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domenica 19 febbraio 2017

Qualcuno sta per morire (Carl Franklin, USA, 1992, 105')




Una delle cose più stimolanti di essere appassionati di una qualche forma d'arte - il Cinema, in questo caso - è a mio parere data dalla possibilità di conoscere sempre nuove opere grazie ai passaparola ed alla passione di altre persone, uno dei fattori che, dopo quasi sette anni, mi fa ancora bazzicare con grande piacere la blogosfera.
Oltre a questo, ammetto di essere stato fortunato ad aver potuto condividere questa passione con mio fratello fin dai tempi in cui, bambini, ci schiaffavamo dai tre ai cinque film al giorno - soprattutto durante le vacanze estive - e tenevamo occupato un videoregistratore per le visioni mentre l'altro registrava costantemente titoli nuovi: proprio con il Natale, e sempre grazie al passaparola, sempre mio fratello ha fatto in modo di recuperare l'edizione in dvd di questo titolo perduto nel tempo ormai difficile da reperire, che onestamente non avevo mai sentito prima e che si è rivelato un prodotto con due palle d'acciaio, fordiano fino al midollo e perfetto nel raccontare una storia di crimine, vendetta, passione e morte come la Frontiera richiede, ovviamente dando grande spazio agli outsiders e sfiorando la mitologia dei registi più duri degli USA, da Friedkin a Cimino, passando per Eastwood.
Se non fosse stato per l'ambientazione decisamente country ed una tecnica più grezza, avrei quasi avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un fratellino del magnifico Vivere e morire a Los Angeles, che vide ai tempi un giovane - ed inguardabile - Billy Bob Thornton - che collaborò anche alla sceneggiatura - interpretare un criminale instabile e violento ed un sempre ottimo - e sempre fordiano - Bill Paxton il tipico sceriffo del Sud eccitato di avere la possibilità di dare una svolta alla sua routine di paese fin troppo noiosa, e di confrontarsi con due veri investigatori venuti da Los Angeles in caccia dei responsabili di una strage agghiacciante ed in fuga verso l'Arkansas.
Sul finire dell'anno appena trascorso aveva fatto breccia in questo vecchio cuore l'ottimo Hell or high water, del quale, senza ombra di dubbio, seppur assolutamente non noto - e non aiutato dall'adattamento italiano, pessimo come sempre e completamente diverso dall'originale One false move -, Qualcuno sta per morire è antesignano: anche in questo caso, infatti, troviamo anime perse "tra il nulla e l'addio", come direbbe Clint, che nel bene o nel male cercano di ritagliarsi uno spazio in un mondo per il quale saranno sempre ai margini - si resta quasi feriti alla scena in cui lo sceriffo ascolta i due sbirri di città deridere il suo sogno di trasferirsi a L.A. una volta risolto il caso per lavorare al loro fianco -, che sono disposti a tutto - perfino a tradire chiunque senza alcun ritegno - per il futuro della loro famiglia, o che, semplicemente, si lasciano guidare da un istinto che, sicuramente, la società ha ben coltivato dentro di loro.
L'escalation di rivelazioni sul passato dei protagonisti e di violenza estremamente realistica - la sparatoria decisiva è da brividi per la sua anticinematograficità - contribuiscono a rendere il lavoro di Carl Franklin un vero e proprio cult per qualsiasi appassionato di crime e di storie al confine, da sempre un vero e proprio calderone di idee ribollenti soprattutto per la cultura a stelle e strisce, che lontana dalle grandi metropoli e dai centri culturali più in fermento si trasforma, soprattutto nelle campagne del Sud, in una versione attuale ma non per questo troppo differente del vecchio West.




MrFord




 

sabato 28 maggio 2016

Tombstone

Regia: George P. Cosmatos
Origine: USA
Anno: 1993
Durata:
130'







La trama (con parole mie): Wyatt Earp, ex sceriffo noto in tutto il West per la sua inflessibilità, ritiratosi come Uomo di Legge, decide con i suoi fratelli Virgil e Morgan di trasferirsi nella città di frontiera di Tombstone e mettersi in affari iniziando una nuova fase della sua vita.
Inizialmente tutto pare andare per il verso giusto, con il nuovo ruolo da uomini d'affari che funziona, l'amico ritrovato Doc Holliday, le famiglie presenti accanto a loro, ma per gli Earp i guai sono sempre in agguato: una banda di criminali da tempo insediata in quei territori, infatti, minaccia la sicurezza non solo di Tombstone, ma dei cari di Wyatt.
Quando il sangue comincerà ad essere versato, dunque, l'ex sceriffo sarà costretto a vestire di nuovo i panni dello spauracchio dei criminali e mescolare proiettili, vendetta e coraggio per ripulire le strade di Tombstone una volta per tutte.








Se avessi raccontato a me stesso davanti allo specchio neanche fossi il Travis di Taxi driver che mi sarei trovato, nel giro di pochi mesi, a scoprire di dover recuperare la visione di non uno, ma due Western che non avevo mai visto al contrario di Julez, mi sarei trovato decisamente più vicino alla Fantascienza classica che non alla Frontiera.
E invece, è proprio quello che è accaduto.
Archiviato - e con discreto successo - il simpatico Maverick, è stata la volta di Tombstone, solida grande produzione firmata dal vecchio mestierante George Cosmatos con un cast assolutamente all star - e con la signora Ford grande mattatrice nel riconoscere anche un Billy Bob Thornton giovane e di una trentina di chili sovrappeso rispetto a quello ora noto a tutti - pronto a rivisitare e rinverdire il mito del West di Wyatt Earp, una delle figure più leggendarie che l'epoca e la Storia americana conobbero, già portato sullo schermo in numerose occasioni - con risultati ovviamente differenti -, su tutte l'indimenticabile classico di John Ford Sfida infernale, nel quale a vestire i panni del mitico sceriffo fu l'altrettanto mitico Henry Fonda.
Ovviamente, a partire da Kurt Russell - che nel ruolo di Earp sfodera palle d'acciaio tali da far apparire anche altri storici personaggi interpretati nel corso della carriera dei pusillanimi neanche fossero il Cannibale - tutto in questo film mi ha convinto: il respiro classico e la cornice da grande epopea, un setting che ho sempre adorato e che rappresenta una delle colonne della mia formazione cinematografica e culturale, l'importanza dei concetti di amicizia e famiglia - con tutti gli alti e bassi del caso -, l'alcool e la voglia di sfidare la vita fino all'ultimo istante - fantastico il personaggio di Doc Holliday, segnato dalla malattia eppure sempre pronto a battersi forse per esorcizzare e, chissà, per cercare la morte "con gli stivali addosso" invece che in un letto d'ospedale - che non potrò mai non sentire come miei.
A prescindere, dunque, dal divertentissimo - e ricchissimo - gioco dell'identificazione dei futuri volti noti di piccolo e grande schermo - o ripescaggi come quello di Jason Priestley, all'epoca della realizzazione del film star di Beverly Hills 90210 -, un prodotto tosto e convincente, in grado di unire l'atmosfera da grande blockbuster hollywoodiano alla filosofia di un genere considerato quasi per natura "old school", la biografia e la leggenda, il quotidiano e le grandi imprese in grado di andare oltre ogni confine pur essendo scaturite dal caso, da un'ispirazione folle del momento o semplicemente dal fatto che chi le ha realizzate non aveva intenzione di mollare, che si trattasse di un nemico sul campo, o della vita in genere.
Del resto, il West non era certo il posto migliore per nutrire aspettative particolarmente alte, che si parli di sogni o di mera sopravvivenza, e la convivenza tra tutori dell'ordine e criminali, predatori e prede era così fragile ed incerta da condurre spesso e volentieri a scontri feroci e senza ritorno, o "senza perdono", come direbbe Clint: del resto, le vicende così simili e così diverse di Wyatt Earp e Doc Holliday rendono bene l'idea di quello che doveva essere lottare per la propria pelle a quei tempi ed in quei luoghi, pistola in pugno o palle d'acciaio che fossero.
E rende bene l'idea anche questo Tombstone, in grado di trasmettere il fascino e la crudeltà del West pur essendo, a conti fatti, una grande produzione e non un titolo d'autore come Dead Man o, in parte, lo stesso Gli spietati: lungo quella Frontiera si è dovuto lottare, amare, combattere e morire in modo da costruire qualcosa che sarebbe nato soltanto una volta che la polvere si fosse depositata una volta per tutte, le fondamenta di una società che i Wyatt Earp hanno potuto solo sognare, o quasi.
Non credo, infatti, che tra una pallottola, una sbronza ed una malattia, avessero il tempo di fare troppe altre cose se non sopravvivere.





MrFord





"And the whirlwind is in the thorn tree.
The virgins are all trimming their wicks.
The whirlwind is in the thorn tree.
It's hard for thee to kick against the pricks.
In measured hundredweight and penny pound.
When the man comes around.
And I heard a voice in the midst of the four beasts,
and I looked and behold: a pale horse.
And his name, that sat on him, was Death.
And Hell followed with him."
Johnny Cash - "The man comes around" - 






mercoledì 10 dicembre 2014

Lo sciacallo - Nightcrawler

Regia: Dan Gilroy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
117'





La trama (con parole mie): Lou Bloom è un uomo ossessionato dal successo e dall'affermazione, nutrito dalla rete e dalla cultura "fai da te", protagonista di una sorta di american dream per il momento realizzato solo nella sua testa che vive di espedienti. 
Quando, per caso, si ritrova testimone di un incidente stradale, decide di gettarsi a capofitto nel mondo del giornalismo d'assalto, reinventandosi reporter per le strade di una Los Angeles abbracciata dalla notte.
Assunto un collaboratore ed avviato un proficuo rapporto con un canale televisivo locale, Lou si dedica con tutte le forze alla ricerca di servizi sempre più vicini al limite imposto dall'etica mettendo la sua realizzazione davanti ad ogni cosa, ad ogni costo: quando, una notte, giunge sul luogo di un omicidio prima della polizia riprendendo i due assassini, la posta in gioco si alza come non era mai capitato prima.








Una delle caratteristiche fondamentali di un'opera - sia essa letteraria, cinematografica, musicale o artistica in genere -, almeno per quanto riguarda questo vecchio cowboy, è sempre stata il cuore, quella scintilla che permette allo spettatore - parlando ovviamente di pellicole - di entrare in sintonia con quello che si trova di fronte: non è un mistero, in fondo, che quando un autore finisce per raccontare qualcosa che ben conosce, imbocca una sorta di corsia preferenziale rispetto a chiunque sia "dall'altra parte".
E non è un caso che i miei favoriti - i cosiddetti "fordiani" - siano tutti legati a questi concetti, da Eastwood - il rapporto tra padri e figli - a Cash - il conflitto tra la parte oscura e quella sacra -, da Nesbo - il fascino della dipendenza e la presenza per chi amiamo, sempre e comunque - a persone portate sullo schermo ma assolutamente reali - il Jean Dominique di The agronomist -.
Jonathan Demme, che firmò lo straordinario documentario appena citato, portò sullo schermo anche uno dei grandi Capolavori del Cinema USA moderno, Il silenzio degli innocenti: e perfino lì, in quella cella, o nell'agghiacciante telefonata che chiudeva la pellicola, si finiva quasi per empatizzare con il genio terrificante di Hannibal Lecter.
Come nella camminata claudicante divenuta fiera di Kaiser Soze.
O nella follia innevata di Tony Montana.
Tutti i grandi "cattivi" finiscono, in qualche modo, per affascinare almeno una piccola parte del "cattivo" che è in noi.
L'unica eccezione che ho potuto riscontrare nel corso della mia vita è rappresentata da Grenouille, protagonista indimenticabile dell'altrettanto indimenticabile Il profumo di Patrick Suskind, uno dei romanzi più importanti della mia storia di lettore e, probabilmente, uno dei dieci che porterei su un'isola deserta: le vicissitudini dell'assassino alla ricerca del profumo perfetto evocano ancora oggi immagini straordinarie, nonostante, ai tempi, per la prima volta mi accorsi del desiderio irresistibile di prendere le distanze da quel main charachter così rivoltante e disgustoso, tanto da comprendere il fastidio che lo stesso finiva per generare negli altri che incontrava pagina dopo pagina.
Dan Gilroy, al suo esordio dietro la macchina da presa - non proprio giovanissimo, considerata la classe cinquantanove -, è riuscito a farmi sentire per la seconda volta in quel modo con una sicurezza ed una padronanza del mezzo cinematografico spaventose, talmente salde da far dubitare non solo dell'esistenza di un concetto di fiction, ma di materializzare quello di giornalismo - ovvero cronaca dei fatti, non partecipazione - sostituendo, di fatto, con esso la magia del Cinema.
Lo sciacallo è un film profondamente odioso e disturbante, grottesco e caricaturale, forse perfino troppo facile nella cinica crudeltà di certi passaggi - i confronti tra Lou ed il suo aiutante Rick, l'ascesa dello stesso Lou -, che molto probabilmente non amerò mai e poi mai come un altro grande ritratto in notturna di L. A., Collateral, fotografato altrettanto bene eppure gelido come una scossa dritta nel cervello avendo ingoiato un boccone troppo grande di gelato, eppure a suo modo indimenticabile, rispetto alla stagione che volge al termine.
E dalla strepitosa performance di Jake Gyllenhaal - mai così bravo e diverso dalle sue incarnazioni precedenti, capace di rendere alla perfezione il lato quasi psicopatico, e non solo voyeuristico del suo personaggio, in bilico tra composta e falsa cortesia ed aggressività da predatore - a sequenze da brividi - l'inseguimento per le strade nel finale -, tutto pare ricondurre ad un'unica, terribile conclusione: Lo sciacallo non è Cinema, non è cuore, non è quella scintilla, ma resta e resterà clamorosamente grande.
Da fan del lato oscuro e da persona pronta spesso e volentieri a farsi tentare dallo stesso, onestamente non sono felice che sia così: perchè sapere che esistono pellicole come questa, in giro, e che in qualche modo finiscono per fotografare la realtà, riesce a fare paura più di qualsiasi horror.
Nello sguardo oltre la macchina di Lou che s'incrocia con quello del killer appena uscito dall'auto ribaltata c'è l'incontro di due predatori, neanche fossimo nel cuore della giungla (urbana) della vita: uno stringe una pistola, è coperto di sangue, è senza dubbio un carnivoro, ed aggredisce qualunque cosa rappresenti per lui un ostacolo, mantenendo il suo status di leone alfa; l'altro brandisce lo strumento principe della comunicazione moderna, vive tra le ombre, mangia quello che gli conviene mangiare, e quando vede un ostacolo, tiene ben salde le zampe che gli permetteranno di saltare all'ultimo secondo, da buono sciacallo.
Uno ha il cuore, pur se nero. L'altro no.
Uno scaglia fulmini e saette dalla sua arma, l'altro illumina il mondo che vuole sia mostrato al mondo per poterlo indirettamente controllare.
"Al mondo ci sono due tipi di uomini: quelli che hanno la pistola e quelli che scavano. Tu scavi.", recitava Eastwood in Il buono, il brutto, il cattivo.
Ma quello è Cinema.
Lo sciacallo è più simile a quello che troviamo quando le luci si spengono, usciamo dalla sala e veniamo vomitati nel mondo.
Niente più sogni.
Due predatori.
Chi pensate avrà vinto?




MrFord




"Straight out of hell
one of a kind
stalking his victim
don't look behind you
nightcrawler
beware the beast in black
nightcrawler
you know he's coming back
nightcrawler."
Judas Priest - "Nightcrawler" - 




 

lunedì 24 dicembre 2012

Frailty - Nessuno è al sicuro

Regia: Bill Paxton
Origine: USA
Anno: 2001
Durata:
100'




La trama (con parole mie): Fenton Meiks, un giovane in apparente stato confusionale, si reca alla sezione locale dell'FBI per confessare all'agente Wesley Doyle i delitti che prima suo padre e dunque suo fratello minore Adam avrebbero commesso a partire dall'estate del 1979 guidati dal volere di Dio, che avrebbe loro indicato attraverso visioni alcuni demoni mascherati da uomini e donne che i due hanno il compito di eliminare in vista dell'imminente Giorno del giudizio.
Fenton, ormai adulto, rivela all'investigatore il perchè non si sia deciso fino a quel momento a rivelare i dettagli della raccapricciante serie di sparizioni che hanno investito il Texas nel corso degli anni, rievocando la propria infanzia e promettendo all'uomo di fronte a lui di portarlo nel luogo in cui sono seppellite le vittime che hanno mietuto i suoi.
Ma un terribile segreto incombe sulle vittime stesse, su Fenton e sull'agente Doyle. Un segreto mortale. O divino, a seconda dei punti di vista.




A volte è curioso come si vengano a scoprire titoli validi ed interessanti come questo: un paio di mesi fa, in ospedale per l'ormai noto intervento alle tonsille, divorai in pochi giorni Serial killer: storia, sangue, leggenda - che fu a dire il vero abbastanza deludente -, che in realtà aveva i suoi momenti migliori proprio nelle sezioni atte ad indicare quelle che sono le opere più interessanti legate al mondo degli assassini seriali nella Letteratura, nella Musica e nel Cinema.
Avendo già dato rispetto a pietre miliari del genere quali Seven, Henry pioggia di sangue, Manhunter o Il silenzio degli innocenti, spinto anche dalla curiosità di Julez sono andato a recuperare questo  Frailty, thriller dai risvolti quasi horrorifici - anche se profondamente reale nella sua rappresentazione - intriso del sudore e della terra del Texas fotografato anche da Lansdale o dalla magnifica Friday night lights, impregnato di lavoro manuale e fede in Dio: il risultato è stato una vera e propria rivelazione rispetto all'esordio dietro la macchina da presa di Bill Paxton, attore spesso sottovalutato - ma non per questo meno in gamba di molti suoi colleghi più noti al grande pubblico - che si è rivelato un regista attento e profondamente artigiano nell'accezione decisamente positiva nel termine alle prese con uno script assolutamente interessante che si pone - anche grazie all'utilizzo dello stesso protagonista - come una sorta di deviato fratellino del meraviglioso Killer Joe.
Per un appassionato in materia di serial killers come il sottoscritto, un film come questo risulterebbe interessante anche soltanto per il rapporto tra il padre - lo stesso Paxton - ed i due figli costretti ad assistere al suo inarrestabile delirio fino ad arrivare ad accettarlo come fosse loro: spesso e volentieri, nella storia degli assassini seriali, si sono infatti verificate situazioni attraverso le quali è stato relativamente semplice, per psicologi e criminologi, dare una spiegazione a proposito dell'origine delle nature violente degli stessi.
Abusi, situazioni limite, costrizioni e rapporti malati con i genitori o le persone che si sono occupate della crescita dei futuri responsabili di omicidi e violenze sono spesso una causa scatenante della loro stessa sete di vendetta verso il mondo: da Edmund Kemper a Charles Manson, non si contano i casi in cui gli squilibri dell'infanzia e della giovinezza hanno pesato come macigni sulla progressiva formazione della mente criminale e della sua conseguente e distruttiva esplosione.
Ad un elemento già interessante come questo viene aggiunta la componente religiosa, in grado di far riflettere sulla delicata questione degli estremismi analizzata anche in pellicole notevoli quali The woman e Red state, e sicuramente importante nell'analisi di alcuni aspetti deviati della società a stelle e strisce che tanto spesso si preoccupa di venderci - e vendersi - ritratti perfetti che possano celare buchi neri come questo.
Ottima la scelta di non mostrare mai esplicitamente le violenze ma giocare più che altro sulla pressione e la tensione dei momenti che precedono e seguono ogni omicidio rispetto alle reazioni dei piccoli Adam e Fenton, così come interessante la scelta di mostrare i "demoni" come colpevoli meritevoli di una punizione - una cosa in stile Dexter, per intenderci - ed assolutamente perfetto il crescendo finale, beffardo e terribile neanche ci trovassimo proprio in un film di Friedkin, che per il suo già citato Killer Joe, oltre che rispetto a Matthew McConaughey protagonista, pare aver attinto dal background di questa pellicola neanche l'avesse visionata il giorno prima di iniziare le riprese.
Certo, non mancano le sbavature soprattutto rispetto ad alcuni passaggi dello script e alla scelta di costruire la quasi totalità della vicenda sui rapporti tra padre e figli senza preoccuparsi troppo della logica delle catture e degli occultamenti dei cadaveri, eppure l'insieme funziona soprattutto per le riflessioni legate ai concetti di Famiglia e Fede, certamente non estranei a tutti noi occidentali, nati in Texas oppure no.
Un titolo tosto e sorprendente, una piccola gemma nascosta che, se vi capita, consiglio caldamente di recuperare: se poi siete attratti in qualche modo dal "lato oscuro della forza", potrebbe addirittura diventare un piccolo cult imperdibile.


MrFord


"You can run on for a long time
run on for a long time
run on for a long time
sooner or later God'll cut you down
sooner or later God'll cut you down."
Johnny Cash - "God's gonna cut you down" -


mercoledì 28 novembre 2012

Hatfields&McCoys

Produzione: History
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 3




La trama (con parole mie): Anse Hatfield e Randall McCoy sono due amici pronti a proteggersi l'un l'altro nel corso della sanguinosa Guerra di Secessione americana. Quando il primo decide di disertare per tornare a casa tra i due si crea una frattura resa ancora più profonda dall'uccisione da parte di Jim Vance, fedele ad Hatfield, di un parente stretto di McCoy.
L'episodio accende la miccia di una disputa che vedrà le due famiglie darsi battaglia senza esclusione di colpi per più di un ventennio, dalle aule di tribunale alle risse di strada, e che costerà lacrime e vite di figli, fratelli, parenti vicini e lontani da entrambe le parti.
I due patriarchi, Anse e Randall, dovranno dunque trovare il modo di risolvere la questione prima che il conto delle esistenze spezzate diventi troppo caro per entrambi: ma soltanto uno tra loro riuscirà, con la vecchiaia, ad abbandonare i propositi di lotta.




Non sarebbe un vero Saloon, questo, se non amassi il western alla follia.
Ricordo quando, da bambino - parliamo del pieno degli anni ottanta - la sera capitava che, dopo cena, scendessi di due piani per andare a trovare i miei nonni materni, che abitavano nel nostro stesso palazzo: mio nonno, reduce della Seconda Guerra Mondiale, carattere orribile, aggressivo e litigioso con quasi tutto il mondo, giocatore di carte incallito - e discreto baro -, con me - ai tempi mio fratello era appena nato - diventava un pezzo di pane, viziandomi in ogni modo e permettendomi qualsiasi cosa.
Così, quando approfittavo di quel breve tempo prima che i miei richiamassero perchè tornassi a casa e andassi a letto, finì per acconsentire a tutte le mie richieste - soprattutto in materia di caramelle - mentre io guardavo ammirato un mondo alla tv che mi fece, di fatto, scoprire lui: dalla lotta libera - il mio amore per il wrestling nacque in quei primi giorni di incontri del leggendario Antonio Inoki - a tutta la filmografia di John Wayne, idolo di mio nonno soprattutto per i suoi ruoli lungo la Frontiera, da Ombre rosse a Sentieri selvaggi, da Rio Lobo a I quattro figli di Katie Elder.
Da allora, i miei sentimenti per il western non sono cambiati, anzi: con l'ingresso nella mia vita de Gli spietati di Clint Eastwood, tutto quello che era il mito, la leggenda, i ricordi di quelle sere magiche nella sala dei miei nonni che ispiravano poi durante il giorno la costruzione di improbabili capanne in stile indiano con coperte, sedie e oggetti di vario genere divenirono il lato onirico di un'epoca difficile, dura, sporca, che non fece sconti a nessuno: sotto questi segni è nato il romanzo che spero a breve di pubblicare, e si sono accumulate visioni sempre nuove.
Da Dead man a Il grinta targato Coen, la Frontiera non era più qualcosa di perfetto e tirato a lucido, ma un luogo di sangue e lotta, segnato nel profondo come chi l'aveva vissuta: Hatfields&McCoys, miniserie in tre episodi targata History, produzione firmata dal Kevin Reynolds che fu regista di Robin Hood - Il principe dei ladri e Waterworld, ne è una rappresentazione perfetta.
Ispirato ad una faida che vide opposte due famiglie e che è divenuta storica negli States, questo lavoro fotografa con un piglio decisamente autoriale - ma non per questo poco fisico - la sensazione di precarietà e continuo "lavoro di gomito" che era prerogativa di luoghi e tempi in cui, fondamentalmente, valeva spesso e volentieri la legge del più forte, e l'alternativa alla morte o ad una schiavitù mascherata da quieta sudditanza era data dall'imparare a difendersi, ad ogni età e senza alcun riguardo per nessuno.
In questo senso un plauso va senza dubbio agli autori, in grado di portare avanti uno script che, seppur reso a tratti ostico a causa dell'elevato numero di personaggi, presenta alla perfezione lo spirito di profonda volontà di lottare che animava uomini, donne ed intere famiglie, senza contare l'equilibrio con il quale vengono presentati personaggi clamorosamente discutibili ed altri sicuramente più nobili d'animo da una parte e dall'altra di questa rivalità che ricorda, pur se legata a diverse motivazioni, quella degli shakespeariani Montecchi e Capuleti.
Così, a tratti e a seconda dei differenti charachters, si finisce per parteggiare per l'una o l'altra parte, ben consci che, in casi come questi, poco importa ed importerà chi avrà davvero iniziato, o chi avrà rifiutato di porre la parola fine quando avrebbe potuto, che "non ci saranno meriti" - e neppure perdono -, e che sangue e morte avranno le redini saldamente in pugno, fino alla fine.
Preparatevi dunque ad una cavalcata che non porterà niente di buono se non qualche pallido momento di felicità che basterà un'occhiata a spazzare via: Hatfield o McCoy, non importa quale sarà il nome che porta il vostro prediletto, perchè il Destino avrà segnato per lui una pagina speciale del suo taccuino.
E non è deciso a fare sconti.
Un lavoro dunque pazzesco, girato con perizia, coinvolgente e tesissimo, con un cast stellare ed in forma smagliante - strepitoso Kevin Costner nel ruolo del ruvido Anse Hatfield, ottimo Bill Paxton in quello di Randall McCoy, ed una spanna su tutti un fantastico Tom Berenger a prestare fisicità ed anima allo "spietato" Jim Vance - che invito davvero tutti a recuperare: tre episodi che paiono film uno migliore dell'altro, una corsa attraverso due decadi che mostra la potenzialità distruttiva del rancore e del desiderio di rivalsa e che è diventata un simbolo nella Storia dei "giovani" Stati Uniti che, per qualità e forza, non esiterei ad associare a cose pregevoli come Game of thrones.
Dunque, che siate abituati alla Frontiera, oppure no, Hatfields&McCoys è un ottimo modo per affrontarla: perchè almeno una volta nella vita, tutti dobbiamo percorrerla almeno per un tratto.


MrFord


"I am what I create
believing in my fate
integrity is my name
all that I am doing
can never be ruined
my song remains insane
eye for an eye
eye for an eye
eye for an eye."
Soulfly - "Eye for an eye" -


lunedì 27 giugno 2011

Il buio si avvicina

La trama (con parole mie): Caleb Colton, giovane aspirante cowboy di provincia, attratto dalla misteriosa Mae, tenta la strada del macho della situazione finendo non solo per innamorarsi della ragazza, ma per essere trasformato in vampiro da un morso della stessa.
A questo punto è costretto ad unirsi alla "famiglia" che si accompagna a Mae, un gruppo di fuorilegge immortali sempre a caccia di nuove vittime e brividi dal tramonto all'alba guidato dall'inquietante Jesse Hooker, un ex soldato confederato.
Proprio quando Caleb pare cominciare ad accettare le regole del gruppo e ad essere accettato al suo interno, però, il padre e la sorellina del ragazzo si mettono sulle sue tracce decisi a riportarlo a casa: sarà l'inizio di una vera e propria guerra che porterà il giovane a giocarsi la vita in una sfida ai suoi compagni di tenebre.


In un epoca cinematografica letteralmente invasa dai succhiasangue eredi della tradizione stokeriana filtrati attraverso le gesta teen-romantiche di Edward Cullen, è davvero difficile riuscire a trovare una pellicola che renda davvero giustizia ai Figli di Caino per eccellenza, che paiono perduti in melensi e patinati videoclipponi tanto da far rimpiangere i tempi in cui giravano in sala Intervista col vampiro, il Dracula di Coppola o l'incredibile, stratosferico The addiction di Ferrara.
Per un fan del genere come il sottoscritto - come dico spesso a Julez, attaccato come sono alla vita, per poter diventare potenzialmente immortale e viaggiare in lungo e in largo imparando il più possibile senza dimenticare la mia grande passione per "la caccia", rinuncerei al giorno anche stanotte stessa, nonostante certo il mio modo di pormi sia più associabile ai simpatici e mannari cugini dei vampiri in questione - riscoprire il secondo lungometraggio dell'ormai acclamatissima Kathryn Bigelow è stato un piacevole ed adrenalinico colpo al cuore, ritmato attraverso la straordinaria colonna sonora firmata dai Tangerine dream e dalle immagini splendide coordinate dal production designer Stephen Altman - sì, proprio il figlio del grande Robert -.
Ambientato in una cornice che ricorda le badlands di malickiana memoria, ed infarcito di un cast ottimo e tutto in parte, coraggiosissimo - si pensi al ruolo di Homer, vampiro imprigionato nel corpo di un bambino, come sarà per la Claudia del già citato Intervista col vampiro, che fuma, uccide ed impreca in barba a tutti gli odierni parental advisory - ed emozionante, riporta il genere ad una dimensione oscura come non ne capitavano in proposito sugli schermi di casa Ford da molto, molto tempo.
Certo, risulta ancora acerbo per stile ed impianto narrativo, e soprattutto nel finale tende ad essere fin troppo precipitoso nella risoluzione della trama, eppure l'incedere della storia d'amore di Caleb e Mae richiama alla memoria il mio da sempre adorato Cabal e lo mescola al meglio della new wave oscura, passionale e potente di gruppi come i Sisters of mercy, e note che paiono portare nel sangue passione e ferocia, esplosioni di vita ed ondate di morte, e la sensazione di avere di fronte un ritratto perfetto di ciò che l'animo umano - confinato alla sola notte o meno - sia in grado di scatenare una volta rotti gli argini dell'appartenenza ad una società per tuffarsi inesorabilmente in una Natura di predatore assoluto.
La sequenza girata all'interno della bettola di periferia, vera e propria iniziazione per Caleb in vista del suo ingresso nella famiglia di Jesse - un sempre efficace Lance Henriksen -, è impossibile da dimenticare, e fornisce una vera e propria ispirazione per i "futuri" massacri operati da Rodriguez e Tarantino.
La galleria dei protagonisti appartenenti a questo sanguinoso lato oscuro, oltre ai già citati Mae, Jesse e Homer porta in dono con la notte anche Diamondback - l'indimenticabile Vasquez di Aliens scontro finale - ed esplode il suo colpo migliore con Severen, indomabile selvaggio interpretato dall'allora giovanissimo Bill Paxton, vero e proprio braccio della famiglia nonchè mattatore delle parentesi di caccia grazie ai suoi modi rozzi ed al fare clamorosamente gigionesco in pieno stile tamarro anni ottanta.
In una certa misura, le grandi e disturbate famiglie dell'horror, dai mutati di Le colline hanno gli occhi ai cannibali di Non aprite quella porta, per finire a Spaulding e ai suoi figli prediletti del dittico La casa dei 1000 corpi/La casa del diavolo passano tutte, quasi il tempo non esistesse, attraverso le gesta di frontiera romantiche e senza speranza - o quasi, perchè Caleb e Mae camminano su una fune tesa al limitare della luce - di questa pellicola, un viaggio intenso e sanguinoso attraverso le passioni vampiriche, gli esseri soprannaturali più schiavi del cuore che abbiano mai messo piede in questa parte "normale" di mondo.


MrFord


"And the devil in black dress watches over
my guardian angel walks away
life is short and love is always over in the morning
black wind come carry me far away."
Sisters of mercy - "Temple of love" -


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