Visualizzazione post con etichetta Jeff Nichols. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jeff Nichols. Mostra tutti i post

giovedì 16 marzo 2017

Thursday's child







Ed eccoci al nuovo appuntamento con le uscite che ci attendono nelle sale per questo weekend, nella speranza, fino a questo momento dell'anno vana, che possano alimentare come ai bei tempi la rivalità tra il sottoscritto e Cannibal Kid, che negli ultimi tempi, più che irritante e sconclusionato, mi è parso addirittura quasi simpatico ed in linea con il mio pensiero.
Uno scenario da film horror totale.


"Se Ford e Cannibal non si danno una regolata e tornano a combattersi come si deve, dovrò mettere il vestito della domenica e fare la festa ad entrambi."



La Bella e la Bestia

Ford e Cannibal festeggiano il loro periodo di inaspettata pace.

Cannibal dice: Non sono mai stato un grande fan della versione animata Disney de La Bella e la Bestia. Sarà che l'avevo visto quando ero troppo piccolo per apprezzarlo, o sarà che già allora era troppo una bambinata per me. Sono però pronto ad amare questa versione live-action, o se non altro sono pronto ad amare Emma Watson. Del resto non è che me ne freghi più di tanto. A partire dalla Bestia, in cui invece Ford immagino si ritroverà alla perfezione.
Ford dice: La bella e la bestia targato Disney è uno dei primi film d'animazione moderni ad aver portato un'idea di Cinema che andasse oltre il concetto di "cartoni animati" per bambini, nonostante l'approccio ancora molto musical tipico dei Classici della grande D.
Sinceramente, non sentivo alcun bisogno della versione live action, che penso si rivelerà solo una porcata buona per fare soldi al botteghino, o per rappresentare la storia del (non) bel Cannibal e del bestiale Ford.

 

John Wick – Capitolo 2

"Far fuori Cannibal? Una passeggiata. E' con Ford, che sarà più dura."

Cannibal dice: Il primo John Wick è uno dei film più inspiegabilmente sopravvalutati degli ultimi anni. Tutti a esaltarlo per quanto è tamarro e spettacolare, Ford in primis, io invece l'ho trovato parecchio noioso e serioso. Questo sequel almeno dai trailer mi pare più ironico e divertente, ma dubito comunque che correrò a guardarlo.
Ford dice: il primo John Wick è uno dei film più simili nello spirito e nella resa alle tamarrate action anni ottanta che ricordi, e da tempo attendevo questo sequel che arriva sugli schermi del Saloon con un hype pazzesco.
Riuscirà a far fronte a queste aspettative? Presto su White Russian la risposta.

 

The Ring 3

"Ford e Cannibal d'accordo!? Maria, io esco!"

Cannibal dice: Ecco un sequel che immagino possa essere una mezza cacchiata, e forse non solo mezza, ma che non vedo l'ora di vedere. Ho adorato il primo The Ring e moderatamente apprezzato pure il secondo e Samara è uno dei miei mostri horror preferiti. Dopo Ford.
Ford dice: il primo The Ring - sia americano che jappo - non mi sono affatto dispiaciuti, e nonostante mi sia poi perso per strada tra sequel, remake e via discorrendo, potrei tentare un doppio recupero nella speranza che Samara, un giorno o l'altro, passi da Casale a prendersi Cannibal Kid per renderlo antifordiano come un tempo.

 

Loving

"Il matrimonio tra Ford e Cannibal rischia di fare decisamente più clamore del nostro, non ci sono dubbi!"

Cannibal dice: Una storia e un film che sembravano perfetti per gli Oscar, poi però gli Oscar hanno abbastanza snobbato questo nuovo lavoro del fordiano (forse pure troppo) Jeff Nichols, meritata nomination a Ruth Negga a parte. Avranno fatto bene o male?
Ford dice: Jeff Nichols è uno dei registi americani più fordiani che siano attualmente in attività, eppure in genere finisce per piacere anche e perfino a Cannibal. Con questo Loving si prolungherà il periodo di pace armata tra i due quasi ex nemici più acerrimi della blogosfera o finalmente avremo materiale per una nuova Blog War? Tra qualche giorno la risposta.

 

Un tirchio quasi perfetto

"Ford e Cannibal non mi apprezzano? Poco male: ho questo bel violino da fracassare in testa ad entrambi!"

Cannibal dice: Una commedia francese ogni tanto ci sta bene, anche se Dany Boon non è che mi faccia proprio impazzire. Una chance in ogni caso potrei dargliela, visto che il tema della tirchieria fa (quasi) sempre ridere. Come gli sfottò a Ford.
Ford dice: non ho mai sopportato Dany Boon. E considerato che ultimamente con Cannibal le cose funzionano fin troppo, direi che il “comico” francese potrebbe diventare il mio nuovo nemico numero uno.

 

Chi salverà la rose?

"Non è possibile che sia sempre Ford a dare le carte! Quello è sempre ubriaco!"

Cannibal dice: Pellicola con protagonista un vecchietto che sembra perfetta per esaltare Ford. Non so chi salverà le rose, ma io di certo non salverò codesto filmetto.
Ford dice: il mio pollice, più che verde, è nero. Dunque, non sarò io a salvare le rose. Questo è sicuro. E neppure Cannibal.

 

Æffetto domino

"Non ti conviene scrivere una letterina a Cannibal, bimbo: lui cestina la posta dei fan, a meno che non si tratti di Emma Watson!"

Cannibal dice: Pellicola italiana impegnata che come effetto domino credo provocherà la repulsione sia da parte mia che da parte di Ford.
Ford dice: l'effetto domino di questa robetta pseudo autoriale italiana potrà solo essere quello di essere massacrata in stereo su White Russian come su Pensieri Cannibali.

lunedì 25 luglio 2016

Saloon's Bullettin #2



Le prime due settimane da "part-time" della blogosfera, lo ammetto, sono state un vero piacere.
Nessuna pressione rispetto al vedere film o serie e scriverne, completo relax, approccio easy neanche fossi precipitato nella pigrizia alcolica lebowskiana: una manna dal cielo, senza contare che, rispetto alla scorsa tornata, a questo giro mi pare sia andata ancora meglio, in termini di visioni.
Dunque, giusto per togliermi il sassolino, parto con la nota "dolente" della settimana, legata alla lettura: ho terminato da un paio di giorni La ragazza dal cuore d'acciaio, uno dei pochi Lansdale che ancora mancavano alla mia lista, e devo ammettere con rammarico di essermi trovato di fronte al romanzo più debole del vecchio Joe. Nonostante, infatti, un protagonista sulla carta perfetto per il sottoscritto - reduce di guerra, tendenzialmente alcolizzato, donnaiolo e casinista -, Cason Statler - già visto in un paio di occasioni come ospite nella saga di Hap e Leonard - e la presenza dello squilibrato Booger - anch'egli coprotagonista del recente Honky Tonk Samurai -, ho trovato La ragazza dal cuore d'acciaio spento e lento, rispetto allo standard ironico, fresco e rapido del romanziere texano, a tratti perfino moralista per bocca del suo main charachter. Niente di abbastanza grave da incrinare il rapporto con uno dei favoriti del Saloon, ma senza dubbio una parziale delusione (due bicchieri).
Il Cinema, invece, ha finito per regalarmi una settimana di discrete soddisfazioni: considerato che il suo precedente era il decisamente sopravvalutato Oculus, il nuovo lavoro di Flanagan, Hush, home invasion arricchito dall'idea di una protagonista sordomuta in perenne necessità di un contatto visivo con il suo potenziale assassino, si è rivelato una sorpresa davvero niente male.
Grazie ad un ottimo ritmo, una violenza decisa ma non eccessiva - la sequenza della mano e della porta scorrevole è stata davvero un bel pugno nello stomaco -, soluzioni interessanti - le ipotesi della protagonista a proposito delle differenti vie di fuga - ed un minutaggio adeguato la visione scorre davvero alla grande, incassando solo qualche colpo nel finale a causa delle concessioni che, di norma, in questo tipo di pellicole vengono autorizzate rispetto alla distribuzione ed al grande pubblico: peccati veniali, comunque, per un lavoro che si propone come uno dei riferimenti dell'horror/thriller di questo inizio estate (due bicchieri e mezzo).
Pur cambiando l'ordine degli addendi ed accelerando su ironia e splatter, la sorpresa resta la costante anche per Manuale scout per l'apocalisse zombie, recuperato quasi per caso con il sospetto che si potesse trattare di una merda fumante buona per la visione in sala del weekend di Ferragosto e rivelatosi, invece, un ibrido divertentissimo e spassoso di Shaun of the dead, Zombieland e I Goonies, con un Tye Sheridan a farla da padrone ed una Sarah Dumont a rompere qualsiasi indugio nel pubblico maschile: nonostante il lavoro di Landon sia clamorosamente derivativo, passaggi come quello della citazione a Britney Spears o del "si sta rompendo il cazzo" assurgono senza colpo ferire a potenziali scene cult dell'anno, pronti ad andare a braccetto con un elogio degli outsiders adolescenti degno degli anni ottanta, un ritmo veloce ed una colonna sonora assolutamente perfetta.
Un film perfetto per la stagione, per i ragazzini in cerca di conferme e per gli adulti che ricordano con affetto il loro periodo di lotta adolescenziale per emergere rispetto a tutti quelli che si trovavano, per un motivo o per un altro, con la pappa pronta e che poi, di fronte alla vita vissuta, hanno finito per soccombere, o diventare zombies (due bicchieri e mezzo).
Chiudo in bellezza, sempre nello spirito eighties, con Midnight Special, nuovo film dell'amatissimo da queste parti Jeff Nichols, che riprende il discorso iniziato con lo splendido Take Shelter mescolando fantascienza, famiglia e road movie appoggiandosi alle garanzie Michael Shannon e Kirsten Dunst e ad un eccezionalmente in parte Joel Edgerton per raccontare la metafora del superamento di una perdita devastante come quella di un figlio: un film che, probabilmente, ad una prima visione - o ad una superficiale - rischia di apparire meno potente di quanto non sia in realtà, e che non solo conferma il talento del suo autore - colpevole, forse, soltanto di un paio di passaggi di sceneggiatura un pò troppo tagliati con l'accetta -, ma grazie ad una fotografia pazzesca e a riprese splendide porta lo spettatore all'interno di un dramma affrontato con determinazione, coraggio ed una dose di Fede da fare invidia perfino ad un miscredente convinto come questo vecchio cowboy.
In questo caso il mio consiglio è montare senza troppi pensieri sui sedili della vettura condotta in modo forse a tratti sconsiderato da Nichols, gettare ogni pregiudizio ed aprire il cuore ad una vera e propria rivelazione (tre bicchieri).
Non c'entra invece nulla con il resto, ma data la perfezione tecnica e lo script non potevo esimermi: in questi giorni, con Julez, abbiamo completato Uncharted 4, conferma clamorosa del valore cinematografico che i videogiochi stanno acquistando titolo dopo titolo: la saga di Nathan Drake non ha nulla da invidiare a quella di Indiana Jones, e pur non avendo un corrispettivo su grande schermo, andrebbe gustata dal primo all'ultimo secondo.





MrFord

giovedì 26 dicembre 2013

Ford Awards 2013: i film che non vedrete nelle sale italiane

La trama (con parole mie): tradizione dei Ford Awards è ormai la classifica dedicata ai titoli passati sugli schermi del Saloon grazie ai passaparola o alle recensioni altrui ma purtroppo per noi tutti mai usciti nelle sale nostrane, troppo impegnate a propinarci cinepanettoni ed obbrobri simili.
Quest'anno la scelta è stata più semplice rispetto a quella delle ultime edizioni, considerato che il mio film numero uno della stagione, in realtà, passa proprio da qui, invece che nella Top 40 che vedrete tra qualche giorno dedicata ai titoli regolarmente distribuiti da gennaio a dicembre: a combattersi, al contrario, sono stati i i film appena sotto il vincitore, tra conferme graditissime e sorprese al limite del grottesco.


N°10: PASSION di BRIAN DE PALMA




Non poteva mancare, nella selezione dei dieci migliori titoli non distribuiti in Italia nel duemilatredici un vero e proprio mostro sacro come Brian De Palma, che confeziona un thriller dal gusto profondamente hitchcockiano con la solita, incredibile tecnica stregando il pubblico come un Autore del suo calibro sa e deve giustamente fare.
Sequenze da capogiro per un film da capogiro.

N°9: DRINKING BUDDIES di JOE SWANBERG













Salito alla ribalta della cronaca perchè citato da Tarantino nella sua personale top ten dell'anno, Drinking buddies rappresenta la tipica commedia romantica indie, per nulla radical chic, molto sincera e, come se non bastasse, anche decisamente insolita nello svolgimento e risoluzione.
Un titolo piccolo piccolo che riesce a conquistare proprio grazie alla sua onestà, e che più passa il tempo, più mi rendo conto di aver apprezzato.
E nonostante l'abbia visto l'ormai lontana sera del quindici settembre, prima di rientrare al lavoro dopo oltre tre mesi, e debba ancora pubblicare la recensione, mi pare di sentirlo sulla punta della lingua come lo stinger artigianale che lo accompagnò.

N°8: SHARKNADO di ANTHONY C. FERRANTE


 
Penserete abbia sbagliato classifica, inserendo Sharknado qui e non in quella dedicata al peggio, e invece no. Perchè l'involontariamente(?) comico ed assutamente geniale lavoro di Anthony C. Ferrante è quanto di più incredibile la scorsa estate abbia riservato alla famiglia allargata Ford in una serata al mare fatta, praticamente, di sole risate.
Un film assurdo e sgangherato che può essere stato generato soltanto da una mente superiore.
Instant cult.

N°7: BLACKFISH di GABRIELA COWPERTHWAITE


La triste vicenda di Tilikum e delle orche nei parchi acquatici, giunta dalle parti dal Saloon come un fulmine a ciel sereno e all'improvviso, narrata con piglio herzoghiano da Gabriela Cowperthwaite è una delle più toccanti dell'anno, nonchè esempio di uno dei migliori documentari del passato recente. Un modo per rappresentare il complicato rapporto tra l'Uomo e la Natura senza che retorica, senza facili retoriche o colpi bassi gratuiti, che è simbolo del valore di qualcosa di ben più grande.


N°6: REBELLE di KIM NGUYEN

 
Orso d'argento a Berlino e candidato all'Oscar per il miglior film straniero, incensato in tutto il mondo e snobbato dai distributori nostrani, Rebelle raccoglie il testimone del primo e più convincente Malick con la sua "rabbia giovane" raccontando la vicenda di una giovanissima combattente in cerca di un amore che possa salvarla da un destino di strega o di morte nel cuore dell'Africa dei conflitti bellici. Una favola nerissima e stupenda che è l'eco dell'altrettanto stupendo Re della terra selvaggia, nonchè, di fatto, sua sorella minore.

N°5: SAFETY NOT GUARANTEED di COLIN TREVORROW






In uno dei periodi peggiori vissuti da casa Ford, nel pieno di una primavera incasinata, turbolenta e distruttiva, questo gioiellino del Cinema indipendente americano è stato un respiro nel pieno dell'apnea, una di quelle piccole magie che solo il Cinema può regalare al pubblico.
Coinvolgente, sincero, dal cuore aperto e lanciato oltre ogni ostacolo - perfino il Tempo -, Safety not guaranteed è senza dubbio uno dei prodotti migliori che le stelle e strisce abbiano partorito nel passato recente.

N°4: KON TIKI di JOACHIM RONNING e ESPEN SANDBERG

 
Thor Heyerdal, leggendario esploratore ed ispiratore dell'impresa della Kon-Tiki, imbarcazione costruita sfruttando il lascito delle civiltà pre-colombiane e portata in mare in modo da dimostrare che furono le stesse popolazioni del Sud America a giungere per prime in Polinesia, rappresentato in un film che ha il respiro delle grandi imprese cui ci ha abituati Peter Weir filtrato attraverso la sensibilità di Werner Herzog.
Un'opera coinvolgente ed intensa resa ancora più preziosa da un finale che mescola abilmente realtà e fiction, mostrando quanto l'amore per la vita riesca, a volte, ad ispirare imprese ben oltre l'umana capacità.

N°3: HARA KIRI - DEATH OF A SAMURAI di TAKASHI MIIKE

 
Alle spalle l'incredibile 13 assassini, Takashi Miike si rituffa nel Giappone feudale confezionando un film in grado perfino di superarlo, un'opera legata a doppio filo al Rashomon del Maestro Kurosawa intrisa di sangue, vendetta, morte e dramma profondo, e che vede la famiglia di un povero ronin affrontare il clan di un potente signore.
Lotta di classe e neorealismo che pare filtrato attraverso un velo allucinogeno per una meraviglia di tecnica ed emozione. Imperdibile.

N°2: EUROPA REPORT di SEBASTIAN CORDERO

 
Giunto al Saloon grazie al tam tam di pareri più che positivi da una parte e dall'altra della blogosfera, Europa report si è rivelato una delle sorprese più importanti del duemilatredici, surclassando nettamente il decisamente più pubblicizzato Gravity, realizzato con mezzi ed ambizioni superiori eppure non in grado di fotografare l'eterna curiosità umana per l'ignoto e la pulsione che spinge la stessa ad oltrepassare ogni confine.
Un viaggio quasi metafisico nel cuore di un Sistema solare mai così affascinante e vicino, distanze siderali permettendo.

N°1: MUD di JEFF NICHOLS

Ed eccolo, quello che di fatto è il film fordiano per eccellenza dell'anno ormai agli sgoccioli.
Fosse uscito anche dalle nostre parti, l'avreste ritrovato saldamente al primo posto il trentuno dicembre, quando pubblicherò la top ten dei film distribuiti nelle sale italiane.
Ed invece eccolo qui, Mud, che con le sue bugie riesce a far star bene le persone.
Mud, che a cavallo di una moto, pronto a giocarsi tutto per la salvezza di un giovane assetato d'amore e di vita, diventa qualcosa di più grande di tutti i suoi difetti.
Quanto lo capisco.
E' già uno dei miei idoli, questo "son of a bitch". E questo è il mio film dell'anno. Senza se e senza ma.



I PREMI

Miglior regia: Jeff Nichols per Mud
Miglior attore: Matthew McConaughey per Mud
Miglior attrice: Rachel Mwanza per Rebelle
Scena cult: la corsa in moto verso l'ospedale, Mud
Fotografia: Hara Kiri - Death of a samurai
Miglior protagonista: Mud, Mud
Premio "lo famo strano": Kenneth e Darius, Safety not guaranteed
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": Hanshiro Tsugumo, Hara Kiri - Death of a samurai
Migliori effetti: Europa report
Premio "profezia del futuro": Europa report


MrFord


 

mercoledì 9 ottobre 2013

Mud

 Regia: Jeff Nichols 
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 130'



La trama (con parole mie): siamo nel cuore dell'Arkansas, ed Ellis e Neckbone, due ragazzini cresciuti lungo il fiume, fanno una scoperta che cambia le loro vite di adolescenti. Le conseguenze di un violento alluvione, infatti, hanno finito per portare in secco - e sopra un albero - una barca strappata dalle acque: i ragazzi vorrebbero farne il loro rifugio segreto, ma quando scoprono che l'imbarcazione è abitata dal vagabondo Mud finiscono per entrare in una storia più grande di loro.
L'uomo, cresciuto in quegli stessi luoghi, infatti, è ricercato dalla polizia per omicidio, e vorrebbe rimettere in sesto il natante per fuggire verso la libertà con l'amore della sua vita: Juniper.
Proprio Juniper, un tempo compagna dell'uomo che Mud ha ucciso, pare essere una tempesta di guai pronta ad abbattersi non solo sul suo innamorato, ma anche sui due giovani pronti ad aiutarlo.




"Mud è un bugiardo nato. Piace a tutti perchè con le sue bugie fa stare bene le persone con se stesse."
A volte è curioso quanto la vita assuma dei connotati quasi lostiani, per coincidenze e vicissitudini.
Più o meno due anni or sono, venni fulminato da Drive, forse l'apice della carriera di Refn, che mi travolse e permise di trasformare in parole quello che penso della mia Natura di scorpione.
Dodici mesi fa fu la volta di Killer Joe, che il personaggio interpretato magistralmente da Matthew McConaughney riuscì a trasformare in una sorta di lato oscuro di quella stessa indole.
Dev'essere in qualche modo destino, che il mio film dell'anno arrivi in prossimità dei festeggiamenti per la ricorrenza della nascita del sottoscritto: perchè Mud è, senza dubbio, il film dell'anno, da queste parti.
Nichols, in grado di lasciare a bocca aperta con Take shelter e mostrare tutte le sue potenzialità con Shotgun stories, film d'esordio, sancisce definitivamente il suo ingresso nella ristretta cerchia dei più amati dal Saloon diventando, a conti fatti, il nuovo Malick: e non sto parlando dei pipponi cui il bollito Terrence ha abituato l'audience di recente, quanto alle meraviglie dei tempi de La rabbia giovane, alla Frontiera, a quei confini che oltrepassare è sempre un rischio.
Per se stessi e per gli altri.
"Tu credi che Mud sia un duro? Non lo è. Tutto quello che gli è capitato, gli è capitato per lei."
Dal primo all'ultimo momento della visione, la mia testa ha rimbalzato tra Noi siamo infinito, Stand by me e Un mondo perfetto.
La formazione passa inevitabilmente, per ognuno di noi, dall'amore: l'amore che si sogna, l'amore che ferisce, l'amore che rende adulti, e quello che sappiamo seguire solo ed esclusivamente a modo nostro. Un modo che non sarà mai il meglio, o il peggio, ma che senza dubbio riuscirà a tirare fuori il meglio ed il peggio di noi.
L'amore è un serpente, un predatore.
Come lo scorpione di Drive. Come Killer Joe.
E una volta preso l'antidoto, sei fatto.
Non avrai un'altra occasione, nella vita.
"Neck ti ammira. Non portarlo dentro a qualcosa dalla quale non sapresti tirarlo fuori."
E poi c'è la Famiglia. Quella che ci ha generato, che fa parte di noi, in un modo o nell'altro.
Se c'è un tema portante della poetica di Nichols è proprio questo.
Tutto e il contrario di tutto.
Dal sangue di Shotgun stories alla Fede di Take shelter.
La Famiglia è il nostro bene ed il nostro male.
La madre dell'amore.
E' protezione, ma anche ferite che restano. Cicatrici rituali.
Passa da chi non ha avuto la fortuna di averla, e finisce per dannarsi a trovarne una, fino a chi se la vede scivolare tra le dita, perchè la vita è anche ammettere che non ci possa essere altra strada che due binari separati.
A volte occorre ammettere anche le cose più dolorose.
E Mud è un film doloroso. Senza dubbio.
Ma non senza speranza.
La fine di qualcosa non significa necessariamente la fine di tutto.
"Mud, anche tu sei un bravo ragazzo."
"No, non lo sono."
Ed io comprendo Mud, con la sua camicia, e la pistola senza proiettili, ed il serpente.
E quella corsa in moto che è pura poesia.
Non sempre essere una brutta persona significa essere necessariamente una persona cattiva.
Anche io porto sulle spalle la Natura del bugiardo e del serpente.
E forse anche io piaccio alle persone perchè le mie bugie le fanno sentire bene.
Ma non per questo non potrò essere un buon maestro.
E gli Ellis che verranno - primo fra tutti mio figlio - avranno tutto quello che posso offrire.
Tutto. Nel bene e nel male.
Perchè l'amore è luci e ombre, ed è preferibile finire nel fango pur di poterlo provare almeno una volta nella vita.
Come una perla.
Come il morso di un serpente.
L'unica differenza sta nel fatto che per l'amore non c'è antidoto.
E cazzo, meno male che è così.
Sprofondare, per riemergere.
Per vedere il fiume ricongiungersi al mare.


MrFord


"Don't wait for me
sleepin' in the summer sun
don't wait for me
with my pillow lies my gun
don't wait for me
I'm gonna finish last
don't wait for me
I'm mending fences of my past."

Ryan Bingham - "Don't you wait for me" -




venerdì 4 gennaio 2013

Ford Awards 2012: i film (N° 10-1)

La trama (con parole mie): ed eccoci giunti al momento più atteso, quello che determinerà la classifica dei dieci film più amati dal sottoscritto nel corso dell'anno appena concluso.
Potrebbero non essere quelli tecnicamente meglio realizzati, non rientrare nelle vostre corde, risultare sopra le righe, troppo tamarri o eccessivamente d'autore. 
Ma tant'è, la top ten è proprio questa. Senza se e senza ma.
Questo è il meglio che il mio bancone, i drinks, le serate sul divano o in sala, le sbronze o le lucidità, gli occhi o il cuore abbiano concesso ad un vecchio cowboy in viaggio lungo il Confine.
Cercate di goderne quanto ne ho goduto io.




N° 10: The artist di Michel Hazanavicius


Trionfatore agli Oscar ed apripista della grande stagione dei nostri cugini d’oltralpe, questo omaggio intelligente e magico al Cinema muto è una vera e propria perla nel mondo ormai contagiato dagli effettoni e dal tanto detestato – dal sottoscritto – 3D.
Chi ha amato ed ama i Classici del periodo non potrà non goderne al massimo, ma anche il pubblico abituato a visioni occasionali avrà modo di cadere sotto l’effetto dell’incantesimo della settima arte delle origini, che passa anche attraverso il cane Huggie ed una magnifica sequenza di chiusura.
Magia della settima arte. Senza se e senza ma.



N° 9: Hesher è stato qui di Spencer Susser


Era da un sacco di tempo che non mi capitava di visionare un film profondamente “Sundance” godendone dal primo all’ultimo minuto incondizionatamente: Hesher non ha soltanto rotto questo digiuno prolungatosi fin troppo, ma si è fin da subito candidato come uno degli outsiders più coinvolgenti e sorprendenti dell’anno.
L’elaborazione del lutto da parte di una famiglia e di un ragazzino perduto senza la madre attraverso il caos e l'anarchia di un charachter straordinario: tutto funziona, dal cast alla colonna sonora, dalle sequenze cult – la piscina su tutte – ai personaggi indimenticabili – protagonista a parte, mitica la nonna -.
Hesher è stato qui.
E meno male, cazzo.


N° 8: Un sapore di ruggine e d'ossa di Jacques Audiard


Probabilmente, la pellicola con più cuore e passione dell’intera annata: l’autore dello straordinario Il profeta torna a stupire con un’insolita storia d’amore che in qualche modo ricorda il legame tra i protagonisti di Quasi amici e che vede da una parte una solitudine scardinata e dall’altra una presa di coscienza rispetto alla responsabilità ed al sentimento di paternità.
Un film da pugni chiusi e nocche sbucciate, lacrime, sangue ed ossa rotte: non manca, però, il colpo di genio leggero e quasi magico di una scena di poesia pazzesca come quella sulle note di Firework di Katy Perry. Una meraviglia.


N° 7: C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan


Seconda meraviglia totalmente autoriale dell’alta classifica fordiana dopo I colori della passione: un noir atipico e dai tempi dilatatissimi che parte dal ritrovamento di un cadavere nel pieno delle steppe turche spazzate dal vento per scavare nel profondo dell’anima dei suoi protagonisti.
Un viaggio fisico ma soprattutto morale all’interno di un gruppo di poliziotti, medici e procuratori che ricorda Dostoevskij e Gogol, spazi sconfinati che fanno da contrappeso a chiusure di cuore, fotografia incredibile e sogni che finiscono oltre l’orizzonte, gettati via dalla furia di un vento che non lascia nulla, o quasi.




N° 6: Expendables 2 di Simon West


Non poteva non giungere a ridosso della top five il film action definitivo di tutti i tempi, tripudio di botulino, muscoli, autoironia e metacinema: tutte – o quasi – le star del genere figlie degli eighties affiancate dai “nuovi volti” Jason Statham, Chris Hemsworth e Scott Adkins per un cocktail perfetto di risate, tamarraggine, adrenalina e tutte quelle cazzate da macho che fanno impazzire i vecchi cowboys come il sottoscritto.
Scene già cult a profusione – l’arrivo di Chuck Norris su tutte -, battute come se piovesse e la grande accoppiata Sly/Schwarzy opposta a  Van Damme: cosa si può chiedere di più alla vita?
Solo Expendables 3!


N° 5: Ruby Sparks di Jonathan Dayton e Valerie Faris


La coppia di registi del fenomenale Little Miss Sunshine torna sugli schermi con una pellicola che è un vero e proprio gioiellino, una sorta di versione leggera e primaverile di Eternal sunshine of the spotless mind scritta alla grandissima dalla protagonista Zoe Kazan e da vivere a cuore aperto dal primo all’ultimo minuto.
Si ride molto, ma non manca lo spazio per la malinconia. Un po’ come capita anche per l’amore.
Se un film del genere fosse capitato nel mio periodo libero e selvaggio, avrebbe fatto salire nel sottoscritto una gran voglia di innamorarsi.


N° 4: Moneyball di Bennett Miller

 
L’outsider rivelazione che non ti aspetti.
Film emozionante ed intelligentissimo, recitato alla grande da Brad Pitt e Jonah Hill – spalla perfetta – e scritto da dio - forse la migliore sceneggiatura dell'anno -, Moneyball è I Goonies tradotto nell’etica sportiva, il gusto di scommettere tutto, dare spettacolo e poi finire comunque a risultare perdenti.
E’ la pellicola che “tiene i cavalli” per eccellenza.
Un film con le spalle larghe, gli occhi lucidi e tutto il coraggio di chi sa che, sempre e comunque, dovrà sudarsi l’impresa senza aspettarsi che la stessa possa comunque tradursi in una vittoria.


N° 3: La parte degli angeli di Ken Loach


New entry dicembrina in grado di scalare la classifica dei Ford Awards poco prima della loro preparazione ufficiale, l’ultima fatica di Ken Loach è una favola magica ed emozionante dal sapore di periferia e whisky di malto: la storia di Robbie, che viene dal profondo della strada e cerca un futuro per il figlio appena nato, è un toccasana per gli spettatori in quanto Uomini, prima ancora che amanti del Cinema, la speranza che mancava allo straziante My name is Joe ed una ventata d’aria fresca per un pessimista storico come il vecchio Ken.
Fiaba proletaria. Questo è il fiore del partigiano.


N° 2: Take shelter di Jeff Nichols


Numero uno quasi indiscusso per buona parte dell’anno, Take shelter è tutto il meglio che il Cinema made in USA figlio della provincia abbia mai prodotto: il dramma di un uomo alle prese con la costruzione di un rifugio per la sua famiglia in vista della tempesta imminente cui solo lui pare credere si presta a così tante chiavi di lettura da tentare lo spettatore di abbandonare tutto quello che non è istinto e lasciarsi travolgere fino ad uno dei finali più belli non soltanto della passata stagione, ma della Storia del Cinema.
Un Michael Shannon immenso per un film (quasi) immenso.


N° 1: Killer Joe di William Friedkin


Chi segue il Saloon quotidianamente ben sa che il vincitore del Ford Award come miglior film del 2012 era stato già annunciato alla fine di ottobre, quando su questi schermi giunse l’ultima fatica del veterano William Friedkin, già amatissimo da queste parti per L’esorcista, Il braccio violento della legge e soprattutto Vivere e morire a Los Angeles.
Killer Joe è il lato oscuro del vincitore dello scorso anno Drive, e ne raccoglie giustamente il testimone.
Se Drive è stato uno scorpione, Killer Joe è un coccodrillo.
Pare addormentato, ma nel momento in cui decide di scattare, seppiatelo, siete fatti.
Un predatore in tutti i sensi, anche quelli che non vi aspettereste.
Killer Joe è il film fordiano dell’anno.
E non ci sono discussioni.

MrFord



 I PREMI


Miglior regia: William Friedkin per Killer Joe

Miglior attore: Michael Shannon per Take shelter

Miglior attrice: Rooney Mara per Millennium - Uomini che odiano le donne

Scena cult: la sequenza finale, Take shelter

Miglior colonna sonora: Marley di Kevin MacDonald

Premio "leggenda fordiana": il cast di Expendables 2

Oggetto di culto: la coscia di pollo, Killer Joe

Premio metamorfosi: il Cinema muto diventa sonoro, The artist

Premio "start the party": l'assalto d'apertura, Expendables 2

Premio "be there": la Scozia del whisky e del riscatto proletario, La parte degli angeli

mercoledì 26 dicembre 2012

Shotgun stories

Regia: Jeff Nichols
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 92'




La trama (con parole mie): siamo nel profondo dell'Arkansas, in una cittadina che è l'emblema tipico della provincia USA persa tra silenzi, Natura ed esistenze vissute al confine.
Son, Boy e Kid Hayes scoprono che il loro padre, che li ha abbandonati anni prima rinnegando di fatto le loro esistenze, è morto, e decidono di recarsi al suo funerale creando scompiglio nella nuova famiglia: il fatto scatena una faida tra loro ed i fratellastri figli della donna per la quale lo stesso padre aveva abbandonato la loro madre che porta a violenza e morte, e minaccia di turbare definitivamente la già molto labile tranquillità di vite passate tra lavori umili e alla giornata e la speranza di costruire un futuro che veda i figli crescere senza sospesi tra loro.
Da entrambe le parti, però, così come c'è chi vorrebbe passare oltre, è presente anche chi nutre l'astio ed il desiderio di soffocare l'intera storia nel sangue: chi, alla fine, avrà l'ultima parola?





Senza dubbio posso affermare che Jeff Nichols è stato una delle scoperte più interessanti di questo 2012 ormai in dirittura d'arrivo: dopo il meraviglioso Take shelter - anch'esso in qualche modo legato ai mali della provincia statunitense e poggiato sulle spalle del sempre ottimo Michael Shannon - è giunto il momento anche per il precedente Shotgun stories del passaggio qui al Saloon.
In rete già da mesi le recensioni - tutte positive - di questo lavoro si inseguono come un tam tam, ed anche in casa Ford le aspettative della vigilia non sono state deluse: seppur decisamente più acerbo del già citato Take shelter e viziato da qualche sbavatura di autoreferenzialità dal punto di vista visivo e di logica nello script, questo viaggio nel profondo Arkansas e nelle miserie della famiglia Hayes arriva dritto al cuore dello spettatore stimolando gli stessi nervi scoperti della mitologia della Frontiera che pellicole come Winter's bone o serie - per quanto ambientate in un'epoca diversa - come Hatfields&McCoys hanno di recente portato sul grande e piccolo schermo mostrando molti dei lati oscuri delle stelle e strisce lontane dal glamour e dalle grandi metropoli.
La rivalità dei due gruppi di fratellastri protagonisti della vicenda in realtà mostra, più che la violenza di uno scontro originato da un rancore legato alla figura di un padre che per una famiglia è stato un flagello e per l'altra una salvezza, la disperazione che pende come una spada di Damocle sulle teste di chi è cresciuto lungo la Frontiera stessa - sempre intesa come concetto e non come confine fisico -: Kid, Boy e Son - splendida la scelta di Nichols di battezzare in questo modo i suoi tre protagonisti - sono tutti figli di un male di vivere che si consuma in cittadine dimenticate da dio e dagli uomini, in vite che si vorrebbero differenti anche soltanto nelle piccole cose - Son alla ricerca di un metodo di vittoria alle carte, incapace di accontentarsi di un lavoro da ventimila dollari l'anno che potrebbe in ogni caso mantenere lui, la moglie Annie ed il figlio Carter; Boy che preferisce vivere in un furgone piuttosto che pagare un mutuo o un affitto in modo da potersi mantenere soltanto con un lavoro part-time da allenatore di basket, "una sorta di pensione", come lui stesso la definisce; Kid che vive in una tenda nel giardino di Son, e che vorrebbe sposare la sua ragazza, ma non prima di aver ricevuto un aumento che gli permetta di pensare di prendere una casa dove portarla a vivere - e che finiscono per trovare uno sfogo nella rabbia verso chi è stato in qualche modo più fortunato, o ha avuto un destino più semplice.
Una storia disperata ma non priva di speranza, che ugualmente non è certo disposta a regalare un riscatto a nessuno: Son e la sua famiglia dovranno attraversare prove difficili ed arrancare con le unghie e con i denti verso un sogno che non è neppure un lontano parente dell'american dream legato al successo, ma che trova la sua realizzazione nella possibilità di vedere la propria famiglia al sicuro tra le mura di casa, sotto il portico nell'ingresso, osservando i figli giocare e crescere, giorno dopo giorno senza bisogno di mettere le mano alle armi e fare saltare la testa a qualcuno - e Son i segni di questo retaggio li porta tutti sulla pelle -.
Senza dubbio, quella mostrata da Nichols è un'America dimenticata e scomoda, fatta di losers e furore, polvere e sangue e speranze calpestate neanche fossimo nel peggiore degli scenari che si sarebbero potuti immaginare per il selvaggio West: il regista fotografa ed osserva mantenendo un invidiabile equilibrio tra empatia con i protagonisti ed attenzione al racconto, addirittura riportando alla mente, nelle sequenze più riuscite, il Malick delle origini - ed il migliore -, lo stesso de La rabbia giovane, Capolavoro indiscusso della Storia della settima arte statunitense.
Un primo passo importante per un regista che promette di essere, nel corso delle prossime stagioni, uno dei cantori più importanti di quel confine che è stato Leggenda e che ora è indiscutibilmente Realtà.
E da lui e dal suo talento non ho assolutamente intenzione di "trovare rifugio".


MrFord


"Don't wait for me
sleepin' in the summer sun
don't wait for me
with my pillow lies my gun
don't wait for me
I'm gonna finish last
don't wait for me
I'm mending fences of my past."
Ryan Bingham - "Don't you wait for me" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...