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giovedì 8 febbraio 2018

Thursday's child




Proseguono le ospitate al fulmicotone nella rubrica a tre più celebre e spumeggiante della rete: per una settimana che potrebbe rivelarsi ricca di novità potenzialmente interessanti, al vecchio cowboy ed al suo sgradito compare Cannibal Kid si aggiunge nientemeno che Aldo Magro, che è riuscito nella non facile impresa di mantenere il livello di questa rubrica all'altezza delle vette raggiunte nelle ultime settimane grazie ad ospitate esplosive.
Fuoco dunque alle polveri, e state tutti pronti anche a questo giro.


"Ma secondo te possiamo fermare i terroristi anche in bicicletta?" "Ford dice di sì."

THE PARTY

"Lo sapevo che non dovevo dare ascolto a Cannibal e sposarmi con Aldo Magro: fa strani riferimenti ai cavalli!"

Aldo Magro: Be’, che dire, sono piacevolmente sorpreso di aver evitato una ospitata da Fabio Fazio per poter esser oggi presente qui. Almeno avevo una scusa plausibile per risparmiarmi lo strazio di Fazio, dato per certo che ora non mi chiamerà mai più sapendo che sono apparso non nello straordinario mondo di Gumball ma in quello dei blogger Cannibal e Ford, duo sicuramente degno di riempire il vuoto lasciato dalla coppia Boldi-De Sica. Sapendo di questa ospitata, ho trascorso un po’ di ore nel cercare di capire cosa indossare tra un trench coat e una delle due giacche industriali di Di Maio. Alla fine, dopo una votazione su internet, ho optato per una delle due giacche industriali di Di Maio. Quindi se lo vedrete in televisione con una giacca macchiata di caffè è perché non aveva a disposizione l’altra. Ma basta con queste quisquilie e veniamo alla ragione per la quale sono scomodamente qui: i film della settimana. Ecco or bene che si parte alla grande con The Party, diretto da Sally Potter e presentato in concorso al festival di Berlino. Ovviamente il film non l’ho visto ma tra le proposte in elenco è probabilmente quella che mi stuzzica di più. Per farla breve si parla di gente in casa e di verità scomode. Come non citare quindi il bronzo ma anche Festen di Thomas Vinterberg o i nostrani Parenti serpenti e il più recente Perfetti sconosciuti? È sempre bello osservare come un manipolo di gente che finge di volersi bene poi arriva quasi ad ammazzarsi; alla faccia dell’ideale comunitario di Platone. Tra l’altro l’ideale utopico-aristocratico del filosofo greco pare trovare nel film della Potter la conferma del suo opposto: il conservatorismo antidemocratico. Di cosa sto parlando esattamente? Non lo so. Era per fare la figura del tipico ospite, cioè ogni tanto buttare lì una supercazzola.
Cannibal Kid: Beccati questa, Fabio Fazio! Un ospite come Aldo Magro te te lo sogni. E poi, anche quando hai un ospitone, lo sprechi con un'intervistella inutile e... faziosa. Basti vedere quella a David Lynch di qualche tempo fa. Una delle più grandi occasioni sprecate nella storia della televisione.
Chi non sta sprecando l'occasione per scrivere commenti più deliranti rispetto ai miei soliti è invece il mitico Aldo Magro, capace di passare con disinvoltura da Boldi, De Sica e Di Maio fino a Thomas Vinterberg e Platone. Roba da far esplodere il cervello a me, non oso immaginare al mio blogger rivale Ford...
Sono rimasto stordito di fronte alle parole di Aldo come un difensore davanti alle finte di Neymar, al punto da non sapere nemmeno se vorrei partecipare a questo The Party o meno. Tra un b/n che fa molto radical-chic, un cast promettente e dialoghi che si preannunciano pieni di fiumi di parole allucinanti, direi che io e Aldo a questa festa potremmo scatenarci. Mentre Ford se ne starà a far tappezzeria in un angolo, aspettando che i suoi amichetti tamarri cambino musica.
Ford: feste come questa, sulla carta, me le risparmio volentieri, ma essendo un uomo di mondo in grado di sostenere bevute da competizione, non credo avrei troppi problemi, con qualche white russian in corpo, ad affrontare un bianco e nero radical con tante critiche alla società più o meno civile o al volemose bene che nasconde anche le più grandi battaglie della Storia dell'Umanità. Un ottimo modo per inaugurare un'ospitata che prosegue nel trend positivo della rubrica a tre più scoppiettante del web in questo inizio duemiladiciotto, roba che tra un pò Fazio chiamerà me, Cannibal ed un terzo a sua scelta e qualcuno che tempo fa se l'è menata ci pregherà di tornare da queste parti per farsi prendere un po' per il culo.
Ho avuto notizia quasi certa che perfino Sally Potter e Platone vorrebbero aggiungersi al gruppo. E io dico, e credo Aldo sia d'accordo, che se portano dell'alcool, allora sono ben accetti.

L’ULTIMA DISCESA

"Lo sapevo che non dovevo dare ascolto a Ford rispetto a come si trascorre un weekend in montagna!"

Aldo Magro: Tratto da una storia vera (come l’altro film in lista della settimana), la pellicola di Scott Waugh racconta l’incredibile storia insita nello spirito di sopravvivenza. No, non è l’incredibile storia vera dei capelli di Berlusconi ma quella di un uomo costretto a fare l’impossibile pur di restare in vita. Siccome sto per mangiare evito di raccontare alcuni succulenti particolari della vicenda, ma (per chi lo conosce) basta un rimando al racconto L’arte di sopravvivere contenuto nella raccolta Scheletri di Stephen King. Il film potrebbe anche non essere male ma la presenza di Josh Hartnett mi fa invece pensare che possa esserlo. Chissà. Il tema resta in ogni caso affascinante, un individuo caduto nel baratro dell’autodistruzione dovrà lottare per evitare proprio l’autodistruzione. Il film sarà ugualmente autodistruttivo?
Cannibal Kid: Che hai Aldo contro il povero Josh Hartnett? È vero che sono tipo oltre 10 anni che non azzecca un film, però un tempo ne aveva girati di notevoli.
Quanto a questo film, raccontato così non sembra nemmeno male. Spero solo che non si riveli il tipico survival montanaro buono giusto per i palati meno esigenti. Sì, Ford, ce l'ho con te.
Ford: da buon sostenitore dei survival montanari e dell'impresa dei superstiti di Alive, effettivamente il mio palato è poco esigente, considerato che nella stessa situazione mangerei il culo di chiunque mi capitasse a tiro pur di sopravvivere, eppure l'impressione che ho di questo film è che non si tratterà certo di qualcosa di memorabile. Sarebbe più interessante, invece, fare una gita in montagna noi tre, e vedere che succede nel corso della discesa, che effettivamente potrebbe essere l'ultima. Per qualcuno.

FINAL PORTRAIT - L’ARTE DI ESSERE AMICI

Le riprese del biopic sul rapporto tra Cannibal e Ford continuano. Aldo Magro, ospite di questa scena, si è rifugiato in macchina per evitare di essere ripreso.

Aldo Magro: Ho sempre amato l’arte dei Lippi. Ossia Filippo padre e Filippo (Filippino) figlio. Per dire, si pensi alla Madonna col Bambino e angeli, tavola esposta agli Uffizi di Firenze. Non vi è dubbio che quest’opera di Filippo padre rappresenti uno dei vertici delle figurazioni devozionali quattrocentesche, quei Andachtsbilder a tutti noti. Aspetto non trascurabile è il volto della Vergine, qui non una sconsolata e bruttarella donna ma una fanciulla serena e dai lineamenti dolci. Non è mistero che Lippi (che era un cappellano) si era ai tempi innamorato della simpatica monaca Lucrezia Buti (la loro fu una relazione clandestina) e che quindi le fattezze della Madonna riprendano - forse con un po’ di fantasia - quelle della amata. Un’opera or dunque che non solo omaggia la Vergine ma una monaca non più vergine. Il potere dell’amore ma anche il potere di una tavolo splendida. Tavola che non cela di certo il classicismo di Donatello ma neppure un suo esser tocco antesignano a Leonardo. Ciliegina sulla torta, da vero artista, è poi la cornice alle spalle delle figure; come se stessimo osservando un quadro in un quadro fuori dal quadro. Nel dettaglio poi la prospettiva destru… Come? Final Portrait è un film sul pittore Alberto Giacometti? Geoffrey Rush interpreta quindi Alberto Giacometti in una performance forse carica di manierismo? Vabbè, se faranno poi un film su Filippo Lippi avvisatemi.
Cannibal Kid: Altroché Vittorio Sgarbi. Aldo sì che se ne intende di arte e qui ci ha regalato una splendida lezione gratuita. Gratuita in tutti i sensi, visto che a quanto pare non ha niente a che fare con il protagonista della pellicola. Per la seconda volta in questa puntata della rubrica il mio cervello è andato in pappa!
Quanto al film, posso solo dire che in genere non amo granché le pellicole sui pittori, né tantomeno amo Geoffrey Rush, così richiesto all'interno del genere biopic che ormai può essere considerato il Beppe Fiorello australiano. Mi incuriosisce giusto Armie Hammer che, dopo la sua ottima prova in Chiamami col tuo nome, è qui chiamato a interpretare lo scrittore... James Ford?!?
Ah, no! Per fortuna ho sbagliato a leggere. Si tratta di James Lord.
Ford: dopo una descrizione - che poi non sia quella corretta, poco importa - di questo film come quella di Aldo, mi sento assolutamente dispensato dall'andare a vedere la pellicola, anche perché ho come l'impressione che risulterebbe non all'altezza di questo pezzo di bravura, un po' come una qualsiasi crosta dipinta da quell'imbrattatele di Cannibal rispetto ai Capolavori del panesalamesimo fordiano.

CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSO

"Cara, mi prometti che dopo la festa posso fare il bagnetto?" "Certo, tesoro. Ho fatto tirare a lucido tutta la casa da quei tre bloggers apposta per te."

Aldo Magro: Atteso come un tweet di Matteo Salvini ecco che finalmente l’agonia delle sfumature sbarca al cinema (espressione questa che sognavo di usare da un po’) con questo capitolo finale. Ehm. Devo purtroppo ammetterlo, spinto dalla curiosità, nel remoto 2015 avevo dedicato una parte del mio preziosissimo tempo alla visione del primo e dimenticabile Cinquanta sfumature di grigio. Una pellicola oltremodo imbarazzante, peggio del mio modo di commentare e persino di quello dei due blogger Kid e Ford (che detta così pare il titolo di un film di George Roy Hill: Kid and Ford). Oltre ad una impalcatura generale che si reggeva con il nastro adesivo scollato, il primo Cinquanta (da notare il brillante gioco di parole “primo” e “Cinquanta) mi aveva causato forti spasmi nelle articolazioni cinefile per il suo atroce epilogo: lei (che, ricordiamolo si chiama Ana…) fugge disgustata dopo una sculacciata di lui. Diciamo che la cosa si poteva risolvere in modo migliore giacché costei per tutto il film si fa fare un po’ di tutto. Ma questa è la vita. Ora ecco Cinquanta sfumature di rosso. Non ho idea di cosa sia avvenuto nel segmento centrale ma pare evidente che Ana deve aver superato la brutta storia della sculacciata visto che è convogliata a nozze con Coso. Cosa succederà? Quali incredibili colpi di scena ammanteranno il talamo dei due? Avranno una bambina con poteri magici e ricostruita malamente in CGI? Francamente non voglio saperlo.
Cannibal Kid: Mi sa che l'unico uomo sulla faccia della Terra ad essersi divertito con i primi due capitoli della saga più comica (volontariamente o meno) degli ultimi anni. O forse sono solo l'unico ad ammetterlo?
Fatto sta che io sono curioso di vedere questo per voi per fortuna ultimo capitolo della serie. Così come sono curioso quando Salvini se ne esce con un nuovo tweet, così posso insultarlo e indignarmi come voi fate di fronte a questa incompresa seg...ehm, saga capolavoro del cinema contemporaneo.
Ford: a sorpresa posso dichiarare di essere incredibilmente curioso di questo terzo ed ultimo capitolo della trilogia, dal quale mi aspetto ovviamente la stessa, grande prestazione dei due precedenti, ovvero piazzarsi al primo posto della classifica del peggio dell'anno dei Ford Awards. Riusciranno Ana ed il suo amichetto ad eguagliare momenti indimenticabili come "il bagnetto" delle sfumature di grigio? Spero di sì, anche perchè non vorrei buttare nel cesso due ore per poi non avere già il mio numero uno della merda duemiladiciotto.

I PRIMITIVI

Il Cucciolo Eroico e Aldo Magro si preparano per addentrarsi nella foresta, habitat naturale del Ford.

Aldo Magro: L’età del bronzo non doveva essere propriamente una passeggiata, non che l’era attuale lo sia. Inoltre se si pensa che nelle competizioni sportive esista ancora come premio la medaglia di bronzo, questo la dice lunga sulla scarsa evoluzione umana (e anche sul mio pietoso senso dell’umorismo). Fortunatamente a rendere le cose meno drammatiche ci pensa Nick Park e la stop-motion della Aardman Animations. C’è poco da dire su questo film, ma in senso positivo. Nel 2016 Shaun, vita da pecora (soggetto di Park) mi aveva regalato momenti di sane risate, fatta eccezione per la baraonda di bambini che in sala andavano avanti e indietro. Alla fine più che le pecore mi son ritrovato a contare gli infanti. Shaun, vita da pecora era stato candidato anche agli Oscar ma contro di sé aveva un film pazzesco come Inside Out. Peccato. Questo I primitivi, così a naso di plastilina, non sembra poter arrivare a toccare i vertici della Aardman ma conoscendo il mio intuito sopraffino potrebbe invece rivelarsi il film di animazione del secolo.
Cannibal Kid: Dopo aver esaltato Cinquanta sfumature e aver mostrato le mie lacune artistiche, adesso devo pure ammettere la mia ignoranza sul cinema della Aarman Animations, di cui non ho visto manco mezzo lavoro per sbaglio. Certo che non sto facendo proprio una bella figura...
Comunque questo film, così come i loro precedenti, mi attira ben poco e di questa specie di sequel in stop-motion dei Flintstones sinceramente mi sa che ne posso anche fare a meno.
Ford: Park è un piccolo mito dell'animazione in stop motion, e tutto il microcosmo a lui legato ed associato, da Shaun the sheep a Wallace e Gromit fino a Galline in fuga, mi ha sempre regalato grani momenti. Ho visto qualche giorno fa il trailer de I Primitivi e purtroppo non mi ha fatto la stessa impressione dei titoli appena citati, eppure se una sorpresa ci deve essere questa settimana, sono sicuro la regalerà il vecchio Nick. Cannibal, invece, continua a non sorprendere più nessuno con la sua abissale ignoranza cinematografica.

ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO

"Per favore, non darne troppe a Cannibal, non è un terrorista come sembra!"

Aldo Magro: Probabilmente il titolo più forte della settimana. La vicenda è nota, l’attentato terroristico sul treno Thalys diretto a Parigi. Un attentato poi sventato grazie all’intervento di tre americani (due dei quali militari) e un inglese. Che dire? A parte il fatto che ho macchiato con del latte macchiato la giacca di Di Maio, io non so bene cosa pensare di un certo cinema di Eastwood. In particolare la tripletta American Sniper, Sully e questo Attacco al treno mi lasciano perplesso. Non so bene perché. Sarà perché trovo un po’ stucchevole, faziosa e carente questa celebrazione degli eroi occidentali. Non è un tipo di cinema che mi fa impazzire. Questo non toglie nulla alle vicende del pilota Sully e al gesto effettivamente eroico dei passeggeri del treno però… Però c’è sempre qualcosa che non mi torna a livello di narrazione cinematografica. Qualcosa che non mi torna in questa “idea” celebrativa dell’eroe. C’è il bene e c’è il male e il bene solitamente è statunitense o, più in generale, occidentale. Il vecchio Clint (vecchio lo dici a tua sorella!) lo preferisco quando racconta le sfumature (non quelle grigie o rosse), quando narra “in bilico” come ne Gli spietati, come in Bird, come in Un mondo perfetto. Ecco, io Clint Eastwood lo preferisco quando racconta di un mondo imperfetto. Clint invece so già mi prenderebbe e mi lancerebbe dal treno. Detto questo mi vedo costretto a restituire la giacca a Di Maio, non prima di aver ringraziato per l’ospitata Cannibal e Ford e ovviamente senza dimenticare la marchetta al mio blog. Bene, ora dove devo andare? Sì, lo so. Non dico l’andare dove mi state mandando. Dico… Immagino ci sia una lavanderia in zona, ecco, dov’è?
Cannibal Kid: Pure io preferisco L'Eastwood di Un mondo perfetto. Ma lo preferisco ancora di più quando non sforna il suo solito dozzinale film annuale che poi la critica, soprattutto quella italiana, non vede l'ora di spacciare per l'ennesimo Capolavoro. Persino quando tira fuori delle abominevoli porcherie come American Sniper. Io già non sopporto il cinema supereroistico, figuriamoci quello eroistico-repubblicano del vecchio Clint. Sebbene Sully a sorpresa non mi fosse del tutto spiaciuto, questo Attacco al treno mi sembra avere tutte le carte in regola per subire un bell'attacco da parte mia. Uno di quelli in grado di riaccendere come si deve la mia rivalità con Ford, che ancor prima di vederlo sento già gridare al Capolavoro.
Controllore, per favore, lo faccia scendere da questo treno!
Ford: Clint è Clint, e considerata l'età ed i Capolavori che ha regalato al mondo del Cinema tutto, per me ormai potrebbe anche girare un documentario mentre fa la cacca alla mattina, e lo rispetterei comunque. Detto questo, non essendo un pusillanime come Cannibal, ho sempre criticato i miei miti quando ce n'è stato bisogno - credo di essere uno dei pochi clintiani a non amare Changeling, ad esempio -, e trovo che Eastwood, a prescindere dalle sue - per me discutibili - posizioni politiche, riesca a raccontare con rigore ed equilibrio anche vicende decisamente lontane dal mio modo di intendere la vita. Tant'è che considero American Sniper uno dei film più potenti degli ultimi anni.
Sinceramente non so cosa aspettarmi da questo 15:17, che potrebbe rivelarsi un Clint minore oppure sorprendermi come aveva fatto Sully, dal quale non mi aspettavo poco più di quanto non mi aspetti da questo Attacco al treno.
Certo, non ci troveremo di fronte Gli Spietati o Un mondo perfetto, ma di certo non lascerà indifferenti. Almeno lo spero rispetto alle future faide tra me e Cannibal.
Aldo, in caso, è invitato a fare da arbitro.

mercoledì 14 giugno 2017

Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar (Joachim Ronning/Espen Sandberg, USA, 2017, 129')




Ho sempre avuto un debole, per i pirati.
Quanto e quasi più che per i cowboys e l'ambientazione Western.
Del resto, adoro il caldo, il mare, l'alcool, le avventure e l'idea "romantica" - in realtà i pirati erano per la maggior parte dei bastardi di prima categoria - di questi avventurieri che, in barba alle regole ed alle leggi, sfidavano apertamente i governi e l'ordine costituito.
Non sono, comunque, un fan hardcore che schifa le produzioni pop legate all'argomento: tanto adoro i Classici come L'ammutinamento del Bounty o personaggi per me fondamentali come John Silver, quanto mi concedo visioni disimpegnate come quelle che ha sempre garantito la Disney con la sua fortunatissima saga dedicata alle avventure di Jack Sparrow, charachter partito dallo status di cult e divenuto una vera e propria prigione per Johnny Depp, ormai divenuto macchietta quanto il personaggio che interpreta tanto da far sorgere più di un dubbio a proposito del fatto che potrebbe non essere Depp che interpreta Sparrow, bensì Depp che porta in scena se stesso.
Considerazioni sulla condotta dell'ex Edward mani di forbice a parte, comunque, dopo una divertentissima partenza ed un ottimo secondo capitolo - quanto mi manca Davey Jones! - la saga ha finito per avvitarsi senza ritegno su se stessa neanche fosse il suo main charachter dopo una sbronza di rum, tenuta a galla soltanto dalla consueta bravura e dalla gigioneria del Barbossa di Geoffrey Rush, che in quest'ultimo capitolo regala anche uno dei momenti più emozionanti della pellicola perfetto - neanche a farlo apposta - per i padri.
Ma non bastano pochi, pochissimi elementi o una cornice sulla carta perfetta per il sottoscritto per salvare un film che è una vera e propria baracconata da parco divertimenti, incapace di aggiungere nulla non solo alla settima arte - intrattenimento compreso - ma anche e soprattutto ad un brand che, forse, considerata anche la chiusura dovrebbero considerare di mandare in pensione: nel corso della visione, dopo il crollo verticale di Julez nel mondo dei sogni in dieci minuti netti, l'unico divertimento inaspettato e di pancia è stato farsi quattro risate a proposito dell'involontariamente comico doppiaggio di Javier Bardem - un altro attore che ormai pare ripetere allo sfinimento sempre lo stesso ruolo - e del suo Salazar, caricaturale almeno quanto lo Sparrow di Depp, protagonista quantomeno di una sequenza interessante, ambientata nel passato e legata alle origini della carriera di Capitano del sempre bevutissimo pirata.
Troppo poco, comunque, per considerare La vendetta di Salazar un nuovo punto di partenza per questa macchina da soldi, tanto da scontentare non solo la critica, ma anche il pubblico, e registrare quello che, fino ad ora, è un flop neppure da poco al botteghino: segno, forse, che anche l'intrattenimento selvaggio debba trovare nuove idee o quantomeno presentarle in maniera coerente ed accattivante, per evitare di avere l'impressione di trovarsi intrappolati in un enorme deja-vù dimenticabile e fondamentalmente inutile, per quanto affascinante possa essere una cornice o un genere.
Si imbarca acqua, dunque non resta che scolarsi l'ultima botte di rum, alzare la testa e guardare con sfrontatezza l'orizzonte, fare un bel tuffo e sperare, in un modo o nell'altro, di raggiungere presto nuovi lidi.




MrFord




lunedì 28 marzo 2016

Gods of Egypt

Regia: Alex Proyas
Origine: USA, Australia
Anno: 2016
Durata: 127'








La trama (con parole mie): ai tempi della massima prosperità della civiltà egizia, dei e uomini condividevano questa Terra ed un destino che, prima o poi, avrebbe portato attraverso la morte all'eternità entrambi. Quando Osiride, che per mille anni aveva retto in pace l'impero, decide di lasciare il suo trono al figlio Horus, però, il fratello del sovrano, Set, spodesta il nipote e si insedia dando inizio ad un periodo di terrore mosso dall'intento non solo di soggiogare mortali e non, ma anche di rimodellare la realtà stessa.
Quando una coppia di innamorati appartenenti agli strati più bassi della società, Bek e Zaya, mette in discussione i progetti di Set innescando il ritorno dall'esilio di Horus, le cose cambiano: riusciranno dunque un giovane ladro scettico rispetto alle divinità ed un dio sfiduciato ed accecato dalla vendetta - e non solo - a mettere fine al regno di Set?











Quando si approcciano alcune pellicole, si ha - o almeno, si spera di avere - la consapevolezza di andare incontro ad un disastro - con buona pace di Proyas e delle sue invettive online contro i detrattori - con la speranza che lo stesso si riveli quantomeno una divertente trashata e non una schifezza in grado di stimolare il desiderio di sollevare il televisore sopra la testa e scaraventarlo dal balcone sperando di centrare il regista in pieno cranio.
Nel caso di Gods of Egypt - ed esulti Proyas, in questo senso - fortunatamente mi sono ritrovato ad affrontare la prima delle due opzioni.
Per quanto, infatti, nel complesso il film si riveli una baracconata da due soldi che mescola in negativo Prince of Persia, Scontro tra titani, Troy, I Cavalieri dello Zodiaco e probabilmente qualcosa di più classico come Krull - che mi esaltava ai tempi delle medie e non ho più rivisto da allora -, risulti fin troppo lungo - quasi due ore per una proposta di questo tipo sono oggettivamente troppe - e ridicolo in termini di scrittura, Gods of Egypt ha finito per divertirmi quasi come se volesse con tutto il cuore guadagnarsi il posto da Sharknado del duemilasedici, stimolando battute a profusione a proposito di costumi, acconciature, parti del corpo perdute - a questo proposito, Nikolaj Coster Waldau sta diventando un vero e proprio esperto - e regalando quantomeno una gioia grazie alla parte di quasi protagonista femminile affidata alla giovane e dagli argomenti decisamente importanti Courtney Eaton, che già aveva fatto parte della schiera delle spose di Immortan Joe - chiamalo scemo - in Mad Max: Fury Road.
Senza dubbio chiunque sia dotato di buon gusto o di passione per il Cinema "alto" sarà portato al limite dal lavoro del regista de Il corvo e di Dark city, invecchiato decisamente male sotto quasi tutti i punti di vista, e non sarò certo io a consigliare di imbarcarvi senza ritegno in un'avventura da neuroni più che spenti neppure troppo fedele a quella che è la mitologia egizia - affascinante quanto quella greca -, eppure non riesco davvero a schierarmi apertamente contro una produzione trash e naif come questa, neanche fossimo tornati agli anni in cui con mio padre andavo al mitico - ed ormai purtroppo trasformato in un negozio - Cinema Astra in centro a Milano per godermi Stargate neanche fosse l'ultima frontiera della settima arte tra la folla del sabato pomeriggio quando ancora si poteva stare in piedi a fondo sala, vedere più spettacoli con lo stesso biglietto e schiaffarsi due porzioni di patatine da Burghy una volta usciti.
Per i temerari che, come noi Ford - anche se Julez, in fin dei conti, è stata molto meno contenta del sottoscritto -, decideranno di seguire da vicino l'impresa di Bek - che per sfidare la tirannia di Set ha deciso di abbandonare una "C" e la carriera di rockstar - e di Horus, consiglio soltanto di procurarvi un giusto quantitativo di alcool, patatine, voglia di spedire fuori in libera uscita i neuroni e garantire una sessione di rutto libero da Guinness World Record: in questo modo, le due ore o quasi di visione non solo finiranno per risultare addirittura utili in termini di distensione delle cellule cerebrali, ma un giocattolone innocuo per il quale non gridare allo scandalo o finire per risultare scandalosi nel difenderlo a spada tratta.
In fondo, "pensare come un dio", in questi casi, da una parte o dall'altra della barricata, non è mai davvero utile: meglio "succhiare tutto il midollo della vita" come l'ultimo degli uomini.





MrFord





"Beat my bones against the wall
staring down an empty hall
deep down in a hollow log
coming home like a letter bomb."
Beck - "Soul of a man" - 





lunedì 29 luglio 2013

La migliore offerta

Regia: Giuseppe Tornatore
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 124'





La trama (con parole mie): Virgil Oldman è uno dei critici d'arte e specialisti in aste più apprezzati del mondo. Schivo e solitario per natura, passa la maggior parte del suo tempo libero a proteggersi dal contatto con l'esterno e ad organizzare acquisti mirati insieme al suo vecchio amico Billy Whistler in modo da rendere la sua personale collezione di ritratti di donna sempre più consistente.
Quando viene contattato da una giovane intenzionata a commissionargli la valutazione delle opere ereditate dai genitori per organizzare un'asta delle stesse, Virgil viene travolto dallo strano mondo della ragazza, che soffre di agorafobia e vive reclusa nella villa di famiglia che sogna, un giorno, di poter vendere per poter tornare ad uscire e conquistare quel "fuori" che le è sempre mancato.
Tra i due, così diversi eppure in qualche modo simili, comincia ad instaurarsi un legame sempre più profondo, che dai primi conflitti li porterà a vivere una storia d'amore intensa ed unica quanto la collezione dello stesso Oldman.
Cosa sarà più importante, alla fine? L'arte o la vita? E all'asta per il cuore di Virgil chi farà la migliore offerta?





Lo ammetto: ho approcciato La migliore offerta - vincitore netto degli ultimi David di Donatello - con ben più di una perplessità, dalla confezione apparentemente laccata al regista, Giuseppe Tornatore, uno dei cineasti nostrani più amati e premiati all'estero dal sottoscritto sempre considerato fin troppo sopravvalutato.
Come spesso accade, poi, nei casi in cui le aspettative partano dal basso, ho finito non solo per considerare il film decisamente ben riuscito, ma anche per ritenerlo forse uno dei migliori del buon Tornatore, in grado senza dubbio di orchestrare con un piglio ed un respiro assolutamente internazionali un cast in grande spolvero riuscendo a portare sullo schermo tutto il fascino di una vicenda che intreccia un gusto ed una cornice assolutamente radical chic con un incedere a metà tra il melò ed il thriller di rimembranze polanskiane.
Sorretto come sempre con esemplare bravura da un ottimo Geoffrey Rush, l'impianto narrativo legato alla sceneggiatura scritta dallo stesso regista sfrutta alla perfezione il gioco di specchi fornito dalla storia d'amore tra i due protagonisti attirando l'audience in una direzione senza mostrare - almeno alla luce del sole, un pò come la giovane ed agorafobica Claire - quelli che sono i suoi reali intenti, scomodando grandi temi come l'Amore e l'Arte in modo che i piccoli dettagli, gli ingranaggi di un automa pronto a svelare la Verità, non possano essere individuati ed assemblati dallo spettatore, più impegnato a perdersi nel gioco delle parti che avvicina progressivamente Virgil e la già citata Claire - impagabili i loro litigi da ragazzini da una parte all'altra del muro - che non a cogliere il filo che lega tutti i misteriosi e splendidi ritratti che Oldman colleziona un'asta dopo l'altra grazie all'apporto del fedele amico Billy Whistler e lo stesso banditore, un uomo che si rifugia dal mondo eppure lo anela disperatamente, perso negli occhi, nei sorrisi e nei lineamenti di ognuna di quelle misteriose donne che custodisce nel suo caveau privato.
E in questo continuo rimbalzare di cuori, nella complessa lotta che parallelamente porta Virgil e Claire a specchiarsi l'uno nell'altra, si inserisce il solo apparentemente semplice e lineare personaggio di Robert, vero e proprio deus ex machina del riscopertosi in balìa dei sentimenti Oldman pronto ad aprire al suo interlocutore un mondo nuovo, ben più complesso e sfaccettato di quello delle opere e dei dipinti che lui conosce così a fondo, nel pubblico come nel privato: quello dell'amore e dell'universo femminile.
Ed ecco scendere prepotentemente in campo il concetto della "migliore offerta", tutto quello che ci giochiamo nell'asta più importante, quella per il cuore di chi ci sta di fronte: e tanto più profondi saranno i nostri sentimenti per lei, tanto più accanita sarà la concorrenza, più alto il rischio, più vibrante l'attesa di quel martello che batte il colpo che ci assegnerebbe la vittoria.
Ma davvero l'amore è un'asta? Un gioco al rialzo? Un azzardo? Una compravendita?
E' possibile imprigionare in un dipinto - o in dieci, cento, mille - l'essenza di una vita, di una storia, di qualcosa pronto a travolgerci e portarci via tutto quello che abbiamo?
Nessuno potrà mai dirlo.
Non potrà Claire, impegnata a rappresentare se stessa.
O Billy, generosamente coccolato dal suo ruolo di gregario.
O Robert, che rimetterà insieme i pezzi dell'automa in grado di rivelare la Verità senza poterla scoprire davvero.
O Virgil, che dovrà ricominciare da capo, e scoprire cosa accade quando la pagina è voltata, la tela vuota, lo specchio in pezzi.
A volte la migliore offerta è accettare di essersi buttati ed avere perso, ed essere ancora più desiderosi di ricominciare.


MrFord


"I just called to say I want you to come back home
I found your picture today
I swear I'll change my ways
I just called to say I want you to come back home
I just called to say, "I love you. Come back home""
Kid Rock feat. Sheryl Crow - "Picture" -


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