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sabato 12 gennaio 2013

Danko

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno:
1988
Durata: 104'




La trama (con parole mie): il capitano Ivan Danko, della milizia di Mosca, è costretto a volare negli States, a Chicago, per inseguire un bandito georgiano noto trafficante di droga che il suo governo vorrebbe seppellire senza troppo clamore, colpevole, tra le altre cose, di aver ucciso il compagno del poliziotto.
Giunto negli USA, Danko dovrà fare i conti con il sistema americano capitalista tanto estraneo al suo, le gerarchie della polizia locale, la legge Miranda ed i modi ruvidi del suo improvvisato compagno, il sergente Ritzik: in una corsa contro il tempo che possa evitargli un rientro in patria disonorevole e di finire ammazzato da una gang leader del giro della droga locale, il granitico sovietico sarà costretto a stringere alleanza con lo scombinato collega a stelle e strisce in modo da mettere finalmente le mani sulla sua nemesi e chiudere un cerchio che va ben oltre le questioni di politica e nazionalità.





Come direbbe certamente il vecchio - si fa per dire, dato che in confronto al sottoscritto è praticamente un ragazzino - Frank Manila, Danko è un film spiccio nelle accezioni migliori del termine.
Supercult diretto dal grandissimo Walter Hill nonchè primo film made in USA ad essere girato - in parte, ovviamente - nella Piazza Rossa di Mosca a Guerra fredda ormai finita, questo solidissimo poliziesco è stato un classico di Casa Ford fin dalla mia infanzia, e dal primo passaggio su questi schermi meritevole di trovare il punto d'incontro pressochè perfetto tra la tamarrata guascona ed ironica tutta amicizia virile e battutacce ed il poliziesco tosto come piace a noi vecchi lupi di mare, fatto di sparatorie, morti ammazzati, un sacco di botte e spericolati inseguimenti alla guida di autobus di linea - spettacolare la sequenza finale, citata alla perfezione nel recente Bad ass -.
A seguito delle innumerevoli visioni, credo potrei tranquillamente prendere parte ad un remake di questo film senza neppure avere bisogno di studiarne il copione - e presumibilmente vorrei essere scritturato per la parte di Ritzik, o all'occorrenza del cattivissimo Victor Rosta -, ed allo stesso modo ammetto che, a più di vent'anni dal suo esordio nell'allora non ancora Saloon, la vicenda che vede il capitano della milizia moscovita Danko inseguire la sua nemesi nel cuore della Chicago della tradizione gangsteristica americana ancora funziona alla grande, regalando grandi momenti rispetto al suo genere così come una serie invidiabile di sequenze e battute memorabili principalmente legate alla figura dell'appena citato Ritzik - interpretato da James Belushi, che negli anni successivi ha di fatto continuato a riproporre lo stesso tipo di personaggio casinaro e sboccato -: impossibile restare indifferenti al primo confronto del poliziotto statunitense con Rosta, o al dialogo in materia di pappagallini, o all'indimenticabile passaggio del "caffè bollente sull'uccello".
Quello che, però, in questi casi spesso passa inosservato a causa del fattore nostalgia, è il valore effettivo di una pellicola che è ancora oggi un esempio fulgido non soltanto di action movie, ma di poliziesco hard boiled, ennesima prova di un regista forse non sempre costante rispetto alla qualità della sua produzione eppure tra i più influenti e importanti che la tradizione americana abbia portato alla ribalta tra gli anni settanta e gli ottanta - ricordiamo che la sua firma è dietro due pietre miliari quali I guerrieri della notte e I guerrieri della palude silenziosa, assolutamente indimenticabili -: l'ironia e la sguaiatezza di Belushi e la staticità quasi ridicola di Schwarzenegger - in una delle sue interpretazioni peggiori, il che è tutto dire - assumono un'aura assolutamente mitica anche grazie alla mano di un Maestro capace di non prendersi sul serio neppure per un secondo eppure in grado di confezionare un signor titolo, dando lustro anche e soprattutto ai suoi stessi limiti.
Poi, certo, dovrei smettere di parlare di Danko dal punto di vista cinematografico e cercare di trasmettervi il godimento provocato dall'ennesima visione, fatta di battute recitate all'unisono con i personaggi - chi non ha mai pronunciato almeno una volta nella vita "Danko, nato stanco!" dovrebbe prendersi a bottigliate da solo per penitenza - e dalla serenità che soltanto alcuni film "cuscinetto" sono in grado di darci proprio quando ne abbiamo bisogno per evitare di essere sommersi dalle cazzate di tutti i giorni.
Ma non credo ce ne sarà bisogno: in fondo penso che tutti - perfino certi scellerati snob come il Cannibale - capiscano l'importanza che il Cinema ha in alcuni momenti della nostra vita - o giornata, se come me cercate di ritagliarvi sempre lo spazio per almeno una visione quotidiana - e che i cult che lo stesso produce - soprattutto quelli personali - restano indubbiamente una delle migliori medicine contro "il male di vivere".
E quando vedo Danko stendere il cazzone sceso apposta da casa per minacciarlo a proposito del suo teorico posto auto riservato con quel "conosci Miranda?", anche se fosse solo per un secondo, il mondo mi pare un posto decisamente migliore.


MrFord


"We share the same biology
regardless of ideology
believe me when I say to you
I hope the Russians love their children too."
Sting - "Russians" -


giovedì 28 luglio 2011

The principal - Una classe violenta

La trama (con parole mie): Rick Latimer, insegnante dall'alcool facile e dal temperamento focoso, viene licenziato dalla scuola d'alto bordo in cui lavora dopo aver assalito in un locale il nuovo fidanzato dell'ex moglie, e trasferito in qualità di preside a Brandel, liceo dei bassifondi dominato da futuri boss del crimine come Victor Duncan, che controlla lo scenario scolastico grazie a droga, minacce, violenza e chi più ne ha, più ne metta.
Dopo un inizio difficile, il buon vecchio Rick, aiutato da Jake Phillips - capo della vigilanza interna - e da alcuni degli studenti più volenterosi, si dedicherà a mettere in pratica il suo piano per rendere Brandel una scuola come si deve.
Un piano semplice che si può riassumere in due parole: "Ora basta".

Esistono alcuni film che credo di aver visto un numero di volte tendente all'infinito, e che, ugualmente, riescono a non stancarmi mai, sostituendo alla sorpresa e alla tensione della prima visione il piacere totalmente irrazionale dell'appassionato di sapere ogni battuta a memoria, e rivivere ogni scena quasi si fosse preso parte ai ciak originali: The principal è uno di questi film.
Mito assoluto delle mie visioni d'infanzia, cult tra i favoriti dell'allora casa Ford, fulcro di scambi di citazioni tra me e mio fratello, ancora oggi scuote ricordi e sensazioni mai davvero sepolte, e quando - come nel caso della sera in questione - Julez riesce a spolverarmelo a caso facendo zapping, diviene da subito l'oggetto dell'attenzione cinematografica della serata, dimentico, come al solito in questi casi, di ogni riferimento alla tecnica o alla perfezione stilistica, quanto più inno alla becera tamarraggine degli anni ottanta nonchè ai film dell'epoca, ritmati dagli indimenticabili "momenti videoclip".
La moto di Rick Latimer, le sue battute a mezza voce - ottimo Belushi, in una delle sue parti più azzeccate dopo quella di Danko -, la sfida ad un sistema sovvertito dagli studenti, le scene cult inanellate una dietro l'altra, tanto improponibili quanto esaltanti ad ogni visione sono ancora oggi una calamita irresistibile: la scena nel locale in apertura, l'arrivo a Brandel con il tentativo di espulsione di Zack il bianco ed Emil - il dialogo con "il signor Fottiti e il signor Bianco di merda" è da antologia -, la moto lanciata sulle scale per fermare lo stupro di Miss Orozco, la lotta finale nelle docce degli spogliatoi, per non parlare di quel "le vuoi le patatine?" gridato a Duncan in una scena replicata ed imitata almeno un paio di milioni di volte nei contesti più disparati sono nel mio cuore al pari delle migliori sequenze di Grosso guaio a Chinatown.
L'atmosfera del film modello Sly, dunque, trasportata in un contesto urbano e forse troppo sociale per il nostro mito dal labbro da una vita propria, rielaborata attraverso un protagonista taciturno, disordinato, scombinato, infantile eppure responsabile, dalla battuta prontissima, capace di non tirarsi mai indietro eppure perfettamente umano nelle sue paure, coraggioso ma, come spesso gli capita di ripetere all'amico Jake, "molto stupido".
Inutile dire quanto piacere e quanto bene faccia, ogni tanto, al sottoscritto, respirare a pieni polmoni grazie ad una sana visione di questo tipo, capace di azionare la macchina del tempo, riportarmi all'età dell'innocenza e, al contempo, mostrare quanto l'intrattenimento di allora resti un modello ad oggi insuperato in quanto a provvidenziali spegnimenti di cervello nei giorni più intensi, o in quelli in cui, al contrario, non si vuole proprio pensare a nulla.
Quasi a voler dire a tutta voce: "Ora basta".
Rick Latimer aveva proprio ragione.


MrFord


"Well we got no choice
all the girls and boys
makin' all that noise
'cause they found new toys."
Alice Cooper - "School's out" -

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