA! USA! O, peggio ancora, con qualche mattonazzo made in Russia, contro cui questo film leggero come una Piuma sembra un buon antidoto.
Ford dice: curioso che, nello stesso giorno in cui ho ricevuto i commenti di Cannibal ai film in uscita, ho finito per assistere al trailer di quella che mi sembra l'ennesima, patetica, pacchianata italiana.
Bocciato a priori e senza alcun tipo di ripensamento.



I babysitter

"Tu che hai una certa età, dovresti ascoltare i consigli di Ford: lui sì che se ne intende."

Cannibal dice: Al Nongio Francesco Mandelli non riesco a voler male, anche quando fa le peggio cretinate come sembrerebbe in questo caso. A Paolo Ruffini invece sì. Considerando che questa è la versione italiana del francese Babysitting, che già a sua volta sembrava lo scopiazzamento di una commedia americana in stile Una notte da leoni, direi che se non altro ce n'è abbastanza da far incazzare a dovere Ford. Uno che avrebbe bisogno di un babysitter per sé, non per i suoi figli. Mentre io assumerei volentieri una babysitter. Per me.
Ford dice: robetta sempre italiana con il sempre poco sopportabile Mandelli e l'ancora meno sopportabile Ruffini che pare ancora meno interessante della robetta che pare l'abbia ispirato.
Ancora una volta, bocciato senza pensieri.



Pay the Ghost

"La cameretta di Cannibal è davvero spaventosa: speriamo almeno di non incontrare lui in persona."

Cannibal dice: Cos'è Pay the Ghost? La storia dei registi che continuano a pagare il fantasma di Nicolas Cage per farlo recitare nei loro film?
L'ambientazione halloweeniana la rende una visione perfetta per questo periodo, peccato che la presenza di Cage in un film sia sinonimo di disastro quanto quella di Ford all'interno di un post. Pure quello che state leggendo in questo istante.
Ford dice: Cage avrà sempre la stima del sottoscritto, ma questa non pare una delle sue interpretazioni più memorabili.
Un po' quello che accade con il Cannibale. Ad ogni suo post.



Il missionario

"Pronto? Ho bisogno urgente di un esorcista per Cannibal e Ford: non è possibile che due personaggi del genere non siano posseduti dal demonio."

Cannibal dice: Film spagnolo ambientato in Paraguay con un protagonista teenager, e quindi potenziale visione cannibale, ma anche una pesante tematica religiosa, e quindi perfetta per quel chierichetto di Ford. Nell'indecisione, la mia missione settimanale, oltre a quella di pigliare per il culo il mio blogger-nemico come al solito, è quella di non guardarlo.
Ford dice: la religione ed il Saloon stanno su due pianeti - e anche galassie - profondamente lontane, dunque per il momento lascerò che il mio antagonista e finto ribelle Cannibal si sciroppi questa roba tra l'autoriale ed il mistico.
Io, dal canto mio, continuerò sulla mia strada da miscredente.


mercoledì 19 ottobre 2016

Where to invade next (Michael Moore, USA, 2016, 123')



Da che mi ricordi, che si parli di western, wrestling, viaggi, musica o sogni, gli Stati Uniti sono stati il mio riferimento assoluto.
Il primo viaggio in aereo che ho avuto occasione di fare fu per New York, nell'ottobre del novantaquattro.
Dovevo compiere quindici anni, e la Grande Mela mi parve la rappresentazione fisica ed effettiva di tutto quello che avevo sempre immaginato.
Il Bene ed il Male portati all'esasperazione, le migliaia di tombe bianche dei caduti in fin troppe guerre ed i grattacieli che parevano da fantascienza, la gioviale curiosità dei locali nell'autunno che seguì il Mondiale di calcio per l'appunto disputato in terra americana ed il sostenitore degli Yankees che attraversando la strada mi strattonò per aver comprato un giubbotto dei Mets, il World Trade Center che potrò raccontare di aver visto da sotto e da sopra e quella gita a Philadelphia in cui ci ritrovammo, unici bianchi, in una stazione di autobus in cui si muovevano solo afroamericani.
Con Michael Moore, invece, ho avuto un rapporto cinematografico conflittuale: dalla meraviglia di Bowling a Columbine allo scandalo della Palma d'oro a Fahrenheit 9/11, passando per cose decisamente meno famose ma molto convincenti come Sicko, il documentarista del Michigan mi è sempre parso un pò troppo furbo, per essere davvero amato: e Where to invade next è furbo, eccome.
Ma è giusto così.
Perchè gli States sono furbi. Lo sono stati fin dall'istante della loro nascita, probabilmente.
Sono furbi perfino quando, come in questo caso, cercano di fare autocritica portando sullo schermo i loro limiti specchiandosi al contempo in tutto quello che di buono ha da offrire la vecchia Europa: dalle ferie e maternità pagate in Italia all'attenzione per l'alimentazione nelle scuole in Francia, dal sistema giuridico portoghese a quello universitario sloveno, passando per le trentasei ore lavorative in Germania, le conquiste femminili in Tunisia ed Islanda, assistiamo ad un vero e proprio tour del buon Moore attraverso tutto quello che da questa parte dell'Atlantico possiamo trovare che, una volta andati in cerca di sogni nella terra delle stelle e strisce saremmo costretti a dimenticare.
Con ironia ed un pizzico di baldanza - del resto, è uno dei piatti forti dei nostri cugini oltreoceano -, si assiste ad una sorta di mea culpa del corpulento Michael in missione per conto degli alti papaveri della "Land of the free", ad un "road movie" all'interno del quale trovano spazio risate e prese di coscienza - le parentesi in Finlandia o qui nella Terra dei cachi - e momenti di grande drammaticità - il riconoscimento dei tedeschi dell'Olocausto o il rapporto tra i norvegesi ed il loro sistema ideologico e giuridico, culminato con il processo a Brevik, autore di una strage nel luglio duemilaundici, per uno dei passaggi più toccanti e commoventi della mia storia recente di spettatore, con l'intervista al padre di una delle vittime che continua, pur di fronte alle insistenze di Moore, a dichiarare che non ucciderebbe l'uomo che ha privato della vita suo figlio perchè sarebbe ingiusto, e sarebbe come mettersi al suo livello - che conducono, in un certo senso, ad una sorta di sveglia suonata all'indirizzo di quello che era stato il Paese che per primo aveva lottato, sostenuto e spinto affinchè i diritti umani fossero fondamenta della sua formazione.
La Storia, purtroppo per gli USA, ha dimostrato che - ego, interessi o desiderio di mostrare le misure del proprio pene che siano - l'evoluzione dei concetti ha finito per servire più a quella stessa Europa dalla quale i Padri Fondatori avevano preso le distanze, e probabilmente la speranza del regista e di tutti quelli - come il sottoscritto - che hanno sempre sostenuto l'American Dream è che la tendenza possa essere invertita, senza dubbio non a partire da individui come Trump.
Certo, gli USA sono anche questo.
Ma non è detto che non si possa imparare dai propri errori.
Del resto, l'esclusione della lettera W dall'alfabeto sloveno è avvenuta prima dell'avvento di Bush.
E perfino il mio adorato Clint, repubblicano fino al midollo, simbolo delle campagne di molti Presidenti o aspiranti tali, ha portato sullo schermo pellicole di grande umanità e saggezza.
In fondo, il bello di essere studenti non è fare compiti a casa.
E quello di essere insegnanti non è quello di soggiogare chi viene per imparare.
Il bello è poter pensare che le cose, la società, il mondo, possano migliorare.
Per noi, e per i nostri figli.
E prima ancora che a Michael Moore, andatelo a chiedere agli insegnanti finlandesi, a quel padre norvegese, ai Padri Fondatori.
Sono sicuro che tutti saprebbero dare una definizione ideale del Sogno.
Americano oppure no.




MrFord



martedì 18 ottobre 2016

Deepwater - Inferno sull'oceano (Peter Berg, USA/Hong Kong, 2016, 107')




Sarebbe bastata la coppia esplosiva composta da Mark Wahlberg e Kurt Russell per far salire l'hype rispetto ad un film come Deepwater Horizon - tradotto dai nostrani distributori con l'improbabile "Inferno sull'oceano" neanche fosse l'ultimo dei fracassoni film catastrofici -, e renderlo un papabile favorito di questo inizio autunno al Saloon.
Fortunatamente, però, le grandi divinità che regolano il Cinema tutto hanno deciso di giocare al rialzo con il sottoscritto, inserendo nell'equazione una drammatica storia tutta a stelle e strisce della quale il film è ricostruzione - il disastro della piattaforma che, oltre a dare il nome alla pellicola, nel duemiladieci divenne tristemente nota come la più terribile tragedia in termini ambientali della Storia marina degli USA - e Peter Berg, fordiano onorario grazie a produzioni seriali indimenticabili come Friday Night Lights, tamarrate selvagge della risma di Battleship ed action d'autore come Lone survivor.
E, devo ammetterlo, le attese non sono affatto state deluse.
Deepwater - Inferno sull'oceano è un solido, tosto ed ottimamente realizzato film d'azione drammatico a stelle e strisce, che funziona dal primo all'ultimo minuto, scorre alla grande, illustra un disastro senza nascondere le responsabilità che furono delle società che amministravano la stazione e ne gestivano la sicurezza e regala passaggi visivamente notevoli nella seconda parte, quando ha inizio il caos vero e proprio e tutti i lavoranti dell'impianto si trovano a dover lottare per la propria vita e per la ricerca di una via di fuga da quello che diviene a tutti gli effetti una manifestazione di quello che potremmo immaginare essere l'Inferno.
Come se tutto questo non bastasse, accanto alla presentazione dei personaggi ed alla cornice molto made in USA della prima parte, lo spettatore viene almeno fino all'inizio del disastro travolto da quello che è per me ribattezzato "effetto Titanic", ovvero la tensione data dall'inesorabilità dell'evoluzione della trama e dell'attesa del momento in cui la situazione precipiterà, che si tratti di un iceberg, per l'appunto, o come in questo caso del collasso di un sistema a causa dell'eccessiva avidità e spocchia di un gruppo di presunti esperti del settore.
Da quel momento Marc Wahlberg tira fuori il miglior Mark Wahlberg eroe ammeregano sempre pronto a lottare per la propria vita, il ritorno alla famiglia ed i colleghi, mentre Kurt Russell, non essendo più in età per quel tipo di impresa, sfodera una solida interpretazione d'appoggio che conferma per l'ennesima volta il livello di miticità - come direbbe Po - assoluto di questa icona degli anni ottanta.
Il risultato è una pellicola d'intrattenimento moderna eppure vecchio stile solida come una roccia, che andrà a nozze con tutti gli amanti della settima arte "born in the USA" e potrebbe a sorpresa anche soddisfare qualche spettatore abituato a proposte di nicchia, non fosse altro per la grande perizia tecnica messa al servizio della realizzazione o per la polemica contro le multinazionali responsabili, in nome del profitto, della morte di tanti lavoratori disposti ad accettare determinati incarichi ad alto rischio principalmente per portare a casa il pane.
Non si parlerà certo del film dell'anno, o di qualcosa destinato a fare la Storia della settima arte, ma se avessi un bel prodottone come questo almeno una volta a settimana sarei senza dubbio uno spettatore più felice, soprattutto perchè avrei modo di dimostrare quanto il tanto bistrattato Cinema made in USA di grana apparentemente grossa può dare al pubblico oltre all'intrattenimento.
Non tutti - registi, produzioni o Paesi - sarebbero in grado di fare altrettanto.
"Questione di riflessi", direbbe Kurt Russell.
Parole sante, dico io.




MrFord







lunedì 17 ottobre 2016

Pets - Vita da animali (Yarrow Cheney&Chris Renaud, Giappone/USA, 2016, 87')





Di norma, quando affronto una pellicola targata Dreamworks - specie se, fin dai primi teaser, ha il sapore di quelle trovate di marketing buone per attrarre le famiglie in sala e tener buoni i piccoli e a condensare proprio nel trailer il suo meglio - sono sempre molto, molto più cauto rispetto a quanto non capiti con produzioni jappo, Disney o Pixar, e raramente negli anni mi sono trovato a ricredermi rispetto al risultato finale: certo, non si parla di nulla che sia nocivo, o di davvero terribile, ma è anche molto difficile chiudere la visione sorpresi - in positivo, ovviamente -.
Pets - Vita da animali, uscito a seguito di una di quelle campagne pubblicitarie che fanno sperare per il peggio più imponenti degli ultimi mesi, invece, si è rivelato uno dei rari casi in cui, effettivamente, tutto va come deve andare: a partire dall'idea di base - cosa combinano i nostri animali domestici quando noi non siamo in casa? -, che richiama quella dell'originale Toy Story senza che la cosa pesi poi troppo fino ai simpatici protagonisti, tutto funziona e scivola via in gran scioltezza riuscendo a conquistare grandi e piccini pur non inventando nulla o superando due esempi pronti a far scattare immediatamente il paragone - parlo del più che discreto Bolt di qualche anno fa o del recente e piacevolissimo Zootropolis -.
Le disavventure di Max e Duke, da forzati "coinquilini" ad amici pronti a salvarsi la pellaccia l'un l'altro, riescono a trascinare lo spettatore in un'ora e mezza scarsa di indiavolate scorribande animali - fantastico il barboncino metallaro, con il maiale tatuato il mio favorito - tutte giocate sullo sfondo di una New York realizzata in maniera davvero strabiliante, passando da Manhattan alle fogne - all'interno delle quali, a quanto pare, qualche coccodrillo si può davvero trovare, e non solo -, trascinate dal rapporto da bromcom dei due cani protagonisti e dall'energia inesauribile del coniglietto a capo degli animali ribelli, tutti abbandonati da padroni stanchi di stare dietro alle esigenze ed ai caratteri dei loro compagni a quattro zampe.
Un piacevole intrattenimento, dunque, che trova un punto d'incontro piuttosto equilibrato tra le esigenze dei piccoli e quelle degli adulti che li accompagnano, che senza dubbio farà venire voglia ai figli di chiedere ai genitori un animale domestico - e qui al Saloon siamo fortunati per il fatto di avere due gatti, che la Fordina sia ancora troppo piccola e che il Fordino, invece, più che un cane vorrebbe un gorilla, un coccodrillo o un ippopotamo, tutte soluzioni che lui stesso capisce non essere attuabili - e che può contare su personaggi di contorno azzeccati e divertenti, così come su uno spirito che pare affrontare le differenze tra i diversi animali - ho trovato esilarante la sequenza dei cani rapiti dalla palla presi in giro dalla gatta a sua volta ipnotizzata dal puntatore laser manovrato dall'uccellino - neanche parlassimo di una commedia non proprio corretta legata alle differenze razziali di noi umani.
Insomma, non saremo dalle parti delle pietre miliari Disney, il Fordino - occorre ammetterlo che vederlo in lingua e sottotitolato rende per lui le cose ancora un pochino difficili - forse non lo metterà mai alla pari dei suoi cult Kung fu panda, Monsters&Co o Madagascar, ma da queste parti ce lo siamo decisamente goduto, chiedendoci cosa riescono a combinare quei due sciroccati di Diego e Mia - i nostri quadrupedi - quando noi non siamo in giro per casa.
Considerate le premesse, direi che la bestia umana si può tranquillamente definire sazia.




MrFord




 
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