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domenica 6 dicembre 2015

Il giardino delle parole

Regia: Makoto Shinkai
Origine: Giappone
Anno: 2013
Durata: 46'





La trama (con parole mie): Takao, un liceale quindicenne abituato a vivere come un adulto e che coltiva il sogno di diventare un artigiano specializzato nelle calzature, adora la pioggia e sfrutta ogni giorno di brutto tempo per entrare più tardi a scuola e soffermarsi in uno dei giardini pubblici di Tokyo a disegnare modelli e riflettere.
Quando, in una delle sue ore di "fuga" incontra nel suo luogo preferito Yukari, una donna più grande di lui intenta a leggere sorseggiando birra e mangiando cioccolata, il suo mondo segreto viene turbato dalla presenza della stessa: da quel momento in avanti, la speranza, prima di Takao e dunque anche di Yukari, è che ogni giorno piova in modo da potersi incontrare e parlare delle proprie vite e dei sogni.
Quando Takao scoprirà che Yukari è in realtà una professoressa del suo stesso liceo allontanata dall'incarico per un sospetto legame con uno studente, l'equilibrio si rompe: dove porterà il loro rapporto, e la pioggia?










Nel corso degli anni, fin da quando, ai tempi dell'esplosione della passione del sottoscritto per il Fumetto, approcciai per la prima volta l'animazione nipponica, quest'ultima ha regalato al Saloon grandissime soddisfazioni, dal rivoluzionario Akira all'oscuro Ghost in the shell, passando per i Capolavori dello Studio Ghibli ed il lavoro straordinario di un altro grande artista scomparso troppo presto, Satoshi Kon: quando, dunque, la fama finisce per precedere un titolo proveniente dalla terra del Sol Levante le aspettative in merito finiscono per essere sempre altissime.
E' stato così, ai tempi, con prodotti stupendi - per motivi diversi - come Il vento dell'amnesia o Ninja Scroll, e più di recente con questo Il giardino delle parole, mediometraggio incensato spesso e volentieri come un commovente affresco al quale è impossibile resistere.
Come è accaduto, fortunatamente, poche volte in passato - ricordo la sonora dormita su I racconti di Terramare - il risultato, visione alle spalle, è stato quello di una parziale delusione: intendiamoci, il lavoro di Makoto Shinkai è tecnicamente strepitoso, animato alla grandissima, strutturato con criterio e, probabilmente, agli occhi di un quindicenne, incredibilmente struggente: peccato che non riesca, di fatto, ad abbattere i confini che il Tempo inesorabilmente pone nello spettatore quando cresce ed invecchia, come al contrario spesso e volentieri accade con i lavori di Miyazaki, in grado di parlare a chiunque dai tre ai centotre anni, e finisca per risultare un esercizio di stile che ai più stagionati tra noi apparirà come un cuginetto molto minore dell'indimenticabile Video Girl Ai.
Non ho voglia, però, di sminuire il valore di un'opera indubbiamente interessante che andrebbe visionata anche solo per la sua strepitosa resa visiva e l'attenzione ai dettagli - in alcuni passaggi pare quasi di trovarsi di fronte ad un film di fiction, tanto reali appaiono personaggi, movenze e cornice dell'azione -, ma semplicemente di dare una misura ad aspettative che potrebbero risultare dannose per la stessa o a giudizi decisamente eccessivi in merito - ormai si finisce per spendere un pò troppo facilmente la parola Capolavoro -: la vicenda di Takao e Yukari, ad ogni modo, finirà per conquistare con la sua semplicità, il suo essere in una certa misura molto "normale", dal sapore malinconico che momenti come la fine delle vacanze o di un ciclo di studi sanno essere.
L'incertezza di fronte alla solidità del sole e della realtà per come la conosciamo nella sua quotidianità di fronte alla certezza del piacere di evadere, sognare, trovare il proprio mondo, e non il proprio posto nel mondo: non sarà nulla di particolarmente clamoroso, ma spesso e volentieri è proprio "dal molto piccolo" - e torna alla memoria l'incipit dell'indimenticabile Grosso guaio a Chinatown - che provengono le scintille destinate a far nascere i fuochi più indomabili.
Del resto, nel corso dell'adolescenza di ognuno di noi è nascosta almeno una piccola, grande cotta che, finita bene o più probabilmente male, ha segnato il momento in cui tutti abbiamo cominciato a farci le ossa del cuore preparandoci a quello che sarebbe stata la vita, con le sue stagioni, il suo sole e la sua pioggia, consci che entrambi avrebbero contribuito a costruire quello che saremmo diventati.





MrFord





"I will walk... With my hands bound
I will walk... With my face blood
I will walk... With my shadow flag
into your garden
garden of stone."

Pearl Jam - "Garden" - 






domenica 2 novembre 2014

Fuori di testa

Regia: Amy Heckerling
Origine: USA
Anno: 1982
Durata: 90'





La trama (con parole mie): siamo nei primi anni ottanta in California, e gli studenti della Ridgemont High si preparano ad affrontare l'ennesimo tour de force scolastico. Per alcuni sarà l'ultimo, per altri il primo a portarli dall'altra parte della barricata e, dunque, nel pieno della vita da "adulti": assisteremo dunque alle peripezie sessuali e sentimentali di Stacy Hamilton, perplessa sulla prima volta e dunque alla ricerca di una storia d'amore, più che del sesso, e di suo fratello Brad, sconvolto dalla perdita del lavoro e della fidanzata storica, alla ribellione pacifica e casinara di Jeff Spicoli e dei suoi compagni dediti al surf e alle droghe leggere, alle teorie di conquista di Rat e Mike, prima che l'età adulta li proietti in un mondo che ancora conoscono soltanto in superficie, e che finirà per far sentire loro la mancanza dei tempi dei banchi di scuola.








Avete presente quei libri che, a giudicare dalla copertina, promettono vere e proprie scintille ma che, purtroppo per il lettore, una volta iniziata l'avventura tra le pagine si rivelano veri e propri fuochi di paglia? Se esistesse un corrispettivo cinematografico per questo tipo di esperienza Fuori di testa - lavoro di gioventù di Amy Heckerling, più nota per aver portato sullo schermo, tempo dopo, i titoli del brand Senti chi parla - ci starebbe dentro con tutte le scarpe.
Cast delle grandi occasioni - anche se allora si trattava solo di giovani promesse -, da Sean Penn a Jennifer Jason Leigh, passando per Judge Reinhold, Phobe Kates, Forest Whitaker, atmosfera eighties da far venire un groppo in gola a chi quegli anni li ha vissuti e chi, sfiorandoli, ha finito per sognarli, colonna sonora da urlo: eppure il risultato è tra i più piatti che uno dei decenni più scintillanti in materia di teen ed action movies abbia mai regalato al pubblico.
Probabilmente le colpe principali andrebbero imputate allo script, che parte dai presupposti del film corale per poi perdersi in vicende quotidiane senza mordente e completamente slegate l'una dall'altra, prive del sentimento e del pathos che l'epoca meriterebbe - paradossalmente, un film recente che è riuscito a coinvolgermi molto più di questo pur omaggiandone, di fatto, i tempi, è stato Take me home tonight - e lontane dalla qualità che i lavori del suo autore - un certo Cameron Crowe - avrebbero raggiunto in seguito - una su tutte, Almost famous -.
Un vero peccato, dunque, perchè se c'era un titolo sul quale potevo puntare nella selezione di teen movies imposti al sottoscritto dal rivale di sempre Cannibale era proprio questo, svanito invece come una bolla di sapone in un pomeriggio estivo senza lasciare un segno che non fosse la nostalgia per aver, di fatto, passato un'ora e mezza ad osservare una cornice senza quadro, o aver preso parte ad una festa sulla carta selvaggia con una selezione musicale da sbronza del secolo alla quale gli organizzatori hanno finito per dimenticare gli inviti. 
Eppure, ad essere onesti, le potenzialità c'erano tutte, da una Jennifer Jason Leigh passata da verginella a giovane avventuriera del sesso prima di scoprire di volere più di ogni altra cosa una vera storia d'amore al suo rapporto con la migliore amica Linda - lasciata troppo sullo sfondo, considerata la cotta che Brad, fratello di Stacy, ha per lei ed il rapporto da presunta "navigata" che mantiene con la stessa Stacy - ad uno Sean Penn simbolo della ribellione pacifica dei surfisti rispetto agli schemi della scuola e delle istituzioni, con tanto di quasi riconciliazione finale con l'odiato professore di Storia - altro charachter che avrebbe meritato maggiore spazio -: probabilmente, ai tempi, la priorità della produzione fu quella di confezionare un titolo che entrasse a far parte del filone divertito e divertente che aveva inaugurato Animal House senza, però, avere lo stesso appeal di titoli divenuti, con il passare del tempo, veri e propri cult.
Peccati di gioventù, dunque, per la Heckerling e Crowe, che entrambi, pur senza eccellere particolarmente, avrebbero finito per lasciarsi alle spalle in seguito, e tutti assolutamente perdonabili: resta però indubbio il poco carattere di questo Fuori di testa che tanto fuori non è, ed al quale non penserei di certo dovendo immaginare a mia volta una manciata di titoli simbolo tra i teen movies.
E approfittando di un genere che, al contrario, è più congeniale al Saloon e al sottoscritto, direi che il diritto di fregiarsi di questo adattamento è, resta e resterà saldamente in mano allo splatter davvero oltre ogni limite che Peter Jackson confezionò qualche anno dopo settando uno standard cui gli amanti dell'horror guardano con ammirazione ancora oggi.
Ma questa è un'altra storia.




MrFord




"She's got to be somebody's baby;
she must be somebody's baby;
she's got to be somebody's baby.
She's so....
She's gonna be somebody's only light.
Gonna shine tonight.
Yeah, she's gonna be somebody's baby tonight."
Jackson Browne - "Somebody's baby" - 




martedì 3 luglio 2012

21 Jump Street

Regia: Phil Lord, Chris Miller
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Schmidt e Jenko sono due ex compagni di liceo ritrovatisi all'Accademia di polizia. Ai tempi della scuola, il primo era il classico sfigato, mentre il secondo dominava i corridoi in lungo e in largo con i modi da bullo e la bella presenza.
Una volta realizzato di avere necessità l'uno dell'altro e diplomatisi i due ragazzi, divenuti amici inseparabili, riescono a combinare un casino tale con il loro primo arresto da essere riciclati e spediti nel distretto speciale di 21 Jump Street, che si occupa di infiltrare poliziotti sotto copertura tra gli studenti in modo da individuare spacciatori e fornitori di droga.
A seguito di un errore nell'interpretazione delle loro nuove identità, si ritroveranno a ruoli invertiti - Jenko il secchione, Schmidt l'atleta - in un liceo che non riconoscono più per geografia sociale degli studenti: confidando uno nell'altro, i due saranno costretti a maturare come poliziotti - si fa per dire - in modo da portare a termine la loro missione.



A volte si incontrano film senza alcuna pretesa, totalmente estemporanei ed assolutamente dimenticabili che, contrariamente ad ogni previsione, finiscono per essere i titoli giusti, nel posto giusto, al momento giusto.
Così è stato per 21 Jump Street, buddy movie al limite del demenziale ispirato alla serie che vide protagonista un giovanissimo Johnny Depp una ventina e poco più d'anni fa: giunto sugli schermi di casa Ford la sera successiva la cocente delusione di Detachment, il lavoro di Lord e Miller - già autori di Piovono polpette, che non avevo amato particolarmente - è riuscito a guadagnarsi la fiducia necessaria già dalle prime battute grazie ad una dose consistente di (auto)ironia, uno spirito easy perfetto per l'estate ed il relax che, a volte, richiedono le serate infrasettimanali funestate dal loro destino di sandwich tra una giornata e l'altra di lavoro.
Nei giorni precedenti alla visione avevo letto peste e corna delle avventure del duo Hill/Tatum nelle recensioni della critica "di cartellone", quasi unanime nel considerare questo film un insieme di volgarità gratuite buone solo a divertire autori e cast, e più che positive opinioni, al contrario, in giro per la blogosfera - Bradipo escluso -, un pò come era accaduto con un supercult scoperto troppo tardi dal sottoscritto come Strafumati.
Con i titoli di coda alle spalle - anche se, a dire il vero, è stata l'opinione che già dopo il primo quarto d'ora andava per la maggiore sul divano del salotto -, mi sento libero e felice di dichiarare che 21 Jump Street è un vero spasso, una goliardata che mescola abilmente alcuni spunti quasi metacinematografici - il monologo del mitico Ice Cube a proposito delle idee riciclate, chiaro riferimento allo stesso film, la sorpresa sulla sparatoria nel finale - ai classici e più volgari elementi tipici dei lavori del clan di Apatow o di Kevin Smith.
Il ritorno al liceo dei due protagonisti - l'ormai fin troppo smagrito Jonah Hill e lo statuario Channing Tatum - risulta divertito e divertente a partire dal disagio del secondo, ex bullo fuori luogo di fronte ad una generazione tutta cibi macrobiotici, rispetto reciproco ed alternativismo sfrenato - niente male anche il perentorio "tutta colpa di Glee" - che lo confina - complice l'errore sulle identità di copertura - tra i nerd della scuola e trova il suo completamento nella nuova fama da supercool di Schmidt, il primo a rimpiangere di essere nato negli anni sbagliati.
Come se non bastasse, risulta chiaro fin dal principio che le volgarità e la comicità sboccata - clamorosamente esilarante, sia chiaro - della pellicola nascondono, in realtà, un'ossatura da buddy movie tutto incentrato sull'amicizia che, oltre al già citato strafumati, mi ha ricordato Role models ed il più recente Una spia non basta: certamente non è nulla che rimarrà negli annali della settima arte, o sarà un riferimento del suo genere, eppure la visione scorre liscia come l'olio, il divertimento è assicurato, le risate anche, e l'approccio perfetto per una visione all'insegna della distensione rende questa pellicola un piccolo minicult da zero neuroni in pieno stile summer hit.
Ed è uno spasso vedere la coppia di protagonisti inanellare una scena trash dietro l'altra a partire dal primo confronto con la gang di bikers e l'arresto che costa loro il trasferimento a Jump Street fino al delirante inseguimento in macchina nel pieno della recita scolastica, da una mancata esplosione da film action all'altra: autori e cast si saranno sicuramente divertiti come matti nel corso della lavorazione, ma anche per gli spettatori non si prospetta nulla di meno.
Basta approcciare il tutto con il giusto spirito da spanzata selvaggia e rutto libero, lontani dalle pretese e dalle pretenziosità.
E chissà che, presi nel vortice e sull'onda dell'entusiasmo, non vi ritroviate come il sottoscritto a sperare che il riferimento finale ad un'operazione sotto copertura al college si trasformi in un sequel ancora più sguaiato e volgare.
Magari bello pronto per l'estate prossima.


MrFord


"May I have your attention please?
May I have your attention please?
Will the real Slim Shady please stand up?
I repeat, will the real Slim Shady please stand up?
We're gonna have a problem here.."
Eminem - "The real Slim Shady" -


giovedì 21 giugno 2012

Project X - Una festa che spacca

Regia: Nima Nourizadeh
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Thomas, Costa e J.B. sono tre amici non particolarmente famosi all'interno del loro liceo. Anzi, diciamo che tendenzialmente nessuno se li caga.
L'occasione del riscatto, per il gruppo, giunge con il diciassettesimo compleanno di Thomas: i genitori di quest'ultimo, infatti, hanno programmato una partenza per festeggiare il loro anniversario nel corso del weekend, lasciando la casa libera e parecchie regole da rispettare.
Costa, sfruttando la sua faccia tosta, da inizio ad un passaparola su una festa epica che si terrà dall'amico, finendo per scatenare un ritrovo di proporzioni bibliche dove alcool, droga, musica e follia domineranno la scena, ovviamente conditi dal desiderio di sesso facile che pervade queste occasioni.
Ora dopo ora, l'evento assumerà le sembianze di una sorta di ribellione al sistema dei giovani partecipanti, e diverrà, che i protagonisti vogliano o no, un punto di partenza per il resto delle loro vite.




Con l'estate ormai più che alle porte, pareva quasi d'obbligo un film che rinverdisse i fasti di Una notte da leoni, da qualche anno capostipite assoluto del genere hangover scanzonato e fracassone come stagione impone: la produzione, anche in questo caso, è legata allo stesso Todd Phillips creatore della fortunatissima saga degli addii al celibato più clamorosi della Storia insieme a quello del sottoscritto - prima o poi avrò modo di raccontarne -, e l'approccio del mockumentary - o presunto tale - è sfruttato in modo da accorciare il più possibile le distanze tra il pubblico ed i protagonisti.
La visione della pellicola di Nourizadeh mi aveva indirizzato verso un altro voto ed un altro tipo di post, ma l'interessante punto di vista di Rumple ha cambiato anche le mie carte in tavola in proposito, così, anche rispetto ad uno dei film più a neuroni zero dell'ultimo periodo, mi sono ritrovato perfino a riflettere: volontariamente oppure no, secondo il già citato omonimo del buon Tremotino, lo script e le vicende di Project X divengono, di fatto, una sorta di terrificante ritratto della gioventù attuale, disposta a sacrificare tutto quello che si ritrova ad avere - casa, amicizie, amori, macchine e chi più ne ha più ne metta - in nome di una ribellione che ribellione non è, perchè mossa principalmente dal più basso degli istinti di sopravvivenza negli anni delle scuole superiori - ovvero non essere considerati degli sfigati - e dal più basso degli istinti di sopravvivenza del resto della vita - ovvero il sesso -.
Per quanto, però, l'ipotesi risulti assolutamente valida ed affascinante, non sono riuscito davvero a sentirmi particolarmente turbato dai risvolti "sociali" di questo film: ogni generazione, probabilmente dall'alba dei tempi, ha sempre visto la successiva come una sorta di ammasso di disperati votati al nulla e senza alcuna vera prospettiva o valore - positivo o negativo che fosse -, e probabilmente la nostra non sarà da meno, così come quella dei Thomas e dei Costa.
Il "grido" dei giovani protagonisti è più, a mio avviso, una sorta di affermazione di se stessi esasperata, ovviamente, dal consolidato format hangover-style inaugurato dal già citato Una notte da leoni: pur sforzandomi, non sono riuscito a rimanere sconvolto per la presunta mancanza di profondità dei "ragazzacci" - in realtà molto figli di papà - creatori di questa festa del secolo, che in nome del party selvaggio e della notorietà derivatane paiono disposti a passare sopra a tutto il resto, fedine penali e stabilità economica comprese.
Al contrario, ho avuto la sensazione di aver assistito ad un tentativo di cavalcare l'onda del successo di un certo stile di Cinema cazzaro e sguaiato senza raggiungere neppure livelli altissimi - ma neppure medi, a ben guardare - di tecnica e divertimento: in questo senso il modello di precedenti come SuXbad rimane assolutamente ad un altro livello rispetto allo stile videoclipparo e rumoroso di Nima Nourizadeh, che se si fosse trovato costretto in fase di post produzione a tagliare tutte le sequenze regolate da un montaggio frenetico con la musica pompata al massimo ed il bombardamento di immagini della festa avrebbe visto il suo film ridursi praticamente ad un cortometraggio.
Anche sul fronte risate, nonostante gli sforzi fatti per costruire il personaggio di Costa come una sorta di novello Bluto, i momenti davvero esilaranti scarseggiano, e anche le trovate migliori hanno il sapore del già visto, specie considerate le (dis)avventure cui ci hanno abituato Phillips ed Apatow con i loro seguaci negli ultimi anni: perfino cose decisamente più soft - almeno sulla carta - come Le amiche della sposa sono riuscite a divertirmi in misura maggiore di questo tentativo teen di imitare un genere che, a quanto pare, rende molto meglio quando è legato ad un "lasciarsi andare" del mondo adulto.
O forse, chissà, sto anche io facendo un discorso generazionale simile a quello di cui scrivevo poco sopra.
Certamente una lettura di questo tipo pare strana ed indubbiamente "alta" per quello che è, di fatto, un inno alla devastazione selvaggia da festa ancora più selvaggia, ma non pensate di avere a che fare con una sorta di film miracolato: Project X è davvero molto, molto meno di quello che è davvero.
Perchè si atteggia a nuovo punto di riferimento senza sapere di essere una piccola, piccola parte di qualcosa di infinitamente più grande normalmente noto come Cinema.
Più o meno quello che succede a tutti noi da adolescenti, quando in lotta con il mondo non vorremmo fare altro che radere al suolo ogni cosa e farci notare, anche quando giuriamo di no.
Più o meno quello che succede quando, una volta cresciuti, guardiamo gli adolescenti ridendo del loro dibattersi e liquidandolo con un buffetto sulla spalla ed un atteggiamento da persone vissute.
Generazioni, appunto.
Di Project X ce ne saranno altri.
E non occorrerà rimanere turbati dal fatto che ci sarà qualcuno - chissà, forse uno dei tanti Thomas, o Costa, o J.B. - che potrà considerarlo come l'agghiacciante ritratto di una generazione senza valori.
 Saranno solo invecchiati, e non vedranno più la lotta allo stesso modo.


MrFord


"So let's get a party going (let's get a party going)
now it's time to party and we'll party hard (party hard)
let's get a party going (let's get a party going)
when it's time to party we will always party hard
party hard (party hard, party hard, party hard party hard, party hard, party hard party hard, party hard, party hard...)"
Andrew W. K. - "Party hard" -


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