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giovedì 1 maggio 2014

Senna

Regia: Asif Kapadia
Origine: UK, Francia
Anno: 2010
Durata:
106'





La trama (con parole mie): il primo maggio millenovecentonovantaquattro moriva tragicamente in pista, a Imola, uno dei più grandi campioni della Storia della Formula 1, Ayrton Senna.
Talentuoso, amatissimo, controverso, noto per la storica rivalità con Alain Prost, che portò il grande circo dei motori dagli anni ottanta ai novanta, e traghettò il pubblico dall'epoca delle drammatiche morti sui circuiti a quella del controllo che sancì l'inizio dell'era di Schumacher.
Le gesta del fuoriclasse brasiliano, dai tempi dei kart ai tre titoli mondiali, raccontate attraverso le immagini delle vittorie e delle sconfitte più importanti della vita di un uomo combattuto tra Fede e Ragione, passione e dedizione, modestia e spirito di competizione. E del segno che lasciò in uno Sport, in un Paese e nel mondo.







Ricordo bene, il primo maggio millenovecentonovantaquattro.
Stavo finendo il primo anno di superiori, e mi portavo ancora dietro e dentro l'eredità di una fanciullezza che avrei pagato cara almeno fino al terzo: i miei compagni di classe piangevano ancora la morte di Kurt Cobain, mentre io mi perdevo dietro una delle più grandi passioni che coltivai per tutta l'infanzia, la Formula Uno.
Da amante degli outsiders, fin dalle elementari e dalle improbabili sveglie in notturna per seguire il Gran Premio del Giappone tifavo con tutto il cuore le Benetton, che con il loro verde ed i piloti di fascia medio bassa mi conquistarono fin da subito: e detestavo i campionissimi come Prost e Senna, sempre in pole position, con le vetture migliori ed il talento pronto a sprizzare da ogni poro.
Mi pareva che tutto fosse troppo facile, per quelli come loro.
Semplice, pensavo da Goonie, essere sempre il primo della classe.
Ma la vita riserva sempre sorprese.
E il Destino è beffardo.
Così quel primo maggio Senna, conquistando la pole position in un weekend di prove maledetto - l'incidente terrificante di Barrichello, quello fatale di Ratzenberger - si impose come il favorito davanti al giovane di belle speranze Michael Schumacher, astro nascente dei motori, proprio al volante di una delle "mie" Benetton, divenute paradossalmente le vetture da battere: alla partenza un altro incidente da paura portò la safety car in pista e la gara su binari che nessuno si sarebbe aspettato - e che sarebbero stati, purtroppo, il preludio di uno dei GP più drammatici di sempre -, come quelli che condussero - in circostanze, purtroppo, mai chiarite completamente - Senna ad uscire alla massima velocità alla curva del Tamburello, giudicata come una delle più semplici da affrontare del circuito per un pilota del suo calibro.
Dritto per dritto, un impatto pazzesco contro il muro prima di carambolare di nuovo al lato della pista.
Ero in camera mia, di fronte alla televisione, ai tempi, e da subito intuii che qualcosa di grave era in atto guardando la testa reclinata sul lato sinistro dell'abitacolo dell'asso brasiliano che così fortemente, e per anni, avevo detestato.
Ricordo anche bene i titoli dei giornali il giorno successivo, i processi, le domande, il lavoro sulla sicurezza che da quel giorno venne svolto in modo da evitare che si ripetessero weekend come quello del maledetto Gran Premio di San Marino.
Clint Eastwood, nel suo Capolavoro Million dollar baby, ricorda fin dal principio quanto nell'Uomo sia presente il desiderio di accostarsi alla violenza, al brivido che corre lungo la schiena nel momento in cui l'adrenalina pompa, e le emozioni si moltiplicano: per i piloti che rischiano la vita alla guida di vetture lanciate a trecento all'ora ed il pubblico che, nonostante le apparenze, spera sempre nell'incidente spettacolare e possibilmente mortale pronto a scuotere le coscienze anche dei non appassionati e far sgranare gli occhi.
Il vecchio medico della Federazione amico del campione, Syd Watkins, proprio in occasione della vigilia della gara che sarebbe finita in tragedia, testimonierà di aver chiesto a Senna il perchè della sua voglia di continuare a correre, essendo già stato incoronato campione per tre volte ed avere, di fatto, una vita davanti, magari per dedicarsi alla pesca, e alla tranquillità: alla vigilia della morte, il fuoriclasse risponderà, semplicemente, che non può farlo.
La forza della passione.
Sono passati vent'anni, e mi rendo conto di aver parlato davvero poco del bellissimo documentario firmato da Asif Kapadia, quanto più dei ricordi che io stesso ho accumulato di quell'evento fondamentale per la Formula Uno, che ora come ora seguo molto meno e che spero di tornare a vivere con la stessa intensità di allora, magari accanto al Fordino, che mostra una certa passione per le macchinine: la morte di Senna, infatti, innescò un giro di vite che, se da un lato e per il dispiacere di molti - o tutti? - annullò o quasi i rischi di questa disciplina diminuendone, di fatto, la percentuale di spettacolarità, portò a quella che, ad oggi, è l'ultima morte documentata di un pilota del più importante circo di motori del mondo, con la sua politica, i suoi soldi, e le sue leggi scritte o non scritte.
Se fossi un uomo di Fede, come Senna, potrei quasi affermare che il suo Destino era proprio questo.
Un sacrificio in nome di qualcosa che avrebbe preservato le vite di decine di altri come lui negli anni a venire.
Ma non lo sono.
Sono un uomo di profonde passioni.
E di fronte alle dichiarazioni che chiudono il documentario, e al ricordo di Senna del suo esordio europeo nel mondo dei kart, lontano dai riflettori e dai giochi di potere, dalle rivalità e dalle sponsorizzazioni, o di un intera nazione commossa dalla morte di un simbolo per tutti i suoi figli, ricchi o poveri che fossero, e alla velocità, non posso che porgere omaggio.
Neanche fossi Prost, e non mi sognerei di esserlo neanche per sbaglio.
Io sono solo un Goonie.
Ma non credo che Ayrton, con tutto il suo talento, il denaro ed il successo, potesse affrontare la vita e le sue conseguenze con tanti più mezzi di quanti ne possa avere io, che da qualche mese sono diventato più vecchio di quanto lui sia mai stato, o potrà mai essere.
Spero solo che la sua gara - considerato che avrebbe voluto una vita più lunga della sua carriera da pilota - sia valsa la pena quanto lo è valsa per i milioni di tifosi che ancora oggi invocano quel nome come un'ancora di salvezza.




MrFord




"E ho deciso una notte di maggio
in una terra di sognatori
ho deciso che toccava forse a me
e ho capito che Dio mi aveva dato
il potere di far tornare indietro il mondo
rimbalzando nella curva insieme a me
mi ha detto "chiudi gli occhi e riposa"
e io ho chiuso gli occhi."
Lucio Dalla - "Ayrton" - 





martedì 15 aprile 2014

Need for speed

Regia: Scott Waugh
Origine: USA, Filippine, Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 132'




La trama (con parole mie): Tobey Marshall, pilota dal talento stupefacente e grande meccanico venuto dalla strada, a causa della rivalità di lunga data con il ricco e supponente Dino Brewster finisce in carcere per due anni, perdendo di fatto tutto quello che si era faticosamente costruito, oltre ad uno dei suoi migliori amici. Uscito dal penitenziario e ricostituita la sua vecchia squadra, Tobey cerca vendetta procurandosi una vettura che possa garantirgli l'accesso al prestigioso Trofeo De Leon, al quale partecipano su invito del misterioso Monarch i migliori collezionisti e guidatori di macchine sportive del mondo.
Aiutato da Julia, emissaria di un milionario inglese cui ha promesso metà del montepremi finale, Marshall lotterà con tutte le sue forze non soltanto per vincere la gara, ma anche per riabilitare il suo nome incastrando Dino.






E' quasi incredibile come, a volte, si incroci il cammino di registi o attori che finiscono per essere una vera e propria garanzia di schifezza rispetto alla pellicola alla cui realizzazione prendono parte: potrei citare, come illustre esempio, il buon Paul W. S. Anderson, una sorta di Re Mida al contrario della macchina da presa, tra i nomi più gettonati del Ford Award dedicato al peggio praticamente ogni anno.
Oltre a lui, di recente una new entry di questa poco edificante lista ha fatto clamorosamente parlare di sè al Saloon: Dominic Cooper, attore più che cane maledetto visto nel terribile Un ragionevole dubbio e tornato alla carica come nemesi di Aaron Paul - ancora nel cuore di molti di noi grazie al suo ruolo in Breaking Bad - in questo Need for speed, film insulso e wannabe Fast and furious - che a confronto pare una cosa da Palma d'oro d'ufficio - ispirato dalla nota serie di videogiochi.
Onestamente, quando ho deciso di approcciare il lavoro di Scott Waugh, speravo di imbattermi nella tipica tamarrata da neuroni spenti buona per le serate senza impegno e costruita con ironia da veri Expendables: purtroppo per tutti gli occupanti di casa Ford, il risultato della visione è stato una sfida all'ultima presa per il culo di un ipertrofico videoclip con modelli di macchine sportive dai costi astronomici privo della scintilla giusta per risultare quantomeno piacevole o tamarro abbastanza per fare la differenza, scritto probabilmente da uno stuolo di pre-adolescenti pronti a divertirsi con battute al limite dei Cinepanettoni, adattato malissimo nella versione italiana - un'intera sequenza costuita sul reiterato utilizzo del termine "terrone", che parte come identificazione del tamarro e diventa un riferimento al dirigersi verso il Sud, decisamente agghiacciante - e recitato da cani, sia che si parli di attori fuori parte - il povero Aaron Paul, che fisicamente non ha davvero nulla del pilota bello, maledetto e tormentato: sarebbe stato meglio optare per qualcuno meno bravo ma fisicamente più prestante - sia che il riferimento tocchi interpreti indecenti che non sarebbero buoni neppure per una soap girata in casa come il già citato Dominic Cooper.
Unico a salvare la faccia nel cast, pur se gigioneggiando oltre misura, è il sempre ottimo - e troppo sottovalutato - Michael Keaton, che non dovrebbe neppure stare sullo stesso pianeta dell'inguardabile Dom.
Se non altro, in compagnia di Julez si sono passate le due ore piene - ma nessuno si degna più di portare in sala i buoni, vecchi, cari film da un'ora e mezza!? - a giocare al tiro al piattello con le stronzate che la sceneggiatura cercava di propinarci come trovate da urlo e molto cool, dalle citazioni di film action di ben altro livello - Speed, ad esempio - fino a passaggi che probabilmente gli autori pensavano di grande effetto come l'assurdo salvataggio nel canyon o la pessima gara conclusiva: se non altro, in questo festival di risate, abbiamo potuto raccogliere chicche degne del "fetore degli occhi" del recente spin off di 300 culminate con la sequenza che vede protagonista la spalla di Aaron Paul, Julia/Imogen Poots che, in ospedale, poco prima della sfida decisiva, chiede all'infermiera di avere un tablet per seguire online la gara, e senza indugio viene accontentata tanto quanto il buon pilota di aereo ed elicottero nonchè guida "dall'alto" di Tobey, che, in un carcere militare, non solo vede esaudita la stessa richiesta, ma addirittura ha l'assistenza del piantone - una piacente fanciulla - che tiene in mano il dispositivo in modo da facilitare la visione da parte del detenuto.
Forse neanche Seagal avrebbe osato tanto.
A questo punto, il nuovo capitolo del brand di Fast and furious con Statham nel ruolo del villain avrà il sapore dei grandi premi internazionali.
E viene il sospetto che il buon Jesse Pinkman abbia rifornito cast e crew con le rimanenze dei cristalli blu di Walter White.
Sceneggiatori in primis.



MrFord



"(Speed Demon)
Speedin' On The Freeway
gotta Get A Leadway
(Speed Demon)
Doin' It On The Highway
gotta Have It My Way
(Speed Demon)."
Michael Jackson - "Speed demon" - 




giovedì 4 luglio 2013

A prova di morte

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 113'




La trama (con parole mie): Stuntman Mike, un tipo strano con una macchina da urlo costruita per resistere anche ai più mortali degli incidenti che vaga tra Texas e Tennessee alla ricerca di gruppi di ragazze pronte a diventare le sue prede. 
Perchè Stuntman Mike è un cacciatore di prima categoria, e quando la DJ Jungle Julia, accompagnata da un gruppo di amiche, ha la sfortuna di incontrarlo in un locale per lei si materializza passo dopo passo un incubo su strada che finirà in un massacro.
Scampato alle forze dell'ordine, Stuntman Mike tornerà sulla strada, ed il suo cammino incrocerà quello di Kim, Pam, Zoe ed Abernathy, ragazze abituate a lavorare nel Cinema e pronte a dare al folle guidatore un assaggio piuttosto consistente della loro forza: quel mattacchione di Stuntman Mike, praticamente senza saperlo, finirà per passare dal ruolo del cacciatore a quello della volpe protagonista della caccia grossa.





Non ho mai fatto mistero di non amare particolarmente il periodo solo autoreferenziale che visse Tarantino una volta consolidata la sua fama di regista supercult e supercool con Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown, e che portò alla realizzazione dei due Kill Bill - che continuo a considerare due splendidi giocattoloni con poca sostanza, per quanto indubbiamente affascinanti - e di questo A prova di morte, parte dell'ambizioso progetto grindhouse che il vecchio Quentin portò a termine con l'amicone Robert Rodriguez, che per l'occasione superò quello che, di fatto, è il suo maestro grazie all'ottimo Planet Terror.
Devo però ammettere che, nel corso di questa nuova visione, mi sono trovato a rivalutare, almeno in parte, il lavoro del regista di Knoxville, che non passava sugli schermi di casa Ford dai tempi della sua uscita, risalente al non più vicinissimo 2007 - ricordo che fu uno dei primi film che io e Julez vedemmo in sala dopo aver iniziato la nostra avventura insieme -: intendiamoci, continuo a considerarlo come il lavoro più fiacco e meno incisivo della sua filmografia, ma di fatto quelle che allora erano state bottigliate impietose si sono trasformate in una sorta di bonaria pacca sulla spalla legata alla comprensione di quella che doveva essere, ai tempi, la necessità dell'autore di divertirsi senza ritegno e come se non ci fosse un domani, senza preoccuparsi troppo di consegnare alla settima arte qualcosa che potesse davvero fare Storia.
Sicuramente questa mia riflessione è una conseguenza dei due titoli clamorosi che "la iena" ha regalato al pubblico negli ultimi anni, e che hanno riportato l'asticella della qualità del suo lavoro spropositatamente in alto - parlo delle meraviglie che sono state Bastardi senza gloria e Django unchained, ovviamente -, ma pur se influenzato dai suddetti titoli credo di aver intravisto, in A prova di morte, una sorta di versione personale ed allucinata del regista di quelli che potrebbero essere, per il sottoscritto, gli action anni ottanta che con clamorosa facilità riescono a svuotarmi il cervello quando ho bisogno di uno stacco consistente.
Dunque Tarantino si lascia andare ad una sequela di piedi, culi, fanciulle, alcool, citazioni e sbrodolate di parole come piace a lui, probabilmente divertendosi da impazzire nel farlo: il risultato è senza dubbio squilibrato, a tratti ridondante, efficace nella prima parte quanto lezioso nella seconda, che si ribaltano senza troppi problemi quando a farla da padrona è l'azione sfrenata e sopra le righe - in questo caso, indubbiamente il primato va assegnato alla metà del film dedicata a Zoe e alle sue compari -.
A prova di morte rappresenta il bicchiere della staffa di un autore ai tempi ancora in piena sbronza da successo e privo della saggezza necessaria per gestire talento e notorietà all'unisono, un giocattolo vintage all'interno del quale sfilano affascinanti donzelle oscurate dalla prima all'ultima da Stuntman Mike, unico e vero grande successo della proposta, dagli splendidi gadgets all'espressione gommosa e guascona di Kurt Russell, perfetto per il ruolo del predatore passato dalla padella alla brace e divenuto preda: lo scontro tra Mike e la banda di Zoe Bell - stunt di Uma Thurman in Kill Bill - è un vero spasso, dalle continue citazioni del supercult assoluto Punto zero - una meraviglia che tutti dovrebbero vedere e rivedere - alle evoluzioni sopra e sotto il cofano dei protagonisti della battaglia.
L'atmosfera, a metà tra un Hazzard d'alta scuola ed il kitsch sfrenato, può contare sull'apporto delle come di consueto perfette colonna sonora e fotografia, nonostante il risultato si fermi, per l'appunto, alla confezione: in un certo senso A prova di morte è come un appuntamento con una donna assolutamente attraente che già dal primo minuto sappiamo bene scaricheremo la mattina dopo, avendo ottenuto quello che volevamo e sicuri di non desiderare assolutamente nient'altro.
Ed è proprio così che, a suo modo, A prova di morte funziona: possiamo goderci ogni suo fotogramma, il simbolo sul cofano della vettura di Stuntman Mike, lo schianto di Jungle Julia e compagne, la vendetta di Zoe e della sua banda, l'auto simbolo del già citato Punto zero, la lap dance di Vanessa Ferlito, il formato volutamente imperfetto e chi più ne ha più ne metta.
Certo, non si potrà mai pensare che possa rimanere qualcosa di più di un ricordo stuzzicante, o di un mal di testa da hangover - e potete immaginare quanto possa aver apprezzato la presenza del Wild Turkey, uno dei bourbon più buoni che esistano, almeno tra quelli a larga diffusione -, ma in fondo a volte va bene così.
Solo non aspettatevi il Tarantino delle Palme d'oro, delle rivoluzioni e delle pietre miliari: considerate al contrario di passare una serata con un vecchio e pazzo amico pronto a raccontarvi una storia ancora più pazzesca, ingozzarvi di cibo piccante e saporito - messicano, per esempio - per poi darvi alla pazza gioia per le strade della città come se non ci fosse un domani.
In questo senso, A prova di morte è come vi sentirete.
In caso contrario, tutto apparirà soltanto come una sveltina neppure degna di un ricordo fugace.


MrFord


"Andavo a cento all'ora
per trovar la bimba mia
ye ye ye ye
ye ye ye ye!
Andavo a cento all'ora
per cantar la serenata
blen blen blen blen
blen blen blen blen!"
Gianni Morandi - "Andavo a 100 all'ora" -



martedì 29 gennaio 2013

Flight

Regia: Robert Zemeckis
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Whip Whitaker è un pilota di linea esperto e di talento con un matrimonio fallito alle spalle, un figlio con il quale non parla ed un problema legato all'alcool. 
Dopo una nottata di baldoria con una delle sue hostess a suon di bevute e cocaina prende il comando di un aereo che da Orlando è diretto ad Atlanta: dopo aver superato indenne una pesante turbolenza, Whip riesce per miracolo ed abilità ad operare un atterraggio di emergenza causato da un malfunzionamento meccanico riuscendo a portare in salvo novantasei dei centodue passeggeri.
Per i media è un eroe, ma le indagini indicano che il suo sangue presenta valori fuori norma, trasformandolo nel capro espiatorio più facile rispetto all'inchiesta che segue il disastro, legata ai risarcimenti alle vittime.
Whip sarà costretto dunque ad affrontare i suoi demoni ed il suo passato per poter fare finalmente i conti con la vita ed i sensi di colpa che lo tormentano.





Ricordo quando, qualche anno fa - e non voglio sottolineare esattamente quanti - mi massacrai di visioni e lessi il romanzo - esattamente in quest'ordine - di Alta fedeltà, commedia romantica alternativa tutta giocata sull'amore del protagonista - e dell'autore - per la musica: proprio per bocca degli stessi si aveva l'occasione di scoprire che, nel pianificare una compilation - termine ormai quasi obsoleto e sostituito dal più freddo playlist - occorreva sparare cartucce di un certo carico in apertura ed in chiusura, lasciando i pezzi meno incisivi per la parte centrale.
Senza dubbio Nick Hornby, John Cusack e Robert Zemeckis hanno in parte ragione, eppure ho sempre considerato un azzardo notevole quello di giocarsi le migliori risorse in apertura, rischiando di rimanere senza fiato proprio sul più bello, proprio come un pugile che parte forte sperando di mettere l'avversario al tappeto entro un paio di round e poi si ritrova a metà incontro con le gambe che cedono: Flight è proprio così.
Nonostante, infatti, una sequenza iniziale da cardiopalma girata e giostrata alla grandissima - dall'apertura al momento dell'impatto dell'aereo si vive praticamente con il fiato della pellicola sul collo - ed un Denzellone nostro in forma smagliante - il suo balbettio e la resa splendida dei fantasmi della dipendenza sono da manuale -, il lavoro di Zemeckis manca senza dubbio della scintilla in grado di trasformare un'opera caruccia e guardabile in qualcosa di destinato davvero a restare nella memoria dello spettatore per qualcosa di diverso dalla perizia tecnica e dal sensazionalismo di una morale piuttosto spiccata.
Certo, da bevitore di un certo livello potrò suonare campanilista e di parte nel criticare la storia di un protagonista senza dubbio nel torto rispetto alla condotta ma in grado di salvare come nessun altro le vite di novantasei passeggeri presentata come se fosse un esempio da mostrare nei circoli degli alcolisti anonimi e alla giuria dell'Academy o dei Festival più importanti giusto per darsi un tono da moralizzatori finti alternativi, eppure ho trovato impossibile non riconoscere l'evidente calo che lo script firmato da John Gatins - sceneggiatore specializzato in film formativi di ambito sportivo come Coach Carter e Real steel - manifesta dalla prima alla seconda parte del film, e che l'interpretazione indubbiamente maiuscola di Washington - come già giustamente sottolineato - non può sperare, da sola, di riuscire a compensare.
Eppure le premesse per fare bene c'erano tutte, dal senso di disagio alla posizione dell'outsider, dal rapporto tra il ruolo di eroe - è indubbio che Whitaker sia il responsabile della salvezza dei novantasei superstiti dell'incidente - e quello di colpevole per la Legge - è altrettanto ovvio che il Capitano fosse completamente preda di alcool e droga prima, durante e dopo il volo -, dal confronto tra il protagonista e suo figlio ad una struttura da legal thriller mascherato da riscatto sociale, senza contare una possibile storia d'amore finita male in grado di rompere le consuetudini zuccherose del genere romantico e non solo.
Ma l'impressione è che Zemeckis ed il suo staff non abbiano voluto affondare troppo sull'acceleratore per evitare di inimicarsi l'Academy così come i responsabili dei vari Festival nonchè del pubblico abituato ai blockbuster di grana grossa, finendo in questo modo di fatto per remare contro l'effettiva portata di un film che avrebbe senza dubbio potuto ambire a molto più di quanto non arrivi a portarsi a casa alla fine, troppo preso a non concedere troppo alla realtà di una vita che bastona senza ritegno e dalla volontà di fornire un lieto fine anche quando il lieto fine stesso risulta stonato e poco utile.
Peccato, perchè vedere un regista - seppur artigiano - di grande capacità come Zemeckis svilirsi più di quanto non abbia già fatto per cercare di portarsi a casa un qualche riconoscimento è davvero desolante, almeno quanto il finale moralizzatore che, più che commuovere o far riflettere, finisce per risultare didascalico e da piedistallo.
E qui da queste parti, è sempre meglio un talentuoso errore da sbronza che non un pentito dietrofront da Libro Cuore.


MrFord


"Picket lines and picket signs
don't punish me with brutality
talk to me, so you can see
oh, what's going on
what's going on
ya, what's going on
ah, what's going on."
Marvin Gaye - "What's going on" -


 

domenica 27 novembre 2011

Alive - Sopravvissuti

Regia: Frank Marshall
Origine: Usa
Anno: 1993
Durata: 120'



La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli anni settanta, ed una squadra di rugby proveniente dall'Uruguay viaggia verso il vicino Cile per un impegno sportivo su un aereo noleggiato per l'occasione in compagnia di amici e parenti.
A causa di un errore di valutazione del pilota, il velivolo precipita nel cuore delle Ande: sopravvivono allo schianto più di venti tra i passeggeri, che dovranno fronteggiare il clima, la malnutrizione e le ripercussioni delle ferite riportate nella speranza che qualcuno possa giungere a salvarli.
Quando diverrà certezza il timore che i soccorsi non giungeranno, due dei giocatori della squadra, i giovani Roberto Canessa e Nando Parrado, nutrendosi con la carne dei morti nello schianto, attraverseranno le montagne per cercare aiuto e salvare i compagni sopravvissuti.



Esistono alcune pellicole cui si finisce per restare clamorosamente legati nonostante non appartengano certo a quelle che faranno la Storia del Cinema: Alive, nello specifico, è uno dei pochi ricordi ancora intatti che ho del periodo passato tra la fine delle scuole medie e l'inizio del liceo.
Sono ancora vive nella mia memoria, infatti, la classica uscita mista in cui si sperava, alla fine, di limonare duro con qualche vicina di banco che non si sarebbe mai ammesso rientrasse nei nostri gusti, il mio compagno di classe Mirko, che già allora - sarà stato il suo metro e novanta, saranno state la giacca e la cravatta che portava sempre - fu scambiato per il padre accompagnatore, e gli echi di questa reale vicenda - narrata con una notevole fedeltà dal regista  - che portavo in me, memore dei racconti di mio padre e del romanzo scritto da uno dei sopravvissuti che ancora oggi trova spazio nella mia libreria.
Così, rivederlo con Julez che per la prima volta assisteva al racconto dei sopravvissuti di uno dei disastri aerei più noti della storia dell'aviazione civile è stato come sfruttare una macchina del tempo, con la certezza - sicuramente più confortante - che, in un modo o nell'altro, avrei limonato di sicuro senza troppi patemi d'animo prima, dopo o durante la visione.
Tornando al film, e messo in chiaro che si tratta di un'opera decisamente retorica e televisiva, occorre sottolineare ancora una volta la grande fedeltà che regista e sceneggiatori hanno mantenuto rispetto alla maggioranza degli eventi legati alle vicende dei sopravvissuti, dalla valanga che li sorprese, alle difficoltà per i feriti, fino al tabù che da titolo al romanzo e che costituisce uno dei cardini dell'intera vicenda nonchè uno dei principali motivi per i quali oggi è ancora possibile parlare di chi riuscì ad uscire vivo da quell'inferno di neve: la scelta di nutrirsi della carne dei morti, unico mezzo di sostentamento tra montagne in grado di mettere alla prova anche alpinisti esperti ed equipaggiati al massimo.
A questo proposito, è curioso notare quanto l'impronta data all'intera pellicola sia quella di un film incentrato sull'importanza della fede mentre, al contrario, credo che l'impresa di Canessa e Parrado sia figlia dell'incrollabile volontà di due uomini capaci di riuscire in una traversata che, nelle condizioni in cui erano - vestiti di fortuna, un sacco a pelo ricavato dalle imbottiture dei sedili dell'aereo, scorte di carne tagliata dalle vittime dello schianto - è razionalmente associabile alla fantascienza pura.
In questo senso la visione - tutto tranne che memorabile - può risultare comunque interessante e stimolare riflessioni rispetto ad una situazione estrema come quella che vissero i sopravvissuti all'incidente: personalmente, mi trovo completamente in linea con la condotta di Nando Parrado, che attesa la morte della madre e della sorella è il primo a farsi promotore dell'idea di nutrirsi della carne delle vittime in modo da avere l'energia necessaria per partire e cercare aiuto.
In fondo, la volontà di vivere - e sopravvivere - andrebbe ben oltre una semplice convinzione sociale o religiosa: in fondo, non basterebbe - e non è bastato - sedersi a pregare per attraversare le Ande.
Non c'è dio che tenga.
Sono stati due uomini, a farlo.
Con mezzi di fortuna, pochissimo cibo, il rischio di morte ad incombere sulle loro teste e due palle grosse come una casa.


MrFord



"I will survive
oh as long as i know how to love
I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give."
Gloria Gaynor - "I will survive" -

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