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lunedì 24 febbraio 2020

White Russian's Bulletin


Nuova edizione del Bulletin in diretta dall'epicentro della psicosi indotta dai media rispetto al Coronavirus, ennesima dimostrazione di quanto il Nostro Paese sia purtroppo piuttosto indietro rispetto a svariate parti del mondo, culturalmente parlando: ma onde evitare polemiche, torno sul caro, vecchio Cinema raccontando quello che è passato su questi schermi negli ultimi giorni, a partire dal recupero di una delle pellicole più recensite a cavallo della Notte degli Oscar che mi aveva visto protagonista, di recente, di un tracollo da divano clamoroso. Ce l'avrò fatta, questa volta, ad affrontare Jojo Rabbit?


MrFord



JOJO RABBIT (Taika Waititi, Nuova Zelanda/Repubblica Ceca/USA, 2019, 108')

Jojo Rabbit Poster


Ford incontra Jojo Rabbit, capitolo due.
Alle spalle il clamoroso tracollo della settimana della Notte degli Oscar, ho affrontato nuovamente il lavoro di Waititi preparandomi il terreno: in una sera in solitaria, di ritorno dalla palestra, ho ritenuto opportuno affrontare la visione mangiando il mio tradizionale kebabbazzo del mercoledì sera in modo da limitare il rischio di un coma da divano, riuscendo ad occupare una buona metà della visione accompagnato dal cibo.
Vicende del sottoscritto a parte, comunque, com'è andata?
Ho trovato Jojo Rabbit interessante, un abile mix di Wes Anderson e di Amelie, con una colonna sonora pazzesca, un ottimo Sam Rockwell - che, del resto, per me ormai è una garanzia - ed un paio di sequenze da ricordare - stupenda quella della scoperta del destino della madre da parte del piccolo protagonista -: le idee ci sono, l'ironia e la profondità anche, forse l'unica pecca è che risulti tutto un filo troppo fiabesco, ma può andare bene anche così. 
In fondo, emozionarsi per una fiaba non ha mai fatto male a nessuno.




POLIZIOTTO IN PROVA (Tim Story, USA, 2014, 99')

Poliziotto in prova Poster

Sempre per arginare i crolli da divano, e forte dello scorso weekend rinforzato dai riposini pomeridiani, ho recuperato questa mezza tamarrata di qualche anno fa sulla piattaforma di Prime, giusto per passare una serata senza troppi pensieri prima dell'inizio di una settimana lavorativa che avrebbe portato, ma ancora non lo sapevo, alla situazione di psicosi da apocalisse che si sta vivendo ora qui nel Lodigiano.
Il film di Tim Story non è niente di che, ma come action buddy movie regala i suoi momenti da risata sguaiata e rutto libero, complice il botta e risposta continuo tra Kevin Hart - che è perfetto per questi ruoli - e Ice Cube, che come tipo tosto fa sempre la sua figura.
Nulla di trascendentale, ma per farsi due risate senza impegno ci può stare.




AMERICAN GODS - STAGIONE 1 (Starz, USA, 2017)

American Gods Poster

Qualche anno fa avevo molto apprezzato il romanzo firmato da Neil Gaiman, e pur se colpevolmente con un certo ritardo, ho finalmente deciso di recuperare la serie dallo stesso ispirata, giunta ormai alle porte della terza stagione e presentata ai tempi dell'uscita come un titolo pronto a diventare un riferimento del genere.
Non ricordo nel dettaglio l'evoluzione della storia di Moon nel romanzo, ma senza dubbio American Gods risulta interessante, fuori di testa e fordiano abbastanza per prendersi il suo spazio al Saloon fino a quando la corsa dell'ex galeotto protagonista e del suo mentore/capo/qualunquecosasia Wednesday proseguirà: divinità vecchie e nuove, vizi capitali, morti che risorgono e morti che restano morti e basta, ironia nera, molto alcool ed un pizzico di dramma rendono questa proposta una delle più interessanti del passato recente del Saloon, reduce da mesi di un piccolo schermo sottotono almeno quanto il grande. 
Si è ancora raccontata una minima parte della vicenda, speriamo che, con la seconda e la terza stagione, oltre ad approfondire la storia si ingrani una marcia ancora più decisa.


lunedì 28 marzo 2016

Gods of Egypt

Regia: Alex Proyas
Origine: USA, Australia
Anno: 2016
Durata: 127'








La trama (con parole mie): ai tempi della massima prosperità della civiltà egizia, dei e uomini condividevano questa Terra ed un destino che, prima o poi, avrebbe portato attraverso la morte all'eternità entrambi. Quando Osiride, che per mille anni aveva retto in pace l'impero, decide di lasciare il suo trono al figlio Horus, però, il fratello del sovrano, Set, spodesta il nipote e si insedia dando inizio ad un periodo di terrore mosso dall'intento non solo di soggiogare mortali e non, ma anche di rimodellare la realtà stessa.
Quando una coppia di innamorati appartenenti agli strati più bassi della società, Bek e Zaya, mette in discussione i progetti di Set innescando il ritorno dall'esilio di Horus, le cose cambiano: riusciranno dunque un giovane ladro scettico rispetto alle divinità ed un dio sfiduciato ed accecato dalla vendetta - e non solo - a mettere fine al regno di Set?











Quando si approcciano alcune pellicole, si ha - o almeno, si spera di avere - la consapevolezza di andare incontro ad un disastro - con buona pace di Proyas e delle sue invettive online contro i detrattori - con la speranza che lo stesso si riveli quantomeno una divertente trashata e non una schifezza in grado di stimolare il desiderio di sollevare il televisore sopra la testa e scaraventarlo dal balcone sperando di centrare il regista in pieno cranio.
Nel caso di Gods of Egypt - ed esulti Proyas, in questo senso - fortunatamente mi sono ritrovato ad affrontare la prima delle due opzioni.
Per quanto, infatti, nel complesso il film si riveli una baracconata da due soldi che mescola in negativo Prince of Persia, Scontro tra titani, Troy, I Cavalieri dello Zodiaco e probabilmente qualcosa di più classico come Krull - che mi esaltava ai tempi delle medie e non ho più rivisto da allora -, risulti fin troppo lungo - quasi due ore per una proposta di questo tipo sono oggettivamente troppe - e ridicolo in termini di scrittura, Gods of Egypt ha finito per divertirmi quasi come se volesse con tutto il cuore guadagnarsi il posto da Sharknado del duemilasedici, stimolando battute a profusione a proposito di costumi, acconciature, parti del corpo perdute - a questo proposito, Nikolaj Coster Waldau sta diventando un vero e proprio esperto - e regalando quantomeno una gioia grazie alla parte di quasi protagonista femminile affidata alla giovane e dagli argomenti decisamente importanti Courtney Eaton, che già aveva fatto parte della schiera delle spose di Immortan Joe - chiamalo scemo - in Mad Max: Fury Road.
Senza dubbio chiunque sia dotato di buon gusto o di passione per il Cinema "alto" sarà portato al limite dal lavoro del regista de Il corvo e di Dark city, invecchiato decisamente male sotto quasi tutti i punti di vista, e non sarò certo io a consigliare di imbarcarvi senza ritegno in un'avventura da neuroni più che spenti neppure troppo fedele a quella che è la mitologia egizia - affascinante quanto quella greca -, eppure non riesco davvero a schierarmi apertamente contro una produzione trash e naif come questa, neanche fossimo tornati agli anni in cui con mio padre andavo al mitico - ed ormai purtroppo trasformato in un negozio - Cinema Astra in centro a Milano per godermi Stargate neanche fosse l'ultima frontiera della settima arte tra la folla del sabato pomeriggio quando ancora si poteva stare in piedi a fondo sala, vedere più spettacoli con lo stesso biglietto e schiaffarsi due porzioni di patatine da Burghy una volta usciti.
Per i temerari che, come noi Ford - anche se Julez, in fin dei conti, è stata molto meno contenta del sottoscritto -, decideranno di seguire da vicino l'impresa di Bek - che per sfidare la tirannia di Set ha deciso di abbandonare una "C" e la carriera di rockstar - e di Horus, consiglio soltanto di procurarvi un giusto quantitativo di alcool, patatine, voglia di spedire fuori in libera uscita i neuroni e garantire una sessione di rutto libero da Guinness World Record: in questo modo, le due ore o quasi di visione non solo finiranno per risultare addirittura utili in termini di distensione delle cellule cerebrali, ma un giocattolone innocuo per il quale non gridare allo scandalo o finire per risultare scandalosi nel difenderlo a spada tratta.
In fondo, "pensare come un dio", in questi casi, da una parte o dall'altra della barricata, non è mai davvero utile: meglio "succhiare tutto il midollo della vita" come l'ultimo degli uomini.





MrFord





"Beat my bones against the wall
staring down an empty hall
deep down in a hollow log
coming home like a letter bomb."
Beck - "Soul of a man" - 





sabato 17 agosto 2013

American Gods

Autore: Neil Gaiman
Origine: UK, USA
Editore: Mondadori
Anno: 2003




La trama (con parole mie): Shadow è in carcere, in procinto di uscire dopo aver scontato una pena di tre anni a seguito di un vecchio casino che gli ha lasciato profonde cicatrici. Ad attenderlo fuori c'è la moglie Laura, che l'ha aspettato e non vede l'ora di continuare la sua vita con lui ora che l'amico Robert ha già pronto un posto di istruttore nella sua palestra.
Questo sarebbe il mondo reale. Ma ci sono sfumature che vanno ben oltre l'umano e la comprensione, e dunque Shadow si ritrova solo e senza futuro, costretto ad accettare il lavoro offertogli dal misterioso Wednesday, uomo dal fascino magnetico, dalla bugia facile e dalle proposte decisamente fuori dal comune: inizia così un viaggio attraverso i recessi più curiosi degli States, una ricerca che tocca Fede e Divinità, Amore ed Umanità profonda, e che conduce ad una battaglia mascherata da tempesta che si prospetta all'orizzonte e che sarà l'emblema dello scontro tra i vecchi ed i nuovi dei.
Chi è veramente Wednesday? E chi scoprirà di essere Shadow?




Praticamente dai tempi della sua uscita, American Gods attendeva che il sottoscritto si decidesse a tuffarsi tra le sue pagine comodo comodo nella libreria di casa Ford, fiducioso che prima o poi il momento sarebbe giunto. In questo senso, il lavoro di Neil Gaiman - autore di riferimento nell'ambito del fumetto con il suo geniale Sandman all'inizio del Nuovo Millennio - è stato assolutamente profetico ed in linea con il concetto di Fede, esplorato dall'autore da più angolazioni dalla prima all'ultima pagina di questo rocambolesco, densissimo ed interessante romanzo, in grado di mescolare la crime story ed il fantasy, la sci-fi classica con la mitologia dal quale presto sarà tratta una serie tv che ancora prima di essere realizzata pare già destinata e diventare uno dei cult da piccolo schermo del Saloon.
Sulla scia del lavoro svolto - egregiamente - con il già citato Sandman, Gaiman torna a lavorare su dei e mortali cogliendo l'occasione anche per esplorare - in tutti i sensi - gli Stati Uniti a partire dalla loro provincia più profonda, fatta di luoghi lontani ed apparentemente perduti, curiose attrazioni turistiche ed infiniti viaggi in macchina lungo le autostrade di un continente che mantiene inalterato da secoli il suo fascino nonostante gli evidenti squilibri e le clamorose imperfezioni sulle quali fonda la maggior parte della sua geografia sociale ed umana: la vicenda di Shadow, detenuto in procinto di uscire dal carcere dopo tre anni di detenzione, esperto di palmeggio e trucchi con la moneta, uomo grande e grosso abituato al silenzio e di buon cuore, che parte come un dramma legato al reinserimento nella società e si trasforma in breve in un confronto non sempre piacevole con una parte di questo mondo che nessun mortale, di norma, sfiora, è un road trip dell'anima che vede sfilare un capitolo dopo l'altro divinità figlie dei più svariati pantheon - da quello norreno a quelli orientali -, leggende dei nativi americani, creature magiche giunte nel Nuovo Mondo da quello Vecchio e, dall'altra parte della barricata, i volti pixelati ed elettrici degli dei nati proprio sulle strade lastricate di sogni degli USA, dalla televisione al denaro, da internet al successo.
Per mezzo della guida esperta e non sempre affidabile di Wednesday, Shadow si troverà proiettato in un mondo di risse da pub, partite a dama, promesse di avere la testa spaccata con una mazza quando sarà tutto finito, apparizioni di morti, sogni più vividi della vita reale, mosse strategiche in attesa della disposizione di tutti i pezzi sulla scacchiera del Destino prima di una battaglia che si giocherà "dall'altra parte" e nei sogni dei mortali, ma che avrà conseguenze molto più importanti di quanto non si possa credere, specie rispetto a dei ormai quasi dimenticati, se non addirittura sconosciuti: in questo senso, è interessante il concetto espresso da Gaiman rispetto alla sopravvivenza, al potere e all'esistenza stessa dei suddetti dei, legati indissolubilmente alle manifestazioni di Fede espresse in loro nome, al legame con i credenti in grado di portarli da una parte all'altra del mondo - splendidi, forse addirittura i capitoli che ho preferito del romanzo, i due racconti nel racconto legati alla figura dell'Ifreet a New York e dei due gemelli giunti ad Haiti dopo essere stati venduti come schiavi in Africa -.
In qualche modo, il potere della memoria e dei sentimenti che portiamo nel cuore anche rispetto agli esseri umani diviene il carburante che alimenta il potere divino, amplificato non tanto dai luoghi di culto, quanto da "antenne" come attrazioni turistiche e punti d'aggregazione di "fedeli" non più legati ai concetti di Religione e Chiesa, quanto di Società - e torniamo all'analisi, lucidissima, che il vecchio Neil regala a proposito dell'approccio a stelle e strisce -.
Traboccante di personaggi memorabili - a partire dal protagonista -, American Gods è una lettura appassionante ed impegnativa, forse il miglior romanzo fantasy che mi sia capitato di leggere da anni a questa parte, che probabilmente avrebbe potuto essere addirittura perfetto se soltanto Gaiman si fosse fermato per decidere - sul modello Tolkeniano - di sviluppare una trilogia, o una saga: la tantissima carne al fuoco, infatti, nella parte conclusiva finisce per far risultare sbrigative le scelte prese rispetto ad alcuni charachters introdotti, e solo un finale struggente e magico riporta in alto i bicchieri per quella che deve essere stata - nel bene e nel male - una vera e propria Odissea per l'autore, coraggioso nel seminare quanto e più si sarebbe potuto cogliere, senza per questo rischiare di addormentare il ritmo o annoiare il lettore, e anzi, chiudendo il triangolo Loki/Odino/Shadow come meglio non poteva, regalando al suo protagonista anche un'uscita di scena da eroe romantico e solitario come solo la migliore tradizione del genere è in grado di riservare ai suoi nomi più importanti.
Senza dubbio per chi mastica il genere e si destreggia tra noir, sbronze, viaggi e divinità più o meno note la lettura risulterà più scorrevole, eppure Gaiman da l'impressione di poter riuscire nell'impresa di conquistare anche i meno avvezzi cambiando spesso e volentieri registro, passando dal dramma alla commedia, dall'attesa - magnifica la parte ambientata a Lakeside, esempio da manuale di come un autore dovrebbe comportarsi per catturare l'attenzione dei lettori anche quando non sta, di fatto, succedendo nulla - all'azione sfrenata, dai territori dei sogni a quelli dell'amara realtà.
E in mezzo, quell'arcano chiamato Fede, uno dei misteri più complessi con i quali l'Uomo verrà mai a confrontarsi.
Fatta eccezione quello che gli alberga nel cuore.


MrFord


"I was born on Olympus
to my father a son
I was raised by the demons
trained to reign as the one
God of thunder and rock and roll
the spell you're under
will slowly rob you of your virgin soul."
Kiss - "God of thunder" -


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