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martedì 11 ottobre 2016

Kickboxer - Vengeance (John Stockwell, USA, 2016, 90')



Erano diversi mesi che, grazie all'hype creato dal mio amico, collega e socio nel tandem Tango&Cash Steve, attendevo di mettere le mani su Kickboxer - Vengeance, reboot del supercult con protagonista il feticcio del Saloon Jean Claude Van Damme forse in uno dei momenti più alti - anche in termini di trash - della sua carriera.
L'idea, poi, che il Nostro passasse - giusto, considerata l'età, nonostante una forma invidiabile - dalla parte del Maestro, e che nel cast figurassero Dave Bautista - l'ex Batista della WWE, per intenderci - come Tong Po e Gina Carano, alimentava ancor più le più goduriose prospettive nell'ottica di una serata a metà tra i neuroni spentissimi e l'amarcord più spietato: peccato che, nonostante tutta la buona volontà del sottoscritto, tamarro cresciuto con i film di botte anni ottanta e primi novanta, questo Kickboxer - Vengeance, fatta eccezione per JCVD ed una fugace apparizione studiata ad arte del primo, indimenticabile Tong Po - che altro non era se non uno degli allenatori e stunt che lavoravano accanto al mitico attore belga -, si rivela come il tipico prodotto senza arte ne parte, per giunta brutto e privo di qualsiasi significato ed ironia, figlio dell'epoca delle MMA e delle botte gratuite.
Considerato quanto a cuore quel cult indimenticabile passato mille volte su questi schermi, stragoduto con mio fratello ai tempi, e da solo, in compagnia degli amici o di Julez poi, questo tentativo maldestro di rinverdirne i fasti risulta quantomeno una delusione cocente, non tanto per lo script elementare e privo di logica - che ci sta sempre, in casi come questo -, i colpi e gli allenamenti al limite della fantascienza - anche questo, normale amministrazione, quasi dovuta, in caso di pellicole tamarre -, i tagli con l'accetta ed i capelli posticci di Bautista, quanto per il completo mancato bersaglio rispetto allo spirito che prodotti di questo tipo avevano ai tempi e riescono ad avere, in casi purtroppo isolati, anche oggi: dal finale assolutamente contro ad ogni regola che vede il buono di turno affrontare le difficoltà ed impartire la lezione dovuta al cattivo - ricordo ancora la strizzata di naso di Miyagi in Karate Kid 2 - fino a passaggi forzati e neppure naif come quelli che capitavano come se piovesse all'epoca - dal ruolo della poliziotta a quello del compagno/rivale di allenamento nel campo di Tong Po divenuto promotore del notissimo appellativo di Nak Su Cao del protagonista -, per culminare proprio con un main charachter completamente privo del carisma di JCVD, capace solo di sfoderare grandi esercizi al ritmo di canzoni hip hop neanche fossimo in Southpaw o Creed ma praticamente un fantasma in quanto a capacità di bucare lo schermo.
Purtroppo, dunque, per me e tutti i grandi amanti di un certo Cinema pane e salame, questo Kickboxer - Vengeance risulta il tentativo fallito di rinverdire i fasti di un genere che pare sempre - purtroppo - più lontano nel tempo, pronto a mostrare ben più di un fianco a tutta la critica radical sempre pronta a sparare a zero sulla parte ignorante della settima arte, fondamentale per la salvezza di noi tutti tanto quanto quella "alta".
Purtroppo, questo film non rientra in nessuna delle due categorie, quanto in quella delle grandi, incommensurabili delusioni da KO senza ritorno.




MrFord




 

venerdì 26 febbraio 2016

Heist

Regia: Scott Mann
Origine: USA
Anno: 2015
Durata:
93'







La trama (con parole mie): Vaughn è un outsider del mondo del crimine, ex promessa di un boss proprietario di un casinò in procinto di ritirarsi costretto dalla malattia che con la malattia deve fare i conti, perchè il cancro si sta portando via sua figlia.
Quando viene avvicinato da Cox, infiltratosi nel suo stesso casinò per progettare un colpo, inizialmente rifiuta, cercando di ottenere dal grande capo i soldi necessari per coprire i costi dell'operazione della piccola: vedendosi rifiutare malamente il favore, Vaughn decide di accettare la proposta e gettarsi a capofitto in un'impresa che rispolvererà il suo passato militare e lo vedrà rischiare il tutto e per tutto pur di salvare la persona che conta di più nella sua vita.
Ma anche in un piano perfetto si rischia l'inghippo, e dunque Vaughn, Cox ed i loro due complici finiranno per dover improvvisare per portare a casa la pelle ed il bottino: riusciranno nella loro impresa, o dovranno soccombere alla morsa delle forze dell'ordine e del "padrino" Pope, che pare avere occhi e uomini ovunque?








Non riesco davvero mai a resistere, alla tentazione di concedermi ad un film d'azione.
Non importa che non siano più gli anni ottanta, gli interpreti dei tempi d'oro siano ormai, purtroppo, solo un ricordo e tutto viva, di fatto, come avvolto in un'atmosfera di attesa di qualcosa di nuovo che, purtroppo, raramente arriva a stupire.
Dunque, quando ho incrociato il cammino di Heist, non ho davvero saputo resistere: rapine, tensione, minutaggio perfetto per il genere, il buon vecchio Batista e Gina Carano - anche se, questo devo proprio rimproverarlo a Scott Mann, sarebbero stati da spremere decisamente di più dal punto di vista fisico -, una parte affidata al fu Zach di Bayside School - secondo giro di amarcord -, il discreto Jeffrey Dean Morgan come protagonista, il vecchio leone De Niro - anche se, ormai, è ben lontano dall'essere una garanzia di qualità -, il classico tema del riscatto unito al crimine ed una buona dose di riflessioni sul rapporto tra padri e figli.
In poche parole, un passaggio obbligato per il vecchio cowboy.
Sinceramente, non mi aspettavo nulla, da questo Heist, se non il classico film da riempimento di serata buono per gli infrasettimanali resi più pesanti dalle sveglie alle sei con allenamento prima del lavoro, e devo dire che, a parte una certa consistente mancanza in termini di botte ed esplosioni - con Batista e Gina Carano, per l'appunto, nel cast, occorre che si ci applichi in questo senso quasi per contratto - il risultato è stato onestamente raggiunto nonostante un plot ed una sceneggiatura assolutamente derivativi ed elementari - il twist principale è facilmente individuabile fin dalle prime sequenze - ed una serie di elementi che ricordano, senza ovviamente poterli replicare, cult degli anni ottanta e novanta come Speed - palesemente citato ed imitato grazie allo sfruttamento del bus -, conditi da qualche strizzata d'occhio al cultissimo firmato da Spike Lee, Inside Man.
Per tutti coloro per i quali, come il sottoscritto, il genere ha un significato non solo legato ai ricordi ma resta sempre un divertissement o un guilty pleasure, comunque, Heist - che non credo verrà mai distribuito in Italia, se non in home video - finisce per risultare una visione quasi doverosa, considerata la penuria di produzioni valide - almeno in Occidente - per quanto riguarda i film di botte e spari: non che ci si debba illudere di trovare l'Eldorado degli action tamarri del secondo decennio degli anni zero, quanto più disporsi nel miglior modo possibile ad una sorta di shake tra il tentativo di rispolverare i vecchi valori, il riscatto in stile Stand up guys e l'approccio senza troppi pensieri che vide tanti attori ormai di culto anche da queste parti fare le loro fortune ormai una trentina di anni or sono.
Una volta accettata questa realtà dei fatti, Heist risulterà un artigianale ed a suo modo riuscito tentativo d'intrattenimento sopra le righe in grado di mescolare tensione ed a suo modo profondità - e sento già il Cannibale fare l'eco ai riferimenti del sottoscritto ai legami tra padri e figli - pur senza rappresentare un nuovo standard, un perfetto omaggio ad un'epoca purtroppo tramontata ed un riempitivo senza pretese che farà quasi sorridere chi quei tempi li ha vissuti sulla pelle e li porta in una certa misura ancora nel cuore.





MrFord





"Didn't believe in love until we fell out
gave the keys back, now I'm on the homie's couch
always going out, sleeping ‘round with strangers
danger! But you can't live without her
now you're paranoid, checking on her cellphone
making sure she ain't like you alone
haven't made love with the lights still on
it's like you're hiding something from me."

Macklemore&Lewis - "Thin line" - 






martedì 23 febbraio 2016

Deadpool

Regia: Tim Miller
Origine: USA, Canada
Anno:
2016
Durata:
108'








La trama (con parole mie): Wade Wilson, ex membro delle Forze Speciali, mercenario dal cuore tenero, dopo aver trovato l'amore trova anche, sotto l'albero di natale, un cancro terminale. Avvicinato da misteriosi individui che dicono di volerlo guarire per renderlo, di fatto, un supereroe, ed accettata la loro offerta nella speranza di poter tornare accanto alla donna della sua vita, Vanessa, Wade si trova con il volto ed il corpo completamente sfigurati dalla mutazione, poteri incredibili di rigenerazione ed una grande incazzatura celata abilmente dall'ironia che l'ha sempre contraddistinto.
Inventato, grazie all'amico Weasel, l'alter ego Deadpool, Wade inizia a pianificare la tanto agognata vendetta contro i responsabili di tutte le sue disgrazie: peccato che sistemarli a dovere sarà più difficile del previsto e dovrà avvenire forzando un'alleanza certo non desiderata con alcuni degli X-Men di Charles Xavier.










Con ogni probabilità, se il mio io quattordicenne avesse visto Deadpool al Cinema, la mia storia sarebbe stata molto diversa, o se non molto, almeno in parte: ai tempi delle medie e dei primi anni delle superiori, infatti, patii tantissimo una timidezza che superai davvero soltanto con la fine dell'adolescenza lottando con le unghie e con i denti, e da appassionato di Fumetti adoravo il modo in cui un supereroe come l'Uomo Ragno dribblava il problema con battute a raffica ed un umorismo da maschera pronto a scacciare ogni paura.
Ma, già allora, c'era chi era riuscito a fare molto meglio del vecchio Testa di tela: sto parlando del Mercenario Chiacchierone, l'antieroe numero uno tra i miei favoriti dalla metà degli anni novanta ad oggi, Mr. Wade Wilson, alias Deadpool.
Leggere le sue avventure era come assistere ad una versione dopata e pirotecnica di quelle di Spidey, quasi come se si passasse da Wall Street a The Wolf of Wall Street, o da Lock&Stock a Pulp Fiction: da allora, ed anche dopo aver appeso gli albi a fumetti al chiodo - o quasi - come lettore, il charachter aveva mantenuto un posto d'onore nella mia memoria, custodito gelosamente nonostante una piccola parte non esaltante nel per nulla esaltante Wolverine: Origins e nell'interprete scelto in quell'occasione e dunque per questo tanto atteso esordio in solitaria su grande schermo, Ryan Reynolds, uno degli attori più cani dell'universo conosciuto.
Ma torniamo al mio io quattordicenne, che probabilmente sarebbe uscito dalla sala esaltato oltre ogni misura e convinto di poter superare qualsiasi timidezza a suon di battutacce e scorrettezze verbali alla maniera del vecchio Wade, e ringrazierebbe in eterno l'esordiente Tim Miller per aver confezionato non solo il film di supereroi - anche se la definizione non piacerebbe a Pool - più grandioso dell'anno, ma anche delle ultime stagioni, vincendo a mani basse la concorrenza pur agguerrita e portando sullo schermo una versione pulp e soprattutto ironica come non mai dei vari Kick Ass, Scott Pilgrim, Super e via discorrendo: perchè Deadpool è questo, un cocktail esplosivo di quelli pronti a stendere il bevitore esperto senza che se ne accorga o distruggere quello alle prime armi già dalle prime sorsate.
Narrazione scomposta, quarta parete letteralmente sbriciolata da uno strabordante protagonista - da impazzire i riferimenti alla saga cinematografica degli X-Men, tra Patrick Stewart e James McAvoy, quelli a proposito delle scene più violente e della colonna sonora o il riferimento alla scarsa capacità attoriale dello stesso Reynolds, impagabile -, scene d'azione esilaranti e perfette per ogni patito dei film di botte e degli effettoni, un crescendo con tanto di battaglia finale che ad un tempo omaggiano e sbeffeggiano tutti gli stilemi di un genere, scorrettezze come se piovessero e perfino lo spazio per una storia d'amore che, a suon di volgarità e colpi bassi, finisce per diventare più romantica di tante altre raccontate con epica ed enfasi certamente maggiori e seriose: e poi legnate, sangue, teste mozzate, proiettili, risate, vecchie cieche appassionate di Ikea e la costruzione della base per un protagonista che, se continuerà ad essere scritto e diretto con questo piglio, rischierà di soppiantare nel cuore dei fan del genere qualunque altro.
Il mio io quattordicenne, scrivevo poco sopra, sarebbe uscito esaltato e pronto a lottare con sorriso e lingua lunga contro la timidezza ed il mondo: non so se sarebbe andata diversamente da come effettivamente è stato, ma quello che è certo è che mi piacerebbe potergli mostrare cosa il futuro è stato in grado di fare con uno dei nostri favoriti di sempre del Fumetto mainstream.
Ma in fin dei conti, chi se ne frega. Del mio io quattordicenne e di tutte le elucubrazioni.
Io, oggi, nel duemilasedici, sono uscito dalla visione di Deadpool esaltato ed a pieno regime.
Quasi come se mi fossi fatto un acido e schiaffato i titoli di testa di Enter the void per un paio d'ore, poi Spongebob per un altro paio ed infine avessi sognato un coltello piantato in testa per vedere uscire animaletti animati da dietro le spalle di Julez.
E l'effetto, a distanza di un giorno o due, non è ancora finito. Anzi.
Dunque fanculo i quattordici anni, la critica, il questo ed il quello.
Deadpool è una ficata come ne esce - se va bene - una all'anno.
E per me si è già guadagnato il posto che fu di Fury Road la scorsa stagione.
Perchè finalmente, ed è sotto gli occhi di tutti, realizzare una tamarrata d'Autore è più che possibile.
E' fottutamente reale.
Ed ora un paio di esplosioni, gli Wham! che attaccano Careless whisper ed una bella scopata di chiusura.
E non aspettatevi teaser del sequel.
Parola di Pool.
Forse.





MrFord





"I'm never gonna dance again
guilty feet have got no rhythm
though it's easy to pretend
I know you're not a fool
I should have known better than to cheat a friend
and waste a chance that I've been given
so I'm never gonna dance again
the way I danced with you."
Wham! - "Careless whisper" - 





venerdì 7 giugno 2013

Fast and furious 6

Regia: Justin Lin
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 130'




La trama (con parole mie): l'agente speciale Hobbs, supportato dalla nuova collega Riley, è alle calcagna di una banda dalle capacità incredibili che pare stia mettendo insieme un pezzo alla volta un'arma che potrebbe valere miliardi sul mercato nero e mettere in ginocchio un intero Paese capeggiata da un ex dei servizi segreti britannici di nome Shaw.
Per poter colpire il bersaglio grosso, però, Hobbs sa bene di doversi rivolgere ai migliori sulla piazza, ovvero Dom Toretto e la sua squadra, ormai in pensione a godersi i proventi dell'ultimo colpo brasiliano: per poter essere sicuro della loro partecipazione all'operazione, oltre all'amnistia e la possibilità di tornare negli States da uomini liberi, il mastodontico ufficiale è pronto a mettere sul piatto un'offerta che la famiglia Toretto non potrà rifiutare.
Tra le fila della banda di Shaw, infatti, figura anche Lettie, ex fidanzata di Dom creduta morta tempo prima nel corso di una missione d'infiltrazione.





Ai tempi del suo esordio cinematografico e dei primi capitoli, detestavo non troppo cordialmente il franchise di Fast&furious: troppo tamarro nel senso brutto degli anni zero e troppo poco rispetto a quello davvero divertente degli eighties, completamente - o quasi - legato alle corse d'auto clandestine - che per uno che ha preso la patente ad oltre trent'anni soltanto nell'estate duemilaundici non sono proprio come il miele per le api - ed affidato ad una coppia di protagonisti uno più cane maledetto dell'altro, Vin Diesel e Paul Walker.
Poi venne l'epoca dei Free drink del Saloon, e a seguito di una richiesta del mio antagonista Cannibale, finii per recuperare l'intera saga, dal pessimo capitolo ambientato a Tokyo fino ad arrivare in contemporanea all'uscita del quinto in sala: il risultato fu una parziale rivalutazione di situazioni e personaggi, certo non all'altezza degli action heroes che avevo amato alla follia nel corso dell'infanzia ma comunque in grado di garantirmi un pò di sano divertimento da neurone spento e quell'ironia da amicizia virile che tanto fa bene a noi maschietti che vorremmo sempre atteggiarci a duri, vissuti o entrambe le cose.
E' stato però solo con l'entrata di The Rock - alias Dwayne Johnson - nel cast che le cose hanno cominciato a prendere effettivamente un'altra piega: il quinto capitolo, infatti, è un vero tripudio di sequenze talmente ridicole da risultare divertentissime, un sacco di botte ed un'atmosfera finalmente degna di quelli che sono state le pellicole cult della mia giovinezza.
Il tutto senza contare una discreta perizia nel portare in dono allo spettatore un giocattolone da leccarsi i baffi, con tanto di finale con il botto che apriva la strada a questo sesto giro di giostra: questo - probabilmente non ultimo - film dedicato alle gesta di Toretto e soci, come di consueto - e nello spirito dei primi capitoli - legato a doppio fila ai temi della Famiglia e dei legami di sangue, amicizia ed amore - nonchè quel senso dell'onore da machos esibizionisti - riprende quasi dallo stesso punto in cui avevamo lasciato i protagonisti, gettandoli nella mischia per una sfida che, più che correre in macchina, li vedrà mettersi in qualche modo a nudo rispetto al pericolo, al desiderio di rimanere uniti - e di nuovo torna la Famiglia - ed al ritorno di Lettie, che sconvolgerà e non poco i nostri, finendo per metterli alla prova anche e più della lotta senza quartiere con Shaw ed i suoi, sorta di "gemelli cattivi" del Team Toretto neanche ci trovassimo in un cartone animato giapponese figlio degli ormai stracitati eighties.
Rispetto al precedente, si possono notare però due grandi differenze - evoluzioni o involuzioni, a seconda dei punti di vista - che pongono questo numero sei leggermente più indietro nella mia personale classifica di gradimento del brand: minutaggio a parte - centotrenta minuti sono decisamente troppi per un prodotto di questo tipo -, infatti, si notano da un lato la volontà del regista di cercare qualche spunto insolitamente profondo - i legami, per l'appunto, ma anche i rapporti che alcuni charachters hanno sviluppato tra loro, come Han e Gisele o la paternità di Brian - e dall'altro un aumento esponenziale dei numeri da fantascienza che i protagonisti riservano al pubblico più scatenato, dai carri armati in autostrada ai voli da un ponte all'altro, senza contare un The Rock talmente pompato da far apparire Vin Diesel - che non è esattamente Luigi il pugilista campione dei pesi paglia - come un ragazzino rachitico, sempre pronto a scagliare gente in giro per le sale interrogatori neanche si trattasse di bambole di pezza - ed è proprio questo il The Rock che vogliamo al Saloon, certo non la sua versione tiepida ed edulcorata di Snitch -.
Inutile che stia qui a sottolineare quale sia stata la parte che ho preferito: spero, con il settimo film che presto o tardi arriverà, di poter godere di uno spettacolo magari più breve ma completamente concentrato sull'aspetto più scanzonato, roboante e tamarro, senza regalare neppure un pensiero all'idea che, con un pò di profondità in più, si potrebbe portare questo tipo di blockbuster ignorantone ad un altro livello.
Non ce n'è bisogno: Fast&furious è Fast&furious.
Ci vogliono macchine veloci, gusto kitsch, inseguimenti, gran belle signorine ed un sacco di esplosioni e cazzotti pronti a riempire lo schermo: il resto - preghierine buoniste conclusive comprese - lo lasciamo volentieri al Cinema d'autore o ai successi per famiglie.
Qui si spinge sull'acceleratore. E non serve nient'altro.


MrFord


"Oh I'm begging Lord to save me and let me go,
to see my family,
and keep it inside,
dry eyes, while my brother weeps."
Ed Sheeran - "Family" -


giovedì 8 marzo 2012

Knockout - Resa dei conti

Regia: Steven Soderbergh
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 93'



La trama (con parole mie): Mallory Kane, super agente segreto che nessun mortale può, ha potuto e potrà fermare, in grado di far piangere come bimbi in fasce Ethan Hunt e James Bond, è incazzata nera perchè il suo ex Ewan McGregor pare proprio averla fregata, mettendole contro la storia di una notte Channing Tatum e la potenziale conquista Michael Fassbender, orchestrati a loro volta dal complicato gioco di potere della premiata ditta Kassovitz e Banderas.
Ovviamente la nostra eroina tutta d'un pezzo alla fine riuscirà a spuntarla, ma perchè questo accada e si possa finalmente tirare un sospiro di sollievo - nonchè porre fine al tour delle città europee made in Soderbergh - si dovrà attendere con molta pazienza quasi un'ora e mezza.





Neanche il tempo di tornare da Barcellona e subito mi ritrovo catapultato per le strade della città catalana, una delle mie due mete preferite al mondo.
Purtroppo, però, il risultato non è decisamente lo stesso rispetto al girare prendendosi il tempo che si vuole tra Parc Guell e la Sagrada Familia, o lungo la Barceloneta, perchè in questo caso siamo di fronte ad uno degli indiscutibilmente peggiori film di inizio anno, frutto di un'opera di gigionismo di proporzioni pantagrueliche dell'ormai troppo spesso ex regista Soderbergh, accompagnato per l'occasione dall'altrettanto - e anche di più - ex Kassovitz nonchè dal convalescente Michael Douglas, dall'apparentemente convalescente Antonio Banderas e dal futuro convalescente - dopo le mie bottigliate - Ewan McGregor, che non contenti portano con loro nel calderone anche l'una volta promessa Channing Tatum, passato ingloriosamente dall'ottimo Guida per riconoscere i tuoi santi a G. I. Joe e schifezze come questa.
Evidentemente devono tutti avere problemi di soldi, poveri lavoratori in lotta per arrivare a fine mese.
Poco importa, dunque, se la protagonista sia la tostissima Gina Carano, ex lottatrice e tipica spaccaculi in pieno stile fordiano, in una storia che, sulla carta, dovrebbe proporsi come una sorta di Alias in versione cinematografica con un pò di violenza e glamour in più: a partire dal pessimo titolo, questo film è senza dubbio una delle esperienze peggiori che uno spettatore possa concedersi in questo primo quarto dell'anno, una vera e propria perdita di tempo dalla sceneggiatura inconsistente e ridicola - solo in un film con Van Damme girato negli anni ottanta posso pensare che un agente dei servizi segreti o presunto tale snoccioli al primo stronzo che gli capita sotto le mani le complicate trame dei suoi casini lavorativi, senza dimenticare l'assoluta infallibilità dello stesso 007 -, un divertissement ad uso e consumo di cast e regista capace di provocare nell'audience esclusivamente noia ed anche un pizzico di incazzatura all'indirizzo di questa manica di stronzi imbottiti di soldi che girano una città al giorno divertendosi a girare due inquadrature due in un vicolo del centro prima di andare a sollazzarsi giocando a golf o in un resort tanto per non farsi mancare nulla.
Roba da far sembrare Contagion il film del secolo, e addirittura non fare sfigurare neppure quella schifezza subumana di The american.
Onestamente, era dai tempi di The tourist che non riuscivo a provare un così profondo disprezzo per la messa in scena apparentemente "d'autore" di una pellicola, fatta e finita ad uso e consumo dei suoi realizzatori e confezionata dalla grande distribuzione come fosse una sorta di piccolo cult per intenditori di action movies e spy stories: peccato che il risultato non sia classificabile in nessuno dei due generi, e non resti altro che una confezione vuota ed inutile incapace anche di intrattenere il pubblico dalle pretese minori - e mi metto tranquillamente nella cerchia -.
A peggiorare la situazione il dato di fatto costituito dalla certezza che si tratti del lavoro - l'ennesimo completamente sbagliato - di un ex Palma d'oro ormai clamorosamente votata al blockbuster di grana grossa: una cosa giusta giusta per farsi del male, che mi ha ricordato quanto è triste chiudere le ferie e tornare alla realtà di tutti i giorni.
Sicuramente, a visioni come questa è preferibile addirittura una bella settimana lavorativa fatta e finita.
E ad entrambe, senza dubbio, è preferibile Barcellona: vissuta pure senza soldi, ma in prima persona.
Sarà decisamente più seducente, avvincente ed "action" di quanto possa esserlo all'interno di una porcata come questa.


MrFord


"So you think you'll take another piece of me
to satisfy your intellectual need
do you want, do you want...Action?"
Def Leppard - "Action" -


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