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mercoledì 12 giugno 2013

Il cecchino

Regia: Michele Placido
Origine: Italia, Francia, Belgio
Anno: 2012
Durata: 89'




La trama (con parole mie): Vincent Kaminski, cecchino formidabile ed ex membro delle forze speciali, da tempo ha abbandonato le istituzioni per aggregarsi alla banda di rapinatori di banche guidata dall'amico Nico, famoso per non essere mai stato catturato dalla polizia francese e non aver mai mietuto una sola vittima.
Quando un colpo non va come previsto e Nico viene ferito, Vincent dispone che il bottino non sia toccato prima del suo ritorno: ma all'interno del gruppo qualcuno sta già pensando di cambiare le cose, ed il cecchino si troverà braccato dalla polizia, dai traditori che hanno distrutto la banda dalle fondamenta ed intento a rimettere insieme i cocci, portandosi a casa anche un pò di vendetta.
Questo sempre che il detective Mattei, legato a Kaminski a causa della misteriosa vicenda che vide suo figlio morire sotto le armi, non ci metta lo zampino.




Negli ultimi due anni abbiamo assistito, praticamente di pari passo, ad una progressiva e continua evoluzione del Cinema francese cui ha risposto una progressiva e continua involuzione di quello italiano. Mentre i nostri cugini producevano cose come The artist, Quasi amici e Holy motors qui da noi ci si è accontentati di vivacchiare sulle proposte "di cassetta" - per essere gentili - e su robetta pseudo-autoriale distribuita in due sale e troppo radical chic per essere davvero presa sul serio.
A cercare di invertire la tendenza si è posto come un baluardo Michele Placido, attore che dietro la macchina da presa non se l'è mai cavata malaccio - Romanzo criminale ed il più recente Vallanzasca non avevano affatto sfigurato -, alle prese con un titolo che, almeno sulla carta, si presentava come una di quelle rasoiate crime nello stile di Melville che in tempi più recenti hanno visto in Johnnie To il loro più importante riferimento.
Peccato che, nonostante questo tipo di premesse, il risultato sia talmente vergognoso da far venire la pelle d'oca, i brividi ed anche un pò di cagotto, considerato che, probabilmente, in Francia staranno pensando che non ci bastava fare figuracce a casa nostra, ma abbiamo scelto di ripeterci anche da loro, coinvolgendo nella debacle perfino un attore consumato come Daniel Auteil - normalmente una sicurezza, in questo caso solo un volto bolso e stanco per un personaggio impalpabile - ed un ormai ex regista - dopo L'odio il nulla, mi verrebbe da scrivere - come Mathieu Kassovitz, che sinceramente nella parte del cecchino freddo come il ghiaccio e spaccaculi sta come Jason Statham con il tutù ne Il lago dei cigni.
Come se non bastasse, ai due volti d'oltralpe Placido affianca la raccomandatissima figlia - neanche fosse Will Smith - e Luca Argentero, che sarà pure bello e simpatico, ma con la recitazione c'entra come Sly in tutù accanto a Jason Statham nella suddetta rappresentazione di danza.
Eppure, tutto questo è nulla a confronto di un film povero sia in fase di sceneggiatura - tutti i passaggi appaiono telefonatissimi fin dalla prima sequenza - che di montaggio - una cosa che definire amatoriale appare quasi una bestemmia -, tagliato con l'accetta e banale, che vorrebbe richiamare i classici del noir transalpino e cose notevoli e più recenti come Nemico pubblico  N. 1 - che raccontava la vicenda di un volto fondamentale della criminalità francese, Jacques Mesrine - ma che fallisce su tutti i fronti, da quello prettamente d'azione all'approfondimento dei personaggi, poco incisivi e scritti ancor peggio di quanto non siano stati interpretati.
In tutta onestà, speravo che la trasferta di Placido si fosse tradotta in qualcosa di almeno meritevole di una visione, che salvasse la faccia portando a casa la pagnotta senza necessariamente dover raccogliere premi o consensi da grande Festival: l'impalpabile e pessimo risultato è specchio dello stato di salute in cui versa la nostra settima arte, soffocata da una distribuzione assurda e da sovvenzioni statali che coprono solo i grandi nomi per non lasciare che briciole ad eventuali giovani di talento con qualche idea nel cassetto che non sia riciclare - e male - generi triti e ritriti come ha fatto l'ex Commissario Cattani in questo caso.
Un vero peccato, perchè in qualche modo il decisamente poco simpatico Placido si era imposto ormai come una sorta di esperto nostrano del crime movie, uno tra i pochi ad avere le carte in regola per costruire lavori di respiro almeno in parte internazionale: evidentemente chi l'aveva difeso almeno in parte - e mi ci metto anch'io - l'aveva anche molto sopravvalutato, e questo grigio poliziesco senza fronzoli - ma anche senza qualità - aperto come se dovesse lasciare senza fiato e chiuso con un finale da lasciare a bocca aperta per l'imbarazzo altro non è che il volto in questo momento presentato dall'Italia all'estero.
E purtroppo in questo caso il Cinema non è che lo specchio dello stato di salute della società.


MrFord


"This is our vengeance.
Orphan of broken dreams:
your word isn't what it seems.
You're jealous and weak:
stay humble and meek
and one day you might succeed."
Woe, is me - "Vengeance" - 


sabato 1 ottobre 2011

L'odio

Regia: Mathieu Kassovitz
Origine: Francia
Anno: 1995
Durata: 98'



La trama (con parole mie): Vinz, Hubert e Said sono tre ragazzi dalle differenti origini che vivono in una delle turbolente periferie parigine percorse da tumulti razziali e rabbia nei confronti della polizia. 
I focolai di lotta e gli atti di violenza hanno avuto un'impennata che ha portato a scontri sempre più aspri a seguito dei quali è rimasto gravemente ferito Abdel, un giovane del quartiere, e pare che un agente abbia perso la sua pistola.
A trovarla è lo stesso Vinz, che giura agli amici di essere pronto a pareggiare il conto se Abdel dovesse morire a seguito delle ferite riportate.
In un clima di tensione crescente vissuto in equilibrio con le tipiche spacconate da ragazzi, i tre amici vanno e tornano dal centro di Parigi scoprendo una nuova dimensione del loro rapporto nella speranza che quel "fino a qui tutto bene" possa durare il più a lungo possibile.



Esistono alcuni film che, praticamente dal momento della loro uscita, assumono tutti i connotati di cult per definizione, quasi portassero con loro una magia particolare destinata a raggiungere il cuore degli spettatori indipendentemente dai loro gusti, dalla provenienza o dal passare del tempo: L'odio è senza dubbio uno dei membri onorari di questo circolo esclusivo, nonchè una delle pellicole decisamente più importanti degli anni novanta, una sorta di piccolo Pulp fiction europeo che anno dopo anno è stato in grado di conquistare l'audience di sempre nuove generazioni, come ho potuto constatare io stesso quando, neppure troppo tempo dopo la prima visione del sottoscritto, mio fratello ne rimase completamente sedotto e le gesta di Vinz, Hubert e Said divennero un appuntamento almeno settimanale in camera nostra, con la videocassetta che entrava ed usciva dal videoregistratore quasi allo stesso ritmo delle pellicole di Tarantino, Quei bravi ragazzi e Scarface.
A distanza di ormai sedici anni dalla sua uscita, la pellicola di Kassovitz mantiene intatto il fascino di allora, risultando addirittura profetica nell'analisi della situazione di disagio delle periferie - sicuramente aumentato nel corso degli ultimi anni - e ancora attuale nel mostrare le dinamiche che muovono i giovani figli di quello stesso disagio in cerca di un paracadute per la caduta che fa da cornice, sfondo e spessore ai caratteri dei tre protagonisti, tutti consci - chi più, chi meno - del fatto che nulla potrà fermare il loro inesorabile precipitare, e l'unica speranza alimentabile resta quella di finire a terra rompendosi qualche osso, invece di sfracellarsi come l'ultima delle poltiglie sanguinolente.
L'insistita ostentazione di Vinz, la leggerezza di Said e la granitica resistenza di Hubert sono tutto il cuore che gli stessi ragazzi non potranno mai mettere nella vita, perchè il copione già scritto di un film in cui la Torre Eiffel non si spegnerà mai ad un gesto della mano o lo farà, quasi come una beffa, un secondo troppo tardi, prevede che quelli come loro siano l'espressione di una rabbia e di una condizione che pare necessaria all'odierna realtà del mondo, che per ogni centro città dove i videocitofoni nascondono spacciatori folli e citazioni cinefile - da manuale la sequenza della visita ad Asterix - si richiede un tributo in termini di vite spese e consumate da questo odio destinato a creare soltanto altro odio, altra rabbia, altre esistenze bruciate ed insoddisfatte all'ombra di quella che si suppone possa essere modernità.
Ma L'odio - il film, questa volta - è tanto denuncia quanto leggerezza, ed il viaggio dei tre protagonisti diviene un'irresistibile occasione per mostrare le sfaccettature di un'amicizia di formazione che passa dagli spinelli alla musica - da urlo la colonna sonora -, dai cazzotti alle prese in giro, dalle riflessioni sulla vita a quelle cazzate che, vissute con la compagnia giusta, assumono un'aura praticamente mitica fin dal momento che le ha spinte dritte nei ricordi - l'aneddoto del vecchio nel cesso pubblico è un altro momento da antologia -.
L'odio - di nuovo la pellicola - è denuncia e leggerezza, ma - occorre ricordarlo - la cronaca di un'inesorabile precipitare: è la storia dell'uomo che cade da un palazzo da cinquanta piani, e ad ogni piano continua a ripetersi "fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene".
Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.
Vinz, Said e Hubert lo sanno bene, perchè l'hanno provato sulla pelle.
E noi, dove finiremo?
Soprattutto, come!?

MrFord

"Encore un jour se lève sur la planète France
je sors doucement de mes rêves, je rentre dans la danse
comme toujours, il est huit heures du soir, j'ai dormi tout le jour
je me suis encore couché trop tard, je me suis rendu sourd."
Saez - "Jeune et con" -
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