domenica 21 giugno 2015

A touch of sin - Il tocco del peccato

Regia: Jia Zhangke
Origine: Cina, Giappone, Francia
Anno: 2013
Durata: 133'




La trama (con parole mie): un operaio in perenne lotta contro il Potere rappresentato dai padroni e la loro corruzione, solo e provato dai soprusi, decide di porre fine con la violenza all'ingiustizia che ha dominato la sua vita; un giovane padre con una passione quasi incontrollabile per le armi da fuoco viaggia tra la Cina e la Birmania lasciando dietro di sè una scia di sangue all'insaputa della famiglia; una giovane receptionist di un centro massaggi, segnata dalla fine della storia con un uomo sposato e molestata da un cliente, reagisce nel modo più estremo possibile, ed è costretta a fuggire; un giovane si barcamena tra un lavoro e l'altro cercando di mantenere una vita dignitosa ed inviare soldi alla madre, ma le difficoltà quotidiane ed emotive rendono l'impresa di difficile realizzazione.
Quattro storie per quattro spaccati di violenza nella Cina di provincia attuale.








Questo post partecipa alle celebrazioni del China Day: inside the tradition, through the revolution.




Da parecchio tempo, qui al Saloon, non si tornava a viaggiare per le strade tracciate dal Cinema orientale, e di quello d'autore, che come spesso mi capita di scrivere quando parlo di qualche tamarrata di valore, è stato ed è una parte importante della mia vita di spettatore, in grado di regalare emozioni e riflessioni diverse ma ugualmente potenti - se non di più - rispetto a tutto quello che è puro intrattenimento.
Avevo scoperto Jia Zhangke quasi per caso, anni fa, in occasione della sua vittoria al Festival di Venezia con lo strepitoso Still Life, e per troppo tempo avevo rimandato la visione di questo celebratissimo A touch of sin, uscito un paio d'anni or sono, che ho approfittato per recuperare in occasione del Day dedicato al Cinema cinese organizzato dalla nostra compare Alessandra, promotrice di un'iniziativa che ho amato dal primo istante.
Tornare per le strade della Cina di provincia, lontana dall'immaginario che noi stranieri e potenziali turisti coltiviamo rispetto ad una delle terre e delle culture più affascinanti del mondo è stato decisamente intenso, nonostante debba ammettere mi sia mancato e non poco l'approccio grottesco che aveva letteralmente illuminato, a tratti, il già citato Still life.
Le quattro storie raccontate quasi fosse un esponente del nostrano neoralismo da Jia Zhangke sono espressione di un disagio nascosto sotto il tappeto da quella che è considerata una delle potenze economiche emergenti mondiali, di un'inquietudine e di una violenza che si consumano spesso senza possibilità di scampo o di ritorno, e che sono legate ad un background sociale che mostra ancora numerose zone d'ombra sia in materia di diritti che di condizioni di vita: cornici di imponenti ed agghiaccianti strutture architettoniche, palazzi formicai e condizioni igieniche precarie, treni ad alta velocità di nuova generazione accanto a motorini che paiono usciti dagli anni sessanta europei, una vita che separa i nuovi ricchi - ovviamente pochissimi - ad una moltitudine di sconfitti, derelitti, outsiders, minoranze destinate ad essere schiacciate da un peso enorme che continua ad aumentare.
E dalla vicenda dell'operaio pronto ad imbracciare il fucile per raddrizzare i torti - che rimanda, con una spettacolarizzazione pari a zero, al concetto espresso anche da noti cult hollywoodiani come Un giorno di ordinaria follia - al lavoratore pronto a rimbalzare tra un impiego e l'altro giusto per vedersi negare l'amore ed una vita dignitosa, passando attraverso la violenza cieca del giovane padre appassionato di pistole e della vendetta della receptionist vessata emotivamente e fisicamente dal genere maschile, ci troviamo di fronte ad un affresco dolente e terribile, che neppure nel finale - con il rimando al Teatro cinese tradizionale che in passato amai anche in Addio mia concubina - dal sapore di monito al Paese, più che alla gente che lo abita, pare trovare una qualche consolazione o seppur fioca speranza per il futuro.
Jia Zhangke non si preoccupa di piacere troppo, o di fare concessioni al grande pubblico, nonostante una cura notevole di tutti gli aspetti tecnici della pellicola - bellissima, a mio parere, la fotografia, ed almeno in paio di occasioni i movimenti di macchina lasciano a bocca aperta -, eppure, e nonostante non raggiunga le vette di Still Life, A touch of sin scava dentro mano a mano che trascorre tempo dalla visione, radicandosi e sedimentando, quasi rappresentasse l'abisso che si dovrebbe temere di guardare perchè potrebbe decidere di ricambiare lo sguardo.
E credetemi, quello di Zhangke e della sua Cina "nascosta" fa davvero paura.



MrFord



Mi accompagnano in questo viaggio lungo la Grande Muraglia:


China: inside the tradition.

Storia di fantasmi cinesi (Siu-Tung Ching, 1987) sul Bollalmanacco di Cinema
The Killer (John Woo, 1989) su Director's Cult
Lanterne rosse (Yimou Zhang, 1991) su Scrivenny 2.0

China: through the revolution.

I love Beijing (Ning Ying, 2000) su The Obsidian Mirror
Infernal Affairs (Wai-Keung Lau e Alan Mak, 2002) su Non c’è paragone
Life without principle (Johnnie To, 2011) su Solaris
Closed Doors Village (Xing Bo, 2014) su Mari's Red Room
Mountains may depart (Zhangke Jia, 2015) su Montecristo



"It comes down to this.
Your kiss.
Your fist.
And your strain.
It get's under my skin.
Within.
Take in the extent of my sin."
Nine inch nails - "Sin" - 





sabato 20 giugno 2015

Donnie Brasco

Regia: Mike Newell
Origine: USA
Anno: 1997
Durata:
127'






La trama (con parole mie): Joseph Pistone, agente dell'FBI al lavoro su un'operazione di infiltrazione nella Mafia newyorkese, riesce con uno stratagemma ed un lento lavoro di costruzione del suo "personaggio", Donnie Brasco, ad avvicinare Lefty Ruggiero, uno degli uomini di punta dell'Organizzazione per le strade della Grande Mela, killer di lungo corso e luogotenente mai arrivato a ricoprire ruoli di primo piano.
Il rapporto progressivamente divenuto quotidiano con Lefty porta Donnie a scoprire gli usi e i costumi della Famiglia e ad entrare sempre più nei meccanismi della stessa, finendo per allontanarsi da moglie e figlie e dall'FBI che l'ha posto in un ruolo decisamente scomodo.
Quando l'operazione diverrà sempre più grande, e con lei i nodi al pettine, Donnie/Joe si troverà in pieno conflitto con se stesso, i propri valori ed il futuro che intende avere per lui e chi ama.










Nel pieno del mio periodo da radical chic cinefilo, quando non ero impegnato in recuperi di grandi classici o nello scovare pellicole semisconosciute di autori altrettanto poco noti, un guilty pleasure cui non ho mai rinunciato erano i momenti gangster movie passati con mio fratello e, a volte, con il nostro amico Emiliano, pronti a farci rimbalzare tra i goodfellas scorsesiani ed i padrini targati Coppola, in un continuo incrocio di citazioni e frasi divenute cult che ancora oggi, di tanto in tanto, rispolveriamo.
Una di queste era senza dubbio il "Che te lo dico a fare?" di Donnie Brasco, sorprendente pellicola firmata da un autore che con questo genere pare non avere nulla a che spartire, Mike Newell, al centro di una delle scene che ricordo con più piacere della stessa - all'interno della quale troviamo un ancora pressochè sconosciuto Paul Giamatti duettare con Johnny Depp ai tempi in cui girava ancora film di valore -, intercalare tipico dei bravi ragazzi della mala newyorkese raccontati grazie alla testimonianza di Joseph Pistone, agente dell'FBI che sul finire degli anni settanta fu protagonista di una clamorosa operazione d'infiltrazione.
Ma non è l'aspetto prettamente crime, o la componente thrilling - strepitosa, per tensione, la preparazione dell'incarico che potrebbe portare Donnie all'affiliazione grazie all'intercessione di Lefty Ruggiero - a regalare a Donnie Brasco l'aura di cult che si è guadagnato negli anni e nonostante un piglio decisamente più sotto le righe rispetto ai supercult del già citato Scorsese, o il fatto che si tratti di una sorta di biopic: il colpo vincente sferrato da Newell, infatti, gioca tutto sul dualismo che ogni infiltrato deve affrontare rispetto a se stesso ed al progressivo sentirsi più legato alle persone che, di fatto, sta ingannando rispetto a quelle che rappresenta.
In questi termini, due passaggi in particolare rendono la grandezza di questa pellicola molto più delle sequenze di alto profilo - la vacanza d'affari a Miami della banda di Sonny, Lefty e Donnie, il sommesso ma ugualmente arrembante gigioneggiare di un Pacino strepitoso -: il confronto drammatico tra Joe/Donnie e sua moglie in cui, di fronte all'accusa della madre delle sue figlie di "sembrare uno di loro" l'agente FBI risponde "Io non sembro uno di loro, io sono uno di loro", e lo sguardo dello stesso Pistone tornato alla sua vita "normale" ed insignito di una medaglia che reca la scritta "justice", quasi fosse un beffardo monito, o un finale grottesco per una persona che ha visto entrambi i lati della barricata, e con essi le ombre e le luci di tutori dell'ordine e criminali incalliti.
In questo senso, dove sta la verità della missione di Joe/Donnie?
E quale potrebbe essere il confine da attraversare per considerarsi da una parte o dall'altra della Legge?
E cosa significa Legge? Parliamo di convenzioni sociali, o di quello che è stato deciso dal Sistema più forte?
Uomini come Lefty, criminali senza appello, risultano in fondo meno umani di quanto non siano agenti disposti a sacrificare i loro uomini pur di archiviare un successo?
Una risposta, con ogni probabilità, non si troverà mai.
Non la troverà Ruggiero, legato a valori che, di fatto, l'hanno reso carnefice e vittima.
Non la troverà l'FBI, per quanti arresti possa compiere.
Non la troverà la Mafia, per quanti cadaveri verranno fatti a pezzi nel nome di traffici e giochi di potere.
Non la troverà Joseph Pistone, che si ritrova con una ricompensa di cinquecento dollari e sulla testa una taglia di cinquecentomila.
Oltre ad una vita da testimone protetto.
E non la troverà Donnie Brasco.
Ma che ve lo dico a fare, è così che va la vita.
Da una parte o dall'altra della barricata.




MrFord




"One way or another I'm gonna find ya
I'm gonna getcha getcha getcha getcha
one way or another I'm gonna win ya
I'm gonna getcha getcha getcha getcha
one way or another I'm gonna see ya
I'm gonna meetcha meetcha meetcha meetcha
one day, maybe next week
I'm gonna meetcha, I'm gonna meetcha, I'll meetcha
I will drive past your house
and if the lights are all down
I'll see who's around."
Blondie - "One way or another" - 




venerdì 19 giugno 2015

Game of thrones - Stagione 5

Produzione: HBO
Origine: USA, UK
Anno: 2015
Episodi: 10




La trama (con parole mie): nei sette regni ed attorno al Trono di spade continua a scorrere il sangue, complici gli intrighi e le guerre in corso in ogni angolo del mondo conosciuto. Mentre, oltre il mare, Daenerys cerca a fatica di contenere le rivolte intestine a Mereen ed i suoi draghi, Thyrion è in viaggio proprio verso la sua corte; ad Approdo del re, invece, Cersei intima a Jamie di recuperare Myrcella, la loro figlia tenuta alla corte del defunto Oberyn, e pianifica una vendetta religiosa contro i Tyrell che potrebbe creare non pochi problemi anche a lei stessa; nel profondo Nord, invece, Jon Snow si trova ad affrontare la minaccia dei White Walkers ed il peso del suo nuovo ruolo, in bilico tra i Guardiani ed i Bruti; Stannis Baratheon, Melisandre e l'esercito raccolto dal pretendente al trono, invece, progettano di invadere Grande Inverno schiacciando i Bolton, nel frattempo venuti in possesso di Sansa Stark; Arya, sua sorella minore, invece, si trova a Bravoos per affinare le sue doti di assassina e cominciare a vendicarsi di tutti coloro ai quali ha giurato la morte.







Presenti possibili spoiler involontari e indiretti.



Senza ombra di dubbio, una delle serie tv più importanti degli ultimi anni, nonchè una delle più amate di sempre, Game of thrones, è divenuta, nel corso delle stagioni, praticamente un fenomeno di costume, oltre ad un prodotto di altissima qualità: io stesso, da quel giorno cinque anni fa in cui con Julez approcciammo il pilota terminato con il volo dalla torre di Brann, ho visto crescere, vivere e morire decine di personaggi memorabili, applaudito a sequenze mozzafiato, osservato ammirato la tecnica e lo script di quello che, di fatto, per numero di protagonisti ed amore quasi maniacale di schiere di fan, potrebbe essere considerato l'erede ufficiale di Lost.
Questa stessa quinta stagione, di fatto, è stata l'ulteriore conferma dello standard tecnico assolutamente elevato della proposta di Weiss e Benioff, ed è stata in grado di regalare ottimi momenti all'audience culminati con un season finale da urlo, in bilico tra una walk of shame da brividi ed una chiusura quasi shakespeariana, con tanto di "idi di marzo", e con l'addio - vero o presunto che sia - di due dei cardini delle vicende dei Sette Regni.
Dunque, perchè anche uno dei riferimenti da piccolo schermo del Saloon è finito sotto le bottigliate?
Senza dubbio non per demeriti artistici, o per scivoloni effettivi, quanto, di fatto, per l'approccio: onestamente parlando, nonostante alcuni passaggi ben riusciti, questa quinta stagione è stata senza dubbio "di passaggio", e rispetto alla quarta, strabordante di momenti WTF, ha finito per segnare il passo ed apparire perfino noiosa a tratti, quasi si trattasse di un'annata spesa a disporre pezzi sulla grande scacchiera di Westeros in attesa di tempi migliori.
Come se non bastasse, comincio a nutrire qualche riserva su quello che è il marchio di fabbrica del buon George Martin, ovvero la sistematica eliminazione dei suoi protagonisti: il rischio, infatti, di puntare tutto sulla bocca spalancata del pubblico - come è stato per il finale di questa quinta season - potrebbe alla lunga innescare un effetto contrario, nello stesso, e privarlo dei suoi favoriti, oltre a risultare irrispettoso di fronte alle "creature" responsabili del successo del loro autore: inoltre, il progressivo sfoltimento del gruppo di main charachters lascia ora scoperti i Sette Regni non solo per quanto riguarda la lotta per la conquista dell'Iron Throne - al momento in mano al più inutile e privo di spessore dei regnanti - ma anche il cuore dei fan.
I due pezzi da novanta del cast, Thyrion e Daenerys, infatti, paiono essersi adagiati sui fasti passati cominciando a vivere di rendita, ed al momento solo Jamie Lannister, la coppia Cersei/Alto Passero ed il redivivo The Mountain paiono poter offrire qualcosa di interessante, almeno sulla carta e sempre che gli autori non decidano di fare un'altra epurazione.
Questo passo falso, però, è più concettuale che non artistico, e resto dunque fiducioso per il futuro di un titolo dal potenziale immenso, che ha regalato alcuni dei passaggi migliori che la televisione abbia offerto negli ultimi dieci anni: la minaccia dei White Walkers, il percorso di Arya, il futuro di Sansa, il ruolo sempre più inquietante degli emissari religiosi di Westeros - dal già citato Alto Passero a Melisandre -, la situazione del Trono di spade, quella del Nord ed il destino della "scomparsa" Khaleesi, tornata ad incrociare il cammino dei Dothraki.
L'hype è altissimo, e già da ora restiamo in trepidante attesa per il sesto giro di giostra, sangue e morte che già sappiamo Game of thrones ci offrirà: nel frattempo, però, con tutto il rispetto, Martin dovrà assaggiare, sotto forma di bottigliate, un pò della stessa moneta con la quale ripaga i suoi "figli" cartacei.



MrFord



"I stand surrounded by the walls that once confined me
knowing I'll be underneath them
when they crumble when they fall
with clarity my scars remind me
ash still simmers just under my skin."
Creed - "A thousand faces" -





giovedì 18 giugno 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): dopo una settimana jurassicamente fordiana, si torna purtroppo alla normalità con un weekend di uscite che alternano possibili soddisfazioni da Saloon ed altre buone giusto per il Paese dei Pusillanimi ove regna il mio rivale Cannibal Kid, seduto sul suo Trono di gomma.
In ogni caso, non mi pare ci sarà nulla per cui gridare al miracolo, ma considerato come sono andate le cose negli ultimi mesi, potrebbe quasi - e sottolineo quasi - andare discretamente.

"Prendo appunti: da Ford c'è sempre da imparare."
Fuga in tacchi a spillo

"E così quello è Peppa Kid?" "Già, è più pusillanime di quanto pensassi!"
Cannibal dice: Al contrario di Jeremy Renner, c'è sempre qualcosa in Reese Witherspoon e nei film che gira che mi convince. Per quanto quindi questo Fuga in tacchi a spillo sembri una commedia poliziesca davvero banale, oltre a un'americanata pazzesca, mi sa che finirò per vederlo. Mentre Ford, pure lui sui suoi tacchi a spillo, fuggirà via veloce.
Ford dice: ho visto il trailer di questa commediola cui normalmente non darei una chance neanche per sbaglio prima di Jurassic World, e non so se a causa dell'hype da dinosauri o dai neuroni spenti estivi, ho pensato che un tentativo si poteva pur fare. Aspetterò di vedere cosa combina sui suoi tacchi a spillo Katniss Kid, e poi deciderò.



La regola del gioco

"Pronto, Ford, potresti venire ad aiutarmi? Cannibal continua a seguirmi come una groupie!"
Cannibal dice: In Jeremy Renner c'è sempre qualcosa che non mi convince. Così come in Ford. Così come nei suoi film. Questo La regola del gioco non sembra fare eccezione, visto che pare un thriller pseudo gangsta ad alto tasso di fordianità. E non è un bene.
Ford dice: Kill the messenger - titolo originale dell'insensato La regola del gioco - giace da tempo al Saloon in attesa di ispirazione e visione, nonostante si tratti di una proposta molto fordiana e ben poco cucciolesca.
Approfittando dell'uscita, vorrà dire che darò a Renner la possibilità di uscire dal suo anonimato di attore.



Unfriended

"Abbiamo visto Marco Goi in cam: ora siamo condannati dalla maledizione del Coniglione!"
Cannibal dice: Horrorino sulle nuove tecnologie che riecheggia film recenti che non mi erano dispiaciuti come Open Windows e The Den, quindi mi sa che una visione estiva ci sta tutta. Tanto, mal che vada, peggio di un film consigliato dal mio unfriend Ford non può essere.
Ford dice: horrorino inutile di quelli estivi - nel senso peggiore del termine - che potrebbe riuscire a spaventare giusto quel pusillanime del mio rivale.
Passo.


Diamante nero

"Ogni volta che si esce con Ford, si finisce sbronzi!"
Cannibal dice: Pellicola francese che si candida prepotentemente al titolo di film della settimana. La regista Céline Sciamma con il precedente Tomboy mi sembrava promettente ma ancora acerba e questo potrebbe essere il film della sua esplosione totale.
Esplosione totale che auguro anche a Ford. La sua però in senso letterale.
Ford dice: nonostante l'aura molto d'essai, Tomboy mi sorprese in positivo qualche anno fa. L'ancora acerba Celine Scianna, allora al suo esordio, potrebbe con questo Diamante nero fare il salto di qualità. Sarà così, o il risultato sarà l'ennesima cannibalata?



Teneramente folle

"Ragazze, io questi due bloggers, Cannibal e Ford, non li carico neanche se mi pagano!"
Cannibal dice: Commedia romantica che non sembra niente di eccezionale, ma che dalla sua parte sembra avere un'ambientazione e una colonna sonora anni 70 intriganti. Potrei fare la follia di guardarlo, mentre teneramente mando a quel paese Ford.
Ford dice: teneramente, eviterò questa commediola neanche fosse teneramente sponsorizzata dal mio rivale.



Torno indietro e cambio vita

"Secondo te come se la caverebbero Cannibal e Ford se tornassero a scuola?" "Di sicuro sarebbero espulsi, credimi."
Cannibal dice: Ecco il nuovo film dei Vanzina, un vanto per il cinema italiano all'incirca quanto Ford lo è per il web italiano. A vedere il trailer, questa pellicola con Raoul Bova mi ricorda un'altra pellicola sempre con Raoul Bova: Immaturi. Ma tranquilli, potrebbe essere pure peggio.
Ford dice: neanche il tempo di nutrire una qualche flebile speranza per il Cinema italiano, quand'ecco che lo stesso abbassa il livello oltre livelli inimmaginabili.


Neanche fossimo tornati ai tempi delle varie Vacanze di Boldi e De Sica.



Soundtrack - Ti spio, ti guardo, ti ascolto

"Hey, Cannibal, smettila di spiarmi!"
Cannibal dice: Film già segnalato una manciata di settimane fa che esce ora, con un titolo leggermente differente. Non pensavo sarebbe stato possibile fare peggio di Soundtrack - Oltre ogni ragionevole desiderio, e invece con Soundtrack - Ti spio, ti guardo, ti ascolto ci sono riusciti.
Ford dice: potrebbe essere anche il film del secolo e del millennio, ma con un titolo come questo non mi ci metto neanche sotto costrizione.



Albert e il diamante magico

Una rappresentazione utopistica dell'amicizia tra Ford e Cannibal.
Cannibal dice: E se questa settimana non c'era anche la solita bambinata d'animazione, Ford non era felice. Quindi va beh, accontentiamolo ancora questa volta, ma poi basta!
Ford dice: ma con tutta l'animazione interessante che si trova in giro per il mondo, in Italia si deve distribuire solo il peggio neanche si trattasse di horror!?


mercoledì 17 giugno 2015

San Andreas

Regia: Brad Peyton
Origine: USA, Australia
Anno:
2015
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Ray, veterano pilota di elicottero protagonista di centinaia di missioni di soccorso, si trova ad affrontare le conseguenze di un terremoto devastante che colpisce tutta la linea della faglia di San Andreas, tra le più note zone a rischio di cataclismi sismici del mondo.
Sull'orlo del divorzio e legato principalmente al suo lavoro, l'uomo avrà modo di trasformare l'improvvisata missione di soccorso della quasi ex moglie in una vera e propria riconciliazione, oltre che in una sfida nella ricerca della figlia, che rappresenterebbe una sorta di riscatto rispetto alla ferita provocata dalla morte per annegamento della sorella di quest'ultima, che proprio Ray non riuscì a riportare a casa viva.
Riuscirà il pilota a portare in salvo le donne che ama chiudendo i conti con il passato nel bel mezzo di un cataclisma di proporzioni bibliche?








In tutta onestà, nonostante il mio amore per il Cinema continui a farmi apprezzare le opere "alte", una delle cose che mi hanno più reso felice negli ultimi anni è stata il progressivo superamento della fase esclusivamente autoriale della mia vita di spettatore, con il conseguente sdoganamento di tutto quello che è considerato il "basso" della settima arte, dai miei adorati action anni ottanta alle meraviglie trash in stile Sharknado.
Se fossi rimasto lo stesso di una decina d'anni or sono, infatti, non mi sarei mai potuto godere una porcatona come San Andreas senza rimanere sconvolto da retorica, effettoni da blockbuster, scene altamente improbabili ed un copione cucito addosso al consueto eroe tutto d'un pezzo all'americana - in questo caso il sempre mitico The Rock, uno degli idoli dei primi anni zero di ogni fan di wrestling - con tanto di finalone schifosamente a stelle e strisce, giustificando un'eventuale visione solo grazie alla presenza di Alexandra Daddario, che al progressivo spogliarsi a seguito della catastrofe regala momenti decisamente interessanti, anche se si sarebbe potuto osare certamente di più, in barba ad effetti speciali e simili.
Fortunatamente, ora che il mio lato tamarro convive felicemente con quello più legato a scelte di qualità e cultura, il lavoro di Brad Payton ha rappresentato un ottimo opener per la stagione estiva, che ultimamente mi vede spesso e volentieri cercare un impegno minimo sia dal punto di vista degli ascolti che delle visioni, in linea con la leggerezza, il caldo e la voglia di vacanze fisica e mentale: scene altamente spettacolari, effetti notevoli a metà tra 2012 e rimandi ad Independence Day, una componente fracassona ed una legata ai buoni sentimenti da famiglia pronta a riunirsi nel momento della difficoltà in barba al patrigno fighetto e codardo - che poi, come giustamente Julez faceva notare, quando avrebbe per le mani un The Rock, quando mai una donna sana di mente opterebbe per un Ioan Grufudd!? -, una certa ironia di fondo che permette all'operazione di non prendersi troppo sul serio - la sequenza dello sciacallo intento ad accatastare tv in macchina, che, altro appunto metacinematografico, commette la sciocchezza di minacciare il buon The Rock proprio nel bel mezzo di una pellicola costruita completamente su di lui, povero ragazzo - e portare a casa la pagnotta alternando passaggi chiaramente giocati tutti sull'estetica del 3D e dell'impressione visiva - lo tsunami su San Francisco fa davvero la sua porca figura, così come il crollo della diga alle prime scosse del cataclisma - con il classico drammone scontato a stelle e strisce incentrato principalmente sulla volontà di sopravvivere e tornare gli uni accanto agli altri dei membri della famiglia al centro della vicenda.
Certo, San Andreas resta una proposta indigeribile per chiunque non sia avvezzo ai neuroni spenti o ad un pò di sano intrattenimento made in USA, ma per tutto il resto del pubblico finirà per rivelarsi un gran bel giocattolone - riferendoci al genere, ovviamente - in grado di stimolare riflessioni assolutamente profonde - in casa Ford ci si è interrogati, ad un certo punto, sul fatto che la mano di The Rock potrebbe forse riuscire a contenere una tetta di Julez, sottolineando il forse - ed allontanare quantomeno in testa il caldo soffocante che giustamente l'estate ci riserva.
Per il Saloon, dunque, potrebbe equivalere ad una bella birra gelata - altro sdoganamento operato negli ultimi mesi - per evitare di appesantirsi troppo con un superalcolico sotto il sole cocente.
Leggero con brio, dunque.
Che a volte, è proprio quello che serve.
Con qualche esplosione a fare da cornice ed un pò di tamarraggine, che sono un pò come le bollicine.




MrFord




"All across the nation, such a strange vibration
people in motion
there's a whole generation with a new explanation
people in motion, people in motion."
Scott McKenzie - "San Francisco" - 





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...