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venerdì 10 ottobre 2014

Io sto con gli ippopotami

Regia: Italo Zingarelli
Origine: Italia
Anno: 1979
Durata:
108'




La trama (con parole mie): il burbero e corpulento Tom vive nel cuore dell'Africa cercando di sbarcare il lunario accompagnando i turisti in safari organizzati decisamente alla buona, e vive in compagnia della sua vecchia balia Mama. Quando il fratellastro Slim fa il suo ritorno e gli propone di mettersi in affari insieme, i due si troveranno in men che non si dica nel mirino dello spietato imprenditore Ormond, ex campione di boxe divenuto bracconiere e trafficante di animali deciso a costruire un parco a suo nome ed esportare esemplari catturati in quelle terre.
Tom e Slim, dal canto loro, sapranno riportare le cose alla normalità sistemando Ormond e i suoi come si conviene a suon di grandi botte, concedendosi nel mentre le consuete mangiate e le schermaglie da grandi amici e rivali.






Ero in terza elementare quando nell'allora casa Ford entrò per la prima volta un videoregistratore, prodigio della tecnica destinato a cambiare per sempre l'esistenza del sottoscritto, sancendo, di fatto, l'inizio della passione per il Cinema che continua ad esistere ancora oggi.
Ai tempi non avevo ancora avuto l'incredibile e rivoluzionario incontro con Paolo e la sua videoteca, dunque le prime esperienze di noleggio non diventarono mitiche per chi le veicolava quanto per i titoli recuperati: oltre al Robin Hood della Disney, infatti, ricordo che approfittai per rivedere praticamente l'intera filmografia di Bud Spencer e Terence Hill, che avevo imparato ad amare grazie a mio nonno e che tornavo a rivedere con grandissimo piacere, una botta dopo l'altra, quasi fosse una sorta di antipasto per quelli che sarebbero stati gli anni degli action heroes e della pre-adolescenza.
Come per questi ultimi, il periodo che mi vide in pieno fervore radical chic ed orientato al solo Cinema d'autore portò nel dimenticatoio tutte le perle della mitica coppia, riscoperte solo di recente e già prenotate per una serie di maratone in compagnia del Fordino appena sarà un pò più cresciuto: Io sto con gli ippopotami sarà dunque il primo di un discreto numero di recuperi che dedicherò a Carlo Perdersoli e Mario Girotti, che fecero fortuna rappresentando, di fatto, gli stessi personaggi - uno il burbero invincibile, l'altro lo scaltro belloccio - rendendoli immortali a suon di cazzotti.
Per quanto, parafrasando Maude Lebowski, "la trama sia quantomeno risibile", dunque, mi sono goduto oltremodo questo tuffo nel passato, dai giochi di prestigio, di parola e di mano di Terence Hill ai pesantissimi pugni sulla nuca di Bud Spencer - indubbiamente il mio preferito del duo -, condito come al solito da una colonna sonora memorabile in pieno stile seventies, risse a profusione e perfino un sottotesto "ecologico" che potrebbe addirittura classificarlo come film impegnato, pur restando collocato all'interno di un genere assolutamente ludico e senza pretese.
In questo senso, sono ancora irresistibili le gag come il braccio di ferro con lo sgherro di Ormond vissuto prima nello stile Hill e dunque in quello Spencer, entrambi comunque destinati a finire allo stesso modo, così come l'approccio da spacconi dei due protagonisti, perfetti nel ritagliarsi ognuno il suo spazio sullo schermo definendo il proprio charachter senza troppi giri di tecnica o parole: del resto erano i tempi di un Cinema italiano che sapeva divertire e prendersi in giro senza la spocchia e la volgarità attuali, e che tornare ad assaporare ora, a più di trent'anni di distanza, finisce per non essere solo amarcord, ma un'operazione di rivalutazione di quella che era considerata settima arte "bassa", che se confrontata con i cinepanettoni e le schifezze del nuovo millennio rischia perfino di assumere i connotati di grindhouse d'alta scuola.
Ma una polemica di questo tipo non renderebbe giustizia a prodotti come Io sto con gli ippopotami, che semplicemente vanno goduti così come sono, un pranzo senza posate gustato dall'antipasto al dolce, con tanto di ammazzacaffè.
E fischiettando il motivetto che è alla base della soundtrack, ritmare le botte che Bud Spencer e Terence Hill puntualmente finiranno per rifilare con una serie di rutti da competizione.



MrFord



"Some people aren't nice to lions
some people aren't nice to hippos
we better think twice let's try it be nice
grau grau grau."
Oliver Onions - "Grau grau grau" - 




giovedì 16 maggio 2013

It

 

Regia: Tommy Lee Wallace
Origine: USA
Anno: 1990
Durata: 192'


La trama (con parole mie): nel 1960 una piccola cittadina del Maine è sconvolta da una serie di sparizioni ed omicidi che vedono vittime solo ed esclusivamente bambini, e sprofonda nel terrore di un mostro cui non si riesce ad associare un volto. 
Un gruppo male assortito di giovanissimi losers, strettisi attorno alle reciproche sfortune, intuisce che dietro le tragedie che affliggono Derry - questo il nome della località - ci sia ben più dell'operato di un serial killer: infatti, celato dietro la maschera del clown Pennywise, si aggira per le loro strade il terrificante It, essere dall'età indefinita presente da secoli in quei territori e di norma abituato a ritorni giunti dopo un letargo di trent'anni.
Il primo confronto tra Pennywise ed i ragazzini termina con l'apparente sconfitta del primo, che scompare senza lasciare traccia almeno fino al 1990, per l'appunto, a trent'anni di distanza dagli eventi dell'estate che vide nascere "La banda dei perdenti": così l'unico dei suoi membri ad essere rimasto a Derry - e non aver avuto successo, fama e denaro - chiama a raccolta i vecchi compagni in modo che possa essere mantenuta la promessa fatta ai tempi di uccidere It.




Come ormai ben sanno tutti i frequentatori di prima ora del Saloon, una parte importante dei miei recuperi cinematografici è legata all'amarcord di quella che è stata la mia prima formazione come spettatore, avvenuta  a cavallo della seconda metà degli anni ottanta ed i primi anni novanta, e passata attraverso un bombardamento di action movies ormai mitici ed una serie quasi infinita di horror, che soprattutto d'estate, ai tempi in cui io e mio fratello ci ritrovavamo a casa entrambi, diventava il modo migliore per occupare le mattine in attesa dei pomeriggi passati al parco a giocare a pallone o a cominciare a sentire i primi richiami ormonali: in questo senso, un contributo fondamentale veniva, in un'epoca in cui internet, lo streaming e lo scarico erano praticamente fantascienza, da Paolo, personaggio leggendario da queste parti nonchè ai tempi proprietario con la sua famiglia di una videoteca a due passi dall'allora casa Ford, sempre pronto a consigliare i titoli più tamarri o "spaventosi" che poteva avere a disposizione al sottoscritto nelle assolate mattine delle prime settimane dopo la fine della scuola: uno dei riferimenti in quegli anni, visto per la prima volta a casa di amici e poi passato non so quante centinaia di altre sul nostro videoregistratore, fu It, tratto da un romanzo di dimensioni mastodontiche di Stephen King - che anni dopo iniziai a leggere senza mai terminarlo - divenuto da subito un nostro supercult.
Complice del successo di questo prodotto clamorosamente - anche per quanto riguarda la qualità - televisivo, fu senza dubbio il charachter del "mostro", interpretato da uno scatenato Tim Curry - che anni dopo avrei imparato ad ammirare nel Rocky Horror Picture Show -, perfetto nel prestare un malefico ghigno a Pennywise, senza contare l'atmosfera - soprattutto nella prima parte -, che ricordava avventure strepitose come quelle de I Goonies o Stand by me, anche in questo caso portate a compimento da un gruppo di outsiders clamorosi che non potevano che suscitare, ai tempi come oggi, la simpatia fordiana: e nonostante l'indole da aspirante scrittore mi suggerisse l'identificazione con il protagonista Bill - il cui fratellino Georgie finisce per essere tra le prime vittime di Pennywise in una delle sequenze più spaventose della pellicola -, ricordo di aver avuto fin da subito una certa predilezione per "Cannone" Ben, interpretato nella sua versione adulta dal compianto John Ritter nonchè, sempre nella parte ambientata all'inizio degli anni novanta, dedito ad una certa inclinazione per alcool e donne - evidentemente anche allora intuivo quali sarebbero state le mie debolezze da "adulto" -.
In realtà, e nonostante i limiti che ora mostra rispetto al tempo e alla resa, il lavoro di Wallace risulta ancora legato ai sentimenti del sottoscritto e di una generazione che lo visse praticamente sulla pelle, sentendo i brividi ad ogni tentativo di Pennywise di sfruttare le paure dei suoi avversari - da giovani e da adulti - ed un moto di orgogliosa partecipazione ad ogni impresa della Banda dei perdenti, i cui membri - perfino i meno interessanti come Stan o Eddie - risultano caratterizzati benissimo, oltre che a tratti irresistibili - su tutti Ritchie, vero e proprio motore comico del gruppo -.
Peccato, al contrario, per il netto calo presente nella seconda parte della storia e la rivelazione conclusiva della vera natura di It - decisamente deludente nella sua realizzazione -, nonchè del pessimo faccia a faccia finale tra gli ex ragazzini ed il loro persecutore: la differenza, infatti, in termini di atmosfera e di resa con la prima metà è notevole, e l'impressione è che l'intera operazione abbia perduto mordente strada facendo per lasciare spazio alla parte più consolatoria e positiva della storia - come il finale romantico -.
Il ricordo, comunque, di quelle estati e delle apparizioni di Pennywise - splendida quella attraverso l'album fotografico -, della cena al ristorante cinese dei vecchi membri della Banda dei perdenti trent'anni dopo e del destino di ognuno di loro permetteranno a It di conservare sempre un posto d'onore nell'amarcord del Saloon e del sottoscritto, che è già pronto a condividere con il Fordino appena sarà il momento, quasi si trattasse di un vero e proprio passaggio di testimone, e con il rassicurante monito che, se mai un giorno un Pennywise qualsiasi dovesse avvicinarsi a lui con intenti horrorifici, allora dovrà considerare di fare i conti con un mostro ben peggiore: quello delle bottiglie pronte a sfracellarsi sulla sua testa.


MrFord


"I'll be your clown
behind the glass
go 'head and laugh
cause it's funny
I would too if I saw me
I'll be your clown
on your favourite channel
my life's a circus circus
round in circles
I'm selling out tonight."

Emeli Sandè - "Clown" -




domenica 5 maggio 2013

Commando

 Regia: Mark L. Lester
Origine: USA
Anno: 1985
Durata: 90'


La trama (con parole mie): John Matrix, ex spaccaculi inarrestabile dell'esercito da tempo ritiratosi a vita privata con la figlia Jenny in una località segreta, viene contattato dal Generale Kirby, suo vecchio superiore, preoccupato che gli uomini della vecchia squadra del granitico John siano stati uccisi uno dopo l'altro.
In realtà l'intera operazione è soltanto una copertura in modo che lo spietato Arius, aspirante dittatore di un piccolo paese sudamericano, possa scoprire dove vive Matrix per rapirgli la figlia e costringerlo a fare da motore al suo colpo di stato: peccato che il suddetto Arius e la sua allegra combriccola di criminali di guerra e di strada non abbiano fatto i conti con Schwarzy, che pronti via elabora un piano per sfuggire all'aereo che lo dovrebbe portare oltre confine, tornare indietro, ammazzare i responsabili del misfatto uno per uno e tornare a recuperare la sua Jenny senza lasciare nulla - se non polvere - per Kirby ed i suoi pronti ad arrivare troppo tardi come ogni cavalleria da film che si rispetti.



Di recente, scrivendo di Resa dei conti a Little Tokyo e toccando l'amarcord degli anni ottanta che di tanto in tanto torna a fare capolino nel cuore del vecchio cowboy, ho scoperto con orrore e raccapriccio della mancanza, tra le recensioni, di un post dedicato ad una delle perle più incredibili - in tutti i sensi, positivi e negativi - raccolte durante la mia infanzia e ai tempi di Paolo e della sua videoteca: Commando.
Nonostante, infatti, la mia predilezione, tra i due action heroes per eccellenza di tutti i tempi, per Sly, la pellicola - se così vogliamo chiamarla - firmata da Mark L. Lester è stata, con L'implacabile e Predator, tra le più passate nel vecchio videoregistratore dell'allora casa Ford al pari di cult personali come Over the top, l'intera saga di Rocky, Sorvegliato speciale o Tango e Cash, nonchè esempio di totale implausibilità e trash ben sopra le righe notato già dai tempi in cui frequentavo le scuole elementari ed il Cinema non sapevo manco dove stesse di casa - neanche ora, dirà il Cannibale -.
Eppure ancora oggi ritengo questa tamarrata di proporzioni leggendarie assolutamente divertente ed ancora "magica" da vedere, nonchè una vera e propria miniera d'oro di citazioni e sequenze cult, dall'apertura con Schwarzy sotto il sole con motosega nella destra e un tronco d'albero intero portato sulla spalla sinistra al collo spezzato al suo "guardiano" prima del decollo dell'aereo - "La prego di non disturbare il mio amico: è stanco morto", storica frase indirizzata alla hostess: impagabile -, dal salto dallo stesso velivolo prima del raggiungimento della quota di crociera al faccia a faccia a testa in giù con Sully - il David Patrick Kelly che i più attenti e cinefili ricorderanno per il ruolo dell'acerrimo nemico dei Warriors nel supercult I guerrieri della notte - fino all'assalto finale in cui John Matrix - un nome, un programma - rivaleggia con l'ultimo Rambo in quanto a numero di nemici uccisi nei modi più creativi - la sega circolare lanciata a mano pronta a scoperchiare la testa del primo malcapitato a tiro - e al confronto con il rivale Bennett, cattivo come soltanto negli anni ottanta ne facevano finito grazie ad una delle azioni più clamorose, pacchiane ed assolutamente tamarre che io ricordi.
Come se tutto questo non bastasse, a fare da spalla all'Arnold di noi tutti troviamo Rae Dawn Chong, una delle prime attrici a provocare una certa quale serie di pensieri non proprio puliti nell'allora piccolo Ford, mentre nel ruolo della piccola Jenny è curioso ritrovare Alyssa Milano, divenuta nota negli anni successivi certo non per il suo look da innocentina acqua e sapone.
Un supercult totale che a distanza di quasi trent'anni non mi sono ancora stancato di rispolverare una volta ogni tanto, nei momenti di maggior bisogno di uno stacco che permetta il minor utilizzo possibile del cervello e di dimenticare anche le giornate più pesanti, e che nonostante la qualità infima a livello tecnico - regia, script, sceneggiatura, interpretazioni - sopperisce alle lacune con un fascino assolutamente irresistibile e si fa voler bene come se avesse il potere di farci tornare bambini.
Solo con un bazooka pronto a fare idealmente fuoco tra le mani.


MrFord


"BOOM, BOOM, BOOM, BOOM,
every time you drop the bomb,
you kill the god your child has born.
BOOM, BOOM, BOOM, BOOM."
System of a down - "Boom" -



domenica 25 novembre 2012

Critters - Gli extraroditori

Regia: Stephen Herek
Origine: USA
Anno: 1986
Durata: 82'




La trama (con parole mie):  siamo nel cuore del Midwest americano, in una piccola cittadina dove vive la famiglia Brown. In fuga da cacciatori intergalattici, un gruppo di curiosi predatori dalla dentatura da record precipita proprio nella stessa località seminando il panico e lasciando sulla sua strada distruzione e morte.
Quando due bounty hunters venuti dallo spazio giungono per imprigionare i piccoli mostri, troveranno proprio nei Brown, bersaglio dei Critters - questo il loro nome - alleati insoliti quanto preziosi.
A suon di bombe fatte in casa e fucili laser, ovviamente, la minaccia verrà debellata e per il giovane Brad si realizzerà una sorta di sogno ad occhi aperti.




Parlare della mia infanzia e delle giornate d'estate passate a fare la spola tra casa Ford e la videoteca di Paolo riesce sempre a mettermi di buon umore, quasi il racconto avesse il potere di riportarmi ai tempi in cui tutto era magico e decisamente più facile di ora, e la stessa settima arte pareva piegarsi al volere della meraviglia e dell'incanto: guardato in questo nuovo millennio dell'età adulta e delle innumerevoli crisi economiche, un film come Critters raschia senza troppi problemi il fondo del barile dei b-movies, considerato l'infimo livello di quasi ogni suo aspetto - tecnico, recitativo, legato alla memoria dell'audience -, eppure allora, in compagnia di mio fratello, devo averlo visto qualcosa come un migliaio di volte, spinto dal fascino della vita in una fattoria nel cuore degli USA, delle bombe costruite in casa dal giovane protagonista Brad - non sto neppure a dirvi quali esperimenti tentai di compiere con gli strumenti che potevo avere in un appartamento milanese per tentare anche io la strada del piccolo bombarolo, ovviamente senza successo - e dall'impatto dei due cacciatori extraterrestri giunti in un angolo di questo mondo per assicurare ad una sorta di Giustizia galattica i terribili pupazzetti dentati protagonisti di uno dei film obiettivamente più brutti degli anni ottanta.
Ricordo ancora l'esaltazione nel vedere uno dei due poliziotti mutaforma appena citati scegliere di prendere le sembianze del rocker Johnny Steele - omaggio palese al metal parruccone di quel periodo - con tanto di brano musicale del suddetto che registrai su un'audiocassetta dal video della vhs ed ascoltai a ripetizione con il mio primo walkman, o il brivido di ogni singola esplosione causata dagli ordigni preparati da Brad: un tripudio per gli occhi ed il cuore.
Ovviamente, una proposta del genere oggi non riesce neanche per scherzo a rendere l'idea della magia di allora trasformandosi in un'indecente baracconata con mostri che finiscono per essere poco più di peluche malfatti ed un'atmosfera che vorrebbe, nei suoi desideri più reconditi, mantenersi ai livelli di quella di Gremlins o Tremors, chiaramente senza successo.
Ad ogni modo, non riesco a voler male a quello che è stato uno dei miei cult d'infanzia, tra rock tamarro, deflagrazioni, atmosfera da provincia profonda e fucili laser che allora avrei dato davvero tutto per avere.
In tutta onestà, al contrario dei miei tanto amati action, non potrei davvero consigliarvi il recupero di un titolo di questa fattura, eppure dovesse capitarvi in tv, o in una serata trash passata con gli amici, in the mood for molte risate o molto, molto alcool, allora il discutibile lavoro di Stephen Herek potrebbe assumere significati insolitamente nuovi.
O riportarvi indietro ad un tempo in cui tutto era davvero più semplice.


MrFord


"Day after day
I watched love fade away
I wanted love to stay
day after day
the games we played
the foolish things we say
the pain won't go away
day after day."
Ozzy Osbourne - "Time after time" -


mercoledì 31 ottobre 2012

Last action hero - L'ultimo grande eroe

Regia: John McTiernan
Origine: USA
Anno: 1993
Durata: 130'




La trama (con parole mie): Danny Madigan è un fan sfegatato di Jack Slater, protagonista di una saga action interpretato da Arnold Schwarzenegger nella migliore tradizione dei film tamarri arricchiti da esplosioni e sparatorie a ripetizione.
Quando, grazie ad un biglietto magico, il ragazzino scopre di poter entrare nella pellicola e vivere le avventure che ha sempre sognato accanto al suo eroe, pare che si realizzi il desiderio più incredibile che potesse esprimere: peccato che il nemico giurato di Jack Slater riesca a mettere le mani sull'incantato artefatto liberando nel mondo che tutti noi conosciamo i personaggi figli della settima arte.
L'eroe di Danny, catapultato in una realtà all'interno della quale può essere ferito e ucciso, dovrà scovare dentro una nuova forza e compiere la sua impresa più incredibile per ristabilire l'ordine delle cose.





Era l'inizio del 1988 quando nell'allora casa Ford comparve per la prima volta un videoregistratore: senza neppure attraversare la strada potevo facilmente raggiungere Strike!, un posto dal look acidissimo che avrebbe dovuto essere il primo di una serie di negozi in stile Blockbuster e che scomparve dopo pochissimo, giusto in tempo perchè riuscissi a noleggiare una marea di film Disney e tutti i Bud Spencer e Terence Hill.
Ma la vera manna dal cielo per la mia nascente passione cinematografica giunse con la scoperta della videoteca di Paolo - personaggio ormai mitico qui al Saloon - e della sua famiglia, luogo in cui riuscivo a passare ore scegliendo dai dettagliatissimi cataloghi divisi per generi i film che avrebbero fatto compagnia a me e mio fratello: il suddetto Paolo, che allora doveva essere più o meno attorno alla trentina, mi prese in simpatia e cominciò a consigliarmi rispetto ai titoli, permettendomi di scoprire perle quali Gremlins, Labyrinth ed un'infinità di horror.
Ovviamente, ad ogni mia scorribanda nel suo negozio, non poteva mancare la proposta action, considerato che si trattava dell'unico genere che avrebbe convinto papà Ford, perennemente irrequieto e in movimento, abituato agli allenamenti in bicicletta ogni volta che poteva, a sedersi sul divano e concedersi una visione: Last action hero fu uno dei consigli più azzeccati che, in quel periodo, il buon Paolo riuscì a darmi.
In fondo, quasi quattordicenne e ancora immerso nel mondo delle medie - qualche mese dopo sarebbe giunta la famigerata peggior sezione del liceo a procurarmi una bella doccia gelata - un film in cui il protagonista, amante del Cinema e degli action, entrava in possesso di un biglietto magico che gli permetteva di vivere incredibili avventure accanto al suo eroe preferito non poteva che fare breccia nel cuore del piccolo Ford, e nonostante già da allora preferissi Sly a Schwarzy riuscii ad accontentarmi godendomi dal primo all'ultimo minuto questa tamarrata insolitamente lunga con tutta la gioia possibile.
Non sapevo nulla di metacinema - alla base di tutto il gioco del biglietto e sfruttato con l'idea di parodizzare il buon Arnold e compagni come sarebbe riuscito a fare decisamente meglio True lies ed avrebbero portato a modello Expendables ed Expendables 2 soltanto molti anni dopo -, o avevo idea che il John McTiernan dietro la macchina da presa fosse lo stesso del primo, mitico Die hard o del mio cult personale Predator: mi bastava poter immaginare di entrare in ogni pellicola e che la nemesi di Schwarzenegger fosse Charles Dance, che ora sarà pure noto come il Tywin Lannister di Game of thrones, ma che ai tempi per me era solo ed esclusivamente il cattivo de Il bambino d'oro.
Per il resto non c'è nulla che un prodotto a cavallo tra gli anni ottanta e novanta di grana grossa non avesse, anche se le comparsate di gente come Van Damme o James Belushi nel ruolo di loro stessi o l'apparizione della Morte da Il settimo sigillo - interpretata da Ian McKellen - riescono ad apparire cult ai miei occhi anche ora.
L'interrogativo più grande resta rispetto al perchè una pellicola così tamarra e casinara non abbia riscosso, tutto sommato, il successo di altre a lei affini, di fatto entrando in un quasi dimenticatoio che ancora oggi non rende giustizia ad uno degli ultimi acuti di un genere assolutamente mitico: forse il mondo non era più lo stesso, e i decisamente meno sopra le righe nineties si preparavano a fare tabula rasa del precedente decennio da Luna Park, ma in questo periodo di revival e vintage anche un titolo "perduto" come questo meriterebbe un recupero.
In fondo, ha tutte le carte in regola per essere la gioia di grandi e piccini.


MrFord


"Un fascio di luce va dal proiettore
per un sogno da duemila lire
porti addosso qualche segno provero' a tirarteli via
posso solo questo sogno scusa per la mia fantasia
giu' in platea sedie di legno
gole secche per la sete d'eroi."
Ligabue - "Marlon Brando è sempre lui" -




sabato 27 agosto 2011

Howard e il destino del mondo

Regia: Willard Huyck
Origine: Usa
Anno: 1986
Durata: 110’


La trama (con parole mie): Howard, pubblicitario di successo che non disdegna di sfoggiare un’aria da duro e donnaiolo, a seguito di un esperimento viene catturato da un raggio e portato dal pianeta dei paperi fin sulla Terra, dove è raccolto da Beverly, una giovane musicista in rampa di lancio che, quasi da subito, si prende per il nostro una sonora cotta.
Ma i piani di Howard di trovare il modo di essere rispedito a casa si complicheranno quando Phil, giovane assistente di laboratorio amico di Beverly metterà i due in contatto con il responsabile dell’esperimento che ha portato il pennuto dalle nostre parti: il dottor Jenning.
Quest’ultimo, nel tentativo di aiutare il papero, si ritroverà posseduto da una terrificante entità aliena con mire di conquista che Howard ed i suoi amici si troveranno ad affrontare per salvare le penne, e chissà, magari anche il mondo.


Mi sento praticamente in colpa a pensare che, in quasi un anno e mezzo di vita di questo blog, un post dedicato ad uno dei supercult della mia infanzia ancora non avesse fatto capolino tra queste pagine. 
Howard e il destino del mondo, nonostante la sua pessima qualità cinematografica, è rimasto uno dei punti di riferimento nell’ambito fantasy per tutto il periodo delle mie scuole elementari, negli anni del primo videoregistratore di casa Ford continuamente messo alla prova con i film consigliati dal mio riferimento dei tempi Paolo, gestore con la sua famiglia di una videoteca di quartiere che ancora oggi, quando torno dalle parti dei miei, rimpiango neanche fosse una sorta di luogo sacro simbolo dei tempi andati.
Delle mie visioni di allora rispetto a questo vero e proprio gioiello del trash ricordo le parti dedicate al gruppo rock di Beverly e compagne – già da bambino sognavo di essere parte, o manager, come finirà lo stesso Howard, di una band di sole fanciulle -, la nerditudine selvaggia di Phil – interpretato da un giovanissimo Tim Robbins –, il crescendo di inquietudine che seguiva i cambiamenti nel dottor Jenning mutato dal suo ospite e culminati con la clamorosa sequenza della lotta nella caffetteria ed il fantastico viaggio sul piccolo aereo a due posti di Howard e Phil per volare a salvare Beverly e il mondo dalle grinfie dei mostri compagni dell’ospite di Jenning, tutti in arrivo per direttissima dall'altro capo dello spazio conosciuto.
Ancora oggi la sequenza del tubo della benzina staccato e delle acrobazie di Phil per rimetterlo al suo posto, o il rauco lamento di Jenning “due milioni di kilowatt di energia” scuotono la mia spina dorsale quasi come fossi tornato bambino e vivessi quelle sequenze come a trovarmici all'interno, nel tipico gioco che allora, con mio fratello, toccava ogni pellicola e ruotava tutto attorno al “io sono questo, tu sei quell’altro” tipico dei bambocci in cerca di modelli – giusti o sbagliati che fossero – dai quali partire per cominciare a cercare di capire chi si era, o più semplicemente giocare senza troppi dilemmi e preoccupazioni fino a crollare, una volta arrivata la sera.
Prodotto da George Lucas ed ispirato ad una serie a fumetti Marvel, probabilmente sarebbe dovuto diventare una sorta di Indiana Jones surreale, ma i problemi di budget, un regista assolutamente inadeguato e diverse traversie nel corso della realizzazione ne fecero uno dei più grandi flop della Storia del Cinema d’avventura, senza contare il totale stravolgimento delle idee iniziali – decisamente adulte e grottesche – che gli sceneggiatori coltivavano per la pellicola e del personaggio originale, diametralmente opposto – se non per la sua natura di papero – dalla versione proposta sul grande schermo.
A suo modo – e oltre che per il sottoscritto – divenne quasi mitico per essere stato accolto malissimo sia dal pubblico che dalla critica – un caso quasi unico nell’ambito trash -, e ancora oggi fa la sua porca figura tra i peggiori film della sua decade e non solo.
Eppure non riesco, neppure sforzandomi, a non voler bene a questo film: una piccola perla con difetti abissali eppure traboccante di quel senso di meraviglia che soltanto nella magica cornice degli eighties pareva trovare lo spazio adeguato sugli schermi e nelle pellicole prettamente d’intrattenimento come questa, dando un senso alle rassegne televisive – quando ancora le emittenti si preoccupavano di trasmettere film ad ore decenti e con una certa passione – come “Fantastica avventura”, che allora facevano la gioia di grandi e piccini.


MrFord

"And I want to conquer the world,
give all the idiots a brand new religion,
put an end to poverty, uncleanliness and toil,
promote equality in all my decisions
with a quick wink of the eye
and a "God you must be joking!"
Bad Religion - "I want to conquer the world"-

mercoledì 17 agosto 2011

Speed

Regia: Jan De Bont
Origine: Usa
Anno: 1994
Durata: 116'

La trama (con parole mie): Howard Payne è un ex poliziotto rimasto ferito in azione cui non basta la pensione di invalidità che gli spetta. 
Anzi, diciamo che la pochezza della stessa lo fa talmente tanto incazzare da indurlo a progettare un colpo molto particolare: una serie di ordigni posti attorno ai freni dell'ascensore di un grande palazzo del centro di Los Angeles pronti a esplodere a seguito di un ultimatum, in modo da poter chiedere un riscatto per le vite dei passeggeri dello stesso.
Purtroppo per lui, il detective Harry Temple e l'agente Jack Traven sventano l'operazione riuscendo a salvare tutti gli ostaggi, rischiando addirittura di catturarlo: a questo punto l'uomo concentra la sua sete di vendetta in particolare su Traven, facendo in modo che si ritrovi intrappolato su un autobus che non potrà più scendere sotto le cinquanta miglia orarie una volta superate, o finirà per innescare la bomba che lo farà saltare in aria.
Il giovane poliziotto inizierà dunque una lunga partita contro il terrorista, cercando di salvare gli occupanti del bus, evitare di pagare il riscatto chiesto da Payne e, ovviamente, fargli un gran culo.


E' davvero un bene, a volte, aver visto alcuni film da bambini, o nella prima adolescenza, quando il Cinema era ancora soltanto un'alternativa alla già poca consistenza della tv e quello che si cercava, a parte il relax, era soltanto una dose massiccia di adrenalina.
E' davvero un bene perchè Speed, in questo senso, è certamente una garanzia.
E' davvero un bene perchè, se l'avessi visto ora per la prima volta, avrei giudicato questo film terribile, e neppure abbastanza tamarro per riderci sopra con gusto - una cosa in stile Transporter o Crank 2, citando due riferimenti del genere -.
Da anni non rivedevo la pellicola di De Bont, e in un certo senso ho scoperto anche perchè: è un film a cui ho voluto un gran bene, con un cattivo pazzo e ancora più pazzo - il mai dimenticato Dennis Hopper -, sequenze di grande ritmo - la prima parte con il salvataggio degli ostaggi in ascensore, la discesa con il carrellino sotto il bus per cercare di disinnescare l'ordigno - ed altre clamorosamente trash - il salto dell'autobus nel tratto di autostrada mancante, la resa dei conti finale tra il nostro futuro Neo e il suddetto cattivo con tanto di battuta in pieno stile Schwarzy rifilata all'allora giovanissima Sandra Bullock, "Dov'è Payne?" "Ha perso la testa!", di grande effetto -, il poliziotto razionale e quello tutto palle, la classica storia che nasce da una situazione estrema. 
Insomma, un vero classico della tamarrata con tutti i crismi.
Eppure, e mi duole dirlo, mi pare proprio che sia invecchiato male.
E' come se tutta l'ironia - volontaria o no, che sia - che di norma mi porta ad un divertimento da bambino quando rivedo una pellicola con Sly, Van Damme o il succitato Arnold qui venisse meno, e rimanesse soltanto quella spiacevole sensazione da ex ragazzetto ormai inesorabilmente cresciuto che accenna un sorriso osservando quel bus sospeso in aria, ma non riesce proprio più a provare la meraviglia che, allora, significava almeno una visione a settimana con grandi momenti di esaltazione ad ogni passaggio "sul filo".
Certo, è una cosa che può capitare, considerata la qualità di questo tipo di pellicole, eppure un pò di dispiacere resta, più che altro perchè una presa di coscienza di questo tipo pregiudicherà di certo le visioni future di questo titolo - e ce ne saranno, posso garantirvelo, nonostante tutto - rendendo le stesse più omaggi che non clamorose ed assolutamente goduriose immersioni in un passato ritmato dai passi che separavano casa dei miei dalla videoteca dell'ormai mitico Paolo - che, a questo punto, potrebbe essere più antagonista di Cannibale di quanto non sia io -, luogo quasi magico in cui bastava entrare e dire la parola d'ordine - che poteva essere "horror" o "azione", a seconda delle giornate - per avere il mio pezzo di meraviglia garantito.

MrFord

"E per un istante ritorna la voglia di vivere
a un'altra velocità
passano ancora lenti i treni per Tozeur."
Franco Battiato - "I treni di Tozeur" -


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