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mercoledì 7 giugno 2017

What if (Michael Dowse, Irlanda/Canada, 2013, 98')




Come mi è già capitato più volte di sottolineare, adoro la "stagionalità" dei film.
Non potrei mai concepire una visione invernale di Point Break o Predator, così come una estiva de La cosa o Shining: a prescindere, comunque, dall'effettiva cornice di narrazione delle pellicole, esistono titoli che trasmettono la sensazione di trovarsi in una determinata stagione.
In particolare, le commedie romantiche mi hanno sempre dato l'idea del profumo della primavera, della nuova vita, di qualcosa che può cominciare e, potenzialmente, non finire: da Hong Kong Express a Zack&Miri make a porn, passando per Apatow, non c'è periodo migliore della "bella stagione" per farsi travolgere dalla voglia di respirare la vita a pieni polmoni, e sognare - o vivere, per l'appunto - un amore di quelli che si sognano da ragazzi, o si immaginano attraverso le storie, i romanzi, le pellicole, le canzoni.
What if, incrociato per caso da Julez in televisione e da lei stessa raccomandato, ha rappresentato un altro felice capitolo di questo fenomeno primaverile: una piacevole, intensa e trascinante romcom indie con risvolti emozionanti - il doppio panino del finale è da pelle d'oca e brividi per tutte le coppie o per chi vorrebbe vivere una storia d'amore - ed altri incredibilmente divertenti - la sequenza della caduta dal balcone, molto alleniana, è da pisciarsi sotto dalle risate -, un cast perfetto - dall'ex Harry Potter Daniel Radcliffe, che dopo Swiss Army Man con questo film si conquista un altro pezzetto del mio cuore a Zoey Kazan, supportati da un Adam Driver insolitamente simpatico tutti funzionano, si divertono e tengono la scena molto, molto bene, un'ambientazione insolita ed affascinante - Toronto - ed un'atmosfera sognante e leggera di quelle che pare di essere tornati a vent'anni, quando i sentimenti erano una tempesta, e nel bene o nel male tutto diventava magico.
Crescendo è difficile poter provare sulla pelle le emozioni allo stesso modo, eppure guardando l'evoluzione dell'amicizia tra Wallace e Charny pare di salire su un ottovolante che porta dal passato al futuro, da quella volta in cui Julez si fece trovare nella zona delle prove dell'Accademia dei Filodrammatici circondata da candele, frutta ed una bottiglia di Jameson e lo facemmo sui materassini a quando, si spera ultracentenari, con il rumore del mare in sottofondo, finiremo per addormentarci e non svegliarci più.
Il tesoro e la bellezza di questi film è proprio il poterli sentire come se si fossero vissuti - ed in effetti, è così, o si spera che lo sia -, e scoprire, anche da vecchi e cinici e stronzi come il sottoscritto, quanto sia semplicemente meraviglioso lasciarsi travolgere dai sentimenti, e goderseli incondizionatamente, come un bicchiere bevuto fino all'ultima goccia.
In fondo, a prescindere da quello che è stato, che forse sarà o che forse, il sale della vita passa tutto da qui: ed il cuore che ci porta sempre un passo oltre, se animato dall'amore e da tutto quello che si porta dietro, sarà sempre più allenato di uno che l'abbia tenuto fuori come un ospite sgradito.
All you need is love, cantavano i Fab Four.
E cazzo, se avevano ragione.




MrFord



 

mercoledì 9 gennaio 2013

Goon

Regia: Michael Dowse
Origine: USA, Canada
Anno: 2011
Durata: 92'




La trama (con parole mie): Doug Glatt, da sempre e per vocazione un buttafuori pronto a menare le mani per proteggere chi ne ha bisogno considerato alla stregua di un illegittimo dai genitori che lo vorrebbero medico come il fratello, dopo aver messo KO un giocatore di hockey nel corso di una partita - e da spettatore - viene ingaggiato dalla squadra della sua cittadina nel ruolo di picchiatore sul campo in difesa dei compagni più esposti ai duri colpi degli avversari.
La sua abilità lo porta ad un cambio di team e all'arrivo nella squadra degli Halifax Highlanders, compagine canadese che ha nel fuoriclasse Xavier LaFlamme il suo asso, rimasto così sconvolto da un colpo proibito subito in partita tre anni prima da essersi completamente perso in se stesso.
L'arrivo di Doug tra gli Highlanders riuscirà a scatenare di nuovo il furore agonistico dei suoi componenti, pronti a lottare in tutti i modi per raggiungere i playoff del campionato: Glatt scoprirà così che il suo talento nel rifilare cazzotti così forti da far sembrare i pugili professionisti dei bambini dell'asilo può davvero cambiare le cose, anche quando di fronte si troverà Ross Rhea, responsabile del crollo di LaFlamme.




A volte capita che film senza alcuna pretesa o velleità artistica riescano a riscaldare i cuori del pubblico come mai sarebbero capaci di fare pellicole d'autore dai significati profondi e dalla tecnica sopraffina: credo che l'origine di questo fenomeno sia da ricercare principalmente nel fatto che il mio tanto amato panesalamismo, a volte, diviene un vero e proprio toccasana quando si ha voglia di perdersi dietro a vicende che, in un modo o nell'altro - e anche per la loro casereccia realizzazione - finiscono per diventare assolutamente più verosimili di episodi sicuramente più eclatanti rispetto alla Storia della settima arte.
E' il caso di Goon, film firmato da Michael Dowse - già passato dalle parti del Saloon con Take me home tonight - che mescola gli elementi tipici della pellicola di matrice sportiva - cameratismo, spirito di squadra, voglia di vincere nel senso positivo del termine - al Cinema di botte tamarro figlio degli eighties, senza dimenticare un'altra grande eredità di un decennio decisamente caro al regista - così come al sottoscritto -, l'elogio degli outsiders e dei potenziali perdenti, dei losers carichi dello spirito dei Goonies o del Daniel-san di Karate kid.
Il tutto inserito nella cornice certo non morbida dell'hockey, uno sport con i controcazzi in cui ci si picchia effettivamente come fabbri - nonostante l'ovvia esagerazione mostrata nel corso della pellicola - e che ricordo con piacere fin dai tempi delle medie, quando mi capitava di andare con i compagni di scuola il sabato pomeriggio a pattinare sul ghiaccio e qualche volta a metà settimana con mio padre a seguire le partite dei Devils - se non sbaglio si chiamavano così - di Milano.
L'approccio della sceneggiatura - scritta, tra gli altri, anche dal coprotagonista Jay Baruchel - è invece quello della commedia in pieno Apatow-style, sboccata e tamarra, in grado di toccare temi assolutamente profondi come la Famiglia, l'Amore e l'Amicizia senza mai dimenticare quel sano carico di volgarità mai davvero volgare buona giusto a scandalizzare i consueti spettatori dalla puzza sotto il naso e una bella scopa lunga infilata su per il culo: per il resto tutto il peso della vicenda poggia sulle spalle di un sempre approvatissimo  - nonchè fordiano onorario - Seann William Scott, che sfodera uno dei suoi personaggi migliori dai tempi de Il tesoro dell'Amazzonia ed almeno un paio di perle stratosferiche sul campo di gioco - il disco da hockey preso di faccia, pura fantascienza, è già un piccolo cult della tamarrata -, un combattente assolutamente privo di talento ma irresistibile per quanto riguarda il carisma "buono" in grado di cambiare volto ai suoi compagni negli Highlanders, spinto anche dalla verve quasi grottesca del suo migliore amico Pat - il Jay Baruchel citato poco sopra -. Ad aiutarlo nell'impresa un rivale destinato a diventare il suo "gemello" - l'asso in declino Xavier Laflamme - ed una nemesi che rappresenta, in qualche modo, un involontario mentore dello stile di gioco di Doug "il teppista", il cazzutissimo Ross Rhea - cui presta volto e massa un Liev Schreiber che pare finalmente aver trovato la sua dimensione migliore con charachters massicci e tendenzialmente minacciosi -, primo a concedere al nostro protagonista l'onore ed il riconoscimento che di fatto non aveva mai avuto così come ad indicargli la via per il suo futuro da combattente, più che da giocatore di hockey.
Certo, non aspettatevi chissà quale visione rivoluzionaria: la sceneggiatura è telefonatissima fin dal principio, le evoluzioni prevedibili, i sentimenti ed il messaggio assolutamente di grana grossa: eppure - e parlo soprattutto per il pubblico maschile o per chi ha una certa familiarità con lo spirito da tifoso - sarà impossibile non esaltarsi con le imprese di Doug Glatt, gladiatore sui pattini da ghiaccio e cuore di una squadra persa dietro a problemi personali ed individualità, simbolo di quanto, a volte, in una squadra sia fondamentale lo spirito di chi non avrà i numeri, ma un ideale puro, due palle d'acciaio e pugni che fanno proprio male.
Onestamente, a vedere Doug schizzare sul campo pronto a togliersi le protezioni e cominciare una bella, robusta e sana scazzottata, viene proprio voglia di dare una pacca sulla spalla a questo ragazzone nato per menare le mani e sorridere di fronte alla sua purezza d'animo, decisamente più coinvolgente, umana e rassicurante dei cervelli allenati a suon di nozioni dei suoi stessi miopi genitori.
Caro Glatt, qui al Saloon siamo tutti orgogliosi di te.


MrFord


"Sempre lì
lì nel mezzo
finchè ce n'hai stai lì
una vita da mediano
da chi segna sempre poco
che il pallone devi darlo
a chi finalizza il gioco
una vita da mediano
che natura non ti ha dato
nè lo spunto della punta
nè del 10 che peccato."
Ligabue - "Una vita da mediano" -



sabato 3 settembre 2011

Take me home tonight

Regia: Michael Dowse
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 97'







La trama (con parole mie): Matt Franklin, ex genio dei tempi del liceo e laureato all'M.I.T. si ritrova senza una direzione esatta da dare alla propria vita e commesso di un negozio di musica in un centro commerciale. Approfittando di una festa organizzata dal fidanzato di sua sorella Wendy decide di prendersi una rivincita sul passato cercando di ottenere il numero di telefono di Tori, reginetta della scuola dei tempi e prima, vera, indimenticabile cotta non corrisposta di Matt.
Ad accompagnarlo in quella che sarà una folle notte figlia degli altrettanto folli anni ottanta, oltre a sua sorella, ci sarà l'incontenibile amico di una vita Barry Nathan, venditore d'auto che non ha mai conosciuto gli "anni da college" di Matt e dei suoi vecchi compagni di scuola: inutile dire che sarà un vero e proprio tripudio di situazioni al limite dell'assurdo, risate, trionfi e un pò di malinconia.


A volte ci sono film che paiono quasi toccati da una bacchetta magica, in grado di coinvolgere e rapire lo spettatore per trasportarlo in un'altra epoca, in un tempo più o meno lontano in cui perdersi o ritrovarsi, quasi si trattasse di una sorta di incantesimo che prende forza quanto più l'epoca in questione è legata all'audience stessa.
Per quanto mi riguarda, mi rendo conto di quanto, in questo senso, abbiano effetto su di me i film ambientati negli anni ottanta, o che, in qualche modo - che sia per spirito o "look" - rimandino all'atmosfera che le produzioni di allora portavano con loro, e che ormai identifico come uno dei ricordi più vividi e coinvolgenti della mia infanzia.
Take me home tonight, in questo senso, parte sotto i migliori auspici: uno stereo in primo piano e Video killed the radio star, colori sparati e la netta impressione non solo di essere spettatori di una pellicola a sfondo amarcord, quanto di un film girato e realizzato proprio allora, nel pieno di quegli anni ruggenti.
I protagonisti, a partire da Topher Grace - davvero in spolvero, considerato che non gli darei neppure la parte di comparsa in condizioni normali - sono azzeccati, scritti e descritti con affetto e divertenti, le situazioni e le dinamiche dei tempi perfettamente rese da regista e sceneggiatori - in fondo, da quasi quarantenni, si ritrovano abbastanza in linea con il periodo -, il background calza a pennello alla pellicola e la colonna sonora - complici molti dei grandi successi di allora - strepitosa.
Dunque, cosa manca a questo film per diventare quasi da subito uno dei piccoli cult di questo 2011?
Ora Cannibale, che l'ha molto apprezzato, penserà che io dica come al solito che è stata l'anima a latitare, e invece dichiaro ufficialmente che mi pare che l'anima stessa sia uno dei punti di forza di questo lavoro.
Quello che manca, purtroppo per Michael Dowse, è il guizzo di talento in grado di trasformare quello che pare proprio un omaggio al decennio di Take on me e Bette Davis Eyes - stupenda la scena dell'arrivo di Tori alla festa sulle note di questa indimenticabile hit - in qualcosa di più del classico film di formazione che prende tutti i clichè del genere e li riporta fedelmente neanche fossero un compitino da bravo primo della classe.
Perchè purtroppo è questa l'impressione che si ha del lavoro di Dowse con il passare dei minuti, un pò come quando l'euforia di una festa comincia a scemare con la progressiva discesa sugli invitati dei primi sintomi da sbronza triste: resta la sensazione di aver partecipato a qualcosa, ma non si sa bene a cosa.
E soprattutto, la malinconia non tanto del passato, della fine delle vacanze o dell'inizio della vita adulta, quanto di un'occasione mancata, si fa strada nel cuore di chi - come il sottoscritto - aveva sperato fin dalla già citata prima inquadratura di ritrovarsi di fronte ad un'altra delle pellicole manifesto da aggiungere a quelle che, tra qualche decennio, avranno definito la nostra epoca e giovinezza, e sarà un vero piacere - nascondendo qualche lacrimuccia - mostrare a figli e nipoti.
Lo stesso personaggio schizzato di Barry Nathan - che pare scritto apposta per Jack Black, nonostante Dan Fogler se la cavi più che bene -, con il passare dei minuti, si trasforma da spalla imprevedibile e divertente in una di quelle figure un pò tristi che alle suddette feste ritrovi sempre all'alba al centro della pista vuota a ballare da sole oppure fuori, sedute sul marciapiedi a piangere cercando inutilmente di fare le sciolte.
Ed è un pò così anche questo film, partito per essere il beniamino dei nostri ricordi nostalgici e finito per essere quello che noi dovremmo consolare: un pò come se a una festa incontrassimo la nostra cotta dei tempi per scoprire che è diventata la triste ombra del ricordo che avevamo di lei.
Poco conta che a Matt vada tutto a gonfie vele.
Lui è lì nel mezzo, noi siamo già passati oltre.

MrFord

"And she'll tease you
she'll unease you
all the better just to please you
she's precocious
and she knows just what it
takes to make a pro blush
she got Greta Garbo Stand off sighs,
she's got Bette Davis eyes."
Kim Carnes - "Bette Davis eyes" -




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