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domenica 25 agosto 2013

United States of Tara - Stagione 3

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Tara e la sua famiglia, nonostante le difficoltà date dagli squilibri creati dagli alter ego della donna, paiono aver raggiunto un certo equilibrio. Mentre la stessa Tara, infatti, manifesta la volontà di tornare all'università studiando la psiche in modo da cercare di venire a capo della sua situazione, suo marito Max è deciso a riportare in vita la vecchia band dei tempi del liceo, la figlia maggiore Kate a trovare il suo posto nel mondo cominciando a viaggiare come hostess ed il minore, Marshall, continuando ad inseguire il sogno di diventare un regista.
Ma proprio quando le cose paiono cominciare ad andare per il verso giusto, una nuova personalità emerge dal lato più oscuro di Tara: si tratta dell'incarnazione del suo fratellastro Bryce, che abusò di lei quando erano ancora ragazzini.
L'arrivo dello scomodo personaggio darà il via ad una vera e propria guerra nella mente di Tara che coinvolgerà e sconvolgerà, come al solito, tutti i membri della famiglia.





Ricordo che, nel corso della visione della prima manciata di episodi di United States of Tara, non feci altro che sbellicarmi dalle risate ad ogni cambio di personalità registrato dall'insolita protagonista - la sempre bravissima Toni Colette -, di fatto considerando questa serie un esempio ottimamente riuscito di commedia alternativa in pieno stile Sundance, per dirla come se si trattasse di un film, illuminata dai dialoghi serrati della diabolica Diablo Cody.
Con il passare del tempo ed il progressivo ridursi della presenza della stessa sceneggiatrice - senza constatare un effettivo calo della qualità del prodotto -, però, le vicende di Tara e dei Gregson hanno assunto sempre più la connotazione della commedia nera a tratti mascherata da vero e proprio dramma, non più consumato soltanto all'interno della mente di questa donna dalle personalità multiple ma anche e soprattutto nella vita e nelle esistenze dei suoi cari, costretti loro malgrado a trovare un modo di interagire, dialogare, confrontarsi e scontrarsi con i vari Buck, Alice, T, Gimme e chi più ne ha, più ne metta.
Il risultato di questo crescendo drammatico è stato, soprattutto per quanto riguarda questa terza e conclusiva stagione della serie, spiazzante, tanto da necessitare di una manciata di episodi di ambientamento prima di riuscire a trovare la quadratura per un crescendo finale decisamente efficace cui è mancata, di fatto, soltanto una chiusura coinvolgente e tosta in modo tale da permettere a quest'ultima annata un salto deciso di qualità - qui in casa Ford è stato giustamente sollevato il dubbio, da parte di Julez, che non fosse prevista la chiusura della serie -.
Nonostante questo, comunque, il prodotto si è mantenuto su livelli più che discreti inserendo nel cocktail della psiche della sua protagonista una vera bomba ad orologeria come Bryce, alter ego completamente negativo, simbolo di un'adolescenza selvaggia e ribelle nella sua peggiore accezione - sono convinto che piacerebbe da impazzire al Cannibale - pronto a dare battaglia a tutti gli altri volti di Tara, completamente oscurati - nel bene e nel male - dallo stesso Bryce per tutta la seconda parte della stagione - e onestamente ho sentito molto la mancanza di quel vecchio tamarro redneck di Buck -.
Interessanti, inoltre, il rapporto tra la sorella di Tara, Charmaine, ed il padre di sua figlia Wheels - molto migliore dell'italiano Ruote -, il generoso e sempre presente Neil, le evoluzioni di Kate - passata dall'essere ragazza oggetto su internet a manifestare il desiderio di avere sue relazioni e suoi problemi da adulta - e di Marshall - che attraverso il Cinema cerca di venire a capo del mistero della sua famiglia e del rapporto tra i suoi genitori -, senza contare Max, solido compagno di Tara messo costantemente alla prova dai continui ribaltamenti di fronte offerti dagli "ospiti" della testa di sua moglie: l'assolo di chitarra liberatorio e malinconico che precede la partenza per Boston in chiusura di annata è uno dei momenti più toccanti di un personaggio dello stesso stampo del coach Taylor di Friday night lights, uno di quegli uomini all'antica e tutti d'un pezzo sempre intenti a non mostrare eventuali falle nelle loro armature di cavalieri pronti ad accorrere in aiuto di chi amano.
Sicuramente non saremo di fronte ad una delle pietre miliari assolute del piccolo schermo, eppure United States of Tara ha rappresentato, per gli occupanti del Saloon, un'ottima digressione indie nel mondo delle serie televisive, e doveste avere un pò di tempo da dedicare alle vicende di questa strampalata famiglia che gira attorno allo strampalato mondo della sua fragilissima eppure cazzuta matriarca sono sicuro che non ve ne pentireste.
Se non altro, avendo modo di conoscere un sacco di personaggi chiusi - più o meno adeguatamente - nella testa di uno soltanto.


MrFord


"All about that Personality Crisis
you got it while it was hot
but now frustration and heartache
is what you got."
New York Dolls - "Personality crisis" - 


venerdì 21 ottobre 2011

A dangerous method

Regia: David Cronenberg
Origine: Canada
Anno: 2011
Durata: 99'



La trama (con parole mie): siamo agli inizi del novecento, nel pieno della rivoluzione della psicanalisi operata da Sigmund Freud, vero e proprio pioniere di questa nuova scienza.
Il giovane Carl Jung, suo già designato erede, comincia a sviluppare una serie di teorie che possano significare un vero e proprio superamento del punto di vista del suo stesso maestro, intrecciando ad un tempo con Freud un'amicizia che diviene progressivamente pacata ma decisa rivalità e con la giovane paziente - e futura psichiatra - Sabina Spielrein una relazione che significherà la scoperta dei suoi lati nascosti nonchè la prima di una serie di relazioni extraconiugali che lo resero noto quasi quanto le innovazioni apportate rispetto al progresso della scienza.



Alla fine è successo (addirittura) anche con Cronenberg.
La strana epidemia che pare attanagliare i grandi nomi del Cinema non ha risparmiato neppure uno dei più grandi registi degli ultimi vent'anni, in grado di sconvolgere e deliziare il pubblico con pietre miliari del calibro di A history of violence, La promessa dell'assassino, M. Butterfly, La mosca, Videodrome o Inseparabili: con A dangerous method, infatti, l'autore canadese conosce, a mio parere, il punto più basso della sua produzione recente, confezionando certo una pellicola di classe, girata con stile ed interpretata egregiamente dai protagonisti, eppure completamente priva del mordente e della potenza cui lo stesso cineasta ci aveva abituati.
Un Cinema da salotto simile a quello mostrato da Polanski in Carnage, elegantemente portato sullo schermo, narrato in modo così pulito e lineare - se si esclude la troppo breve parentesi dedicata a Vincent Cassel - da apparire come il più conforme dei compitini, lontano dalle metamorfosi e dalle trasformazioni - fisiche e morali - da sempre legate al lavoro di Cronenberg.
Certo, la progressiva maturazione della giovane Sabina e l'evolversi del rapporto tra Jung e Freud potrebbero essere associate allo stesso concetto, eppure, con il passare dei minuti, l'impressione che manchi sempre qualcosa diviene progressivamente certezza, specie considerato che proprio nel momento in cui la pellicola pare finalmente decollare - l'emancipazione e la nuova vita di Sabine, il "lato oscuro" di Jung vissuto di nuovo, con un'altra amante, e la sua quasi profetica visione dell'imminente Prima Guerra Mondiale, la solitudine che sa di esilio preventivo di Freud - tutto si chiude quasi sottovoce, come se il regista si trovasse, invece che alle prese con la materia fisica e modellabile delle sue opere precedenti, nel pieno di un negozio di cristalleria e abbia in qualche modo troppa paura di fare il passo sbagliato e ritrovarsi a dover pagare i danni.
Forse la psicanalisi o la discreta intellettualità degli scontri tra Jung e Freud non rappresentano il campo migliore nel quale il regista possa dimostrare tutto il suo gigantesco talento, eppure quello che, in condizioni normali, sarebbe un freddo ma decisamente buon film d'autore, si trasforma in questo caso nella copia sbiadita e spenta del Cronenberg dei tempi migliori, tanto da far rimpiangere le più estreme delle "eastern promises" o i due volti del capofamiglia americano così tanto da ritrovarsi quasi senz'aria - e decisamente annoiati - attendendo un'esplosione che, di fatto, nel corso di A dangerous method, non arriva mai.
Lo stesso Mortensen, meraviglioso ed ispiratissimo protagonista delle ultime e già citate fatiche del regista, appare compiaciuto come il suo Freud per i sigari cui non riesce a rinunciare, e pur se con classe, non fa che alimentare il rimpianto per un'occasione decisamente mancata.
Fassbender e la Knightley, dal canto loro, sfoderano due interpretazioni da ricordare eppure mai davvero in grado di arrivare al cuore dello spettatore, quasi fossero contagiati dall'atmosfera posticcia che pervade l'intera opera, finendo per alimentare i dubbi ed il disincanto di tutti quelli che attendevano con ansia questa pellicola - come il sottoscritto -.
"Talvolta occorre compiere qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere", sussurra Jung ad un passo dalla depressione che lo coglierà in parallelo allo scoppio del primo conflitto mondiale e lo accompagnerà per tutta la durata della guerra, mentre Sabine si avvia ad un nuovo destino, una nuova vita, una nuova famiglia.
Viene quasi da sperare che anche Cronenberg abbia fatto lo stesso, e questo A dangerous method altro non sia che una marchetta dovuta al distributore per rispettare un contratto in attesa di poter davvero sconvolgere il nostro mondo di spettatori proprio come Freud e Jung con il loro primo viaggio negli Stati Uniti.
Personalmente, lo spero davvero.
Perchè questo suo nuovo metodo non mi pare affatto pericoloso.
Se non per la qualità dell'opera.

MrFord

"Giving into what has got me
feeling claustrophobic, scarred
severed me from all emotion
life is just too fucking hard
SNAP! Your face was all it took
cuz this need ain't doin' me no good
fall on my face, but can't you see?
This fucking life is killing me!"
Slipknot - "Me inside" -

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