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venerdì 4 agosto 2017

I don't feel at home in this world anymore (Macon Blair, USA, 2017, 93')




"A volte si incontra un uomo che è l'uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto: e quello è il Drugo, a Los Angeles": recita più o meno così l'incipit de Il grande Lebowski, uno dei film che più ho amato, amo ed amerò nella mia vita di spettatore e non solo, di quelli che se dovessi scegliere dieci titoli da portare su un'isola deserta in stile Lost non avrei alcun dubbio ad avere con me continuando a rivederlo per il resto della vita.
Nel corso di questo duemiladiciassette, complici l'impoverimento incredibile subito dalla Blogosfera negli ultimi due anni - ricordo quando, ai tempi, non passava settimana senza che decine di blog venissero inaugurate a cadenza quotidiana, nuovi followers, commenti e confronti nascessero senza neppure fare fatica, e via discorrendo -, gli impegni con i Fordini pronti a crescere, altre passioni in questo momento decisamente più soddisfacenti ed una distribuzione certo non favorevole - almeno dai tempi dell'ultima notte degli Oscar -, ammetto senza troppa preoccupazione di essermi sbattuto ben poco, per cercare ed affrontare pellicole potenzialmente interessanti, crogiolandomi nel fatto che, oggettivamente, nelle sale italiote sia giunto davvero ben poco degno di nota.
Poi, quasi per caso, in una sera di questo inizio agosto, ecco giungere I don't feel at home in this world anymore.
Che è stato il film giusto, nel posto giusto, al momento giusto.
Proprio come il Drugo a Los Angeles.
E proprio come Il grande Lebowski, la pellicola di Macon Blair - già attore nell'interessante Green Room - rappresenta un ibrido, una mescolanza tra generi che oltre al mitico lavoro dei Coen è riuscito a farmi sentire echi di altre perle come Hesher o Big Bad Wolves: partito come la classica commedia esistenziale in stile Sundance, evolutosi come un thriller dal sapore lansdaliano ed esploso neanche fosse un Tarantino impazzito nell'escalation finale I don't feel at home in this world anymore è senza ombra di dubbio la cosa più interessante che abbia visto da mesi a questa parte, l'unica mossa da una carica scombinata quanto la sua protagonista - o il suo curioso sidekick, un ottimo, considerato che di norma lo detesto, Elijah Wood - ed in grado di scuotere, emozionare, stupire, lasciare interdetti o profondamente, macabramente divertiti.
Sedersi sul divano preda del caldo svaccandosi con Cuba e gelato al mango e ritrovarsi praticamente seduti a terra con il viso proteso verso lo schermo, l'esaltazione a mille e la voglia di ricominciare senza tregua a vedere tre o quattro film al giorno in barba alla desertificazione della Blogosfera è uno dei meriti più grandi che questa sorprendente pellicola ha, ma non l'unico.
Personalmente, invece che elencarli come nella più classica delle recensioni o liste della spesa, preferisco invitarvi a sperimentare sulla pelle - magari conoscendo il meno possibile della trama - questo gioiellino indie pulp, distribuito da Netflix - in barba a chi vorrebbe tagliare fuori le produzioni di una delle realtà più interessanti del grande e piccolo schermo dai Festival - e pronto ad inaugurare - almeno lo spero prima di tutto per me - una nuova stagione all'interno di un'annata senza dubbio difficile per noi bloggers cinefili, e prima ancora spettatori desiderosi di confrontarsi sempre e comunque con la settima arte.
Se, dunque, con il Cinema e la Blogosfera da diverse settimane I didn't feel at home anymore, I don't feel at home in this world anymore ha finito per ridarmi speranza.
E farmi sentire come il Cinema riesce a farmi sentire.
Tremendamente vivo, tremendamente bene.
Anche quando c'è inevitabilmente da soffrire.




MrFord




 

mercoledì 6 gennaio 2016

The last witch hunter

Regia: Breck Eisner
Origine: USA, Cina, Canada
Anno:
2015
Durata:
106'






La trama (con parole mie): Kaulder, un guerriero che prese parte alla prima, grande spedizione degli umani volta ad annientare la minaccia della regina delle streghe ottocento anni fa, riuscì proprio in quell'occasione a colpire mortalmente la stessa, guadagnando una maledizione che l'avrebbe reso solo ed immortale, condannato per l'eternità a ricordare la moglie e la figlia, morte proprio a causa della peste scatenata dalla sua nemica.
Affiancato nei secoli da una misteriosa organizzazione legata a doppio filo alla Chiesa e da un assistente personale, Kaulder è stato l'arma dell'umanità ed il collante tra due mondi dopo l'accordo di non belligeranza stipulato dal Consiglio delle streghe e l'Uomo.
Quando, però, una misteriosa forza oscura torna a farsi sentire a New York proprio mentre sta avvenendo l'avvicendamento tra il vecchio ed il nuovo braccio destro di Kaulder, il cacciatore si troverà a dover affrontare un nemico che credeva sepolto, e a capire di chi si potrà fidare per affrontarlo.











In tutta onestà, ero quasi sicuro che la visione di The last witch hunter, action di matrice fantasy con protagonista Vin Diesel - che al di fuori dei panni di Dom Toretto e di Riddick e della convincente prova di Find me guilty di qualche anno fa, non mi ha mai detto qualcosa di più dello zero, come attore - si sarebbe rivelata un disastro delle proporzioni di quella di Hansel e Gretel, con tanto di incazzatura e post votato al massacro.
Al contrario di qualsiasi previsione, invece, ammetto di essermi discretamente goduto questa tamarrata firmata da Breck Eisner, una proposta senza particolari pretese, confezionata ad uso e consumo dello spettatore occasionale ed alla ricerca di un potenziale sequel, dal cast tutto sommato interessante per un prodotto di questo tipo - arma a doppio taglio che, nello specifico, è riuscita sia a valorizzare gente come lo stesso Diesel, la Igritte di Game of thrones Rose Leslie o Elijah Wood, che continuo a detestare, sia a non far apparire troppo assetato di soldi extra il vecchio leone Michael Caine, che personalmente è sempre un piacere vedere sullo schermo - e divertente abbastanza da non risultare troppo tronfia o appesantita - sia ringraziato un minutaggio normale, e non le sbrodolate da due ore e mezza che negli ultimi tempi paiono aver contagiato anche il Cinema di grana grossa -.
Senza dubbio non si potrà mai affermare che si tratti di qualcosa di memorabile o in grado di andare oltre la visione da popcorn e cervello spento, o di un film scritto dignitosamente - la sceneggiatura risulta quantomeno elementare -, eppure mi è parso di avvertire una leggerezza di fondo che ha permesso all'ingranaggio di funzionare sia nell'ambito del puro intrattenimento - la cornice e gli effetti fanno il loro lavoro -, sia nella costruzione di una vicenda vecchia come il mondo - l'eroe maledetto e solitario che scopre, di colpo, non solo la propria vulnerabilità, ma anche che chi avrebbe dovuto guardargli le spalle ha sempre approfittato per piazzarglielo dritto dove non batte il sole: una cosa che non si fa mai, ad un eroe maledetto e solitario, e che di fatto accompagna prevedibilmente dove ogni film di questo tipo deve accompagnare, quasi fosse una spalla per il protagonista che, in bilico tra tamarraggine sopra le righe - l'auto di Kaulder non poteva che essere degna di Dom Toretto - e sapore da tenebroso che viene sempre buono per rimorchiare la bella strega ovviamente non malvagia di turno - che, purtroppo, non regala neanche un "You know nothing, Kaulder Snow" -.
Anche la parte prevalentemente action funziona, dall'incipit che mescola Il signore degli anelli, Vikings e Il trono di spade al presente di narrazione nella parte "oscura" di New York - che penso sia il teatro più gettonato delle catastrofi cinematografiche di Hollywood -, grazie ad un'ottima resa del personaggio della Regina delle streghe e dell'oscuro Belial, che nel suo salmodiare ha ricordato agli occupanti di casa Ford le sequenze di parole senza senso che giochiamo ad inventare insieme al Fordino: e dunque tra un incantesimo ed un paio di cazzotti, colpi di fucile e di spada, tutto scorre agevolmente fino alla conclusione ed alla speranza di Eisner e dei suoi di avere la possibilità di ripescare l'allegra brigata di Kaulder, nonostante il botteghino abbia decisamente espresso il suo parere negativo in merito.
In un certo senso, però, questa potrebbe risultare addirittura un indicazione positiva: quando si tratta di trashoni da neuroni in vacanza, infatti, spesso il pubblico da multisala nel weekend finisce per capirne anche meno dei più inossidabili tra i radical chic.
Nel caso di insuccesso, comunque, il buon Kaulder potrà pigiare sull'acceleratore e tornare ai più sicuri - in termini di incassi e fama planetaria - panni di Dom Toretto.
Non troverà streghe e demoni di fronte a lui, ma di sicuro un certo vecchio cowboy davanti allo schermo.




MrFord




"Who's a heretic now?
Am I making sense?
How can you make it stick?
Waiting 'til the beat comes out
who's a heretic, child?
Can you make it stick, now that I'm on trial
waiting 'til the beat comes out."
Florence + The Machine - "Witch witch" - 





venerdì 13 settembre 2013

Holydays movies - Part 2

La trama (con parole mie): secondo post dedicato alle visioni che hanno accompagnato casa Ford nel corso del mese di agosto passato lontano dal Saloon - almeno fisicamente parlando -, quello che ribattezzerei come "la sagra della schifezza". Raramente, infatti, mi era capitato di inanellare una serie di titoli inutili e davvero pessimi come quelli che troverete qui di seguito: unica nota positiva, la prima recensione - seppur di lunghezza ridotta - scritta da un'ospite d'eccezione, Julez.


MANIAC di FRANCK KHALFOUN (Francia/USA, 2012)


Pellicola ispirata all'omonimo film del 1980 girata più o meno completamente in soggettiva - unica, vera cosa interessante -, la vicenda che vede protagonista un Elijah Wood in versione psicopatico pericolosamente simile a quella del Frodo in balìa del potere dell'Anello è una sorta di minestra riscaldata di materiale che ha fatto la fortuna di gente decisamente più seria di Khalfoun come Brian De Palma, che alla lunga finisce per stancare e che, soprattutto, manca della forza che le avrebbe potuto donare un protagonista davvero inquietante.
Anche perchè sul serio voi avreste paura di Frodo Baggins ormai alle prese con il progressivo diradarsi dei capelli!?


BEAUTIFUL CREATURES di RICHARD LAGRAVENESE (USA, 2013)


Recensione realizzata da Julez.

Questo film è una favola.
Una favola nera, come quelle di Andersen (per dirne una La Sirenetta originale si trasforma in schiuma del mare e non corona il sogno d'amore, nè fa pace col papà, come in quella disneyana).
E come in ogni favola nera che si rispetti la gente fa una brutta fine.
Per esempio c'era una volta Jeremy Irons, quello de Il Danno, di Inseparabili, di Mission.
Uno che poi è finito a fare Beautiful Creatures, I Borgia e Law&Order.
Brutta storia.
Poi c'era una volta Emma Thompson una che magari non aveva tanto gusto in fatto di uomini (Kenneth è il re dei puzzacazzi*), ma in fatto di registi sì: ha lavorato con Ivory, Sheridan, Branagh quando faceva dei bei film.
Poi ha cominciato a fare la strega. Che abbia definitivamente smesso di recitare?
E c'era una volta Emmy Rossum, una tipa simpatica a vedere da Istagram, che non aveva fatto una grande entrée nel mondo del cinema, con il pessimo Il Fantasma dell'Opera, ma poi aveva dato dimostrazione di abilità e di furbizia passando ad un prodotto come Shameless che l'aveva un pò smarcata dai ruoli tradizionali.
Qui fa la cattiva ma è credibile come un qualsiasi Ford astemio.
Bona è bona ma non le si vedono neanche le tette.
E poi c'erano una volta Kristen Stewart e Robert Pattinson che si sono lasciati a causa del rifiuto di lui di girare questa baracconata insieme, visto che l'aveva chiamato Cronenberg (che per come sta lavorando può anche richiamare Irons, se è per questo).
Altro che cornaGate e menate varie. Lei non gliel'ha perdonata.
Il ruolo era cucito su di loro più o meno come questo insignificante film è cucito su Twilight.
E per concludere c'era una volta JuleZ raffreddata, in una casa di villeggiatura da sola con Fordino ammalatosi a causa sua. Come in tutte le favole nere che si rispettino JuleZ accese la tv e fece una brutta fine.



THE EXPATRIATE di PHILIPP STOLZL (USA/Canada/Belgio/UK, 2012)


Ricordate la schifezza inenarrabile che fu Taken 2?
Bene, ecco qui il suo erede low cost per quest'anno.
Un Aaron Eckhart in versione Jack Bauer fuori tempo massimo si ritrova, da ex spaccaculi del governo, a dover fronteggiare una minaccia che, più che lui, ha come bersaglio la figlia da poco trasferitasi a casa sua in Europa.
Un concentrato - per giunta noioso - di clichè del genere, che perfino un amante dell'action e delle tamarrate come il sottoscritto ha dovuto vedere in due tempi per evitare di crollare anestetizzato dal ritmo "serrato" e dalla qualità del prodotto.
Senza dubbio una delle cose più penose dell'anno.


AMERICAN MARY di JEN SOSKA, SYLVIA SOSKA (USA, 2012)


Trascinato dal fatto che qualcuno potesse addirittura averne parlato bene, poco prima di partire ho recuperato quello che prometteva essere una sorta di piccolo gioiellino underground e che, al contrario, si è rivelato una robaccia da competizione infarcita di attori ed attrici più che cani maledetti ed una sceneggiatura al limite del ridicolo.
La cosa curiosa è che le due registe - che riescono anche a ritagliarsi una piccola parte all'interno del film - probabilmente pensavano di sconvolgere la platea e trasformarsi di colpo nelle eredi di Cronenberg: peccato che, rispetto al buon David, manchino cosette come il talento, e che il risultato faccia sembrare, sempre tornando all'autore de La mosca, schifezze come Cosmopolis degli assoluti capolavoroni.
Una fiera del trash e dello sguaiato che è stata uno dei punti più bassi dell'estate.


MrFord

To be continued...

*dicesi puzzacazzi la categoria di uomini che, secondo mio insindacabile PREgiudizio, per odore personale (Kiefer Sutherland ad esempio) o per cattiva igiene personale (Johnny Depp) non avvicinerei neanche a km di distanza

mercoledì 19 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Il ritorno del re

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2003
Durata: 263'




La trama (con parole mie): la sconfitta di Saruman per mano degli eserciti elfici e di Rohan ha allertato Sauron, che ora progetta di sfogare la sua ira radendo al suolo la città di Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Così, mentre Frodo e Sam viaggiano con Gollum oltre i confini di Mordor senza sapere che la creatura medita vendetta contro di loro, Gandalf e Pipino lottano affinchè Denethor, padre di Boromir e Faramir, rinsavisca dal suo delirio e si prodighi per proteggere la sua città.
Intanto Aragorn, Legolas e Ghimli prendono la via che li porterà ad incontrare un esercito molto particolare, quello dei fantasmi maledetti millenni prima da Isildur e che potrebbe diventare una pedina fondamentale nello scontro con le legioni di Sauron: l'unico cui obbediranno, però, sarà il Re di Gondor, dunque l'uomo conosciuto come il ramingo Gran Passo dovrà mettere da parte i suoi timori ed occupare il ruolo che gli compete, quello di sovrano e simbolo del riscatto della razza umana.
Riusciranno Frodo e Sam ad oltrepassare i territori dominati da Sauron e distruggere l'anello nel calderone del Monte Fato? Minas Tirith reggerà gli attacchi dell'Oscuro Signore? Riuscirà qualcuno a sconfiggere il capo dei Nazcul, colui il quale "nessun uomo vivente può uccidere"?
La Terra di mezzo tornerà ad essere libera e governata dalla pace o Sauron avrà ragione ed il Male dominerà il mondo?





Ricordo bene l'anno in cui Il ritorno del re sbancò l'Academy riuscendo addirittura nell'impresa di eguagliare il record di statuette di Ben Hur e Titanic: lo ricordo bene perchè la cosa non mi piacque affatto.
Questo perchè quello stesso anno, in concorso per le statuette di Miglior film e Miglior regia c'erano Clint Eastwood con il suo Mystic river, che non avrei neppure lontanamente paragonato al kolossal firmato da Peter Jackson che aveva illuminato gli occhi del pubblico di tutto il mondo, perfino i non appassionati di fantasy e di Tolkien.
Fortunatamente, questo vecchio cowboy viene colto di tanto in tanto da una qualche manifestazione di saggezza che gli permette di essere critico anche rispetto alle sue stesse prese di posizione: sono passati quasi dieci anni, ormai, e pur continuando a considerare il thriller di Eastwood un assoluto Capolavoro, credo sia stato più che giusto da parte dell'Academy dare un riconoscimento così importante a quella che è stata una vera e propria impresa che resta unica nel mondo della settima arte.
Un'impresa fisica, oltre che artistica, che difficilmente potrà essere superata: Il Signore degli anelli è e resta qualcosa di clamoroso, coinvolgente, magico nel vero e più profondo senso del Cinema, espressione dello stupore e della meraviglia, portatore di quella scintilla che ha reso così grande il brivido della macchina da presa e del proiettore.
Il Signore degli anelli ha raccolto l'eredità della prima trilogia di Star Wars trasformandola in qualcosa di ancora più grande - e attenzione: da fan della saga firmata Lucas, la sto sparando così grossa che Dante e soprattutto Randall mi odieranno a vita -, riuscendo ad andare oltre - e non parlo di Oscar vinti, o riconoscimenti - diventando il nuovo punto di riferimento rispetto a tutto il pubblico che pensi ad una "trilogia".
E Il ritorno del re è la traduzione in immagini ed emozioni di tutto questo: quattro ore - e di nuovo parlo della versione estesa, splendida nel caso di questo capitolo conclusivo soprattutto nella prima parte, con intere sequenze eliminate da quella cinematografica, vedasi il destino di Saruman e Vermilinguo - così intense che scivolano via senza colpo ferire e gettano all'interno dell'azione qualsiasi spettatore, travolto dagli eventi legati ad una lotta che si consuma su più fronti e pesca da un immaginario che trova riferimenti non soltanto nel romanzo di Tolkien ma anche nella Pittura, nella Musica, nel Cinema stesso.
Dunque assistiamo all'ascesa del Monte Fato da parte di Frodo e Sam, oggetto delle prese per il culo di molti degli spettatori più "duri" - sottoscritto compreso -, in grado di dare una nuova dimensione al concetto di outsiders e di impresa eroica, una specie di Goonies all'ennesima potenza - e considerata la presenza di Sean Astin, la cosa ci sta, eccome -.
Osserviamo l'Aragorn che pareva preso dalla strada de La compagnia dell'anello assumere anche fisicamente le sembianze ed il piglio di un re, spinto dall'amore di Arwen - bellissimi e profondamente poetici i passaggi legati alle visioni dell'elfa che ha rinunciato all'immortalità per l'amore dell'umano - e dal sostegno dei suoi fedeli compagni Ghimli e Legolas.
Seguiamo Pipino e Merry nelle loro imprese da "outsiders tra gli outsiders", il primo impegnato nella difesa di Minas Tirith - bellissimo il montaggio incrociato che vede alternarsi il sacrificio di Faramir e dei suoi uomini ed il banchetto di Denethor -, il secondo sul campo di battaglia accanto ad Eowyn.
Assistiamo al riscatto di coloro che dimorano nella montagna e all'adempimento di una promessa che vale la pace e al clamore degli scudi di Rohan e della sua cavalleria, pronta a battersi fino all'ultimo uomo e a viso aperto con le legioni di Sauron.
Senza contare Gollum, pronto a rischiare tutto - dalla manipolazione alla forza della mostruosa Shelob - pur di tornare in possesso del suo "tessssoro", e che di nuovo si rivelerà decisivo per i destini di tutti gli abitanti della Terra di mezzo almeno quanto gli hobbit che hanno preso a carico la missione di distruggere l'unico anello.
E poi ci sono quei "ventisette" finali - criticati quanto il rapporto tra Frodo e Sam, anche questi da me compreso -, che ad ogni visione assumono uno spessore sempre maggiore, e con la sequenza dedicata alla partenza dell'ultima nave degli elfi per quello che è il loro "Paradiso" raggiungono vette di commozione che non ci si potrebbe aspettare da un prodotto a largo consumo come questo.
"Non vi dirò non piangete, perchè non tutte le lacrime sono un male", afferma Gandalf.
Questo perchè anche le più grandi storie devono concludersi, ma questo non deve necessariamente significare che non possano averci dato tanto, tutto, ed anche di più.
"Ci sarà l'ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l'era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno!", grida Aragorn di fronte al nero cancello di Mordor.
E ci sarà anche l'ora in cui la settima arte non riuscirà più ad arrivare al cuore e far spalancare occhi e bocche per gridare al miracolo, e tutto sarà piatto, e noioso, e triste.
Ma non è questo il giorno.
E non lo sarà finchè continueremo a ricordare - e celebrare - opere gigantesche come Il Signore degli anelli.


MrFord


"You see, I own this town
you best not come around
if you wanna get by, then cool it down
if you wanna start something, know one thing:
I'm King.
If you wanna mess around like that,
that's just how it is
if you wanna get by then mind your biz,
if you wanna start something, know one thing:
I'm King."
Weezer - "King" - 


martedì 18 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - Le due torri

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2002
Durata: 235' (versione estesa)




La trama (con parole mie): quella che fu la Compagnia dell'anello è ormai divisa. Gandalf è disperso nelle profondità della Terra di mezzo, intento in una battaglia all'ultimo sangue con il Balrog incontrato nelle miniere di Moria, il cadavere di Boromir giunge lungo il fiume fino a suo fratello, il capitano di Gondor Faramir, Merry e Pipino sono in mano agli Uruk-Hai, Aragorn, Legolas e Ghimli sono sulle loro tracce, che portano dritte nel cuore delle terre dei signori dei cavalli, a Rohan, mentre Frodo e Sam cercano di trovare una via che li conduca a Mordor.
Nel frattempo, Saruman si prepara ad attaccare gli uomini proprio partendo da Rohan, mentre Sauron prenderà la via di Osgiliath per giungere a Gondor: allo scoppiare della guerra, i nostri si troveranno a dover affrontare ognuno la sua battaglia.
Merry e Pipino, fatta la conoscenza di Barbalbero e degli Enth, si muoveranno verso Isengard per assistere allo scontro tra Natura e Tecnologia.
Aragorn, ancora indeciso se rivelarsi in quanto erede al trono di Gondor o rimanere un ramingo, Ghimli e Legolas prenderanno parte all'incredibile battaglia del Fosso di Helm.
Frodo e Sam, uniti i loro destini a quello di Gollum, dovranno convincere Faramir dell'importanza del loro viaggio e sperare che la sfortunata creatura non mediti vendetta nei loro confronti.





Il viaggio attraverso l'incredibile trilogia firmata da Peter Jackson ed ispirata al Classico della letteratura fantasy Il signore degli anelli continua con quella che è considerata, di fatto, una delle sequenze di raccordo più imponenti della Storia del Cinema, e proprio per questo la parte più debole dell'intero affresco tracciato dal regista neozelandese: eppure devo ammettere che, pur rimanendo un passo indietro rispetto a La compagnia dell'anello ed al successivo Il ritorno del re, anche Le due torri funziona, e alla grande, soprattutto nel proteggere lo spirito che anima l'intera opera preparando l'audience per quella che sarà la cavalcata conclusiva.
In questo caso, inoltre, la versione estesa contribuisce a dare ulteriore spessore a personaggi e situazioni - in particolare quelle legate al rapporto tra Merry, Pipino e gli Enth, così come alla corte di Rohan, Vermilinguo ed Eowin - e fornisce dettagli importanti rispetto agli avvenimenti successivi alla battaglia del Fosso di Helm: particolari che rendono ancora più prezioso un blocco centrale che senza dubbio costituisce l'anticamera per il tripudio che sarà la conclusione ma che mantiene una sua ben definita personalità anche grazie all'esplosione di Andy Serkis e del suo Gollum, vero protagonista della pellicola nonchè uno dei personaggi più stratificati e complessi dell'opera - letteraria o cinematografica che sia -.
Ai tempi, ricordo che rimasi decisamente deluso rispetto alla decisione dell'Academy di non premiare l'attore che aveva dato corpo, voce, espressione ed anima alla sfortunata creatura soltanto perchè, di fatto, la stessa era stata completata grazie agli effetti visivi: il lavoro di Serkis, con il passare delle visioni e del tempo, assume infatti un'importanza a dir poco incredibile, ed una sfida vinta a mani basse dal talento dell'Uomo rispetto alla tecnologia che mai come in questo caso è stata un vero e proprio supporto, più che qualcosa nato per sopperire le mancanze dell'interprete stesso.
Come se non bastasse, il fu Smigol diviene, nel corso di questo secondo capitolo, uno dei cardini effettivi dell'affresco nella sua interezza, un charachter quasi shakespeariano per la sua drammaticità, malvagio eppure indifeso, bambinesco eppure rancoroso come il più avvelenato dei vecchi: il suo monologo in "doppia parte" nella veglia sul sonno degli hobbit è un pezzo da strabuzzare gli occhi che neppure la stupefacente battaglia del Fosso di Helm è in grado di eguagliare - e di battaglie di questo genere non se ne vedevano da parecchio tempo, sul grande schermo -, e rappresenta la ciliegina sulla torta di un mostro clamorosamente umano e tridimensionale, che senza dubbio è una delle più valide ragioni per amare senza limiti un lavoro come quello svolto da Peter Jackson e da tutti i suoi formidabili tecnici.
Perchè una cosa come Il Signore degli anelli - e Le due torri - non si può non amare, se si pensa al Cinema come quando si era bambini, e si sognava di poter, un giorno, cavalcare Falcor ed esplorare questo mondo e quell'altro: il fango e la pioggia che cadono su orchi, umani, nani ed elfi alle porte della fortezza di Rohan paiono scivolare sulla pelle come fossimo tutti lì, a gridare e a menare colpi - magari facendo a gara con i nostri compagni sul numero dei nemici passati a filo di lama - cercando di soffocare la paura con la voglia di dimostrare di esserci, di far sentire la propria fatica e la propria presenza.
Le due torri è proprio così: non sarà portatore della Meraviglia de La compagnia dell'anello o dell'Epica de Il ritorno del re, eppure la sua presenza è forte e ben definita, così come la volontà di esprimersi e raggiungere il cuore dello spettatore, che non starà pure più nella pelle di scoprire quello che riserverà il finale della guerra per la Terra di mezzo, ma che non potrà rimanere indifferente alla battaglia che, in qualche modo, ne ha segnato il Destino.


MrFord


"Never had a flesh and blood like this before.
Got a new appearance when I passed the door.
Is it a dream I am withing? Oh what's going on?
Down, down, down
go down, go down, go down
I roam into nowhere.
Don't see an end: eternal wastelands.
And I hear the voice, the voice, the voice, the voice..."
Avantasia - "The tower" -


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