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lunedì 18 dicembre 2017

Detroit (Kathryn Bigelow, USA, 2017, 143')




Che Kathryn Bigelow avesse attributi che pochi uomini si sognano, in termini professionali, era cosa già nota dagli esordi della sua carriera: personalmente, almeno nella Storia recente della settima arte, ricordo soltanto un'altra regista in grado di lavorare con la stessa intensità e consegnare al pubblico pellicole destinate ad essere ricordate anche dalle future generazioni, Jane Campion.
Ma se l'autrice di Lezioni di piano ha da sempre tenuto un approccio romantico e quasi magico rispetto al Cinema, la Bigelow con i suoi lavori ha messo ben volentieri le mani nel fango, esaltando come pochi altri registi uomini il pubblico, per l'appunto, di sesso maschile: quest'ultimo Detroit, scritto in collaborazione con l'ormai braccio destro Mark Boal, è l'ennesimo step di un percorso che definisce la donna cui dovrò per sempre gratitudine quantomeno per Point Break all'interno di territori muscolosi ed oscuri, adrenalinici e controversi.
E senza dubbio, parlando quantomeno di esecuzione, la Bigelow si conferma un vero e proprio cecchino: il suo lavoro è preciso, minuzioso, tagliente, dirompente. Tiene botta dall'inizio alla fine, neanche i centoquarantatre minuti di durata fossero quarantatre, come un episodio qualsiasi da serie televisiva. Una cosa davvero non comune.
Il comparto tecnico è eccellente, la ricostruzione perfetta, la decisione di riportare alla luce un fatto increscioso e ad oggi ancora poco chiaro legato alle rivolte razziali di Detroit datate millenovecentosessantasette molto interessante - anche perchè, a ben guardare, un certo tipo di tensioni ha solo assunto una forma differente, senza per questo scomparire -, il crescendo, in termini di rabbia e documentazione, giostrato in modo da non risultare retorico o eccessivo - personalmente non condivido alcune opinioni lette in giro rispetto ad una sorta di compiacimento della violenza: pellicole come Diaz o Garage Olimpo sono senza dubbio distanti anni luce, in termini di disturbo causato nello spettatore -: eppure Detroit, pubblicizzato e presentato come uno dei film più importanti di quest'inverno e destinato ad un ruolo da protagonista nella corsa ai grandi premi di inizio anno, ha finito per risultare, ai miei occhi, affetto dallo stesso problema che afflisse, anni fa, il pur convincente The Hurt Locker.
Quello che lo spettatore si trova di fronte, a conti fatti, risulta un ibrido che non tocca abbastanza il cuore perchè troppo soffocato dalla tecnica ed il cervello perchè indiscutibilmente patinato rispetto a quello che si aspetterebbe un pubblico in cerca della chicca autoriale pronta a rompere gli schemi: non parliamo, dunque, di un brutto film, o di qualcosa che non faccia incazzare in diversi passaggi legati alle terribili vicende avvenute all'Algiers in quel luglio del sessantasette, quanto di un prodotto privo di una vera anima, della necessità dei suoi autori di raccontarne la storia.
Da spettatore ed appassionato, mi basta tornare ai già citati - e per una volta, produzioni nostrane prese ad esempio - Diaz e Garage Olimpo per avere la pelle d'oca rispetto all'orrore provocato dalla violenza che si scatena, a partire da scintille che accendono gli animi più oscuri, nell'Uomo, e considerare Detroit decisamente più didascalico di quanto vorrebbe apparire, nonostante il risultato sia oggettivamente eccellente e sia eticamente assurdo pensare di criticare una produzione di questo tipo, che mostra senza schierarsi apertamente, e anzi sottolinea quanto in situazioni estreme anche la più piccola delle stronzate possa innescare eventi drammatici e terrificanti.
In fin dei conti, forse è anche colpa mia, che da questo Detroit mi aspettavo la classica sorpresa di fine anno in grado di sconvolgere le classifiche per poi trovarmi di fronte ad un buon film che comunque non avrà alcuna possibilità di avvicinarsi alla top ten: o forse, semplicemente, a volte la denuncia e la perizia non bastano.
Per raccontare una storia, soprattutto triste come questa, ci vuole partecipazione.
Del resto, come cantava Gaber, "Libertà non è uno spazio libero, Libertà è partecipazione".
Detroit è una storia raccontata da cronisti.
Ben descritta. Ma non raccontata.



MrFord



lunedì 16 maggio 2016

Captain America - Civil War

Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Origine: USA, Germania
Anno:
2016
Durata:
147'








La trama (con parole mie): a seguito degli incidenti in Sokovia e di uno scontro in Nigeria che provoca la morte accidentale di alcuni volontari del Wakanda innescando un incidente diplomatico proprio con i regnanti del piccolo Stato fornitore del prezioso vibranio, il Segretario americano Ross intima a Tony Stark e Steve Rogers di firmare un patto con le Nazioni Unite che prevede un controllo molto stretto delle attività superumane, che il primo abbraccia in modo da poter tutelare il numero più alto possibile di innocenti ed evitare le morti collaterali ed il secondo rifiuta per evitare di rinunciare al valore che ha difeso per tutta la vita, prima e dopo il suo ritorno, la libertà.
La frattura all'interno degli Avengers vede dunque nascere due schieramenti definiti, il primo a favore del nuovo status quo, guidato da Iron Man e comprendente War Machine, Visione, il principe di Wakanda Pantera Nera, la Vedova Nera ed il giovanissimo Spider Man, ed il secondo che, al contrario, non intende rinunciare al proprio libero arbitrio, legato a Captain America e composto da Falcon, Hawkeye, Scarlet, Ant Man ed il Soldato d'inverno, pietra angolare della disputa.
Cosa accadrà quando i più grandi eroi del pianeta finiranno a combattere gli uni contro gli altri?
E quale si rivelerà essere la verità dietro questo stesso scontro?











Ai tempi della versione cartacea di Civil War avevo già abbandonato la lettura dei fumetti Marvel, eppure, per quello che venni a sapere, l'idea mi parve davvero interessante: proporre i principali eroi divisi in due fazioni, una a favore di un maggiore controllo dei superumani ed una contraria, guidate rispettivamente da Iron Man e Captain America, aveva diversi assi nella manica.
Primo fra tutti, il fatto che un bad guy come Tony Stark diventasse il paladino dell'Ordine mentre, dall'altra parte, il boy scout per eccellenza, Steve Rogers, si ergesse come baluardo per la rivolta: una cosa intrigante, anche perchè fan di uno o dell'altro avrebbero finito per "tifare contro" il proprio beniamino, in caso di disaccordo ideologico.
Personalmente, non ho mai amato Iron Man o il vecchio Cap - i miei favoriti sono e resteranno sempre gli eroi urbani come Daredevil e Spider Man -, e agli Avengers ho sempre preferito gli X-Men, considerate le mie simpatie per gli outsiders, ma tra i due leader degli Eroi più potenti della Terra senza dubbio è Stark a somigliare più al sottoscritto: imperfetto, casinista, pronto a sfruttare i propri difetti e a trasformarli in punti di forza.
Eppure, in Civil War come al Cinema - considerati i tre film dedicati ad ognuno -, mi sono trovato nettamente dalla parte del buon Capitano: a prescindere, comunque, dalle riflessioni che mi porterebbero, nella situazione dei protagonisti, a schierarmi senza alcun dubbio dalla parte del vecchio Steve, posso solo essere felice del fatto che Anthony e Joe Russo, dopo l'ottimo lavoro svolto sul precedente Winter Soldier, abbiano confezionato uno dei migliori prodotti del Cinematic Universe targato Marvel insieme al primo Avengers, al secondo Thor e a Guardiani della Galassia, una pellicola ritmata, divertente, ironica ed esaltante di quelle perfette per ogni amante del Fumetto così come del pubblico occasionale, che in un prodotto di questo genere può ritrovare l'intrattenimento fracassone ma intelligente che tanto ha fatto per noi ragazzi cresciuti negli anni ottanta.
A prescindere, infatti, dalla costruzione forse a tratti un pò macchinosa e ad un villain probabilmente non all'altezza - un riadattato Arnim Zola -, Civil War è tutto quello che avrebbe dovuto essere Age of Ultron e che, a questo punto, considerata la regia affidata proprio ai Russo, spero sarà la doppia uscita Infinity War, che dovrebbe rappresentare il culmine delle proposte Marvel in sala degli ultimi anni: introduzione di nuovi ed interessanti charachters - Pantera Nera è reso davvero molto bene, nonostante i pochi minuti on screen, ed il rinnovato Spider Man aumenta già l'hype per la pellicola a lui dedicata -, giusto spazio costruito per i personaggi secondari - Ant Man, già protagonista di una pellicola più che discreta, regala uno dei passaggi di maggior esaltazione dello scontro tra i due Team rivali, Falcon acquista uno spessore che non ha mai avuto neppure sulla pagina, Visione, se trattato nel modo giusto, potrebbe finire per risultare una delle scommesse vincenti dei Vendicatori on screen -, un crescendo che unisce ironia, parti epiche - il duello tra Cap e Iron Man - e sequenze di puro godimento come lo scontro con tanto di esibizione dei poteri di ogni partecipante allo stesso dei due schieramenti.
L'unica, forse, a patire nonostante il ruolo per certi versi determinante nella lotta è la Scarlet di Elizabeth Olsen, che soffre della stessa sindrome che pesò sul personaggio anche negli albi per anni: la figlia di Magneto, infatti, in termini di poteri, è uno dei charachters più temibili e potenti dell'Universo Marvel, eppure pochi autori hanno saputo renderla al meglio.
Diciamo che al Cinema manca ancora questo salto, ma non è detto che in futuro non possa avvenire.
Nel frattempo, che si scelga di stare dalla parte di Stark o da quella di Rogers, Civil War rappresenta un intrattenimento come raramente se ne vedono, che personalmente mi sono goduto dal primo all'ultimo minuto fino ai due brevi filmati nel corso dei titoli di coda che mettono ulteriore carne al fuoco rispetto al Cinematic Universe, uno dei progetti più ambiziosi e goduriosi - se si è abbastanza pane e salame - che il Cinema abbia regalato al pubblico negli ultimi vent'anni.






MrFord





"Guerra civile famigliare
guerra civile intima
guerra civile famigliare
guerra civile famigliare
guerra civile intima
guerra civile famigliare
guerra civile intima."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Guerra civile" - 






lunedì 9 maggio 2016

Codice 999

Regia: John Hillcoat
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
115'








La trama (con parole mie): Marcus Belmont, un ex militare legato a doppio filo alla moglie di un boss della mafia russa di Atlanta, è coinvolto con un gruppo di compagni - composto da ex commilitoni e poliziotti corrotti - in un duplice colpo apparentemente impossibile volto a permettere la scarcerazione dello stesso boss. 
Quando Chris Allen, un poliziotto di recente assegnato alla squadra anti gang della città, nipote del detective veterano Jeffrey, è indicato come partner ad uno dei soci di Marcus e la consorte del padrino, Irina, mostra a Belmont cosa sarebbero in grado di fare se lui ed i suoi soci decidessero di non obbedire ai loro ordini, la situazione precipita: cosa saranno disposti a fare i rapinatori per portare a casa soldi e pelle? E quanto influirà nella vicenda il ruolo di Chris e Jeff?












Se John Hillcoat mi garantisse un'uscita a settimana per alleviare i pensieri da spettatore costretto a lottare con il sonno, gli impegni genitoriali, il lavoro e gli incastri della vita di tutti i giorni, penso sarei pronto a mettere la firma per godermi il suo operato tosto e senza fronzoli ed andare a letto felice neanche fossi nel pieno di una sbronza più che allegra o alla fine di una goduriosa scopata pronta a prendere a braccetto e gettare tra le braccia di Morfeo.
Del resto, con Lawless alle spalle, il buon John partiva già avvantaggiato qui al Saloon, finendo per uscire rafforzato grazie ad un cast di tutto rispetto - da Kate Winslet a Chiwetel Ejiofor, passando per Woody Harrelson e Casey Affleck, solo per citare i nomi più grossi -, un ottimo trailer ed un'atmosfera che pareva un incastro tra Michael Mann e l'action con le palle di Katheryn Bigelow: e, occorre ammetterlo, oltre ad avermi soddisfatto alla grande, Hillcoat ha rischiato, per buona parte del film, addirittura per sorprendermi e superare il suo lavoro precedente, arrivando ad un soffio dal piazzare una bomba che non aspettavo neppure nei sogni più sfrenati.
Peccato che, soprattutto nella parte che precede l'escalation finale - che torna ad essere ottima - Codice 999 finisca per dilungarsi quel tanto di troppo da far calare la tensione pregiudicando un risultato che, altrimenti, sarebbe stato davvero strepitoso: certo, non starò qui a lamentarmi di non aver assistito ad un nuovo Inside man o Heat - La sfida, ma un pizzico di rammarico resta nel vedere una delle proposte migliori dell'hard boiled americano recente venire frenata da, almeno credo, un eccesso di confidenza proprio nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di spiccare letteralmente il volo.
Ad ogni modo, ho voluto affrontare per primo l'argomento pseudo delusione così da togliermi il sassolino dalla scarpa ed affermare in tutta tranquillità che Codice 999 è un'assoluta figata, un film da palle quadrate che ricorda The Shield o una versione più riuscita del recente Sabotage, un poliziesco di quelli che sono il vero e proprio pane quotidiano per gli appassionati del genere, interpretato benissimo da tutto il cast, pronto a regalare violenza sotto forma di parole, sangue e pensieri ed a mostrare la vita dura che certe strade riservano a chi decide di percorrerle, da una parte o dall'altra del labile confine della Legge.
Da un certo punto di vista, e forse proprio per quest'ultimo aspetto, il lavoro di Hillcoat potrebbe essere senza alcun problema considerato un Western moderno fatto di scontri all'ultimo sangue, sparatorie, rapine in banca e rocambolesche fughe, banditi pittoreschi destinati al fallimento, malvagi ed apparentemente intoccabili boss ed (anti)eroi solitari e disequilibrati - splendida, in questo senso, la coppia formata dallo zio Harrelson, strafatto e geniale come non mai, ed il nipote Affleck, tagliente e deciso tanto da apparire la versione palestrata del Tim Roth che ormai vent'anni fa rubava la scena a tutti in Le iene -: poco importa che il teatro dell'azione sia Atlanta, o che si parli di mafia russa e bande di latinos tagliateste, che i duelli da mezzogiorno di fuoco siano sostituiti da trappole esplosive o sventagliate di fucili d'assalto automatici.
La dimensione che mostra Codice 999 è quella della Frontiera, che si parli di Legge, Famiglia, sangue o vendetta.
Di successo o fallimento.
E qui al Saloon, quando entra in gioco quel confine sottile, si sfonda una porta aperta: anche perchè il punto forte di questo film è rappresentato, a prescindere dall'adrenalina che pompa ed il sangue che scorre, proprio dall'umanità di ogni personaggio, anche di quelli più disumani.
Perchè ognuno di noi, poliziotto o criminale, padre o figlio, tutto d'un pezzo o corrotto, conosce bene il caos che si porta dentro, o quantomeno intuisce la portata dello stesso: resta solo da capire se la Frontiera stessa riuscirà a mostrare la via migliore che possiamo percorrere.
Per poter vivere al meglio che possiamo, e portare a casa la pelle.





MrFord





"And you can see my heart beating
no, You can see it through my chest
said I'm terrified but I'm not leaving no
know that I must pass this test
you can see my heart beating
oh, you can see it through my chest
I'm terrified but I'm not leaving no
know that I must pass this test."
Rihanna - "Russian roulette" - 





domenica 3 maggio 2015

We are Marshall

Regia: McG
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 131'




La trama (con parole mie): nel novembre del 1970 una terribile tragedia aerea conduce alla morte l'intera squadra - fatta eccezione per quattro elementi -, lo staff tecnico ed alcuni sostenitori dei Marshall, orgoglio dell'omonima università e di una città letteralmente distrutta dall'evento.
Ingaggiato l'autopropostosi coach Jack Lengyel, sognatore entusiasta, il Presidente della squadra Dedmon si trova ad affrontare il complesso processo di ricostruzione, che parte da una richiesta fatta alla Federazione di convocare in squadra anche le matricole e conduce allo spirito di Lengyel stesso e del suo assistente Red Dawson, scampato per una casualità all'incidente.
Riusciranno dunque i Marshall a tornare i Marshall? E quale sarà il prezzo per rialzarsi dopo un simile evento?







A prescindere dalla mia passione per tutto quello che è a stelle e strisce - anzi, direi più tutto quello che mi piace -, il cosiddetto Football americano è fin dai tempi dell'infanzia un vero e proprio must, da queste parti, per quanto non segua l'NFL dai tempi dei Dolphins di Dan Marino: ricordo quando imparai le regole attraverso i videogiochi ai tempi del Sega Mega Drive, così come l'esaltazione dei tempi più recenti grazie ad una delle serie televisive del cuore di questo vecchio cowboy, Friday Night Lights.
We are Marshall, solido prodotto di genere sportivo/patriottico made in USA fino al midollo diretto dal mestierante McG e sorretto da un cast di prim'ordine - da Matthew McConaughey a David Strathairn -, giaceva in attesa nei meandri del Saloon da parecchio tempo quando ha finito per essere ripescato in una settimana povera di uscite in sala e novità di spessore grazie a Julez, che spesso e volentieri finisce per conoscermi meglio di quanto non creda di farlo io stesso.
Il risultato è stata una di quelle visioni che tanto adoravo nei primi anni della mia crescita come spettatore: una vicenda emozionante e coinvolgente, a tratti sicuramente ingenua e retorica eppure impossibile da non seguire con partecipazione dall'inizio alla fine, resa interessante da un approccio - legato ovviamente anche alle reali vicende di Jack Lengyel e dei suoi Marshall - che nonostante la cornice non fa troppe concessioni e finisce per ricordare i perdenti di successo di Moneyball o il primo Rocky.
A prescindere, dunque, dalla cronaca di fatti drammatici che divennero motivo di riscatto positivo non solo per una squadra di football non professionistico, ma anche di un'Università e di una città, la parte più interessante di questo prodotto va ricercata nell'analisi per nulla superficiale del lavoro che richiede una ricostruzione affinchè si possa, un giorno o l'altro, tornare "a riveder le stelle".
In un certo senso, più che la rinascita di un'istituzione sportiva americana, assistiamo alla costruzione delle sue fondamenta, alla testimonianza di fatti isolati che, a prescindere dal grado di successo immediato, finiscono per assumere la connotazione di una vittoria alla lunga distanza, grazie al lascito che hanno garantito alle generazioni future: entusiasti come Jack Lengyel oppure no, i protagonisti dell'impresa dei Marshall chiamati a colmare il vuoto di una ferita che probabilmente non potrà mai guarire del tutto hanno finito per rendersi complici di un'impresa unica nel suo genere, che ha riportato alla mia mente quella del Grande Torino finito contro il basamento della Basilica di Superga, e non solo rispetto all'incidente aereo.
La perdita di un'intera squadra sportiva, in occasioni come queste, rappresenta, di fatto, la perdita non solo di simboli, idoli, risultati, ma anche e soprattutto di genitori e figli, amici, parenti, fidanzati, addirittura un'intera generazione che pare essersi compressa in un numero "limitato" di vittime: rialzarsi non è mai facile, così come fare tesoro del proprio dolore, della responsabilità di essere ancora vivi, quasi come accade con i sopravvissuti alle guerre.
Ed è il riscatto, il comeback - come si direbbe oltreoceano -, uno dei punti forti della cultura statunitense: We are Marshall rappresenta, racconta e fotografa proprio quell'istante, quella riscossa, quella sensazione di quasi invulnerabilità che avvolge e porta a compiere imprese che si pensavano impossibili.
Anche quando, prima ancora che dalle vittorie, passano da cocenti e clamorose sconfitte.
Nessuno ha mai detto, infatti, che la strada per la Hall of Fame debba essere necessariamente costruita su incontrastati ed a volte perfino noiosi successi.



MrFord



"Don't know what's comin' tomorrow
maybe it's trouble and sorrow
but we travel the road, sharin' our load
side by side."

Ray Charles - "Side by side" - 





martedì 30 luglio 2013

Pain&Gain - Muscoli e denaro

Regia: Michael Bay
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
129'




La trama (con parole mie): Daniel Lugo, Adrian Doorbal e Paul Doyle sono tre bodybuilders in cerca di un'affermazione nel pieno della Miami anni novanta. Il primo è un fervente osservante del sogno americano, il secondo un gregario fedele ed il terzo un ex detenuto convinto che la Fede possa salvarlo dalle scelte sbagliate. Il fatto è che per vivere il sogno devi essere disposto a rischiare, anche quando la posta in gioco è di quelle grosse: ed è così che Lugo individua in Victor Kershaw, un imprenditore locale, il bersaglio ideale.
Supportato dai suoi due compagni, il giovane istruttore di fitness rapisce l'uomo e lo costringe - con l'aiuto di un notaio compiacente - a sottoscrivere la cessione di ogni sua proprietà al responsabile delle sue sofferenze: l'eliminazione dello stesso Kershaw ad operazione conclusa non va a buon fine, ma per il curioso trio la situazione pare risolversi quando le forze dell'ordine non credono alla denuncia della vittima.
Il sogno è dunque finalmente a portata di mano.
Ed è a questo punto che entra in campo un investigatore privato...






Ogni singolo dubbio è stato inequivocabilmente fugato.
Pain&Gain è il cult assoluto dell'estate fordiana.
Certo, il Cannibale sarà pronto a giurare di esserne già a conoscenza fin dai tempi precedenti alla realizzazione di quello che, senza se e senza ma, è il miglior film mai girato da Michael Bay, uno di quelli cui fino a qualche giorno fa non avrei dato una chance neppure se fosse venuto in ginocchio a pregarmi offrendosi di pagare per tutta la famiglia Ford il pacchetto VIP completo per la prossima edizione di Wrestlemania, ma per il sottoscritto la visione si è rivelata un'esperienza che è stato necessario vivere sulla pelle, proprio come tutte quelle che contano.
Parliamoci chiaro: dal primo all'ultimo minuto, momento più momento meno, mi sono goduto questa tamarrata che mescola amicizia virile, palestra, grottesco, pulp, sangue e morte rimbalzando tra una grassa risata e l'altra, incantato dalle interpretazioni perfette - volute o no che fossero - di Anthony Mackie, Marc Wahlberg e soprattutto di Dwayne "The Rock" Johnson, idolo del wrestling nonchè pupazzone per una volta - e dico sul serio - reinventatosi attore in barba alla massa spaventosa e alle sue due - nei suoi sogni - espressioni.
Eppure Pain&Gain è un film profondamente crepuscolare, malinconico, capace di mostrare "la faccia triste dell'America" partendo proprio dalla filosofia del self-made man alla base delle stelle e strisce, che trova nella vicenda - assolutamente reale - di Daniel Lugo e dei suoi due complici materia perfetta per mostrare il prezzo che i poveracci, gli illusi e chiunque non abbia il denaro per comprarsi la felicità si ritrovano a pagare anche soltanto per un unico giro sulla giostra che conta.
Così come per Alien in Spring breakers, i tre scombinati e terribilmente stupidi palestrati improvvisatisi gangsters guidati da assurdi imbonitori profeti dell'autorealizzazione e dalle visioni che tanti danni hanno fatto a generazioni intere di spettatori - parlo di cose come Scarface, per intenderci - tentano disperatamente di entrare dalla porta di servizio in un mondo che non appartiene loro neppure per sbaglio, al quale non è possibile mentire - clamoroso il primo confronto tra il rapito Kershaw ed i suoi rapitori, reduci da una mascherata al limite dell'assurdo - e che non è disposto a concedere nulla a chi non porta l'odore della vittoria addosso - con buona pace del buon Lugo -.
Simpatizzare per l'insolita banda è facile e quasi spontaneo - nonostante le imprese agghiaccianti che i tre riescono a portare più o meno a termine -, ed il crescendo di follia che contagia i pompatissimi soci riporta addirittura alle prime stagioni di Breaking Bad, all'approccio scombinato dei Coen e al bombardamento in stile videoclip di City of god o Domino, eppure dietro alla confezione assolutamente creata ad arte per conquistare qualche bullo cresciuto seguendo il credo di Tony Montana e soci, Pain&Gain rappresenta una delle critiche più feroci alla ferocia sociale degli States approdate di recente sul grande schermo grazie alla grande distribuzione.
Poco importa se tutto finisce per assumere la dimensione della burla, o del "è talmente assurdo da non poter essere vero": Lugo e soci finiscono per assumere i connotati del simbolo della stupidità di tutti noi che crediamo nel riscatto, nell'outsider che finisce per cogliere l'occasione della vita - che non è meravigliosa almeno quanto non esistono Rocky Balboa pronti a portarsi a casa il titolo venendo dalla periferia e ritrovandosi sparati dritti contro il campione del mondo dei pesi massimi -, nel "principe azzurro" - qualunque significato esso abbia - favoletta buona per mettere il guinzaglio a qualsiasi velleità che i film o le canzoni non riescano a tenere bene a cuccia.
E come se tutto questo non bastasse, quel moto di orgoglio di Daniel una volta messo di fronte ad una verità amara come quella dei propri crimini e delle loro conseguenze ha il sapore di distorsione percepito di recente osservando il protagonista di Reality: il problema, come si sarebbe detto nel pieno di quegli anni novanta, non è la caduta, ma l'atterraggio.
E quelli che si buttano sperando di trovare un grande materasso ad accoglierli, in genere non hanno mai il paracadute.



MrFord


"As I walk through the valley of the shadow of death
I take a look at my life and realize there's notin left
cause I've been blastin' and laughin so long that
even my ma'ma thinks that my mind is gone."
Coolio - "Gangsta's paradise" - 



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