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sabato 19 marzo 2016

Lo specialista

Regia: Luis Llosa
Origine: USA, Perù
Anno: 1994
Durata: 110'






La trama (con parole mie): Ray Quick è un ex soldato dei corpi speciali esperto come pochi altri al mondo di esplosivi, che da anni e dopo un incidente in missione che gli è quasi costato la vita, e ha coinvolto alcuni innocenti, ha separato la sua strada da quella dello spietato ex compagno Ned Trent.
Stabilitosi a Miami e divenuto una sorta di sicario a pagamento pronto a scegliere le persone giuste ed ingiustamente perseguitate per decidere se entrare in azione oppure no, l'uomo viene contattato da May, che qualche anno prima ha visto uccidere i suoi genitori dagli uomini di Tomas Leon, figlio di uno dei boss incontrastati della città: la ragazza, decisa a vendicarsi a tutti i costi, a fronte del rifiuto di Ray, si affida a se stessa e tenta di infiltrarsi ingraziandosi proprio Tomas, finendo per convincere Quick ad accettare finalmente l'incarico.
Quando, però, nell'equazione entra anche Trent, le questioni si faranno molto più personali.









Gli anni novanta sono stati indubbiamente uno dei periodi più amari e terribili per molti ed in molti campi, sottoscritto compreso.
Più ancora, sono stati decisamente difficili per uno degli idoli più amati di sempre del Saloon: Sylvester Stallone.
Lontano dai fasti di Rocky e Rambo e da quegli anni ottanta che ai loro eroi permettevano ed avevano permesso, di fatto, tutto il possibile, oltre ad aver regalato agli stessi fama e gloria, il buon Sly andò incontro ad un decennio clamorosamente buio, nel corso del quale era più semplice trovarlo protagonista di prodotti di serie B privi del fascino dei loro predecessori che non alla ribalta come sarebbe stato giusto fosse - e com'è ancora oggi -.
Per quanto non l'ultimo di questa lista, Lo specialista potrebbe essere annoverato tra i titoli meno significativi con protagonista lo Sly di noi tutti, un prodotto decisamente troppo lungo e sopra le righe per il decennio in cui è uscito, monopolizzato dalla presenza dello stesso Stallone e di Sharon Stone - protagonisti di una sequenza soft-porno sotto la doccia che ai tempi deve avere fatto scalpore - e oltre misura dal primo all'ultimo minuto, non completamente banale ma certo lontano dalla possibilità di diventare un cult anche per i fan dell'attore, regista e sceneggiatore - che, comunque, regala una sequenza indimenticabile con la sistemazione dei bulli sull'autobus nella prima parte del film -.
Da fan di questo tipo di prodotto e del vecchio Sylvester, ovviamente, ho finito per divertirmi comunque come un matto godendomi, tra le altre cose, la presenza di comprimari di lusso quali Rod Steiger, Eric Roberts e soprattutto James Woods, eppure non mi sentirei davvero di consigliare Lo specialista a qualcuno non avvezzo alle botte da orbi ed alle esplosioni che tutti noi nostalgici dell'action tanto amiamo, perchè finirebbe per contribuire a diminuire la già poca stima che i radical nutrono rispetto a prodotti figli degli eccessi tipici del genere.
Restano la location decisamente interessante - Miami, che è sempre un bel vedere -, una scorta di sane esplosioni - anche se vedere Sly esperto artificiere invece che action man dal cazzotto facile fa davvero strano - ed un'escalation insolita se si pensa soprattutto al ruolo della Stone, decisamente più sfaccettato rispetto alla tipica figa buttata in una storia ad uso e consumo degli occhi e del pubblico maschile ma destinata a fare fondamentalmente da soprammobile.
Da questo punto di vista, gli spunti legati proprio alla Stone rendono Lo specialista uno dei titoli più "femministi" che l'action abbia mai generato, e di fatto salvano la confezione e la regia - davvero elementari - da una valutazione più bassa: a conti fatti, però, tutto cade in secondo piano rispetto al buon Sly, che come Rocky ha finito per incassare alla grande tutti i colpi assestatigli dal decennio più ostile della sua storia ed uscirne non solo in piedi, ma addirittura rafforzato.
Avercene, di action heroes così.





MrFord





"Yeah Yeah Yeah Yeah
Miami, uh, uh
Southbeach, bringin the heat, uh
haha, can y'all feel that
can y'all feel that
jig it out, uh."
Will Smith - "Miami" - 





sabato 14 febbraio 2015

Nico

Regia: Andrew Davis
Origine: USA
Anno: 1988
Durata:
99'





La trama (con parole mie): Nico Toscani è un esperto di arti marziali, veterano del Vietnam ed ex gorilla della CIA diventato un poliziotto a Chicago, amato dai colleghi quanto dai parenti legati a doppio filo al crimine all'italiana d'esportazione, tutto d'un pezzo e sempre pronto a dispensare giustizia a suon di legnate. Quando una soffiata lo conduce sulle tracce di un apparente traffico di droga, il tutore dell'ordine scopre un complicato affare legato ad un traffico internazionale che coinvolge anche sue vecchie conoscenze dei tempi dei servizi segreti, agenti senza scrupoli sempre pronti ad uccidere per portare a termine la missione e, nel mentre, ingrossarsi il portafoglio pensando di essere al di sopra di tutto e di tutti.
Quando la sua famiglia verrà direttamente minacciata, Nico perderà definitivamente la pazienza affrontando i killer governativi come si conviene.







Senza dubbio il duemilaquattordici è stato l'anno, parlando di action heroes, della grande riscoperta di Steven Seagal da parte del sottoscritto: da sempre idolo di mio padre e da sempre snobbato senza troppi patemi qui al Saloon, il più parruccone tra i beniamini del Cinema tamarro dagli anni ottanta in avanti è stato protagonista di una sorta di reboot che è riuscito, alle spalle esperienze a dir poco traumatiche con i suoi lavori più recenti - su tutti, il clamoroso e geniale nella sua bruttezza assoluta Killing point -, a far appassionare questo vecchio cowboy alla visione di quelli che sono stati i pezzi da novanta della carriera del corpulento interprete - anche se, in tutta onestà, chiamarlo interprete pare davvero troppo -.
Da Trappola in alto mare a Trappola sulle montagne rocciose, passando per Duro da uccidere, Seagal si è imposto come il monolito più divertente ed adatto alle serate da finti machos a neuroni zero mai portato sullo schermo, complici mosse decisamente poco dinamiche - del resto, la mobilità non è proprio il punto forte di questo ragazzone, e ne è una chiara dimostrazione il suo stile di corsa, che ogni volta porta a domandarmi il perchè un regista debba avere necessariamente l'idea suicida di riprendere - e trame più che risibili, rispettose di tutti i clichè che l'action sguaiata necessita.
In particolare Nico, suo primo successo al botteghino e non solo, ripesca i capisaldi del Cinema d'azione mescolandoli con una certa intelligenza ad uno stile che ricorda molto il poliziesco di protesta degli anni settanta dall'Ispettore Callahan in poi, pronto ad associare all'adrenalina degli inseguimenti e degli scontri un sottotesto sociale particolarmente profondo: in questo caso, dietro il lavoro firmato da Andrew Davis - che scrisse il soggetto a quattro mani proprio con Seagal - troviamo una critica neppure troppo velata al ruolo che gli USA rivestirono in molti dei conflitti combattuti in Sud America dagli anni sessanta in poi, avvalendosi spesso e volentieri di agenti dei servizi segreti pronti ad addestrare e supportare dittatori e signori della guerra colpevoli di massacri purtroppo entrati nella Storia.
Una cosa non da poco per quello che, di fatto, è un ignorantissimo filmaccio tamarro con un protagonista che più tutto d'un pezzo non si potrebbe, sequenze al limite del ridicolo - il battesimo del figlio di Nico - ed una manciata di passaggi perfetti per i residuati di questo genere di pellicole come me: tutto sommato, oltre a ripescare Pam Grier - sulla scia di quello che avrebbe fatto Tarantino quasi dieci anni dopo con Jackie Brown - e mostrare una Sharon Stone agli esordi presentando quello che sarebbe stato uno dei nomi più importanti del Cinema legato alle arti marziali - che mette molto della sua storia in quella del protagonista, o almeno la parte dedicata agli studi e le fotografie da album dei ricordi nella sequenza d'apertura - pronto a mostrare le sue tecniche spicce ma efficaci - ottima la coreografia della prima sequenza -, Nico continua ancora oggi ad appartenere a quella categoria di titoli che, incontrati per caso in tv, finiscono sempre per essere goduti dal primo all'ultimo minuto senza alcuna pretesa o pensiero.
E senza dimenticare almeno un riferimento ad uno dei grandi "villains" dell'epoca - Frank Silva, che molti appassionati riconoscerebbero senza, magari, riuscire a ricordarne il nome -, continuo a pensare che Nico Toscani abbia rappresentato e rappresenti uno degli antesignani dei moderni Jack Bauer, quei tutori dell'ordine e guardiani della Legge pronti a tutto per difenderla ma altrettando a reinterpretarla o aggirarla nel momento in cui le cose finiscono per mettersi male o si trovano per le mani l'ennesimo torto da raddrizzare: certo, in un mondo reale non avrebbero vita lavorativa molto lunga, e probabilmente i loro stipendi finirebbero nelle tasche degli avvocati ingaggiati per difenderli in tribunale, ma poco importa.
Questo Cinema non ha bisogno di cavilli da vita vissuta.
Va goduto così, un calcio o un colpo di qualche arte marziale semisconosciuta ma d'impatto alla volta.




MrFord




"We played it fast, we played it loud
a bit too much, a bit too proud
the only way we knew to do it right
it washed away the misery
so do you know your history
or did you only show up for the fight."
Overkill - "Old school" - 



lunedì 15 ottobre 2012

Basic instinct 2

Regia: Michael Caton-Jones
Origine: UK, Usa
Anno: 2006
Durata: 114'




La trama (con parole mie): la scrittrice Catherine Tramell, come al solito a caccia di seduzione, sesso e morte, si trova a Londra, e neanche a farlo apposta è coinvolta nell'incidente fatale di un noto giocatore di calcio. Ad indagare sul caso è il detective Roy Washburn, letteralmente ossessionato dalla donna, tanto da volerla a tutti i costi incriminare per omicidio.
Per sostenere le sue tesi il poliziotto chiama in causa l'affermato psichiatra ed amico Michael Glass, che neanche il tempo di fare una perizia ed è già una marionetta nelle mani di Catherine, pronta ad ordine un gioco di specchi dietro al quale si consuma un omicidio dietro l'altro: sarà colpevole o innocente? Si tratta dell'elaborata costruzione di una pazza psicopatica o dell'immaginazione troppo fervida dell'uomo caduto nella sua rete?
Con un crescendo da thriller del sabato sera di Italia Uno, giungiamo, ovviamente, ad una risposta che vale tutto, o niente.




Avete presente quando, nel corso di una visione, incrociate una di quelle scene capaci di scatenare quella vocina interiore che vi esorta - detto senza volgarità - a spegnere tutto e rinunciare a proseguire con il film?
Con Basic instinct 2 è accaduto alla prima sequenza.
Nonostante fossi preparato ad un film letteralmente agghiacciante - del resto, si parla di uno degli scellerati "figli" della Blog War dedicata al peggio del peggio del Cinema - l'apertura in stile Fast&furious con la Stone ormai palesemente rifatta e fuori tempo massimo intenta a farsi smanettare dal malcapitato di turno mentre corre in macchina per le strade di una Londra ovviamente deserta finendo per completare il tutto con un volo da action selvaggio dritta dritta nel Tamigi è stata quasi troppo anche per me: conscio della missione che mi attendeva e della sfida con il Cannibale, mi sono costretto ad uno sforzo non indifferente per proseguire e portare a termine il compitino assegnato dal mio antagonista, sorbendomi una delle pellicole più ridicole dai tempi del peggior Joel Schumacher.
Fortunatamente, rispetto ad altre esperienze oltre ogni limite di bruttezza avute da spettatore, posso affermare che Basic instinct 2 - e già io ne avevo avuto abbastanza con il primo - potrebbe essere considerato parte di quella eletta cerchia di titoli involontariamente comici difficili da sopportare dal primo all'ultimo minuto ma, di contro, a loro modo involontariamente esilaranti: le peripezie della protagonista - intelligentissima, bellissima, ubiqua se non di più, in grado di sedurre chiunque ed ovunque, quando lo decide lei - paiono scritte da una selezione di sceneggiatori presi dritti dritti dal peggio del sabato sera thriller di Italia Uno, portate in scena da un regista che definire mestierante sarebbe già fantascienza e recitate con piglio da telenovela da tutto il cast, dalle semicomparse sconosciute a gente decisamente più nota come David Thewlis e Charlotte Rampling.
Tutto quello che, insomma, poteva essere sbagliato, è riuscito ad essere portato in scena anche peggio di quanto ci si aspettasse, e la sequela di scene ben oltre la linea invisibile della decenza pare non avere fine se non con i titoli di coda, a partire dalla già citata apertura di pellicola: dalla ridicola messa in scena del processo al pedinamento di Glass all'indirizzo della Tramell, dall'escalation egotica della protagonista ad un finale che vorrebbe essere sibillino ma che risulta pessimo almeno quanto il resto di queste quasi due ore di spazzatura cinematografica, non c'è nulla - a parte il fatto che l'operazione sappia di ridicolo - che si possa salvare dell'intera produzione.
Così, tra personaggi che entrano ed escono di scena senza alcuna giustificazione rispetto allo script - l'amante di Glass, Michelle, o la prostituta asiatica che lo psichiatra incrocia due volte nel corso della sua "indagine" -, la volontà di mostrare una sorta di discesa nei recessi più oscuri della mente e del desiderio del protagonista maschile - che poi pare sempre e comunque una spalla della Stone - e di cercare di essere a tutti i costi - senza riuscirci - torbido come era stato - questo bisogna concederglielo - il primo capitolo, tutto scorre fortunatamente senza indugiare troppo verso il già citato finale, che speriamo - nonostante l'apertura evidente - ponga la parola fine alla vita cinematografica di un personaggio insulso e fin troppo sopravvalutato come quello di Catherine Tramell, nata probabilmente per essere una sorta di nuova, letale, irresistibile e seducente versione femminile di Hannibal Lecter e divenuta, progressivamente, la caricatura di se stessa.
C'è di peggio? Sicuramente sì.
Ma per trovarlo occorre scavare davvero, davvero a fondo.


MrFord


"And come back as a blond, try a different lipstick on, 
as a blond, will I get whatever I want?
I'd be ever so enticing, cake a lot of icing, never have to watch my weight.
Yeah when I'm gone, I'm gonna come back as a blond. "
Selena Gomez - "As a blonde" -



domenica 3 giugno 2012

Atto di forza

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Douglas Quaid, felicemente sposato, con un buon lavoro ed una vita assolutamente ordinaria e tranquilla, è perseguitato da sogni che lo portano su Marte, accanto ad una donna che non ha mai visto prima, in lotta per la causa dei ribelli che vorrebbero la caduta di Cohaagen, l'uomo al potere sul Pianeta Rosso.
Nonostante la moglie non approvi, Quaid si rivolge alla Rekall, un'azienda che permette di impiantarsi ricordi di vite mai vissute come fossero propri, in modo da poter pensare di essere stato almeno una volta fuori dalla Terra: l'operazione risulterà più complicata del previsto, e rivelerà ai tecnici che non soltanto Douglas è già stato nei luoghi che sogna ogni notte, ma che la sua mente è stata manipolata.
Il suo vero nome è infatti Hauser, ed è un agente segreto divenuto il fulcro della lotta della Resistenza marziana.




Doveva essere ancora il pieno degli anni novanta, quando vidi per l'ultima volta Atto di forza, uno dei cult assoluti della mia pre-adolescenza: ricordo quando mio padre mi portò in sala, la prima visione in tv, la videocassetta, le decine di volte in cui, con mio fratello, la inserimmo nel videoregistratore portandolo allo sfinimento.
Gli effetti speciali, l'idea di un futuro lontano ma non troppo e dei viaggi spaziali, lo stile sporco da fumetto di serie b ed una storia coinvolgente rendevano la pellicola firmata Verhoeven assolutamente unica nel suo genere, ed una garanzia dell'allora casa Ford - in fondo, lo stesso regista aveva firmato uno dei cult totali dei miei anni ottanta, Robocop -: in realtà ai tempi ignoravo che la sceneggiatura fosse tratta da un racconto di Philip Dick, praticamente lo Shakespeare della fantascienza cinematografica, l'autore in grado di garantire un successo anche a cineasti non particolarmente clamorosi come, di fatto, Verhoeven.
Rivedere Atto di forza ora, nel pieno del nuovo millennio che si prepara a sfornarne il remake - previsto per fine anno, con Colin Farrell come protagonista - è stato come visitare una sorta di capsula del tempo, riuscendo comunque ad assaporare il gusto vintage di una pellicola volutamente tamarra e sopra le righe - la dice lunga la scelta di Schwarzenegger come protagonista, espressivo come un paracarro - incentrata solo a livello di ossatura sulle riflessioni indotte dal lavoro di Dick, e concentrata in primo luogo sugli effetti - prodigiosi, per i tempi - e l'atmosfera pienamente debitrice di tutta la fantascienza degli anni settanta.
Il risultato è stato un gradevolissimo ritorno al passato per una pellicola decisamente sottovalutata dalla critica illustre eppure ancora oggi funzionale, divertente ed ottimamente realizzata, che fu un vero e proprio successo al botteghino e segnò ben più di una generazione di spettatori, non necessariamente legati ad un genere fisiologicamente nerd come la sci-fi: azione e adrenalina a partire, dunque, da un punto di vista quasi filosofico - come per ogni lavoro di Dick - e lo stesso reso base per quello che, senza un punto di partenza valido, sarebbe stato l'ennesimo Demolition Man portato sugli schermi da uno dei protagonisti del decennio appena lasciato alle spalle in modo da convincere il pubblico - e se stesso - di non stare per nulla invecchiando.
Il tutto senza dimenticare una buona dose di ironia - il beffardo finale, le deformazioni legate sempre agli effetti e al trucco - che conferma uno spirito decisamente leggero sfruttato per muovere l'intera opera, coinvolgente quanto un action "duro e puro" ed interessante come ogni buona pellicola di fantascienza dovrebbe essere, spinta da pensieri legati a confini varcati e nuovi mondi: in questo senso torna di nuovo utile Dick - e ci mancherebbe altro -, con le sue trame di ribellione rispetto ad un sistema solo apparentemente funzionale e pacifico nonchè intrecciate all'uso e al controllo della mente, come si era già visto nell'immortale Blade Runner e si vedrà nell'altrettanto interessante A scanner darkly.
I mutanti marziani, inoltre, omaggio al gusto freak che ha un sapore quasi vittoriano, rendono la trasferta del risvegliato Hauser sul Pianeta Rosso ancora più interessante, fornendo una base non indifferente per quella che sarà una delle pellicole meno incensate - erroneamente - di John Carpenter, Fantasmi da Marte.
Si aggiungano al cocktail scene cult a profusione - lo scheletro sullo schermo del metal detector, la lotta tra la una giovanissima Sharon Stone e la compagna di Hauser interpretata da Rachel Ticotin, la sequenza conclusiva -, un cast di caratteristi noti a tutti gli appassionati del Cinema trash - ma non solo - del periodo - Michael Ironside, Ronny Cox, Marshall Bell - ed una sorta di insicurezza di fondo che lo script ed il regista paiono voler istillare nello spettatore ed avrete un prodotto perfetto per una serata amarcord, una a neuroni spenti ed una, al contrario, che rispolveri la voglia di confrontarsi con i massimi sistemi.
In fondo, cosa credete possa significare, questo viaggio all'ultimo sangue, oltre che all'ultima frontiera?
Quaid è davvero Hauser, e viceversa? Marte è un sogno avventuroso o una violenta realtà?
Dove finiscono i nostri desideri, ed inizia una vita che spesso e volentieri chiede un tributo pesante per essere vissuta?
Domande inaspettate e decisamente profonde per un film senza alcuna pretesa, eccetto lo stupore.
Miracoli di Verhoeven? Difficile, ma non impossibile.
Di Philip Dick? Molto più probabile, anche quando, come in questo caso, non sono richiesti a gran voce dagli autori.
Di Schwarzy? Questa sì, che è fantascienza.
Eppure siamo qui, a più di vent'anni di distanza, a meravigliarci ancora.


MrFord


"I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I'm gonna send him to outa space, to find another race
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
I’ll take your brain to another dimension
pay close attention."
The Prodigy - "Out of space" -


 
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