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lunedì 10 giugno 2013

Una notte da leoni 3

Regia: Todd Phillips
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 100'



La trama (con parole mie): Phil, Stu e Doug, compagni del Branco protagonista di avventure indimenticabili a Las Vegas e Bangkok, si ritrovano a quattro anni di distanza dal loro primo hangover per convincere Alan, che ha appena perduto il padre, a farsi ricoverare in un centro di recupero che possa permettergli di rimettere a posto le rotelle che non girano proprio a dovere nella sua testa.
Peccato che quello che sulla carta rappresenti soltanto un viaggio di supporto si trasformi in un'avventura all'ultimo respiro: il gangster Marshall, infatti, rapisce Doug ed intima ai tre restanti membri del gruppo di recuperare il famigerato Mr. Chow, colpevole di aver trafugato metà di un bottino multimilionario in lingotti d'oro proprio allo stesso boss.
Per gli improvvisati uomini d'azione, dunque, inizia un viaggio contro il tempo che si rivelerà grottesco ed incasinato come nella loro migliore tradizione.




Da queste parti il brand The hangover è sempre stato ben accetto, un pò per nome, un pò perchè correndo con la mente alla notte tra il trenta aprile ed il primo maggio duemilanove la sensazione che i protagonisti di questa trilogia continuano ad avere una volta realizzato di essere nella merda torna a solleticare anche il sottoscritto: certo, dalle mie parti nessuno ha finito per tatuarsi o essere "violato" da un transessuale, e Mike Tyson non si è fatto vivo, ma gente che vomita dalla finestra o un alba come quella che vidi quel giorno resteranno per sempre impresse nella mia memoria.
Ma torniamo a Una notte da leoni: fui spettatore del primo proprio a cavallo di quella clamorosa serata, e nonostante le aspettative della vigilia fossero decisamente basse - più o meno quelle che avrei dovendo affrontare un qualsiasi American pie - devo dire che finii per uscire molto soddisfatto dalla visione, che mi divertì oltremodo dal "risveglio" dei protagonisti alle foto che accompagnavano i titoli di coda.
Due anni dopo toccò al sequel - sancito dal successo planetario del primo capitolo -: molti, qui nella blogosfera e non, lamentarono il fatto che, sequenza più sequenza meno, si trattava in sostanza di una sorta di versione rieditata dell'originale, che non aggiungeva nulla a quello che era stato l'impatto dell'esordio di questo ormai consolidato franchise.
Per quanto l'originalità non fosse il cardine di quell'operazione, senza dubbio il bersaglio fu centrato in pieno, per quanto mi riguarda, ed una volta ancora uscii dalla sala non soltanto con la sensazione di aver spento il cervello ed essermela goduta, ma di aver assistito ad un sano, robusto, irresistibile intrattenimento di quelli perfetti per le serate tra amici come i protagonisti della storia.
Tutto questo per arrivare al numero tre.
Certo, la confezione funziona, la squadra è collaudata, alcuni passaggi strappano il sorriso, ma qualcosa davvero non quadra: innanzitutto manca l'hangover, che seppur ripetitivo sarebbe stato sicuramente più curioso di una sequela di scene praticamente action che nella loro maggior parte finiscono per essere meno divertenti di quanto vorrebbero, e di seguito - cosa da non sottovalutare affatto - la capacità di sorprendere e generare lo scoppio di risate che i primi due capitoli erano in grado di regalare ad un pubblico che, siamo onesti, in caso di visioni di questo genere cerca solo ed esclusivamente quello, non risulta pervenuto.
Gli stessi protagonisti paiono non credere più nel progetto, da un Bradley Cooper ormai lanciato verso una carriera decisamente più autoriale - e sempre più beniamino di Julez - ad uno Zack Galifianakis imprigionato in un ruolo dal quale non si libererà neppure da morto, senza contare Ken Jeong/Mr. Chow fin troppo sopra le righe e John Goodman che pare la bruttissima copia di quello che fu uno dei personaggi più riusciti della sua carriera, il Walt de Il grande Lebowski.
La scelta, dunque, di tramutare l'hangover in una sorta di lunga digressione "sobria" che tiri le fila delle sottotrame disseminate nei primi due episodi lascia alquanto a desiderare, diverte decisamente meno e non regala perle a nessuno, dal pubblico occasionale cui non frega nulla di prequel o sequel che finisce in sala solo per passare un inizio di sabato sera o un pomeriggio della domenica a quello più orientato all'autorialità che cerca rifugio in proposte di questo tipo per ricordarsi che il Cinema è anche della sana ed ignorantissima goduria.
Un vero peccato, che lascia il dubbio se possa essere un bene considerare un quarto capitolo - anche se gli incassi fanno pensare che non verremo risparmiati in questo senso - o sperare in una sua realizzazione come fosse un riscatto per la delusione che è stata, di fatto, il terzo qui presente.
Di certo, per un bevitore come il sottoscritto, presentare quella che dovrebbe essere l'epica conclusione di una trilogia che omaggia l'hangover come stile di vita senza che vi sia anche una sola traccia di un bicchiere è praticamente un insulto, e non bastano inseguimenti di limo alla caccia di piccoli gangster asiatici che volano in paracadute nel cielo di Las Vegas a farmi cambiare idea.
Avrei preferito senza dubbio un bel blackout vecchia scuola, a costo di rischiare l'accusa di monotonia.
Anche perchè chi ha provato quel tipo di ebbrezza sa bene che le cose non vanno, non saranno andate e non andranno mai come si potrebbe aver pensato.


MrFord


"Now the drugs don't work
they just make you worse
but I know I'll see your face again
now the drugs don't work
they just make you worse
but I know I'll see your face again."
The Verve - "The drugs don't work" -



mercoledì 19 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Il ritorno del re

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2003
Durata: 263'




La trama (con parole mie): la sconfitta di Saruman per mano degli eserciti elfici e di Rohan ha allertato Sauron, che ora progetta di sfogare la sua ira radendo al suolo la città di Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Così, mentre Frodo e Sam viaggiano con Gollum oltre i confini di Mordor senza sapere che la creatura medita vendetta contro di loro, Gandalf e Pipino lottano affinchè Denethor, padre di Boromir e Faramir, rinsavisca dal suo delirio e si prodighi per proteggere la sua città.
Intanto Aragorn, Legolas e Ghimli prendono la via che li porterà ad incontrare un esercito molto particolare, quello dei fantasmi maledetti millenni prima da Isildur e che potrebbe diventare una pedina fondamentale nello scontro con le legioni di Sauron: l'unico cui obbediranno, però, sarà il Re di Gondor, dunque l'uomo conosciuto come il ramingo Gran Passo dovrà mettere da parte i suoi timori ed occupare il ruolo che gli compete, quello di sovrano e simbolo del riscatto della razza umana.
Riusciranno Frodo e Sam ad oltrepassare i territori dominati da Sauron e distruggere l'anello nel calderone del Monte Fato? Minas Tirith reggerà gli attacchi dell'Oscuro Signore? Riuscirà qualcuno a sconfiggere il capo dei Nazcul, colui il quale "nessun uomo vivente può uccidere"?
La Terra di mezzo tornerà ad essere libera e governata dalla pace o Sauron avrà ragione ed il Male dominerà il mondo?





Ricordo bene l'anno in cui Il ritorno del re sbancò l'Academy riuscendo addirittura nell'impresa di eguagliare il record di statuette di Ben Hur e Titanic: lo ricordo bene perchè la cosa non mi piacque affatto.
Questo perchè quello stesso anno, in concorso per le statuette di Miglior film e Miglior regia c'erano Clint Eastwood con il suo Mystic river, che non avrei neppure lontanamente paragonato al kolossal firmato da Peter Jackson che aveva illuminato gli occhi del pubblico di tutto il mondo, perfino i non appassionati di fantasy e di Tolkien.
Fortunatamente, questo vecchio cowboy viene colto di tanto in tanto da una qualche manifestazione di saggezza che gli permette di essere critico anche rispetto alle sue stesse prese di posizione: sono passati quasi dieci anni, ormai, e pur continuando a considerare il thriller di Eastwood un assoluto Capolavoro, credo sia stato più che giusto da parte dell'Academy dare un riconoscimento così importante a quella che è stata una vera e propria impresa che resta unica nel mondo della settima arte.
Un'impresa fisica, oltre che artistica, che difficilmente potrà essere superata: Il Signore degli anelli è e resta qualcosa di clamoroso, coinvolgente, magico nel vero e più profondo senso del Cinema, espressione dello stupore e della meraviglia, portatore di quella scintilla che ha reso così grande il brivido della macchina da presa e del proiettore.
Il Signore degli anelli ha raccolto l'eredità della prima trilogia di Star Wars trasformandola in qualcosa di ancora più grande - e attenzione: da fan della saga firmata Lucas, la sto sparando così grossa che Dante e soprattutto Randall mi odieranno a vita -, riuscendo ad andare oltre - e non parlo di Oscar vinti, o riconoscimenti - diventando il nuovo punto di riferimento rispetto a tutto il pubblico che pensi ad una "trilogia".
E Il ritorno del re è la traduzione in immagini ed emozioni di tutto questo: quattro ore - e di nuovo parlo della versione estesa, splendida nel caso di questo capitolo conclusivo soprattutto nella prima parte, con intere sequenze eliminate da quella cinematografica, vedasi il destino di Saruman e Vermilinguo - così intense che scivolano via senza colpo ferire e gettano all'interno dell'azione qualsiasi spettatore, travolto dagli eventi legati ad una lotta che si consuma su più fronti e pesca da un immaginario che trova riferimenti non soltanto nel romanzo di Tolkien ma anche nella Pittura, nella Musica, nel Cinema stesso.
Dunque assistiamo all'ascesa del Monte Fato da parte di Frodo e Sam, oggetto delle prese per il culo di molti degli spettatori più "duri" - sottoscritto compreso -, in grado di dare una nuova dimensione al concetto di outsiders e di impresa eroica, una specie di Goonies all'ennesima potenza - e considerata la presenza di Sean Astin, la cosa ci sta, eccome -.
Osserviamo l'Aragorn che pareva preso dalla strada de La compagnia dell'anello assumere anche fisicamente le sembianze ed il piglio di un re, spinto dall'amore di Arwen - bellissimi e profondamente poetici i passaggi legati alle visioni dell'elfa che ha rinunciato all'immortalità per l'amore dell'umano - e dal sostegno dei suoi fedeli compagni Ghimli e Legolas.
Seguiamo Pipino e Merry nelle loro imprese da "outsiders tra gli outsiders", il primo impegnato nella difesa di Minas Tirith - bellissimo il montaggio incrociato che vede alternarsi il sacrificio di Faramir e dei suoi uomini ed il banchetto di Denethor -, il secondo sul campo di battaglia accanto ad Eowyn.
Assistiamo al riscatto di coloro che dimorano nella montagna e all'adempimento di una promessa che vale la pace e al clamore degli scudi di Rohan e della sua cavalleria, pronta a battersi fino all'ultimo uomo e a viso aperto con le legioni di Sauron.
Senza contare Gollum, pronto a rischiare tutto - dalla manipolazione alla forza della mostruosa Shelob - pur di tornare in possesso del suo "tessssoro", e che di nuovo si rivelerà decisivo per i destini di tutti gli abitanti della Terra di mezzo almeno quanto gli hobbit che hanno preso a carico la missione di distruggere l'unico anello.
E poi ci sono quei "ventisette" finali - criticati quanto il rapporto tra Frodo e Sam, anche questi da me compreso -, che ad ogni visione assumono uno spessore sempre maggiore, e con la sequenza dedicata alla partenza dell'ultima nave degli elfi per quello che è il loro "Paradiso" raggiungono vette di commozione che non ci si potrebbe aspettare da un prodotto a largo consumo come questo.
"Non vi dirò non piangete, perchè non tutte le lacrime sono un male", afferma Gandalf.
Questo perchè anche le più grandi storie devono concludersi, ma questo non deve necessariamente significare che non possano averci dato tanto, tutto, ed anche di più.
"Ci sarà l'ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l'era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno!", grida Aragorn di fronte al nero cancello di Mordor.
E ci sarà anche l'ora in cui la settima arte non riuscirà più ad arrivare al cuore e far spalancare occhi e bocche per gridare al miracolo, e tutto sarà piatto, e noioso, e triste.
Ma non è questo il giorno.
E non lo sarà finchè continueremo a ricordare - e celebrare - opere gigantesche come Il Signore degli anelli.


MrFord


"You see, I own this town
you best not come around
if you wanna get by, then cool it down
if you wanna start something, know one thing:
I'm King.
If you wanna mess around like that,
that's just how it is
if you wanna get by then mind your biz,
if you wanna start something, know one thing:
I'm King."
Weezer - "King" - 


martedì 18 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Le due torri

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2002
Durata: 235' (versione estesa)




La trama (con parole mie): quella che fu la Compagnia dell'anello è ormai divisa. Gandalf è disperso nelle profondità della Terra di mezzo, intento in una battaglia all'ultimo sangue con il Balrog incontrato nelle miniere di Moria, il cadavere di Boromir giunge lungo il fiume fino a suo fratello, il capitano di Gondor Faramir, Merry e Pipino sono in mano agli Uruk-Hai, Aragorn, Legolas e Ghimli sono sulle loro tracce, che portano dritte nel cuore delle terre dei signori dei cavalli, a Rohan, mentre Frodo e Sam cercano di trovare una via che li conduca a Mordor.
Nel frattempo, Saruman si prepara ad attaccare gli uomini proprio partendo da Rohan, mentre Sauron prenderà la via di Osgiliath per giungere a Gondor: allo scoppiare della guerra, i nostri si troveranno a dover affrontare ognuno la sua battaglia.
Merry e Pipino, fatta la conoscenza di Barbalbero e degli Enth, si muoveranno verso Isengard per assistere allo scontro tra Natura e Tecnologia.
Aragorn, ancora indeciso se rivelarsi in quanto erede al trono di Gondor o rimanere un ramingo, Ghimli e Legolas prenderanno parte all'incredibile battaglia del Fosso di Helm.
Frodo e Sam, uniti i loro destini a quello di Gollum, dovranno convincere Faramir dell'importanza del loro viaggio e sperare che la sfortunata creatura non mediti vendetta nei loro confronti.





Il viaggio attraverso l'incredibile trilogia firmata da Peter Jackson ed ispirata al Classico della letteratura fantasy Il signore degli anelli continua con quella che è considerata, di fatto, una delle sequenze di raccordo più imponenti della Storia del Cinema, e proprio per questo la parte più debole dell'intero affresco tracciato dal regista neozelandese: eppure devo ammettere che, pur rimanendo un passo indietro rispetto a La compagnia dell'anello ed al successivo Il ritorno del re, anche Le due torri funziona, e alla grande, soprattutto nel proteggere lo spirito che anima l'intera opera preparando l'audience per quella che sarà la cavalcata conclusiva.
In questo caso, inoltre, la versione estesa contribuisce a dare ulteriore spessore a personaggi e situazioni - in particolare quelle legate al rapporto tra Merry, Pipino e gli Enth, così come alla corte di Rohan, Vermilinguo ed Eowin - e fornisce dettagli importanti rispetto agli avvenimenti successivi alla battaglia del Fosso di Helm: particolari che rendono ancora più prezioso un blocco centrale che senza dubbio costituisce l'anticamera per il tripudio che sarà la conclusione ma che mantiene una sua ben definita personalità anche grazie all'esplosione di Andy Serkis e del suo Gollum, vero protagonista della pellicola nonchè uno dei personaggi più stratificati e complessi dell'opera - letteraria o cinematografica che sia -.
Ai tempi, ricordo che rimasi decisamente deluso rispetto alla decisione dell'Academy di non premiare l'attore che aveva dato corpo, voce, espressione ed anima alla sfortunata creatura soltanto perchè, di fatto, la stessa era stata completata grazie agli effetti visivi: il lavoro di Serkis, con il passare delle visioni e del tempo, assume infatti un'importanza a dir poco incredibile, ed una sfida vinta a mani basse dal talento dell'Uomo rispetto alla tecnologia che mai come in questo caso è stata un vero e proprio supporto, più che qualcosa nato per sopperire le mancanze dell'interprete stesso.
Come se non bastasse, il fu Smigol diviene, nel corso di questo secondo capitolo, uno dei cardini effettivi dell'affresco nella sua interezza, un charachter quasi shakespeariano per la sua drammaticità, malvagio eppure indifeso, bambinesco eppure rancoroso come il più avvelenato dei vecchi: il suo monologo in "doppia parte" nella veglia sul sonno degli hobbit è un pezzo da strabuzzare gli occhi che neppure la stupefacente battaglia del Fosso di Helm è in grado di eguagliare - e di battaglie di questo genere non se ne vedevano da parecchio tempo, sul grande schermo -, e rappresenta la ciliegina sulla torta di un mostro clamorosamente umano e tridimensionale, che senza dubbio è una delle più valide ragioni per amare senza limiti un lavoro come quello svolto da Peter Jackson e da tutti i suoi formidabili tecnici.
Perchè una cosa come Il Signore degli anelli - e Le due torri - non si può non amare, se si pensa al Cinema come quando si era bambini, e si sognava di poter, un giorno, cavalcare Falcor ed esplorare questo mondo e quell'altro: il fango e la pioggia che cadono su orchi, umani, nani ed elfi alle porte della fortezza di Rohan paiono scivolare sulla pelle come fossimo tutti lì, a gridare e a menare colpi - magari facendo a gara con i nostri compagni sul numero dei nemici passati a filo di lama - cercando di soffocare la paura con la voglia di dimostrare di esserci, di far sentire la propria fatica e la propria presenza.
Le due torri è proprio così: non sarà portatore della Meraviglia de La compagnia dell'anello o dell'Epica de Il ritorno del re, eppure la sua presenza è forte e ben definita, così come la volontà di esprimersi e raggiungere il cuore dello spettatore, che non starà pure più nella pelle di scoprire quello che riserverà il finale della guerra per la Terra di mezzo, ma che non potrà rimanere indifferente alla battaglia che, in qualche modo, ne ha segnato il Destino.


MrFord


"Never had a flesh and blood like this before.
Got a new appearance when I passed the door.
Is it a dream I am withing? Oh what's going on?
Down, down, down
go down, go down, go down
I roam into nowhere.
Don't see an end: eternal wastelands.
And I hear the voice, the voice, the voice, the voice..."
Avantasia - "The tower" -


lunedì 17 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - La compagnia dell'anello

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2001
Durata:
228' (versione estesa)




La trama (con parole mie): millenni fa, nel cuore nero della Terra di mezzo, la vulcanica Mordor, si tenne una battaglia che vide opposte le forze di uomini, nani ed elfi a quelle dell'Oscuro signore Sauron, che forgiò un anello in grado di mettere in ginocchio i poteri dei re di tutti gli altri popoli.
Quando Isildur, paladino degli uomini, troncò le dita del mostruoso essere e conquistò l'anello, però, non lo distrusse, e corrotto dal suo potere portò il buio nel mondo: l'anello restò per quasi tremila anni in silenzio, sfruttando dapprima lo stesso Isildur, dunque la sfortunata e tormentata creatura chiamata Gollum, per finire nelle mani dell'innocuo Bilbo Baggins della Contea, pacifica zona rurale abitata dagli hobbit, dediti alla cura dei loro campi e al cibo.
Giunto a centoundici anni di età, Bilbo decide di partire per il suo ultimo viaggio lasciando tutti i suoi averi - anello compreso - al giovane Frodo, che è ancora ignaro del destino che si prefigge per lui: Sauron, infatti, si è destato dal suo torpore, e ha intenzione di rimettere le mani sull'anello.
L'hobbit, aiutato dallo stregone Gandalf il grigio, inizierà dunque un'avventura che lo porterà a scoprire il resto del mondo e che è volta alla distruzione dell'anello, unica speranza di fermare le forze risorte dell'Oscuro signore: a proteggerlo un manipolo di combattenti che verrà battezzato "La compagnia dell'anello".
Quello che i nostri non sanno, però, è che alle loro calcagna non ci sono soltanto i terrificanti servi di Sauron, ma anche i terribili Uruk-Hai creati da Saruman, stregone passato al male, incrocio di orchi e goblin e combattenti impareggiabili: per non parlare dell'anello, che è in grado di esercitare la sua influenza negativa su chi gravita nelle sue vicinanze.



Era davvero parecchio tempo che attendevo l'occasione giusta per presentare qui al Saloon la trilogia cinematografica più importante dei nostri tempi, frutto dell'eccezionale lavoro di Peter Jackson e di migliaia di tecnici, artigiani, artisti, attori e chi più ne ha, più ne metta nonchè, di fatto, equivalente del nuovo millennio di quello che fu Guerre stellari a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.
La cosa curiosa è che, dal punto di vista letterario, ho sempre giudicato il lavoro di Tolkien clamorosamente palloso, roba per nerd senza speranza e ritegno che, nella mia vita di lettore, ho affrontato e clamorosamente abbandonato ben tre volte - ed io cerco sempre di portare a termine le mie letture, anche le peggiori -: il grande merito, in questo senso, del buon Jackson - regista che ho sempre stimato fin dai tempi dei suoi esordi clamorosamente splatter -, è di aver donato la meraviglia del Cinema ad una materia decisamente non per tutti rimanendo comunque fedele all'opera originaria, confezionando un'epopea che è stata ed è una vera e propria impresa, in grado di lasciare a bocca aperta il pubblico, coinvolgere, emozionare e stupire neanche fossimo tornati nel cuore degli eighties dei miracoli dominati da Spielberg e Lucas.
Come se non bastasse, la meraviglia per questi tre film splendidi è resa ancora più grande dalla prima possibilità per il sottoscritto di visione delle versioni estese - anche se sarebbe più corretto affermare director's cut - giunte come richiestissimo regalo di compleanno grazie a Julez nello splendido cofanetto in bluray arricchito da tanti di quei documentari sulla realizzazione che vi parrà di aver preso parte alle riprese una volta esplorati tutti i loro capitoli.
Ma torniamo al film e mettiamo subito le carte in tavola: La compagnia dell'anello è senza ombra di dubbio il mio preferito della trilogia, perfetta sintesi di quello che è stato l'incredibile lavoro del Peterone nostro e dei suoi soci nonchè dello spirito che anima un certo tipo di Cinema, quello dei sogni proiettati sullo schermo e delle bocche spalancate per lo stupore, nonchè dell'idea di avventura come viaggio in equilibrio tra l'entusiasmo e la malinconia, una specie di perenne stato da vacanze - quelle che ti esaltano come non mai, ma che sai che, più prima che poi, giungeranno al termine -.
Dalla lunga introduzione dedicata alla storia antica dell'anello e di Sauron e alla parentesi bucolica della Contea, dall'inizio del viaggio di Bilbo a quello dei quattro giovani hobbit partiti pensando di giungere appena oltre i confini della loro terra d'origine senza sapere di essere destinati a qualcosa di decisamente più grande fino all'incontro con Gran Passo e ai faccia a faccia con i Nazcul, da Gran Burrone ed il mondo fatato degli elfi ai paesaggi sconfinati e all'oscurità delle miniere di Moria - dovessi scegliere una sequenza all'interno di tutta la saga, sarebbe sicuramente quella ambientata nelle profondità del mondo dei nani, tesissima tra l'incontro con orchi e goblin ed il sopraggiungere del Balrog -, dal drammatico scontro con gli Uruk-Hai di Saruman alla presa di coscienza del potere sconfinato dell'anello e della sua influenza rispetto non solo a chi lo porta, ma a chiunque sia nelle vicinanze di esso, tutto pare incarnare alla perfezione l'ideale del film dal respiro epico e magico ad un tempo, quell'emozione che si riesce a provare davvero solo quando si è bambini riportata miracolosamente anche al dialogo con il pubblico adulto, grazie a tematiche profonde quali la fedeltà a se stessi e la tentazione del potere, la voglia di cambiare il mondo e quella di vivere qualcosa di troppo grande anche per le leggende tramandate di padre in figlio.
Non si contano i passaggi già cult di un film gigantesco sotto tutti i punti di vista che è riuscito a conquistarmi visione dopo visione - in particolare, per quanto impegnativa rispetto alla durata, consiglio a tutti di recuperare questa versione estesa, in grado di dare maggiore spessore soprattutto agli avvenimenti "di raccordo" di quelle passate in sala -, e che ancora oggi riesce a coinvolgermi come se fosse la prima volta: lo struggimento di Boromir, perfetto esempio delle debolezze umane, o la scelta di sacrificarsi di Gandalf, o il drammatico susseguirsi di eventi in parallelo allo scontro con gli Uruk-Hai della Compagnia dell'anello sono il sale del Cinema e della straordinaria capacità che questo mezzo spettacolare ha di far sognare il suo pubblico.
In questo senso - sicuramente aiutato da un impianto produttivo, tecnico ed attoriale pressochè perfetto - Peter Jackson è divenuto interprete di un nuovo capitolo della Storia della settima arte, che continuerà a stupire anche le generazioni dopo la nostra, che potranno osservare ammirate la potenza di un incantesimo ben più forte di quello dell'anello del potere le cui vicende vengono così magistralmente narrate.


MrFord


"Get on board, this train ain't going to stop.
Where it's going, I don't know. You know, you know, you know.
Wheels on fire, fields of decent desire.
Punch your ticket, it's time to go......
There's a force around the bend, that drives this engine."
Smashing Pumpkins - "The fellowship" -


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