MrFord
venerdì 22 aprile 2016
The last ship - Stagione 1
Produzione: TNT
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 10
Episodi: 10
La trama (con parole mie): l'equipaggio della nave da guerra della Marina degli Stati Uniti Nathan James, capitanata da Tom Chandler, è costretta ad una missione nell'artico di mesi con tanto di silenzio radio, apparentemente motivata dalla sperimentazione di armamenti ma in realtà legata a doppio filo alle indagini della dottoressa Rachel Scott, da tempo al lavoro su un potenziale vaccino per un'epidemia che i governi hanno predetto essere sul punto di scoppiare in tutto il mondo.
Tornati alla "civiltà" alla fine della missione, gli occupanti della Nathan James scopriranno che nel frattempo il virus ha avuto la meglio sulla civiltà, i governi sono crollati e sulla terraferma le comunità rimaste cercano di arrangiarsi lottando per sopravvivere anche le une contro le altre.
Come se non bastasse, all'urgenza di trovare una potenziale cura ed i rifornimenti per rimanere al largo, si aggiunge il pericolo costituito da una nave russa in cerca della dottoressa e dei suoi risultati e la minaccia di un conflitto nato in seno a quello che resta degli States sulla terraferma.
Come se la caveranno Chandler e i suoi uomini?
Ormai è più forte di me: non riesco proprio a farcela, a non subire il fascino del made in USA, specie se un pò tamarro e sopra le righe, che si tratti di Musica, Letteratura, Cinema o produzioni legate al piccolo schermo.
The Last Ship, giunta da queste parti assolutamente per caso, quando ai tempi presi un suggerimento telefonico del mio fratellino Dembo legato all'horror The Last Shift - che passerà a breve da queste parti - per un'imbeccata rispetto alla serie che ha adottato Eric "Dottor Bollore" Dane una volta chiusa la sua esperienza con Grey's Anatomy, prodotto in grado di mescolare le stelle e strisce di Salvate il soldato Ryan ed il survival di The Walking Dead, ho fatto finta di nulla e convinto Julez ad imbarcarci in una visione che, a conti fatti, si è rivelata assolutamente divertente e perfettamente inserita nel filone dei prodotti di puro intrattenimento indicati per questo periodo della nostra vita, considerati i pranzi e cene ormai dominati dalle chiacchiere a getto continuo del Fordino, pronto a chiedere spiegazioni su ogni titolo e scena così come a coinvolgere il sottoscritto in giochi ed evoluzioni pronte a far considerare alla signora Ford l'idea di avere a tavola due bambini di tre anni.
Tornando, comunque, a The Last Ship, devo dire che, pur non inventando nulla di nuovo - il plot è abbastanza classico, così come le atmosfere legate alle epidemie che, di fatto, dimostrano una volta di più che la minaccia più grande, in questi casi, sarebbe di gran lunga quella dell'Uomo, più che della malattia - nel corso delle sue dieci puntate non solo ha finito per affrontare situazioni e temi diversi tra loro grazie alle vicende occorse ai protagonisti, ma anche a lavorare molto bene sugli stessi, proponendo evoluzioni dei rapporti e dei charachters stessi davvero niente male, per un prodotto di grana grossa di questo genere.
E dalle battaglie navali a drammatici confronti nella giungla - inquietante l'episodio legato al boss del narcotraffico rifugiatosi in Costarica soggiogando un gruppo di locali neanche fosse in pieno delirio da film di Herzog -, dai faccia a faccia interni tra i membri dell'equipaggio all'escalation legata alla ricerca del vaccino da parte della dottoressa Scott - la Rhona Mitra divenuta famosa qui al Saloon per il suo ruolo in Doomsday -, per giungere alle drammatiche rivelazioni del season finale legato al primo contatto vero e proprio con il presunto governo - o quel che ne resta - degli Stati Uniti, il risultato è decisamente discreto e perfetto per veicolare una visione senza troppo impegno, impreziosita per quanto mi riguarda da un personaggio come Tex, praticamente da subito il preferito fordiano assoluto della serie.
Non sono certo qui a gridare al miracolo, eppure la curiosità di scoprire cosa attende l'equipaggio della Nathan James nel corso della seconda stagione è ben radicata, le potenzialità del titolo devono ancora essere completamente espresse, e l'impressione che possa rivelarsi una versione più tamarra ma paradossalmente profonda ed interessante del già citato The Walking Dead è ben più di un sospetto.
Speriamo bene, anche perchè tra navi, esplosioni, amicizia virile e momenti assolutamente fordiani, difficilmente troverò un'altra crociera così nelle mie corde.
MrFord
"And oh my love remind me, what was it that I said?
I can't help but pull the earth around me, to make my bed
and oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?"
I can't help but pull the earth around me, to make my bed
and oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?"
Florence + The Machine - "Ship to wreck" -
Maker's mark:
Adam Baldwin,
amicizia virile,
azione,
epidemie,
Eric Dane,
John Pyper Ferguson,
made in Usa,
morti ammazzati,
Rhona Mitra,
Serie tv,
soldati,
sopravvivenza,
survival
giovedì 21 aprile 2016
Thursday's child
La trama (con parole mie): dopo settimane di nulla assoluto, o quasi, una con almeno un titolo potenzialmente interessante come questa pare una manna dal cielo neanche il mio co-conduttore di rubrica nonchè acerrimo nemico Cannibal Kid avesse deciso di chiudere baracca e burattini e darsi ai the delle cinque come avrebbe dovuto fare già da anni.
Niente per cui strapparsi i capelli, ma considerata la situazione di questa smortissima primavera cinematografica, direi che ci sarebbe quasi da festeggiare.
Niente per cui strapparsi i capelli, ma considerata la situazione di questa smortissima primavera cinematografica, direi che ci sarebbe quasi da festeggiare.
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| "Non provate mai più ad ordinare un giro di White Russian senza di me, sono stato chiaro!?" |
Zona d'ombra – Una scomoda verità
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| "Cannibal non si è ancora deciso a dichiarare il ritiro: dovrò inventarmi qualcosa di estremo." |
Cannibal dice: Film
che ho già visto ma di cui al momento non ho ancora trovato
l'ispirazione per scriverne un post. Ce la farò, un po' come è successo
con Mistress America, oppure rinuncerò, come ho fatto con la speranza
che Ford scriva per una volta qualcosa di furbo?
Ford dice: film
che non ho ancora visto, ma che dal titolo originale - Concussion - mi
ispira una qualche mossa di wrestling pronta a costare una bella
commozione cerebrale a Cannibal Kid.
Le confessioni
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| "Quel dannato Ford ha pestato di nuovo Peppa Kid: speriamo che le sue condizioni non siano troppo disperate!" |
Cannibal dice: Film
tra i papabili per il Festival di Cannes 2016, alla fine non ce l'ha
fatta a entrare in Concorso e così eccolo già qui nelle nostre sale. La
pellicola di Roberto Andò dal trailer mi sembra un lavoro molto alla
Sorrentino, sarà per via della presenza di Toni Servillo, quindi
confesso che un'occhiata gliela darò volentieri. E confesso anche che
WhiteRussian è un blog che proprio non mi piace.
Per caso questo già si sapeva?
Ford dice: tipico
film finto autoriale italiano che non ho alcuna voglia di vedere. Un
po' come di leggere la prossima recensione made in Cannibaland di
qualche filmetto o serietta spacciati per Capolavoroni.
Codice 999
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| "Siamo pronti a procedere all'arresto del sospettato Marco Goi, colpevole di reati contro il Cinema." |
Cannibal dice: Più
che il 999, io chiamo il 112: allarme fordianata! Il regista del film è
John Hillcoat, quello di Lawless e The Road, e ho la sensazione che sia
il solito thriller criminale medio buono per il mio blogger rivale. Il
ricco cast potrebbe però portarmi a concedergli una visione. Se poi si
rivela troppo una fordianata, ho già l'ambulanza prenotata.
Ford dice: il
film non solo della settimana, non solo del mese, ma dell'ultimo paio,
considerate le uscite che ci sono state. Ho grandi aspettative rispetto
al nuovo lavoro di John Hillcoat, spero solo non mi deluda!
The Other Side of the Door
![]() |
| "Dicono che dietro questa porta si nasconda Ford: ho molta paura ad aprirla." |
Cannibal dice: Horrorino
paranormale che rischia di essere o una schifezza colossale, o solo una
schifezza media. E non so quale delle due possibilità sia peggio. Nel
primo caso almeno ci sarà da farsi qualche risata, proprio come con la
lettura di qualche post serioso su WhiteRussian.
Ford dice: horrorino
di bassa lega buono giusto per i pusillanimi come Cannibal Creed, al
quale lascerò volentieri l'incombenza della recensione.
Truman – Un vero amico è per sempre
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| "Ho saputo che alla guida dell'aereo c'è Ford." "Voglio un paracadute. Subito." |
Cannibal dice: Possibile
sorpresa della settimana. A frenarmi ci sono però due fattori. Il primo
è che c'è di mezzo un cane e io notoriamente non sono un loro grande
fan, soprattutto al cinema. Il secondo è che si tratta del film
trionfatore dei premi Goya 2016, gli Oscar spagnoli, e i vincitori delle
precedenti edizioni, La vita è facile a occhi chiusi e La isla mínima,
mi sono sembrati due dei film più sopravvalutati visti di recente. E
considerando che non c'è due senza tre, così come non c'è Ford senza
Cannibal, fate un po' voi i conti.
Mi sa allora che preferirò andare a vedere il film da me sceneggiato: Ford – Un vero nemico è per sempre.
Ford dice: il
Cinema spagnolo in passato ha regalato ottime cose, anche se, come
quello italiano, pare mancare attualmente dell'ispirazione dei giorni
migliori.
Per
il momento passo, anche in questo caso lasciando la patata bollente a
Peppa, che l'ispirazione dei giorni migliori non l'ha proprio mai avuta.
Sp1ral
![]() |
| "Che cazzo guardi, Cannibal!?" |
Cannibal dice: I
film di questa settimana mi danno quasi tutti una forte sensazione di
déjà vu, un po' come quando Ford annuncia di essere in dolce attesa per
l'ennesima volta. Di questo Sp1ral però sono più che convinto che ne
avevamo già parlato nella rubrica sulle uscite degli scorsi weekend. O
sbaglio?
Ford dice: ma
questo non l'avevamo già annunciato? La distribuzione italiana, ormai, è
messa perfino peggio di quel cattivo soggetto del Goi!
Grotto
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| "State attenti, ragazzi: la leggenda narra che Peppa Kid sia stato esiliato in questa grotta da Ford secoli fa." |
Cannibal dice: Film
vincitore del Giffoni Film Festival 2015. Cosa che significa: bambinata
fordianata clamorosa in arrivo. Vado a nascondermi in un grotto.
Ford dice: il
Giffoni mi ha sempre dato l'impressione di un festival buonista. E da
poco di buono direi che mi terrò ben lontano da questo titolo.
Abbraccialo per me
![]() |
| "Tranquillo, ti proteggo io da quei due bruti bloggers!" |
Cannibal dice: Pellicola buonista made in Italy della settimana a tematica materna, quindi perfetta per il di nuovo neo-mammo Ford.
Ford dice: invece
di abbracciare questo film, direi che mi divertirò di più a praticare
un paio di mosse di wrestling al mio avversario preferito. Il Cucciolo
Eroico.
Maker's mark:
antagonisti,
Cannibal Kid,
Cinema italiano,
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film per ragazzi,
horror,
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Ricardo Darìn,
rivalità,
Roberdo Andò,
Toni Servillo,
uscite in sala,
Will Smith
mercoledì 20 aprile 2016
Il libro della giungla
Regia: Jon Favreau
Origine: USA
Anno: 2016
Durata: 105'
Durata: 105'
La trama (con parole mie): il cucciolo d'uomo Mowgli, trovato solo nella giungla ed affidato ai lupi guidati da Akela dalla pantera Bagheera, è costretto ad abbandonare la sua famiglia adottiva a causa della minaccia rappresentata dalla tigre Shere Khan, predatore conscio della natura umana del bambino e deciso ad ucciderlo prima che possa crescere e diventare quello che lo stesso felino si aspetta.
Scortato proprio da Bagheera, Mowgli scoprirà, nel corso del suo viaggio attraverso la giungla, quanto le sue radici umane saranno fondamentali non solo per affrontare la nemesi felina, ma per guadagnare un posto unico all'interno del mondo animale una volta superate le difficoltà rappresentate dall'infido Kaa e del dispotico ed ambizioso re delle scimmie.
Le Legge della giungla, dunque, varrà anche per chi alla giungla, per natura, non appartiene?
Ai tempi delle scuole elementari e della mitica videoteca dell'altrettanto mitico Paolo, due Classici Disney si contendevano il primato delle visioni nell'allora casa Ford e la preferenza assoluta del sottoscritto: Robin Hood ed Il libro della giungla.
Alla notizia di una trasposizione cinematografica tutta effetti ed "umanizzazione" di quest'ultimo, ammetto di avere storto il naso - e non poco -, all'idea che i ricordi e l'affetto per quello stesso Classico potessero essere in qualche misura intaccati da questo esperimento, tra l'altro targato Jon Favreau, un mestierante di Hollywood che personalmente ho sempre particolarmente apprezzato, con le dovute proporzioni.
Devo ammettere, in questo senso, di aver recuperato il titolo in prima istanza solo ed esclusivamente in favore del Fordino, che con la sua fervente passione per gli animali sta di fatto definendo la direzione delle visioni pomeridiane di casa Ford quando sono lontano dal lavoro, tra documentari, cartoni animati o pellicole che richiamino in qualche modo la fauna terrestre, senza troppi pensieri a proposito di quello che potrebbe apparire ai miei occhi: il risultato, invece, occorre ammetterlo, è stato decisamente meno peggio del previsto, con una trasposizione dell'opera di Rudyard Kipling più adulta e meno effervescente del cult animato - che, musicalmente, continua a fare la differenza -, quasi "dark" - per quanto il termine possa passare, in questo contesto -, un buon ritmo ed una caratterizzazione da film di formazione quasi pre adolescenziale in grado quantomeno di tentare un difficile aggancio tra l'epoca in cui si è ancora bambini e quella in cui si pensa di essere già adulti.
Del resto, Il libro della giungla è, di fatto, un lavoro di costruzione, la descrizione del percorso di emancipazione di Mowgli che può essere considerato una rappresentazione di quello che ognuno di noi vive proprio a cavallo dell'adolescenza, e che ha ispirato altri cult di tempi recenti come Vita di Pi, a prescindere dalla questione "felina" del racconto.
Favreau, dal canto suo, conosce bene il mestiere ed i segreti grazie ai quali unire l'approccio mainsteam a quello più ricercato, di fatto limitando quello che l'egida Disney pone rispetto al pubblico più esigente - ed inutilmente pretenzioso, occorre dirlo - senza dimenticare l'impatto empatico sul pubblico che, al contrario, una pellicola finisce per volersela vivere, più giovani in primis - la lotta con Shere Khan in chiusura di pellicola richiama a gran voce l'ottima parte finale di Kung Fu Panda 3, amatissimo da queste parti -: per il resto, è una caccia alla citazione del film d'ispirazione ed alle differenze dallo stesso - ottima l'idea di sostituire il Kaa maschile alla versione femminile doppiata in originale da Scarlett Johansson - così come una cavalcata accanto ad un Mowgli irriverente ed istintivo ma non bambinesco, sostenuto da un mondo animale molto più umano di quanto potremo mai essere noi custodi e fruitori del rosso arbitro del destino della fauna del pianeta.
L'ideale approccio per questo Il libro della giungla è quello di un prodotto d'intrattenimento in grado di smuovere istinti primordiali in ciascuno di noi grazie ad una galleria di personaggi indimenticabili - e non parlo di influenze hollywoodiane, quando di Letteratura - sfruttati ottimamente, ed in grado di reggere il confronto con un precedente che ha fatto la Storia di almeno un paio di generazioni: forse non si tratterà della visione del periodo, o tantomeno dell'anno, ma di una più che discreta lezione su quello che può diventare il Cinema mainstream se poggiato su basi solide e portato in scena con grande professionalità ed empatia.
Onestamente, non saprei se la parte autoriale a tutti i costi della settima arte saprebbe fare altrettanto.
Alla notizia di una trasposizione cinematografica tutta effetti ed "umanizzazione" di quest'ultimo, ammetto di avere storto il naso - e non poco -, all'idea che i ricordi e l'affetto per quello stesso Classico potessero essere in qualche misura intaccati da questo esperimento, tra l'altro targato Jon Favreau, un mestierante di Hollywood che personalmente ho sempre particolarmente apprezzato, con le dovute proporzioni.
Devo ammettere, in questo senso, di aver recuperato il titolo in prima istanza solo ed esclusivamente in favore del Fordino, che con la sua fervente passione per gli animali sta di fatto definendo la direzione delle visioni pomeridiane di casa Ford quando sono lontano dal lavoro, tra documentari, cartoni animati o pellicole che richiamino in qualche modo la fauna terrestre, senza troppi pensieri a proposito di quello che potrebbe apparire ai miei occhi: il risultato, invece, occorre ammetterlo, è stato decisamente meno peggio del previsto, con una trasposizione dell'opera di Rudyard Kipling più adulta e meno effervescente del cult animato - che, musicalmente, continua a fare la differenza -, quasi "dark" - per quanto il termine possa passare, in questo contesto -, un buon ritmo ed una caratterizzazione da film di formazione quasi pre adolescenziale in grado quantomeno di tentare un difficile aggancio tra l'epoca in cui si è ancora bambini e quella in cui si pensa di essere già adulti.
Del resto, Il libro della giungla è, di fatto, un lavoro di costruzione, la descrizione del percorso di emancipazione di Mowgli che può essere considerato una rappresentazione di quello che ognuno di noi vive proprio a cavallo dell'adolescenza, e che ha ispirato altri cult di tempi recenti come Vita di Pi, a prescindere dalla questione "felina" del racconto.
Favreau, dal canto suo, conosce bene il mestiere ed i segreti grazie ai quali unire l'approccio mainsteam a quello più ricercato, di fatto limitando quello che l'egida Disney pone rispetto al pubblico più esigente - ed inutilmente pretenzioso, occorre dirlo - senza dimenticare l'impatto empatico sul pubblico che, al contrario, una pellicola finisce per volersela vivere, più giovani in primis - la lotta con Shere Khan in chiusura di pellicola richiama a gran voce l'ottima parte finale di Kung Fu Panda 3, amatissimo da queste parti -: per il resto, è una caccia alla citazione del film d'ispirazione ed alle differenze dallo stesso - ottima l'idea di sostituire il Kaa maschile alla versione femminile doppiata in originale da Scarlett Johansson - così come una cavalcata accanto ad un Mowgli irriverente ed istintivo ma non bambinesco, sostenuto da un mondo animale molto più umano di quanto potremo mai essere noi custodi e fruitori del rosso arbitro del destino della fauna del pianeta.
L'ideale approccio per questo Il libro della giungla è quello di un prodotto d'intrattenimento in grado di smuovere istinti primordiali in ciascuno di noi grazie ad una galleria di personaggi indimenticabili - e non parlo di influenze hollywoodiane, quando di Letteratura - sfruttati ottimamente, ed in grado di reggere il confronto con un precedente che ha fatto la Storia di almeno un paio di generazioni: forse non si tratterà della visione del periodo, o tantomeno dell'anno, ma di una più che discreta lezione su quello che può diventare il Cinema mainstream se poggiato su basi solide e portato in scena con grande professionalità ed empatia.
Onestamente, non saprei se la parte autoriale a tutti i costi della settima arte saprebbe fare altrettanto.
MrFord
"What am I supposed to do after we done everything that we've done?
Who is your replacement?
Are we still good? Are we still good?
Are we still good? Are we still good?"
Who is your replacement?
Are we still good? Are we still good?
Are we still good? Are we still good?"
Drake - "Jungle"-
Maker's mark:
amarcord,
amicizia,
animali,
Classici,
effetti speciali,
film di formazione,
Jon Favreau,
letteratura,
Neel Sethi,
personaggi cult,
sopravvivenza,
Walt Disney
martedì 19 aprile 2016
Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza
Regia: Roy Andersson
Origine: Svezia, Germania, Norvegia, Francia, Danimarca
Anno: 2014
Durata: 101'
Anno: 2014
Durata: 101'
La trama (con parole mie): Sam e Jonathan, venditori di scherzi e maschere non propriamente abili e non propriamente fortunati, si muovono attraverso veri e propri quadri ed epoche destinati a mostrare, attraverso il grottesco, l'ironia e l'assurdo, la grande commedia umana, soprattutto la sua parte legata a doppio filo al concetto di morte ed al suo rapporto con la stessa.
Un viaggio sconnesso e scombinato volto all'esplorazione, alla critica ed alla ricerca, tutto posato sulle spalle di personaggi nati per essere inesorabilmente outsiders: dove, dunque, condurrà il percorso dei ben poco eroici protagonisti?
Riusciranno a piazzare il nuovo articolo che cercano di spingere e riscuotere soldi dovuti o dovranno soccombere ad un Sistema più grande cantando canzonette per festeggiare la loro sconfitta?
Un viaggio sconnesso e scombinato volto all'esplorazione, alla critica ed alla ricerca, tutto posato sulle spalle di personaggi nati per essere inesorabilmente outsiders: dove, dunque, condurrà il percorso dei ben poco eroici protagonisti?
Riusciranno a piazzare il nuovo articolo che cercano di spingere e riscuotere soldi dovuti o dovranno soccombere ad un Sistema più grande cantando canzonette per festeggiare la loro sconfitta?
Era da tempo, ormai, che non mi capitava per le mani una bella scarica di bottigliate d'autore.
Ultimamente, infatti, che sia per la stanchezza legata alla quotidianità lavorativa o quella - decisamente più importante in tutti i sensi - legata agli impegni con i piccoli Ford, preferisco di gran lunga destinare le mie serate cinefile a proposte più leggere e legate all'intrattenimento, riservando ai titoli d'essai uno spazio limitato per le giornate più libere da impegni: Peppa Kid sarà pronto a dichiarare quanto, la contrario, mi sia rammollito, considerato che le ultime tempeste di bottigliate sono state, di fatto, figlie di stroncature "easy", ma come al solito quando è lui ad aprire bocca, poco importa, specie considerato che questa settimana è stata inaugurata proprio dal massacro del suo tanto caro Mr. Robot, e nonostante quello di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza potrebbe essere senza troppi problemi annoverato nel gruppo dei suddetti bocciati "con garbo".
Il lavoro di Roy Andersson, da molti radical considerato un Maestro e premiato con il Leone d'oro a Venezia, è indubbiamente notevole per tutto quello che riguarda l'aspetto tecnico, dalla messa in scena alla regia, dall'uso del primo e del secondo piano al piano sequenza, dalla fotografia alla prospettiva, che colloca questo film lungo una sorta di ideale confine tra Majewski e Sokurov, roba da "mica bruscolini".
Peccato che, a conti fatti, per poter considerare davvero una pellicola grande debbano essere tenute presenti anche altre cosine come la sceneggiatura, la capacità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile e raccontare allo stesso una storia così come dare un senso alla stessa: poco importa, infatti, che le idee ricordino il primo Kaurismaki - di tutt'altro livello rispetto a questo film, sia chiaro -, o che il grottesco riesca in alcuni passaggi a colpire nel segno, se a fare da contrappeso a tutte le qualità di questo Piccione si trovano novanta minuti e spiccioli di nonsense assoluto che pare una presa per il culo del pubblico giocata attorno a quelle che paiono improvvisazioni senza alcun senso.
Certo, io potrei essere ormai troppo pane e salame, ma sinceramente assistere a sequenze che vedono frasi fuori contesto ripetute quasi come un mantra come se dovessero, più che convincere o divertire, ipnotizzare l'audience, risulta essere una perdita di tempo non da poco per tutti quelli che devono lottare per guadagnarsi quello stesso tempo: ed è ormai lontana, almeno per il sottoscritto, l'epoca in cui bastava l'autorialità più o meno estrema di una pellicola per guadagnarsi da queste parti lo status di cult, così come, d'altro canto, si è abbassata la soglia di tolleranza per i film che paiono costruiti ad uso e consumo di un'elite che, probabilmente, neppure c'è, o di quelle giurie pronte ad andare in brodo di giuggiole per lavori apparentemente incomprensibili come questo.
Non sarò certo io a remare contro i prodotti da Festival, o di nicchia, ma trovo che sia davvero troppo facile - e questa volta mi risparmio il supponente, perchè quantomeno Andersson non trasmette questa sensazione - pensare di presentare un lavoro esteticamente ineccepibile ma, passatemi la definizione, eticamente scorretto come questo: il signor Andersson ed il suo Piccione, infatti, meriterebbero gli ormai noti - e quelli davvero cult - novantadue minuti di applausi del fantozziano "E' una cagata pazzesca!", in barba ai premi, ai leoni e a tutte le giurie pronte ancora a credere in un Cinema elitario e forzatamente colto.
Il giorno successivo alla visione, ho ripensato al re del grottesco, della satira e del "nonsense" della settima arte, Luis Bunuel, che, da bravo genio assoluto qual'era, riusciva e riesce tramite le sue pellicole a parlare a chiunque senza bisogno che qualche presunto critico o santone intellettuale debba farsi trovare pronto ad educare le masse per estrapolare significati che, chissà, forse neppure ci sono.
Del resto, ci sarà pure un motivo se il piccione è uno degli animali più inutili e ributtanti che possano esistere.
E non penso riguardi da vicino riflessioni sulla morte o sull'esistenza.
Ultimamente, infatti, che sia per la stanchezza legata alla quotidianità lavorativa o quella - decisamente più importante in tutti i sensi - legata agli impegni con i piccoli Ford, preferisco di gran lunga destinare le mie serate cinefile a proposte più leggere e legate all'intrattenimento, riservando ai titoli d'essai uno spazio limitato per le giornate più libere da impegni: Peppa Kid sarà pronto a dichiarare quanto, la contrario, mi sia rammollito, considerato che le ultime tempeste di bottigliate sono state, di fatto, figlie di stroncature "easy", ma come al solito quando è lui ad aprire bocca, poco importa, specie considerato che questa settimana è stata inaugurata proprio dal massacro del suo tanto caro Mr. Robot, e nonostante quello di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza potrebbe essere senza troppi problemi annoverato nel gruppo dei suddetti bocciati "con garbo".
Il lavoro di Roy Andersson, da molti radical considerato un Maestro e premiato con il Leone d'oro a Venezia, è indubbiamente notevole per tutto quello che riguarda l'aspetto tecnico, dalla messa in scena alla regia, dall'uso del primo e del secondo piano al piano sequenza, dalla fotografia alla prospettiva, che colloca questo film lungo una sorta di ideale confine tra Majewski e Sokurov, roba da "mica bruscolini".
Peccato che, a conti fatti, per poter considerare davvero una pellicola grande debbano essere tenute presenti anche altre cosine come la sceneggiatura, la capacità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile e raccontare allo stesso una storia così come dare un senso alla stessa: poco importa, infatti, che le idee ricordino il primo Kaurismaki - di tutt'altro livello rispetto a questo film, sia chiaro -, o che il grottesco riesca in alcuni passaggi a colpire nel segno, se a fare da contrappeso a tutte le qualità di questo Piccione si trovano novanta minuti e spiccioli di nonsense assoluto che pare una presa per il culo del pubblico giocata attorno a quelle che paiono improvvisazioni senza alcun senso.
Certo, io potrei essere ormai troppo pane e salame, ma sinceramente assistere a sequenze che vedono frasi fuori contesto ripetute quasi come un mantra come se dovessero, più che convincere o divertire, ipnotizzare l'audience, risulta essere una perdita di tempo non da poco per tutti quelli che devono lottare per guadagnarsi quello stesso tempo: ed è ormai lontana, almeno per il sottoscritto, l'epoca in cui bastava l'autorialità più o meno estrema di una pellicola per guadagnarsi da queste parti lo status di cult, così come, d'altro canto, si è abbassata la soglia di tolleranza per i film che paiono costruiti ad uso e consumo di un'elite che, probabilmente, neppure c'è, o di quelle giurie pronte ad andare in brodo di giuggiole per lavori apparentemente incomprensibili come questo.
Non sarò certo io a remare contro i prodotti da Festival, o di nicchia, ma trovo che sia davvero troppo facile - e questa volta mi risparmio il supponente, perchè quantomeno Andersson non trasmette questa sensazione - pensare di presentare un lavoro esteticamente ineccepibile ma, passatemi la definizione, eticamente scorretto come questo: il signor Andersson ed il suo Piccione, infatti, meriterebbero gli ormai noti - e quelli davvero cult - novantadue minuti di applausi del fantozziano "E' una cagata pazzesca!", in barba ai premi, ai leoni e a tutte le giurie pronte ancora a credere in un Cinema elitario e forzatamente colto.
Il giorno successivo alla visione, ho ripensato al re del grottesco, della satira e del "nonsense" della settima arte, Luis Bunuel, che, da bravo genio assoluto qual'era, riusciva e riesce tramite le sue pellicole a parlare a chiunque senza bisogno che qualche presunto critico o santone intellettuale debba farsi trovare pronto ad educare le masse per estrapolare significati che, chissà, forse neppure ci sono.
Del resto, ci sarà pure un motivo se il piccione è uno degli animali più inutili e ributtanti che possano esistere.
E non penso riguardi da vicino riflessioni sulla morte o sull'esistenza.
MrFord
"For just a Skyline Pigeon
dreaming of the open
waiting for the day
he can spread his wings
and fly away again
fly away skyline pigeon fly
towards the dreams
you've left so very far behind."
dreaming of the open
waiting for the day
he can spread his wings
and fly away again
fly away skyline pigeon fly
towards the dreams
you've left so very far behind."
Elton John - "Skyine pigeon" -
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