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giovedì 4 luglio 2019

Thursday's child



Nuovo appuntamento con le uscite in sala ed incredibile pubblicazione quasi in orario della rubrica che questa settimana vede come ospite d'eccezione ad affiancare me e quel tordo del mio rivale Cannibal Kid nientemeno che Giordano, che fortunatamente si è rivelato essere un discreto fordiano.
E tra horror e action stalloniani, l'estate è servita.


MrFord


"Meglio non far vedere a Sly cosa scrive il Cannibale su di lui, altrimenti quello vola a Casale a gonfiarlo di cazzotti."

Annabelle 3

"Sono Katniss Kid, e sono qui per farti compagnia."
Giordano: Il fatto che un franchise come Annabelle sia riuscito ad arrivare al suo terzo capitolo, penso la dica lunga sullo stato attuale del cinema. E degli spettatori. Ammetto di avere abbandonato la nave della bambolina inquietante dopo il primo film e da quel che ho sentito da chi, invece, ha scelto di proseguire temerariamente, mi sa che ho fatto bene. Questo "Annabelle 3", però, prova a rigenerarsi e a rilanciarsi inglobando Vera Farmiga e Patrick Wilson, i due protagonisti di " The Conjuring" - quello si che come horror non era male - che probabilmente, da contratto, hanno il dovere di immolarsi anche per la causa (persa) di uno spin-off che li riguarda marginalmente. Chissà se questo potrà bastare a risollevare interesse verso una saga che fino ad ora ha spaventato e interessato poco...
Cannibal Kid: Annabrutta per quanto mi riguarda è stata una delle esperienze cinematografiche recenti più terrificanti. Non certo perché facesse paura, ma perché realizzare una pellicola tanto noiosa senza la consulenza di Ford è qualcosa di shockante. O forse in gran segreto il Ford ha collaborato alla realizzazione di quel film – ma che dico film? – quello scempio. Dopo essermi risparmiato il sequel, credo proprio farò lo stesso anche con il sequel del sequel. Qui a Pensieri Cannibali non c'abbiamo mica tempo di stare a pettinà le bambole.
Ford: penso che Annabelle e il suo franchise siano senza dubbio uno dei punti più bassi mai toccati dall'horror a parte le merdine adolescenziali consigliate dal mio rivale Cannibal. Nonostante, dunque, il tentativo di recupero giocato sulla presenza della Farmiga e di Wilson - protagonisti dei due ottimi Conjuring - la voglia che ho di sciropparmi questa roba è più o meno la stessa di rimanere lontano da un qualsiasi alcolico per il resto dell'estate.

Escape Plan 3 - L'ultima sfida

"Buonasera, vorrei prenotare un volo per l'Italia e un autista che mi porti a Casale Monferrato. Rocky ha un ultimo match da vincere."
Giordano: Ecco, "Escape Plan 3" è già qualcosa di più stuzzicante. Anche qui terzo capitolo. Anche qui un franchise che non ha mai attecchito. Però il cinema di Stallone ormai - specialmente quello in cui è protagonista - per me rappresenta il cinema malinconico, testardo, di chi non ha intenzione di arrendersi alla terza età e decide di voltargli le spalle. Io mi immagino le sale cinematografiche che proietteranno "Escape Plan 3" piene di anziani con la maglia di Rocky o di Rambo: di romantici ottantenni tatuati - magari col catetere come compagno di posto - che guardano il loro mito e sognano anche loro, un giorno, di eludere il centro anziani e fuggire; di salvare una vita - la loro - e poi rifugiarsi nei boschi in attesa che qualcuno provi a stanarli e gli dica di tornare a giocare a briscola. Una proposta che da un lato li farà vacillare, e che qualcuno potrebbe trovare allettante, ma dall'altro potrebbe scatenare anche una battaglia epica che, sinceramente, non vorrei perdermi.
Cannibal Kid: Le prime parole di Giordano su Escape Plan 3 mi hanno fatto vacillare, lo ammetto. Poi però io stesso non avrei saputo dirlo meglio: i film con Stallone ormai sono giusto per “romantici ottantenni tatuati - magari col catetere come compagno di posto”. Che poi è la descrizione più accurata che abbia mai letto di James Ford. Considerando che lo stesso Stallone ha descritto Escape Plan 2 come il film più brutto della sua carriera – e sì che di film di merda è un campione – è presto intuibile il motivo per cui ha accettato di girare il 3. Sto parlando dei soldi?
Ma va, della gloria. E per tentare di realizzare un film ancora peggiore del precedente.
Ford: dice bene Giordano a proposito del Cinema malinconico e testardo di chi non ha intenzione di arrendersi, che si parli di età o di qualsiasi altra cosa. In fondo, Stallone sul grande schermo ha sempre rappresentato questo, e anche nei casi peggiori, il suo è un Cinema onesto, che è rimasto fedele a se stesso, in barba a quanto possano dire Cannibal e i suoi amichetti radical. Personalmente, che l'abbia fatto per soldi o per la gloria, poco importa: questo Escape Plan 3 non me lo perdo. Così come non mi perderei mai la battaglia epica descritta da Giordano.

Restiamo amici

"Quando Stallone è venuto a Casale a cercare Cannibal, non pensavamo ci sarebbe andato così pesante."
Giordano: Tra le uscite settimanali, una commedia nostrana. "Restiamo Amici". Con Michele Riondino, Alessandro Roja e Libero Di Rienzo. Che dire? Dal trailer sembra una di quelle commedie degli equivoci alla-Vanzina, una roba estiva, nulla a pretendere. Il regista è Antonello Grimaldi, uno di quelli che se vai a leggere la sua filmografia vedi grossomodo tutte fiction Mediaset - l'ultima, tra l'altro è il ritorno de "La Dottoressa Giò" - e quel "Caos Calmo" che ti fa pensare: ma non è che Wikipedia s'è sbagliata?! Ora, non avendo visto il film, non lo so se in questo caso ci troviamo più dalle parti di "Caos Calmo" o più in quelle de "La Dottoressa Giò", l'unico consiglio che posso dare, comunque, è che se sentite il bisogno di lanciarvi in questa esperienza cercate di andarci coi piedi di piombo. Anche perché non vorrei che rimaneste scottati di brutto e poi all'ospedale vi troviate ad essere curati da Barbara D'Urso.
Cannibal Kid: Il fatto che una pellicola diretta dal regista de La dottoressa Giò sia – e pure di gran lunga – il film più promettente della settimana, la dice lunga su quanto l'estate sia calata sulle sale cinematografiche in maniera funesta come una mannaia. O come il caldo di questi giorni. O come Ford che parla di cinema. Considerata la presenza del quasi sempre interessante Libero De Rienzo, Restiamo amici potrebbe anche essere una visione meno scemotta di quello che si potrebbe immaginare. Stuzzicato dal titolo di questo film, lancio inoltre una proposta a Ford: restiamo nemici.
Ford: caro Cucciolo, resto volentieri tuo nemico e nemico del Cinema italiano inutile delle commediole che continuano a proliferare senza portare nulla di nuovo o, quantomeno, provarci. Il Cinema di Sly sarà sempre lo stesso da quarant'anni, ma almeno ha più senso di tutti quei titoli che paiono il classico stereotipo dell'italiano che incontri all'estero quando viaggi ed eviti arrivando a fingerti di un qualsiasi altro paese nel mondo.

Ti presento Patrick

"Così sistemato sono più cuccioloso del Cucciolo Eroico."
Giordano: L'ultimo candidato ad accaparrarsi i bruscolini del box-office estivo è anche l'underdog del gruppo. Underdog perché, a pelle, dà l'impressione di essere l'uscita più debole della settimana, ma Underdog perché ha pure letteralmente un cane tra i protagonisti: e questo potrebbe portarlo a prendersi quella fetta di pubblico rilevante e che non ti aspetti. Qui davvero c'è da aspettarsi molto poco: con un Carlino che fa impazzire la protagonista tornata single, ma che poi - e non è spoiler, perché non ho visto il film, ma vado a intuito - la aiuterà a rimettere insieme i cocci della sua disastrosa vita. Magari sbaglio, è, ma sarà che quando vedo un Carlino io penso subito alla canzone di Califano (Piercarlino), quella in cui si lamenta di questo cane che a lui la vita non glie l'ha rovinata non migliorata. Sarà per questo, forse, che ora mi sto immaginando un bel crossover, una sorta di film Marvel intitolato "Patrick vs Piercarlino".
Si, questo, probabilmente, lo andrei a vedere. Sarebbe un colossal.
Cannibal Kid: Non vado d'accordo con i cani, non vado d'accordo con i film sui cani e non vado d'accordo con Ford. Cosa c'entra quest'ultima affermazione? Niente, però mi piace sempre ricordarlo una volta di più. E che nessuno osi presentarmi questo film, per favore.
Ford: più che presentarmi in sala per vedere questo film, mi presenterei volentieri a sorpresa a Casale Monferrato per portare Cannibal fuori per una notte da leoni da bravi nemici. Ma lui continua avere questa immagine del grosso cane da guardia che fa polpette del gattino sperduto, quindi continuerò a fargli credere che un giorno, aprendo la sua porta, gli si presenterà un ottantenne tatuato. E non sarà Stallone.

venerdì 14 luglio 2017

Bolt - Un eroe a quattro zampe (Byron Howard/Chris Williams, USA, 2008, 96')




Aver costruito, negli anni, una nutrita videoteca anche rispetto alle pellicole d'animazione sta rappresentando una sorta di bacino dal quale il Fordino - e la Fordina con lui - pesca a piene mani quando si tratta di abbandonare le rassicuranti visioni reiterate centinaia di volte ed avventurarsi in una nuova avventura.
E' stato così, di recente, per Bolt, sottovalutato titolo canino - ma non solo - tra i primi a limare la distanza che, una dozzina d'anni fa, correva tra la Disney e la sua costola Pixar anche grazie alla presenza nel ruolo di produttore esecutivo di John Lasseter, padre dello studio che ha regalato a tutti gli appassionati e non Toy Story e compagnia.
Per quanto semplice, diretto e prevedibile possa essere considerato - ricalca appieno lo stile Disney dell'avventura di formazione ricca di inseguimenti e scene d'azione, realizzate peraltro molto bene -, Bolt rappresenta il punto di partenza del percorso di due registi che negli anni successivi, grazie a Rapunzel ed al più recente Zootropolis, si sono imposti come tra i più importanti della scuderia della grande D: l'idea, poi, del cane star di una serie televisiva - strizzata d'occhio non da poco a quello che, nel duemilaotto, ai tempi dell'uscita in sala, era un fenomeno in piena espansione - tenuto all'oscuro della realtà e convinto di avere strepitosi superpoteri separato dalla sua padroncina nonché compagna sul set e deciso a raggiungerla attraversando gli States da New York fino a Hollywood, è vincente fin dalle prime sequenze, e regala momenti a loro modo profondi ed altri clamorosamente divertenti - la fuga dal canile è un gioiellino, e ancora oggi, dopo averla rivista almeno una ventina di volte, rido tanto quanto la prima -, oltre ad un punto di vista diverso per un charachter che, se privato di questa "caduta" verso la normalità, sarebbe stato decisamente più piatto e banale.
Perfette anche le due spalle del protagonista, la cinica gatta Mittens e l'esplosivo Rhino, pronte a supportare e rendere tridimensionale Bolt, che passa dall'essere un fastidioso superbuono supervincente allo status di outsider bisognoso del supporto di chi sta al suo fianco.
La rappresentazione, poi, del mondo animale reso come una metafora di quello umano - dai due gatti attori pronti a bersagliare Bolt a causa della sua convinzione a proposito dei superpoteri ai piccioni presenti nelle varie città - rappresenta un altro seme di quello che abbiamo visto tutti sbocciare nel già citato Zootropolis, ed in questo caso è sempre interessante notare quanto sia importante per un autore crescere e maturare, e regalare dunque al pubblico prodotti sempre migliori.
Inutile dire che sia bastata una sola visione per far innamorare del personaggio i Fordini, con AleLeo che ora fa il cane abbaiando e correndo per la casa e Becca ipnotizzata soprattutto dalla colonna sonora vagamente country - Penny, la padroncina umana di Bolt, in originale è doppiata da Miley Cyrus, che canta il pezzo portante del film in duetto con un John Travolta, voce del cane supereroe, in grande spolvero dietro un microfono -: una vera manna dal cielo anche per noi vecchi, che almeno per qualche tempo potremo evitare l'ennesimo passaggio di Madagascar o Kung Fu Panda sui nostri schermi e respirare almeno fino a quando anche Bolt diventerà un "must see".




MrFord






sabato 20 dicembre 2014

Cujo

Autore: Stephen King
Origine: USA
Anno: 1981
Editore:
Sperling Paperback




La trama (con parole mie): siamo nella torrida estate dell'ottanta quando a Castle Rock, una piccola comunità del Maine nota per una serie di efferati delitti commessi qualche anno prima da un poliziotto impazzito di nome Frank Dodd una serie di coincidenze conducono ad un nuovo dramma. Cujo, gigantesco San Bernardo di proprietà dei Camber, viene morso da un pipistrello affetto da rabbia e contrae il terribile morbo, divenendo progressivamente idrofobo; i Trenton, famiglia apparentemente tranquilla, sono scossi fin nelle fondamenta della loro quotidianità quando Vic, il marito, scopre il tradimento della moglie Donna e cerca di venire a capo della possibile rovina del loro rapporto alla vigilia di un importante viaggio d'affari con l'amico e collega Roger; Charity Camber, moglie di Joe e madre di Brett, proprietario di Cujo, sfrutta una vincita alla lotteria per convincere il ruvido consorte a permettere a lei e al figlio di fare visita a sua sorella.
Sarà nei giorni di lontananza tra Vic ed i suoi cari così come tra Charity e Brett rispetto a Joe che Cujo libererà l'orrore della sua nuova condizione seminando il panico ed i morti sulla sua nuova strada.







Nonostante la sua fama ed il successo internazionale, non sono mai stato un fan accanito di Stephen King, che ho conosciuto più attraverso le trasposizioni cinematografiche delle sue opere - da Shining a It, passando per La zona morta -: anni fa, però, rimasi folgorato da uno dei suoi primi romanzi, un lavoro che lo stesso Re del terrore pubblicò ancora sotto pseudonimo, La lunga marcia, un thriller dalla tensione altissima che ancora oggi resta una delle mie letture "distopiche" favorite.
Quell'esperienza, unita ai primi passi che muovevo come sceneggiatore di fumetti mi spinsero ad approcciare On writing, saggio/biografia che King sfruttò per raccontare la sua ascesa, il suo rapporto con la pagina scritta ed alcune esperienze di vita come quella del terrificante incidente che quasi gli costò la vita sul finire degli anni novanta: in quel "diario" scoprii che uno dei romanzi favoriti dell'autore rispetto alle proprie opere era proprio Cujo, che, stando a quanto lo scrittore del Maine dichiarò, prese forma nei suoi anni di peggiore dipendenza da alcool e droghe, finendo per dispiacerlo considerato che, di fatto, fondamentalmente non ricordava il processo creativo che aveva portato al suo compimento.
Queste dichiarazioni alimentarono nel sottoscritto una sorta di malsana curiosità per Cujo, che finì nella lista dei "da leggere" e vi rimase per parecchi anni, prima di approdare finalmente al Saloon, peraltro con un effetto devastante: da tempo, infatti, non mi trovavo immerso in una lettura dalla tensione così alta e palpabile e dalle atmosfere torride e rarefatte dei grandi romanzi ambientati nel Sud degli States, benchè la location resti quella del caro, vecchio Maine arso dal sole nella torrida estate dell'ottanta.
Quello, però, che rende Cujo un romanzo così travolgente, non è il genere che ha reso grande il suo autore, bensì la complessa rete di coincidenze ed il crescendo finale da cardiopalma che trasforma questa sanguinosa storia non tanto in una fiaba oscura legata a possessioni e visioni demoniache, quanto in un amarissima tragedia orchestrata dal Destino, pronta a colpire i Trenton e la comunità di Castle Rock senza fare distinzioni tra vecchi e bambini, uomini retti e tutti d'un pezzo ed outsider senza più una direzione.
Del resto, come riflette amaramente Vic nello straziante epilogo, in questo nostro pazzo mondo i mostri esistono, ben più reali, pericolosi e terrificanti di quanto i sogni e le inquietudini e le fantasie possano costruire, e non abbiamo possibilità, neppure al meglio delle nostre forze, di preservare chi amiamo da quegli stessi mostri. 
Così come il Destino, giungono per calare le loro mani su di noi in maniera totalmente casuale, quasi ci fosse andato storto un tiro ai dadi: e se l'autore, in un passaggio che ricorda il finale di Grizzly Man di Herzog, giustifica Cujo divenuto una creatura feroce e selvaggia a causa della rabbia, non può che constatare, per bocca del già citato Vic, l'ineluttabilità di alcuni terribili eventi che finiscono per scioccare da una parte e dall'altra della pagina, e piovono addosso come una doccia gelata come nel momento di quella domanda che lo stesso capofamiglia dei Trenton rivolge a sua moglie Donna: da quanto tempo è successo?
Già, da quanto tempo?
Era il Destino a conoscere già quello che sarebbe accaduto, o sono state azioni apparentemente innocue di uomini, donne, bambini e cani, a portare gli abitanti di Castle Rock ad imboccare quella strada?
Da quanto tempo?
Come quando si diagnostica una malattia, che forse, chissà, con un paio di giorni di differenza avrebbe portato ad un altro finale, in un altro posto.
Come quando un rapporto di coppia non funziona più, o quando ci si rende conto che si ha di fronte il momento giusto per salvarlo. A qualsiasi costo.
Perchè Cujo è senza dubbio un romanzo sui mostri e sul Destino, ma anche su mariti e mogli, famiglie, genitori e figli, futuro e speranze, ferite e voglia di riscatto.
E sulla lotta quotidiana che conduciamo affinchè tutto "vada proprio bene", come recita la chiusa di uno spot di successo elaborato da Vic.
E anche quando tutto bene non va, neppure per sbaglio, occorre raccogliere le forze e trovare il tempo che ci permetterà di poter guardare ancora al futuro.
Senza paura degli armadi e dei mostri.
Perchè quelli ci saranno sempre.



MrFord



"And then you came into my life
and not everything was uptight
now you're shining a light at our path
and then you came into my life
and now everything seems just right
and you're shining a light on our path."
Super Furry Animals - "Rabid dog" - 



sabato 12 aprile 2014

Mr. Peabody&Sherman

Regia: Rob Minkoff
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
92'





La trama (con parole mie): Mr. Peabody ha mille risorse, un intelletto fuori dal comune e fin dalla giovane età ha mostrato capacità in grado di andare ben oltre i confini di una carriera ben delineata. E' stato inventore, genio della finanza, pioniere della pace nel mondo, benefattore, studioso e chi più ne ha, più ne metta. Ed un giorno, ha deciso di adottare un bambino, Sherman.
Mr. Peabody ha anche inventato una macchina del tempo grazie alla quale si diverte a viaggiare in lungo e in largo tra le epoche accompagnato proprio dal piccolo Sherman, che approfitta delle scorribande accanto al padre per imparare retroscena legati alla Storia dei quali nessuno è a conoscenza.
Mr. Peabody, però, è un cane. E quando Sherman combinerà un guaio a scuola, i due si troveranno a dover fare i salti mortali attraverso i secoli per poter davvero aggiustare le cose prima che una fin troppo solerte assistente sociale decida di separarli.







E' sempre un dispiacere, scrivere male di un film d'animazione.
I cosiddetti cartoni animati, infatti, per me continuano a rappresentare in qualche modo la parte più pura del Cinema, i primi sogni che tutti noi facciamo di fronte ad uno schermo, la magia che, con il passare degli anni, si traduce in tutto quello che ogni giorno oggi vivo da solo o con le persone che amo quando schiaccio il tasto play o aspetto che le luci si spengano in sala.
Eppure, a volte non se ne può proprio fare a meno.
Mr. Peabody&Sherman, infatti, è senza dubbio uno dei film d'animazione più prevedibili, noiosi, retorici, banali e semplicemente brutti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, nonchè una delle dimostrazioni più clamorose di quanto la Dreamworks continui a fallire perdendo il confronto con gli Autori nipponici - Miyazaki in testa - e la sua diretta concorrente, la Pixar.
Come molti dei prodotti della suddetta, infatti, l'importanza della storia e della costruzione dei personaggi finisce spesso e volentieri per essere sacrificata in nome di scenette che vorrebbero essere divertenti e che finiscono per risultare una sorta di insulto all'intelligenza non solo e non tanto dello spettatore adulto, ma dei più piccoli, decisamente troppo svegli per cadere nella trappola della risata che giustifica un prodotto non all'altezza - o almeno, c'è da sperarlo -.
Spesso e volentieri - e non solo in passato - la Disney, da sempre il vero e proprio punto di riferimento occidentale per il genere, è stata criticata per l'eccessivo buonismo dei suoi prodotti - anche quando, grazie a pietre miliari come Dumbo, Biancaneve o Pinocchio, prima di giungere al lieto fine si assisteva a sequenze al limite del terrore -, eppure i "Classici" della grande D. hanno dato sempre l'impressione di una ricerca di solidità anche in termini di trama, script e costruzione - visiva e di scrittura - dei protagonisti, difficilmente ridotti a macchiette senza carattere come i charachters principali di questo filmetto davvero inutile che pare riciclare le idee tipiche del genere pescando addirittura da titoli di neppure così lontana produzione come Madagascar 3.
Perfino un tema interessante e dai tempi di Ritorno al futuro amato dal sottoscritto come quello dei viaggi nel tempo finisce per apparire privo di spessore nel continuo saltellare da un'epoca all'altra dei due eroi, senza contare la totale assenza di una costruzione che possa alimentare l'attesa per il viaggio stesso - pronti via, e dopo due minuti di film già ci troviamo in piena Rivoluzione francese come se niente fosse -: inoltre, la tipica costruzione da film animato che passa da un inizio scanzonato e divertente al momento di difficoltà dei protagonisti che prelude all'inevitabile trionfo del Bene finale manca del pathos che rendeva speciali le visioni del vecchio Ford da bambino, e nonostante le difficoltà, i paradossi e la "spietata" assistente sociale nulla è in grado di far credere che le cose possano davvero mettersi male, per la strana coppia padre e figlio, se non per il pubblico, ammorbato con il terrificante speech ad alto tasso di retorica - altro che Disney! - condito dal pistolotto "io sono un cane", che ha scatenato una tra le peggiori ire da bottigliate che abbia mai provato di fronte ad un caro, vecchio cartone.
Anche perchè, in questo caso, gli unici cani pervenuti sono stati senza dubbio gli autori.



MrFord



"Who let the dogs out?
(Woof, woof, woof, woof)
Who let the dogs out?
(Woof, woof, woof, woof)"
Baha Men - "Who let the dogs out?"




domenica 7 ottobre 2012

4 bassotti per un danese

Regia: Norman Tokar
Origine: USA
Anno: 1966
Durata: 93'




La trama (con parole mie): Fran e Mark Garrison sono due sposini che vivono felici e spensierati in un quartiere residenziale nel pieno dei colori pastello degli anni sessanta. Quando la cagnolina di razza della donna partorisce tre bassotte da futura competizione, l'uomo si sente completamente all'angolo anche in casa sua, e complice la proposta del veterinario "di famiglia" adotta un danese che cresce - smisuratamente - credendo di essere lui stesso un bassotto e che diverrà il centro di gravità permanente dei guai e dei disastri di casa.
Quando la tensione tra i coniugi salirà proprio a causa dei danni causati dalle intemperanze canine, giungerà un concorso a premi in grado di riunire i Garrison sotto un'unica bandiera che possa portare al successo uno qualsiasi dei loro amici a quattro zampe.




Recentemente, sarà l'arrivo del piccolo fordino, sarà l'avvicinarsi della stagione fredda che spesso e volentieri ricorda le vacanze passate a casa con i nonni ed i film che hanno costruito una prima mitologia da spettatori di tutti noi - e non solo, considerate le generazioni attraverso le quali sono passati -, ma la voglia di riscoperta di vecchi classici si è fatta decisamente più insistente.
Ed ecco, direttamente dal passato remoto del sottoscritto - ma, di nuovo, credo non solo - uno dei titoli che almeno una volta chiunque ha visto programmati in tv per la gioia addirittura dei suddetti nonni, che ebbero la possibilità di vederli "ai loro tempi": 4 bassotti per un danese, divertissement targato Disney nato sulla scia di successi quali FBI Operazione gatto, mantiene lo stile patinato e magico della Golden Age dei grandi studios riprendendo il gusto tipico della slapstick comedy nata nel pieno degli anni quaranta ed ancora oggi mitica grazie a Capolavori come il Susanna! firmato da Howard Hawks.
L'idea di sfruttare il compagno a quattro zampe più amato dall'uomo come vero e proprio protagonista - i Garrison, di fatto, fungono da spalla a bassotti e danese - sarà nei decenni successivi sfruttata praticamente senza limiti da saghe decisamente non all'altezza di queste prime pietre miliari del genere - Beethoven, con i suoi quasi infiniti sequel - così come da titoli d'autore senza dubbio più riusciti - Bombon el perro, che il danese qui presente ha riportato alla mente del sottoscritto soprattutto nella parte della sua presa di coscienza di cane di grossa taglia di fronte ad una femmina della sua specie -, definendo il ruolo anche cinematografico di quello che è uno dei compagni di vita, gioco e guai per definizione di noi animali a due zampe.
Obiettivamente opere come questa ora possono risultare fuori tempo se non addirittura bonariamente razziste - il trattamento riservato ai due organizzatori di eventi giapponesi, se proposto oggi allo stesso modo, provocherebbe immediatamente uno scandalo -, eppure accantonato un ovvio quanto improbabile approccio effettivamente "realistico" - e troppo critico - le stesse riescono ancora ad avvincere, divertire e catturare lo spettatore grazie ad un piglio che molti dei film di oggi possono tranquillamente sognarsi, senza per questo sacrificare nulla in quanto a ritmo, tenuta e capacità di intrattenere non potendo contare su effettoni o trame particolarmente complicate.
Interessanti, nel rapporto tra ieri ed oggi, i piccoli dettagli - i coniugi con la camera dai letti separati - così come la freschezza nel raccontare i conflitti di coppia nel quotidiano attraverso le preferenze canine e l'affezione di Fran per le quattro bassotte e di Mark per il danese: d'eccezione anche i comprimari, dal veterinario complice ma sempre attento a non uscire dal seminato del marito al poliziotto di quartiere, mitico sia nell'inseguimento d'apertura che nella (vana) ricerca del ladro di ville che porta al suo incontro con Brutus - questo il nome del danese -.
Una pellicola, dunque, che con tutti i suoi limiti e le sue ingenuità riesce ad uscire dal tempo e dalle mode riuscendo, ben oltre il nuovo millennio, ad allietare neppure fossimo tornati bambini, giustificando sorrisi e risate come quando, in famiglia, si mettono da parte tensioni e rivalità - umane e non - per stringersi tutti attorno ad un obiettivo comune.
Se poi lo stesso si traduce nello stare insieme, allora si può segnare un'altra vittoria per il Cinema.


MrFord


"You got to be crazy, you gotta have a real need
you gotta sleep on your toes and when you're on the street
you got to be able to pick out the easy meat with your eyes closed
and then moving in silently, down wind and out of sight
you gotta strike when the moment is right without thinking."
Pink Floyd - "Dogs" -



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