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martedì 10 luglio 2012

La guerra è dichiarata

Regia: Valerie Donzelli
Origine: Francia
Anno: 2011
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Romeo e Juliette sono due giovani aspiranti attori che si conoscono ad una festa. Tra loro, a partire dai nomi "da destino tragico", nasce da subito un legame che si concretizza in una storia d'amore e nella nascita del piccolo Adam.
I genitori della ragazza aiutano la coppia ad acquistare un appartamento, e tutto pare risolversi nel migliore e più normale dei modi, con la costruzione progressiva di una famiglia: ma il piccolo presenta numerosi problemi e pare non avere una crescita normale, tanto da allarmare i due giovani alle prese con episodi sempre più allarmanti.
Purtroppo, al bambino viene riscontrato un tumore al cervello molto raro ed aggressivo: Romeo e Juliette dovranno farsi forza l'un l'altra ed iniziare la battaglia per riuscire a sopportare il dolore di un evento di questo tipo e rimanere saldi accanto al figlio, qualunque cosa accada.





Fin dall'apertura di questo saloon cinematografico, il momento delle bottigliate è sempre stato uno dei miei preferiti: prendere un film colpevole di aver tradito le mie aspettative della vigilia e bastonarlo selvaggiamente in modo da sottolineare il disappunto da "cult mancato" riesce a soddisfarmi quasi a livello fisico, neanche stessi scazzottando felice il mio bravo sacco da boxe.
A volte, però, può capitare che anche bottigliare questo o quel titolo possa dispiacere, principalmente perchè le idee, i temi ed il modo di proporli risultano coinvolgenti ed interessanti, seppur viziati da un'inconcludenza di fondo: così è per La guerra è dichiarata, film della regista ed attrice Valerie Donzelli che tanto bene ha fatto parlare di se nelle ultime settimane, dentro e fuori dalla blogosfera.
Cosa ha funzionato, dunque, e cosa al contrario ha stuzzicato le corde più violente della mia parte critica?
Sicuramente occorre riconoscere, tra le note positive, all'autrice una delicatezza di fondo che testimonia la lezione appresa da mostri sacri come Truffaut - la storia d'amore che sboccia tra Romeo e Juliette pare uscita da Jules e Jim - ed una partecipazione assoluta sia dietro che di fronte alla macchina da presa, un realismo quasi dardenniano ed un tocco decisamente più soave tipico del Cinema transalpino, in grado di rendere la pellicola molto più fruibile di quanto non possa apparire sulla carta, considerato il tema trattato.
Ma nonostante la buona volontà ed alcune soluzioni azzeccate, l'autrice viene progressivamente risucchiata dalla voglia di stupire ed apparire già pronta per i palcoscenici radical chic e festivalieri più importanti, rischiando in più di un'occasione lo scatenarsi della rabbia del sottoscritto: dalla greve colonna sonora - che appesantisce inutilmente il film anche nei momenti in cui è chiaro che l'intento della Donzelli è quello, al contrario, di alleggerirlo - all'inutile ricorso alla voce narrante off - nello specifico, in grado di rovinare una delle sequenze migliori della pellicola, il montaggio parallelo tra gli allenamenti di corsa e le visite al piccolo Adam in ospedale della coppia corredando le immagini con l'inutile spiegazione della metafora legata alla fatica e alla resistenza dei giovani genitori al cospetto della malattia del bambino come se il pubblico fosse stato vittima di una lobotomia di massa -, passando attraverso alcune scene da pulsazioni incontrollabili della vena alla tempia come il momento della scoperta del tumore del bambino ed il conseguente viaggio di ritorno a Parigi da Marsiglia o la festa in cui si passa dal "bacio libero" in pieno stile finto alternativo anni settanta alla canzoncina chitarra e voce da "noi che siamo tanto fighi perchè siamo alternativi e Carla Bruni è venuta a trovarci a casa" con tanto di pianto liberatorio - o ricattatorio? - finale.
E a proposito di finali, con la conclusione la Donzelli incappa nello scivolone forse più evidente del suo lavoro: che le cose possano essere andate bene si intuisce fin dall'apertura, quando assistiamo ad un controllo di Adam già in età scolare, ma tutti i tentativi della regista di confrontarsi con un tema scomodo come la malattia in uno stile sotto le righe ma sicuramente associabile a quello mostrato da 50/50 attraverso intuizioni al limite della genialità - il bambino che, durante il consulto con il medico che lo operò, seduto tra i genitori che hanno lottato per lui e con lui a costo di sacrificare tutto quello che avevano o credevano di avere, chiede ripetutamente alla madre se può giocare con il Nintendo DS - vengono inesorabilmente sbriciolati dal ralenti che contraddistingue tutta l'ultima sequenza, che pare la versione autoriale e snob della zuccherosità di alcune immagini di pellicole mainstream dalla lacrima indotta come War Horse.
In questo senso, piuttosto che recitare la parte degli spocchiosi e dei superiori rispetto alle proposte di grana grossa da invasione di centinaia di sale, avrebbe più senso riconoscere anche i limiti del Cinema d'essai, specialmente quando cela dietro un buon montaggio o la ricerca di un'estetica più "alta" le stesse, popolari emozioni - con cadute di stile annesse - dei fenomeni di massa.


MrFord


"Oggi dentro me vedo un cielo che illumina a festa
e poi mi sento che son leggero da perdere la testa
se passi di qua alzerai sabbia rabbia e chissà
dimmi non ti va di spostare i confini più in là
perché in me io so che pace c'è."
Gianluca Grignani - "Buongiorno guerra" -

  

giovedì 10 novembre 2011

Tomboy

Regia: Cèline Sciamma
Origine: Francia
Anno: 2011
Durata: 84'



La trama (con parole mie): Laure, una ragazzina sveglia ed energica dal fare mascolino e dalla sensibilità tutta femminile, si è appena trasferita in una nuova casa e in un quartiere tutto da scoprire con la famiglia e la sorellina. Fatta amicizia con un gruppo di suoi coetanei del posto - probabili futuri compagni di scuola -, ha intenzione di godersi l'estate e la vicinanza della nuova amica Lisa, felice della sua nuova vita.
Peccato che, per integrarsi più facilmente e - chissà - conquistare il cuore della stessa Lisa, Laure, sfruttando la sua fisicità, comincia a spacciarsi per un maschio e farsi chiamare Michael.
Quando la sua sorellina Jeanne verrà a conoscenza dell'inganno, le cose cominceranno a complicarsi: e quando farà a botte con un ragazzino proprio per difenderla finiranno per precipitare.




Il Cinema francese è, da sempre, per me una sorta di Two face batmaniano: da una parte troviamo un autorialismo spesso spocchioso e giocato sull'apparenza, dall'altra una leggerezza ed un rispetto dei personaggi unico ed elegante.
In particolare, le pellicole di formazione legate ai giovani protagonisti, sembrano ispirare in modo particolare gli autori d'oltralpe, e fin dai tempi de I 400 colpi, passando attraverso i Classici come Au hasard Balthazar per arrivare a cose recenti come Stella o Ricky, le vicende legate alla crescita sono sempre state esponenti importanti della seconda - e, che ve lo dico a fare, preferita dal sottoscritto - categoria.
Tomboy, pur non raggiungendo i livelli dei titoli appena citati, riesce a regalare un punto di vista straordinariamente ben inquadrato "ad altezza bambino" e mantiene una soavità fuori dal comune dal primo all'ultimo minuto, avvincendo pur non raccontando nulla di clamoroso - anzi, giocando più sulla semplicità di una quotidianità comunissima e speciale, quale può essere l'estate di una bambina, addirittura arrivando a ricordarmi in questo il Capolavoro Totoro del Maestro Miyazaki - e mostrando a tratti un coraggio non coraggio che qui in Italia avrebbe assunto i connotati del classico scandalo studioapertiano con le sequenze del bagno di Laure e Jeanne - culminato con un brevissimo nudo della giovane e bravissima protagonista Zoè Heràn - o dei baci tra Michel/Laure e Lisa.
Al contrario, dunque, di quanto potrebbe sembrare al pubblico italiota di grana grossa, le parti dedicate alle interazioni tra i piccoli protagonisti e alle loro dinamiche di gruppo risultano le più efficaci, dalle partite di calcio alla nuotata, fino alla rissa che innescherà il progressivo crollare della bugia di Laure e al confronto avvenuto a verità rivelata, in grado di mostrare le potenziali crudeltà di un'età per certi versi priva di freni senza mai risultare eccessiva o decisa a liberare qualche colpo basso per arruffianarsi - o scandalizzare - il pubblico e la critica.
In questo senso, lo stesso confronto con la madre - "Non lo sto facendo per punirti, ma per proteggerti" - appare tanto realistico quanto illuminato, simbolo di un rapporto tra Laure e i suoi genitori assolutamente moderno e paritario.
Il pregio maggiore di Tomboy, dunque, resta quello del suo sfiorare lo spettatore mantenendo i toni di una curiosa cronaca che sta a metà strada tra il ricordo e l'emozione del momento, portando sullo schermo il ritratto di un'estate di quelle che, una volta adulti, ricordiamo come uniche ed irripetibili anche nei loro momenti "bui".
D'altro canto, occorre ammettere che la levità di cui ho appena parlato costituisce, in qualche modo, anche il limite maggiore dell'opera di Sciamma, lontana dalla realtà dura e pura di cose egrege come La classe ma anche dai voli del Truffaut di Doinel: in qualche modo, si potrebbe addirittura affermare che l'equilibrio di questo film, quasi confortevole, potrebbe essere preso come timore di rischiare quel qualcosa in grado di trasformare una visione discreta in qualcosa che resta dentro, e che lo spettatore non dimenticherà facilmente.
Il fatto è che, onestamente, vorrei evitare di pensarla in questo modo, e mi piace credere che Tomboy sia stato realizzato in questo modo perchè è così che doveva essere: un film a cui volere bene, delicato e a suo modo magico, sottile eppure intenso.
Proprio come la sua protagonista.

MrFord

"I need an easy friend
I do, With an ear to lend
I do, Think you fit this shoe
I do, But DO you have a clue?"
Nirvana - "About a girl" -
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