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giovedì 11 ottobre 2012

Dutch è molto meglio di papà

Regia: Peter Faiman
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Dutch Dooley, figlio di operai che ha fatto fortuna come costruttore, ha da poco stretto un legame sentimentale con Natalie, ex moglie di un borioso magnate della finanza dal quale ha avuto un figlio ormai adolescente snob, asociale e dall'ego decisamente troppo grande per un ragazzino. All'ennesima buca rifilata al giovane dal padre, Dutch si offre di andare a recuperare il ragazzo nella sua scuola privata in Georgia per riportarlo a Chicago in macchina, in modo da cercare di rompere il ghiaccio con Doyle - questo il nome del figlio di Natalie - e riavvicinarlo alla madre, che lo stesso vede come causa di tutti i problemi della famiglia.
Il panesalamismo di Dutch verrà messo a dura, durissima prova durante un road trip che si rivelerà ben più difficile di quanto l'uomo non potesse pensare.




Alla nutrita schiera di pellicole che fecero la storia delle visioni del piccolo Ford a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta passate dalle parti del Saloon mancava ancora uno dei titoli più consumati dal mio vecchio videoregistratore ai tempi della scuola media, un film decisamente troppo poco conosciuto eppure ancora oggi in grado di divertire il sottoscritto, oltre ad essere in grado di aprire l'ennesimo ponte con un passato più che mitico.
Dutch è molto meglio di papà, scritto dal John Hughes che tutti i fan della commedia ben conoscono e diretto dal Peter Faiman di Mr. Crocodile Dundee, è un ancora piacevolissimo film di formazione giocato sui rapporti tra padri e figli, un road movie dal ritmo sostenuto poggiato sulle spalle dell'Ed O'Neill tornato alla ribalta di recente con Modern family: il suo Dutch, pane e salame almeno quanto il vecchio Dundee, si accolla la "missione" di riportare su binari di sentimenti e vita vissuta Doyle, figlio della compagna Natalie viziato e cresciuto nel mito del ben poco sopportabile padre, che il ragazzo continua a vedere come una sorta di leggenda cui la madre ha fatto un torto dietro l'altro.
Ovviamente, come in tutti i film di questo genere, il rapporto tra i due protagonisti sarà burrascoso fin dal principio, dando libero sfogo alla mano di Hughes rispetto a gags molto fisiche - ricordiamo che il buon John fu padre, tra gli altri, anche di Mamma ho perso l'aereo - con protagonisti i due decisamente poco amichevoli compagni di viaggio, che cercheranno ad ogni occasione di rendere il tragitto dell'altro un vero e proprio inferno neanche io e il Cannibale decidessimo di intraprendere un coast to coast all'italiana per recarci ad un qualche premio ovviamente da conterderci all'ultimo sangue.
A questo punto inizia il tripudio di ricordi e risate in bilico tra i giorni in cui io e mio fratello rivedevamo questo film almeno un paio di volte la settimana ed il futuro, quando penso al momento in cui, chissà, avrò la possibilità di guardarlo insieme a mio figlio: dalla lotta nella camera dello studentato di Doyle ai fuochi d'artificio, dall'incontro con le prostitute - uno dei must dell'allora casa Ford, con le espressioni di Ed O'Neill dopo aver ingoiato la crema per le mani a piegarci dal ridere ad ogni visione - a quello con i guardiani, il rapporto tra Doyle e Dutch è una sorta di educazione da strada che porta il ragazzo a scoprire un mondo fino a quel momento distante anni luce dalla sua condizione di benestante viziato che già avevo amato in Over the top, e che allo stesso modo porta ad una presa di coscienza dell'adolescente protagonista rispetto all'essere uomo e alla crescita, al fare affidamento su se stessi e le proprie forze così come imparare a vedere i sacrifici che soprattutto le madri fanno per assicurarsi la felicità dei figli anche a scapito della loro.
Come in ogni prodotto per ragazzi made in USA che si rispetti, poi, c'è spazio anche per i buoni sentimenti, e ai tiri mancini di Doyle e Dutch si contrappone un crescendo finale decisamente meno casinaro e più votato al "film per tutti": eppure è un "per tutti" che funziona, rispolverando l'atmosfera dei titoli "da pomeriggio" che hanno caratterizzato la mia infanzia e regalando anche un finale impreziosito dall'anello di Dutch, inguardabile eppure assolutamente utile quando si tratta di chiudere questioni in sospeso con boriosi miliardari dalle tendenze megalomani.
Un altro piacevole ritorno, dunque, ai tempi magici in cui tutto pareva possibile, ed uno dei titoli che, in questo particolare momento della mia vita in cui la paternità comincia ad affacciarsi rispetto al quotidiano, mi fanno sognare il momento in cui potrò rivivere quei momenti di cui conservo ricordi così fantastici attraverso gli occhi del piccolo Ford, che forse mi prenderà anche a calci come Doyle fa con Dutch, ma al quale spero il viaggio al mio fianco servirà per capire che questo vecchio cowboy vuole solo insegnargli tutto quello che sa, e che ha amato.
 


MrFord


"I'd get it one piece at a time
and it wouldn't cost me a dime
you'll know it's me when I come through your town
I'm gonna ride around in style
I'm gonna drive everybody wild
'cause I'll have the only one there is a round."
Johnny Cash - "One piece at a time" -


domenica 26 agosto 2012

Mr. Crocodile Dundee

Regia: Peter Faiman
Origine: Australia
Anno: 1986
Durata:
97'




La trama (con parole mie): Mick Dundee, un cacciatore di coccodrilli che vive placidamente nei territori più selvaggi dell'outback australiano, salva da un destino poco felice una reporter americana che sfrutta l'incontro e decide di portare l'eccentrico uomo a New York per un'intervista che potrebbe valerle molto come giornalista.
L'uomo, poco avvezzo ai ritmi e alle vicissitudini della moderna vita di città, troverà un passo alla volta la misura di una giungla d'asfalto diversa da quella cui lui è abituato ma non per questo meno spietata o selvaggia: e tra un criminale rimesso al suo posto grazie al coltello da caccia ed un'insolita camminata sulla folla, ci sarà tempo per il vecchio Dundee di trovare perfino l'amore.





Ho due ricordi ben distinti di questo film tamarro e scombinato come solo le proposte anni ottanta - e, spesso e volentieri, gli australiani - possono essere: il primo va ricercato negli anni dell'infanzia, quando lo vidi per la prima volta e sognai - oltre all'Australia - di diventare un duro che viveva in mezzo al nulla e finiva per spaccare qualche culo anche nella grande città degli yuppies - del resto, eravamo nel pieno degli eighties di Wall Street ed affini -.
Il secondo ha il ritmo delle sospensioni del bus guidato da Max, la guida che condusse me, Julez ed una decina di altri aspiranti esploratori attraverso l'immenso Kakadu National Park, facendoci scoprire angoli di bellezza mozzafiato, nuotare in lagune splendide avvertendoci di fare attenzione ai "freshy" - coccodrilli d'acqua dolce, meno pericolosi dei loro parenti "salty" ma comunque da lasciare in pace -, avvisando quando giungeva il momento di acquistare l'alcool per la serata perchè nei cento o duecento chilometri che ci separavano dal campo tendato non avremmo più incontrato alcun segno di civiltà.
Proprio su quel bus, nel pieno rispetto di quello che è ormai un costume locale, la nostra decisamente imponente guida ci propose una visione di quello che è uno dei simboli del Cinema australiano d'esportazione: Mr. Crocodile Dundee.
Spinti dall'esaltazione di essere stati in alcuni dei luoghi delle riprese, aver scoperto dettagli incredibili di quelle zone - pitture rupestri sfruttate dagli aborigeni per segnalare le zone "cattive", ovvero quelle parti del Kakadu ricche di elementi radioattivi nel sottosuolo, responsabili di malanni che venivano identificati con innaturali rigonfiamenti attorno alle articolazioni degli uomini nei disegni - ed aver visitato il drugstore dove è conservato imbalsamato il bufalo "ipnotizzato" dal granitico Mick Dundee nel corso del film - campeggia accanto al computer la foto di Julez nella stessa posa di Dundee -, la visione down under della pellicola firmata Peter Faiman fu clamorosamente divertente, e ancora oggi è uno dei ricordi più sopra le righe di un viaggio fantastico, decisamente il più bello della mia vita.
Realizzato come una sorta di parodia dei modi made in Usa - la reporter Sue rappresentava tutta la fighetteria lontana anni luce dal panesalamismo australiano, simile a quello che qui in Europa riescono a sfoggiare soltanto i fantastici irlandesi - divenne ai tempi una sorpresa al botteghino andando da subito a collocarsi tra i cult più tamarri del decennio rendendo il protagonista Paul Hogan una star nota in tutto il mondo - e spianando la strada a due purtroppo poco riusciti sequel - divenendo, di fatto, uno dei simboli dell'Australia almeno quanto la hit Down under realizzata dai Men at work, bellissimo pezzo che ancora oggi, ad ogni ascolto, mi provoca un misto di gioia e malinconia per luoghi ai quali farei ritorno prima di subito.
Forse non staremo parlando del film del secolo, e neppure del più sguaiato dei titoli figli di un decennio più che prodigo da questo punto di vista, eppure per tutti coloro che amano l'Australia e la sua gente, i suoi luoghi e le sue stranezze, o anche per chi la sogna ancora - e a tutti loro dico: fate il possibile per andarci, è una meraviglia che non dimenticherete mai - questo è un titolo assolutamente imprescindibile, nonchè divertente nel suo confronto tra la down under e l'american way of life.
E come se non bastasse, riesce ad alimentare la curiosità rispetto ad una vita selvaggia a contatto con predatori di ogni tipo - coccodrilli su tutti: e vi assicuro, quei ragazzoni fanno davvero una discreta impressione, specie mentre mangiano - neanche fosse una puntata dello show del compianto Steve Irwin così come a mescolare gli elementi di una commedia romantica con l'approccio da duro di un protagonista indimenticabile.
Per essere un film nel quale inizialmente neppure i produttori credevano, direi che è abbastanza.


MrFord


"Do you come from a land down under?
Where women glow and men plunder?
Can't you hear, can't you hear the thunder?
You better run, you better take cover."
Men at work - "Down under" -


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