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martedì 2 settembre 2014

Cattivi vicini

Regia: Nicholas Stoller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Mac e Kelly, una giovane coppia con una bimba di pochi mesi, hanno appena comprato casa nel tipico quartiere da zona residenziale americana. Quando la casa accanto alla loro viene acquistata da una confraternita universitaria, i due freschi genitori rimangono prigionieri del dilemma legato al desiderio di sembrare ancora giovani e cool o alla realtà del bisogno di tranquillità: stretta amicizia con il Presidente della confraternita, il giovane e decisamente cool Teddy, i due si illuderanno di poter gestire la vita da genitori con vicini in piena crisi ormonale da college. Degenerata inevitabilmente la situazione, avrà inizio una vera e propria guerra tra la nuova e la vecchia guardia per la vittoria finale, che porterà a conflitti interni ed esterni e colpi bassi che non saranno risparmiati da una parte e dall'altra.
Chi avrà la meglio? E quale lezione impareranno i protagonisti della lotta?






E' davvero doloroso, per il sottoscritto, iniziare un post dando assolutamente ragione al Cannibale.
Era già successo lo scorso anno, con Spring Breakers, uno dei titoli più discussi e massacrati dalla vecchia guardia - anagrafica ed in materia di approccio - della Storia recente della settima arte, e si ripete quest'anno con Cattivi vicini.
Certo, la sguaiata lotta tra generazioni firmata da Nicholas Stoller non è il cult di Harmony Korine, e non mira neppure lontanamente ad esserlo, eppure qualcosa, sotto sotto, accomuna i due titoli.
Molti, infatti, hanno troppo in fretta liquidato - e con una certa acidità - quella che, a conti fatti, risulta una delle commedie più brillanti e ben riuscite dell'anno, in grado di leggere tra le righe non solo delle motivazioni - chiamiamole così - dei giovani in pieno fermento da feste e sballi vari, ma anche di andare a fondo nella vita senza dubbio stravolta ma ugualmente stupefacente dei novelli genitori, senza dimenticare una delle cose più importanti quando si tratta di prodotti di questo genere: far ridere sguaiatamente - e ci sono stati parecchi momenti, dagli airbag alla mungitura, che ricorderò per molto tempo -.
Proprio di recente, con Julez ci si è trovati ad analizzare e constatare le lampanti e clamorose differenze che si creano inevitabilmente non tanto tra i "giovani" ed i "vecchi", quanto tra i non genitori ed i genitori: dalle cronache delle vicissitudini del Fordino al mare alle uscite con gli amici, è evidente la spaccatura che si crea nel momento in cui si entra nel mondo dall'altra parte della barricata, che come giustamente sottolineano i due protagonisti Seth Rogen e Rose Byrne - anche se sarebbe ingiusto non citare Zac Efron, che ho sempre detestato ma che, in questa particolare occasione, risulta assolutamente perfetto - non permetterà a mamma e papà di lasciare completamente libere le loro parti selvagge almeno fino a quando non saranno "molto vecchi".
Cattivi vicini, in questo senso, riesce ad andare perfino oltre alla patina da casinara commedia da due soldi che si cuce con immenso piacere e grande goduria addosso, divenendo di fatto un ritratto sociologicamente molto interessante del rapporto tra il nostro io da post-adolescente, pronto al divertimento sfrenato e all'emancipazione della sua parte più wild e quello della cosiddetta età adulta, quando si inizia ad imparare dai propri figli credendo al contempo di esserne i maestri.
Dunque, dalle citazioni spassose - Taxi driver e Breaking Bad su tutte - fino alle riflessioni più importanti che non avrebbero sfigurato in una riuscita romcom - il dialogo a letto di Mac e Kelly sul finale -, tutto pare funzionare al meglio alla facciazza di chi, al contrario, ha finito per bollare questo film come volgare ed indigesto, risultando, almeno ai miei occhi, più radical chic del mio acerrimo "cattivo vicino" e già citato Peppa Kid che, al contrario, seppur, forse, da un punto di vista (finto) giovane, è riuscito a cogliere in pieno l'ottima riuscita del prodotto.
Certo, da uomo vecchio e padre di famiglia forse io ho finito per decidere addirittura ad attribuire alla pellicola un significato più profondo di quanto non possa effettivamente essere stato quello che gli autori avevano in mente nel momento della stesura dello script, o forse il momento della vita che stiamo attraversando in casa Ford - con la sensazione di distacco netto da tutti i coetanei e non senza figli, e spesso non per scelta nostra - mi porta a pensare che a volte non ci rendiamo conto degli straordinari cambiamenti che viviamo nella quotidianità e di quanto incredibile, a volte, possa essere viverli per come sono, dal degenero di un periodo ad un degenero diverso di un altro.
Ricordo quando, neppure dieci anni fa, mi capitava di uscire e bere allo spasimo cercando di rimorchiare la ragazza di turno, dormire due ore e poi andare al lavoro, mentre ora, alla prima notte in cui faccio tardi per scrivere un post o il Fordino straordinariamente - perchè sono rarissimi, i casi in cui si sveglia, e di norma ci pensa la santa Julez - ha qualche risveglio agitato, mi porto dietro la stanchezza per tutta la settimana, arrivando perfino ad addormentarmi durante la visione serale - cosa mai accaduta in precedenza -: il tempo ci cambia, e noi non possiamo segnare il tempo, come canterebbe Bowie.
Io, invece, dico di sì.
E come vada, vada.
E se arrivo a citare Changes a partire da un film come questo, beh, signori miei, significa che Stoller e soci hanno centrato in pieno il bersaglio grosso.



MrFord



"Where's your shame
you've left us up to our necks in it
time may change me
but you can't trace time."
David Bowie - "Changes" - 



martedì 10 settembre 2013

Kick-Ass 2

Regia: Jeff Wadlow
Origine: USA, UK
Anno: 2013
Durata:
103'




La trama (con parole mie): il giovane liceale Dave, che diede origine ad una vera e propria rivoluzione di supereroi da strada nei panni di Kick-Ass, è fuori dai giochi da parecchio tempo. Approfittando dell'amica ed ex "collega" Hit Girl, lo stesso adolescente vorrebbe tornare a pattugliare le strade come ai vecchi tempi: quando, però, una promessa fatta all'amico fraterno del padre nonchè suo tutore pone la ragazza fuori dai giochi, il Nostro finisce per legarsi ad un gruppo di privati cittadini nonchè improvvisati supereroi guidato dal Colonnello Stelle e Strisce.
Intanto Chris D'Amico, precedentemente noto come Red Mist, è impegnato ad organizzare un piano che lo porti di nuovo sulla cresta dell'onda come supercriminale e, nei panni di Motherfucker, a vendicarsi del responsabile della morte di suo padre: Kick-Ass stesso.




I sequel non sono affatto una cosa facile, quando si parla di settima arte.
Un pò come non lo sono più i film di e sui supereroi, fino ad una decina d'anni fa una sorta di oggetto misterioso ed ormai divenuti una sorta di gallina dalle uova d'oro che probabilmente Hollywood continuerà a sfruttare fino a quando i guadagni soddisferanno produttori e distributori.
Come se tutto questo non bastasse, avevo letto davvero maluccio di questo secondo capitolo delle avventure di Kick-Ass, eroe decisamente particolare nato - sulla carta - dalla penna di Mark Millar - uno degli sceneggiatori di fumetti più importanti del Nuovo Millennio - e dalla matita di John Romita Jr  - figlio d'arte nonchè colonna della Marvel per più di un ventennio - che qualche anno fa aveva aperto una nuova strada al genere sfruttando l'aspetto underground del fenomeno "uomini mascherati".
Accanto al primo Kick-Ass, infatti, riuscirono a trovare spazio anche pellicole decisamente buone come Defendor e Super, che ebbero il merito di esplorare da un'angolazione certamente differente rispetto a quella dei Batman nolaniani e degli Avengers il concetto di supereroe riportandolo, di fatto, alla dimensione che fece la fortuna delle creature made in Marvel legate alla fine degli anni sessanta e all'inizio dei settanta, dall'Uomo Ragno in avanti, ovvero quello del "supereroe con superproblemi".
Ma in tutto questo fiorire di citazioni di fumetti e film ispirati dagli stessi, cosa ha portato la visione del secondo capitolo di Kick-Ass al Saloon? Direi una sorpresa, rispetto quelle che erano le aspettative - molto basse - della vigilia: certo non una visione illuminante, o qualcosa di effettivamente innovativo e dirompente, eppure un divertente e sentito film d'intrattenimento che, seppur non scritto nel migliore dei modi, riesce a rimanere saldamente ancorato alla riflessione sul concetto che si cela dietro la maschera di un "super" - che sia eroe o criminale, poco importa - ed all'importanza del rapporto che ognuno di noi ha con la propria etica, così come la coesistenza della stessa con la realtà che ci sta attorno e che, quotidianamente, rischia di finire per soffocarci.
Ed è proprio il rapporto con la Realtà a divenire la benzina per questa macchina messa in moto da Matthew Vaughn - qui, purtroppo, presente solo nelle vesti di produttore -, che una volta dato fuoco alle polveri torna a lavorare sul concetto di crescita e di rapporto tra padri e figli regalando al prodotto finito una profondità niente male per quello che, di fatto, è un titolo molto pop, molto pulp e pure troppo, che passa dalla sempre mitica Hit Girl in bilico tra il suo passato accanto al genitore ed il presente legato alle promesse fatte al tutore per toccare lo stesso Kick-Ass nonchè la sua nemesi, l'ex Red Mist ora ribattezzatosi Motherfucker, senza contare quello che, di fatto, è il personaggio più interessante dell'intero lavoro, il Colonnello Stelle e Strisce interpretato da Jim Carrey.
Il resto è tutto un colorato calderone di trovate decisamente trash - dai costumi agli assurdi supercriminali messi insieme da Chris al "Merdomito" -, momenti tra il grottesco ed il comico e qualche scivolone nel cattivo gusto - le inutili aggiunte delle didascalie in stile fumetto -: senza dubbio non siamo di fronte al film dell'anno, e con discreta certezza posso affermare che il lavoro di Wadlow presta il fianco a numerose critiche, eppure resto convinto che, con una concreta dose di ingenuità - voluta o cercata - e la volontà di meravigliarsi ancora, si possa apprezzare Kick-Ass 2 come un piccolo pur se naif inno a quella follia positiva che, decenni or sono, portò un gruppo di autori a creare un genere che avrebbe incantato il mondo - o almeno una parte di esso - e che continua a farlo ancora oggi.
In fondo, una delle prerogative dei supereroi è rendere possibile l'impossibile.


MrFord


"I'm ok
you have that affect on me
but i need you desperatly
you know i need you desperatly
I halted that illusion
I'm not your average guy."
Jane's Addiction - "Superhero" - 


martedì 13 settembre 2011

Fright night

Regia: Craig Gillespie
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 106'



La trama (con parole mie):  Charley  vive con la madre in un sobborgo di Las Vegas, la tipica cittadina dormitorio nel mezzo del deserto del Nevada, ha una ragazza cotta di lui ed una nuova vita lontana dagli anni in cui era soltanto un nerd come l'ex amico Ed. Charley ha anche un nuovo vicino, Jerry.
Un tipo cool, selvaggio, particolare, dal fascino magnetico. Ed anche parecchio pericoloso.
Perchè Jerry è in realtà un vampiro di quattrocento anni che si diverte a rapire ed uccidere, trasformando spesso e volentieri le sue vittime in schiavi senz'anima pronti ad obbedirgli.
Quando Ed cerca di convincere Charley della realtà dei fatti e sparisce, il ragazzo decide di investigare, finendo per incorrere nelle ire del vampiro, intenzionato a non lasciar passare sotto silenzio tutte le attenzioni ricevute: con l'aiuto del sedicente Peter Vincent - star di uno spettacolo in stile David Copperfield che si spaccia per un cacciatore di vampiri - il protagonista sarà così costretto a mettere da parte le paure e lottare fino in fondo per la propria vita - e non solo -.



Come poco tempo fa si diceva nel corso dell'amarcord sugli horror anni ottanta che hanno visto la mia generazione crescere e farsi le ossa - cinematograficamente parlando - con Newmoon, uno dei titoli che, seppur nebulosamente, ricordo con più affetto, è senza dubbio Fright night, tradotto ai tempi nel poco calzante Ammazzavampiri.
Stranamente rispetto al solito, per questo remake del nuovo millennio è stato mantenuto il titolo originale della pellicola, cambiando le atmosfere in modo da renderlo più vicino agli adolescenti di oggi - sarebbe curioso fare un parallelo tra il dark di allora, giocato tutto sull'atmosfera e la paura dell'uomo nero, e quello di oggi, legato indissolubilmente all'immagine, dalle scelte "sociali" di Charley al look di Jerry, senza dimenticare lo show tutto apparenza di Peter Vincent - senza approfondire troppo, confezionando un film certo non memorabile eppure estremamente godibile, soprattutto se pensato rispetto all'estate che va via via concludendosi.
Se, infatti, la parte dello script è decisamente carente - ma, del resto, nell'ambito horror si tratta ormai praticamente quasi di una regola -, il ritmo tiene la durata ed i personaggi catturano l'attenzione e le simpatie - o antipatie - dello spettatore con una discreta facilità, dal vorace e non troppo velato Jerry all'ormai sempre mitico Christopher "McLovin" Mintz-Plasse passando per la "madre da combattimento" Toni Collette.
Certo, l'impressione è che dal regista di Lars e una ragazza tutta sua ci si sarebbe potuti aspettare molto di più, e che se il rapporto tra Charley e Jerry si fosse giocato più sulla sospensione che non sulla quasi immediata scoperta dell'identità del vampiro l'intera opera avrebbe goduto di quell'aura di intrattenimento intelligente in grado di distinguerla dalla stragrande maggioranza delle proposte da visione senza pensieri, ma considerata l'atmosfera tutto sommato piacevole - soprattutto con l'inizio della vera e propria sfida tra Charley e la sua nemesi - direi che possiamo senza troppi problemi pensare di farcela andare bene così, godendoci il duello tra l'outsider adolescente ed il tenebroso vampiro ben conscio di godere di un vantaggio anche quando non gioca "in casa" - e sappiamo quanto, in materia di succhiasangue, le mura domestiche possano essere importanti -.
Una lancia va inoltre spezzata in favore di David Tennant/Peter Vincent, personaggio eccentrico e molto poco equilibrato che pare l'incarnazione di un ironico punto di vista preso rispetto alle personalità dello spettacolo, nonchè di un antieroe di quelli che, in casa Ford, suscitano immediata simpatia.
Una visione dunque totalmente e completamente senza pensieri, assolutamente lontana dall'essere cinematograficamente interessante, eppure piacevole e divertente: non sarà lo spauracchio inquietante cui noi ex ragazzini degli eighties anelavamo disperatamente in quelle notti di terrore estivo, ma del resto, con le mode, sono cambiate anche le confezioni.
E a volte è giusto che il tempo faccia il suo corso, e che noi si lasci spazio al look delle nuove generazioni.

MrFord

"Look through yourself there's a mystery full of you
always condemn though you never understand
why you resist never knew how to fight
you touch the light
it's Fright Night
it's Fright Night."
Stratovarius - "Fright night" -




lunedì 13 giugno 2011

Role models

La trama (con parole mie): Danny e Wheeler sono due promoter che si occupano della promozione di una nuova energy drink nelle scuole superiori. Il primo è ombroso, piuttosto stronzo e visibilmente insoddisfatto della sua vita e del suo lavoro, nonchè fidanzato da anni con l'avvocatessa Beth. Il secondo ha abbracciato felicemente la vita dello scapolo e si gode i suoi giorni senza troppe preoccupazioni. Tutto questo fino a quando Beth molla Danny che, ubriaco, mette i due nei guai con la legge e li costringe a dedicarsi a centocinquanta ore di servizio civile per evitare il carcere.
La "pena" prevede che i nostri si occupino di due ragazzini con dei problemi: a Danny tocca Augie, chiuso nel suo mondo fatto di giochi di ruolo e signori degli anelli vari, a Wheeler Ronnie, sboccato e pronto a dare battaglia all'ennesimo adulto che gli viene assegnato.


Devo dire che il mio fratellino Dembo comincia a conoscermi bene.
Quando mi suggerì di recuperare Role models, una decina di giorni fa, la mia mente passò da una cosa scassona ed action come The Losers al "nostro" indimenticabile Suxbad, senza sapere bene cosa aspettarmi, a parte il fatto che faceva parte del cast la sempre agguerrita Sue Sylvester che tutti gli spettatori di Glee hanno imparato ad amare.
Risultato: pur non raggiungendo le vette toccate dalle imprese di McLovin, Role models è stato un ottimo intrattenimento godereccio appartenente meritatissimo dell'Apatow-movement che tante perle sta regalando a noi vecchi, inossidabili cazzoni sempre pronti ad una serata tra amici ed una risata - anche di troppo -.
Inoltre, due elementi hanno permesso che percepissi Role models in modo molto più personale rispetto ad altre pellicole dello stesso genere: il servizio civile e i Kiss.
Come altre volte mi è capitato di raccontare, i dieci mesi che spesi tra il 2000 e il 2001 in modo da esaurire i crediti dello Stato sulla mia persona - peraltro, ricordo che fui l'unico tra i miei amici a passare al primo colpo le visite dei famigerati "tre giorni" e ad essere chiamato per adempiere ai miei doveri - furono tra i più importanti e formativi che mi sia capitato di vivere nel corso della mia vita. 
Fu l'occasione di cimentarsi in qualcosa che non avevo mai fatto prima e scoprire come rapportarsi a problematiche fino a quel momento da me praticamente neppure immaginate.
Dall'altra parte, come il mio antagonista Cannibale ben sa, i Kiss sono state una delle band responsabili del mio amore per il rock e per le maschere, per i fumetti e per il senso di spettacolo che ancora oggi mi attanaglia e mi fa godere di tamarrate inusitate come, ad esempio, il wrestling - che se solo avessi un pò più di tempo e qualche anno meno continuerei a praticare dopo la mia esaltante esperienza legata ad un incredibile regalo di Julez, ma questa è un'altra storia-.
Tornando al film, non posso certo dire che si tratti di una pellicola fondamentale ed assolutamente necessaria per uno spettatore, eppure nell'ambito della commedia demenziale made in Usa di cui sopra si colloca ben al di sopra di altri titoli più noti e riconosciuti - qualcuno ha detto Molto incinta? -: inoltre, il valore aggiunto dato dalla presenza di Christopher Mintz-Plasse, vero e proprio nuovo oggetto di culto del panorama attoriale giovane, è assolutamente incalcolabile, e rende davvero al meglio in un contesto come quello dei giocatori di ruolo dal vivo ricco di sfigati e subnormali a livelli che voi umani non potreste neppure immaginare - e lo dico da conoscitore della materia, essendo stato frequentatore, almeno in passato, delle fiere di fumetti, nonchè giocatore di ruolo, pur se "solo" da tavolo -.
L'accettazione del diverso e la crescita interiore legata al confronto con lo stesso è un tema vecchio come il mondo, e qui neppure affrontato nel modo più originale possibile, eppure a volte bastano una semplice buona dose di onestà ed autoironia per trasformare un potenzialmente banalissimo filmetto in un divertente intrattenimento pomeridiano.
Inoltre, Sean William Scott e quel suo essere tamarro - spalleggiato dal piccolo, terribile Ronnie - rientra perfettamente nella mitologia fordiana degli ultimi anni, e culmina nella battaglia tra giocatori di ruolo sul terreno della quale i nostri si presentano in formazione piena e truccati come i suddetti Kiss.
Ovviamente, come il sottoscritto ai tempi in cui mi cimentai nell'impresa, lo stesso Scott impersona "Space" Ace Frehley, da sempre il mio favorito della band.
Chissà che un giorno non decida dunque di ripetere l'esperienza - facendomi clamorosamente buttare fuori di casa da Julez - e di pubblicare una foto della versione fordiana dei Kiss.
Bastano solo altri tre volontari.
E mi offro, tramite attenta parafrasi, di ripagare i fortunati spiegando nel dettaglio il sottotesto culturalmente superiore di Love gun.

MrFord

"No place for hidin' baby
no place to run
you pull the trigger of my
love gun, (love gun), love gun
love gun, (love gun), love gun."
Kiss - "Love gun" -
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