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mercoledì 11 aprile 2018

Wrestlemania 34



Come ogni anno, arrivo al weekend dedicato a Wrestlemania, il Superbowl dello sport entertainment, esaltato come quando, da bambino, esattamente ventotto anni fa, con mio nonno guardai uno degli incontri più importanti di questo spettacolo, che vide contrapporsi il mio favorito di allora Ultimate Warrior a Hulk Hogan, che venne per la prima volta sconfitto in modo pulito in un match e fu protagonista di un "passaggio di consegne" che, di fatto, sappiamo bene che non avvenne a causa anche del pessimo carattere dell'uomo dietro la maschera del "Guerriero".
Negli anni ho assistito alle varie edizioni di questo evento da solo o in compagnia, di notte in diretta - quando non avevo figli e il giorno dopo non lavoravo - o in streaming il giorno seguente, in un'unica "tirata" o spezzettando le numerose ore di show nell'arco di una giornata: a questo giro, e sperando con il prossimo anno di poter anticipare i festeggiamenti per i miei quarant'anni assistendo di persona allo Showcase of the Immortals, il weekend di Wrestlemania cadeva in un momento particolare, proprio a cavallo dell'inizio di una nuova avventura lavorativa che, spero, possa essere positiva per me e chi mi sta vicino e accanto, partendo da NXT - Takeover fino a culminare con il Grandest Stage of them all.
E, devo ammetterlo, è stata una delle migliori edizioni degli ultimi otto o dieci anni.
Mi piacerebbe parlare nel dettaglio del fantastico - in termini di lottato e storie raccontate - Takeover, che dimostra la validità di un progetto - quello di NXT, che nacque come federazione di sviluppo della WWE ed ora rappresenta la sua versione "d'essai", dedicata ai fan del wrestling di nicchia, legato a figure di spicco delle federazioni indipendenti giunte alla corte di quella che è la regina del wrestling mondiale, la WWE per l'appunto - che ha portato in scena un ladder match pazzesco in apertura - con molti spot pericolosi ed un ritmo incredibile -, il turn heel a sorpresa di Roderick Strong, la consacrazione di uno dei miei nuovi favoriti, Aleister Black, come campione e l'intensissimo match che chiude la rivalità - forse - tra gli ex migliori amici Johnny Gargano e Tommaso Ciampa, ma già immagino il volto cianotico di Cannibal, e dunque passo a Wrestlemania, che a partire dal bellissimo Superdome di New Orleans e da uno stage splendido, ha regalato davvero sorprese ed emozioni.
Dagli ingressi in apertura di Seth Rollins in versione Game of thrones e Finn Balor sostenuto dal movimento LGBT di New Orleans all'ottimo esordio dell'ex campionessa di MMA Ronda Rousey, si è passati al forse leggermente deludente rispetto alle attese match tra AJ Styles e Nakamura - dato per favoritissimo - chiuso a sorpresa con la vittoria del primo ed un secondo turn heel - dopo quello di Roderick Strong citato poco sopra - inaspettato e pronto ad aprire nuovi scenari ed all'angle - perchè non è stato un vero incontro, a conti fatti, tra due leggende come Undertaker e John Cena: curioso, per chi negli ultimi dieci anni ha contestato il Cena invincibile vedere ora un wrestler part time che incassa le sconfitte e guarda ad un futuro che, probabilmente in tempi brevi, lo vedrà abbandonare il quadrato per tentare la strada del Cinema.
Le sorprese non sono finite, e la sconfitta di Roman Reigns contro Brock Lesnar nel main event lascia intravedere uno spiraglio e la speranza, per il ragazzone di origini samoane, di non ritrovarsi sulla stesa strada di Cena - osteggiato per la maggior parte della carriera dal pubblico più adulto - senza avere lo stesso carisma e la stessa determinazione nel proporsi come "l'eroe positivo" del bostoniano: un incontro tosto e pieno di botte - del resto Lesnar quello sa fare - che pare abbia addirittura indispettito il proprietario Vince MacMahon, scontento dell'eccessivo sanguinamento di Reigns a seguito dei colpi inferti dal suo avversario.
E' stata la Wrestlemania del ritorno sul ring di Daniel Bryan, costretto al ritiro a causa di problemi neurologici tre anni fa e fisicamente tornato in grado di disputare incontri, sostenuto dal pubblico e confermatosi come uno dei lottatori più amati di questa generazione.
Ma per il sottoscritto, il momento più bello di quest'ottima edizione di Wrestlemania va ricercato in un abbraccio simile a quello tra Warrior e Hogan ventotto anni fa, e che come allora ha avuto il potere di farmi pensare, rifacendomi ad un canto che spesso viene intonato nelle arene di fronte ad un grande spettacolo, "This is wrestling": Charlotte Flair, figlia del mitico Ric, forse l'atleta femminile migliore di questa generazione e tra le migliori di sempre, campionessa quasi inamovibile dal suo "trono" - di recente è stata definita proprio la versione "in rosa" di Hulk Hogan - affrontava Asuka, storico volto del wrestling giapponese imbattuta dal suo arrivo in WWE, quasi tre anni fa.
La maggior parte degli esperti pronosticavano un grande incontro - come è stato - con la vittoria di Asuka in attesa che la sua incredibile streak fosse interrotta proprio da Ronda Rousey per questioni di fama e pubblicità: e invece è stato dato un riconoscimento enorme al wrestling e a Charlotte Flair, che compiuta l'impresa - per quanto ovviamente già predeterminata - non è riuscita a trattenere le lacrime, esplose quando Asuka, nel suo inglese stentato, ha affermato di aver incontrato finalmente qualcuno "ready for Asuka" facendole le congraturazioni.
Queste due donne, al centro del ring, abbracciate e in lacrime, oltre a segnare un'epoca nuova del wrestling, mi hanno fatto tornare bambino, quando lo stesso gesto tra Ultimate Warrior e Hulk Hogan mi faceva pensare a due supereroi, o creature mitologiche che, al termine di una lotta fantastica, non possono fare altro che mostrare il reciproco rispetto e il lato migliore della sportività.
Ed è vero che il wrestling non è solo sport, o non lo è nell'accezione effettiva del termine.
E' uno spettacolo, una magia, qualcosa che crea un ponte tra l'innocenza, il divertimento, l'adrenalina e lo sfogo puro.
Un pò come il Cinema.
E non esiste niente come Wrestlemania in grado di mostrare tutto questo.



MrFord




sabato 8 aprile 2017

Wrestlemania 33




L'appuntamento con Wrestlemania, il Superbowl del wrestling, lo Showcase of the Immortals, The grandest stage of them all, è uno dei più attesi dell'anno da parte del sottoscritto, in barba ai periodi in cui, per mancanza di pathos o scarsa creatività dei booking team, oppure più banalmente per match meno esaltanti, mi ritrovo a rimpiangere i fasti del passato, da quando ero bambino e a darsi battaglia erano Hulk Hogan e Ultimate Warrior al passato recente di CM Punk e Daniel Bryan.
Quest'anno, per l'edizione numero trentatre - se penso che la prima che vidi da spettatore fu la sei mi vengono i brividi -, la WWE ha calcato la mano principalmente su due incontri, quello tra Lesnar e Goldberg e quello tra Undertaker e Roman Reigns, entrambi destinati a far parlare di loro appassionati e non nel bene e nel male: personalmente, ho deciso di godermi questa edizione senza particolari aspettative o pathos, ed il risultato è stato, non me ne vogliano gli "esperti", forse quella che ha finito per darmi più soddisfazioni degli ultimi anni.
Ma andiamo con ordine: archiviato il kickoff - tre match dei quali uno solo davvero degno di nota, quello per il titolo dei pesi leggeri tra Neville e Austin Aries, lottato molto bene e decisamente duro, considerati due o tre bump durissimi presi da Aries con cadute per nulla protette dal suo avversario - si è partiti molto bene con uno degli incontri migliori della serata, quello tra AJ Styles - al momento il mio favorito in assoluto, nonchè probabilmente il miglior wrestler attualmente in attività, nonostante una stazza certo non mastodontica - e Shane MacMahon, che per il secondo anno consecutivo, considerato che parliamo di uno che non è mai stato lottatore per professione e di un uomo di quarantasei anni, ha finito per lasciarmi a bocca aperta grazie ad un paio di spot notevoli nonchè ad una shooting star press eseguita alla grandissima - manovra aerea spettacolare che molti atleti di vent'anni meno non si sognano neppure di tentare -. Bravissimi entrambi.
Il secondo match, uno di quelli costruiti meglio a livello di scrittura, vedeva Kevin Owens fronteggiare l'ex amico Chris Jericho, veterano che ancora oggi regala momenti davvero magici: incontro discreto, anche se da questi due mi sarei aspettato davvero molto di più.
Jericho non era al meglio fisicamente, ma io comincio a pensare che il tanto adorato dai fan radical del wrestling Kevin Owens non sia, in realtà, un fenomeno come molti pensano.
In due anni di WWE, gli ho visto fare incontri ed interpretare un personaggio sempre uguale a se stesso. Staremo a vedere.
Una parziale delusione, considerato il valore delle lottatrici sul ring, è stato il match per il titolo femminile di Raw, che lo scorso anno era stato lo show stealer dell'evento: troppo breve e troppo repentino nella sua evoluzione, ma comunque divertente.
Spazio poi al recap sulla cerimonia dedicata alla Hall of fame della sera precedente, con protagonista Kurt Angle, tornato in casa WWE dopo gli anni della TNA: quella dell'Arca della gloria è una cerimonia sempre mitica e commovente, il momento nostalgia della visione.
Il ladder match per i titoli di coppia di Raw, invece, è stato un momento molto godibile e, seppur non memorabile, sarà ricordato per la sorpresa meglio accolta di Wrestlemania: il ritorno degli Hardy Boyz - con grande giubilo di Julez -, uno dei tag team più importanti di sempre, che senza dubbio potrà ancora emozionare i fan, e non me ne vogliano i miei attuali preferiti Big Cass ed Enzo Amore.
Archiviato il grande ritorno, è arrivato al volo un altro memorabile Wrestlemania moment in coda ad un incontro che era solo figurativo, quello tra John Cena e Nikki Bella e The Miz e Maryse: il lottatore bostoniano, figura cardine del wrestling del Nuovo Millennio, ormai più un part timer che non l'uomo di punta della federazione, ha chiesto in diretta televisiva alla sua compagna di sposarlo in una cornice che, preparata oppure no, è stata senza dubbio emozionante.
E senza dubbio più importante di qualsiasi incontro.
Triple H ha invece pagato dazio al suo ex pupillo Seth Rollins in un faccia a faccia che, come quello tra Kevin Owens e Chris Jericho, poteva essere molto di più, ma quantomeno segna la fine - forse - di una rivalità che avrebbe bisogno di lanciare uno degli atleti più importanti che la WWE abbia in questo momento ed indicare a Triple H la direzione di una nuova carriera dirigenziale, che, tra l'altro, l'ex membro della DX sta conducendo egregiamente.
Lo scontro tra Randy Orton e Bray Wyatt potrebbe essere associato a quest'ultimo, e forse è stato quello che ha deluso più le aspettative della vigilia del sottoscritto: Wyatt è bravissimo al microfono, ha un personaggio che funziona, eppure manca ancora, nonostante il titolo vinto e qui perso, della scintilla che potrà davvero lanciarlo in prospettiva futura.
Orton, come Cena, dovrà cominciare, invece, più che a raccogliere titoli ad occuparsi di lanciare la generazione destinata a sostituirlo.
Alle spalle questa cavalcata, e congedati i miei ospiti ormai troppo stanchi - cinque ore di evento a suon di cocktails by Ford sono difficili da gestire - ho affrontato uno dei due incontri più importanti della serata, quello tra la leggenda Goldberg ed il mostro Lesnar, che in barba ai limiti tecnici ed all'età - soprattutto il primo - hanno regalato ai fan un match da fumettone, in pieno spirito anni ottanta, in cui due charachters praticamente invincibili per qualsiasi altro lottatore - o quasi - si sono dati battaglia in una contesa veloce ma decisamente divertente ed emozionante.
A prevalere, finalmente - nella loro rivalità aveva sempre patito la sconfitta - è stato Lesnar, che ora, da campione, dovrà probabilmente sacrificarsi a qualcuno destinato, zoccolo duro dei fan o no, a raccogliere il testimone di Cena.
Il match dedicato al titolo femminile di Smackdown, purtroppo più che altro un riempitivo - troppo veloce e con troppe concorrenti -, ha fatto da filler in vista del main event, che ha visto opposti The Undertaker, vera e propria leggenda del ring, e Roman Reigns, il prescelto dai MacMahon per raccogliere il testimone di Cena, come appena citato, e come il buon John ai tempi d'oro fischiato, insultato e criticato dai fan hardcore perchè troppo buono, troppo forte, troppo vincente.
Personalmente, ho apprezzato la scelta della WWE di chiudere una carriera incredibile come quella di Undertaker - che spesso e volentieri ho detestato, lo ammetto - per mezzo di Reigns, il Khal Drogo del wrestling, il giovane assetato di gloria che irrita il pubblico maschile per invidia, al massimo della sua forma contro un uomo che ha dato tutto per lo sport entertainment, che probabilmente nessun altro riuscirà ad eguagliare in "miticità" - per dirla come Po - ma che, oggettivamente, non aveva - e non ha - più i mezzi fisici per poter garantire prestazioni importanti come quelle che hanno costituito l'ossatura della sua carriera.
Il momento dell'abbandono di guanti, cappotto e cappello al centro del ring ha avuto il sapore della consapevolezza che il tempo passa per tutti, e che un'epoca è finita, ma anche della liberazione da un peso, quello di intepretare un charachter dai poteri quasi soprannaturali, e che il bacio dato alla compagna Michelle McCool a bordo ring allontanano definitivamente da un uomo che è, probabilmente, stato il più grande personaggio che questa disciplina abbia mai conosciuto.
E lo dico da suo non tifoso.
Rest in peace, Undertaker.
Noi appassionati di questo spettacolo non possiamo fare altro che esserti eternamente grati.



MrFord




venerdì 8 aprile 2016

Wrestlemania 32

La trama (con parole mie): non può mancare, al Saloon, l'appuntamento annuale con il Superbowl del wrestling, una delle passioni più grandi del sottoscritto fin dall'infanzia. Quest'anno, come poche altre volte, mi sono accostato all'evento più importante dell'anno dello sport entertainment in modo piuttosto distaccato, considerato che tra infortuni, abbandoni e nostalgia dei vecchi tempi ormai non sia rimasto nessuno ad emozionarmi come vorrei.
Eppure, nonostante le delusioni del durante e soprattutto del dopo, questo evento non riuscirà mai davvero a non coinvolgermi.









Quando penso al wrestling ed al fascino che ha da sempre esercitato sul sottoscritto, finisco per riflettere a proposito dall'incontro tra fiction e realtà, fumettone e sport, apparenza e tecnica che di fatto rappresenta: ricordo benissimo i tempi in cui con mio nonno vidi i primi incontri con protagonisti Tiger Mask o Antonio Inoki, l'ascesa di Hulk Hogan e di uno dei miei favoriti di tutti i tempi, Ultimate Warrior, gli anni in cui, con l'adolescenza e la "scomparsa" del wrestling stesso dalla televisione italiana, mi allontanai perdendomi, di fatto, il meglio dell'Attitude Era, il riavvicinamento ed il recupero di incontri che non avevo avuto la fortuna di vedere "in diretta", l'esplosione di Brock Lesnar, la ribalta dei tragici outsiders Eddie Guerrero e Chris Benoit, l'affermazione dei nuovi fenomeni CM Punk e Daniel Bryan, fino ad oggi.
Negli ultimi anni, devo ammetterlo, il mio cuore di fan del wrestling mainstream - non ho abbastanza tempo da dedicare alle proposte indipendenti, dunque, di fatto, limito le mie visioni all'offerta WWE o quasi - si è raffreddato molto, complici i ritiri per questioni fisiche di Edge e del già citato Daniel Bryan - avvenuto proprio un mese prima di Wrestlemania - e l'abbandono di CM Punk, in rotta con la federazione ed ormai deciso ad intraprendere una carriera in UFC - sbagliando, a mio parere, ma questa è un'altra storia -: dunque, l'approccio ad una delle Wrestlemania meno attese dal sottoscritto di sempre è stato piuttosto freddo, nonostante nei giorni prima della visione l'elettricità si sia comunque fatta sentire nell'aria - complice anche un antipasto targato NXT, il brand di sviluppo WWE, davvero ottimo, testimonianza del lavoro egregio fatto in quest'ambito nel corso degli ultimi due anni -.
Ma cos'è accaduto, dunque, all'evento di wrestling più importante dell'anno?
E soprattutto, quali sono state le reazioni in casa Ford?
Personalmente, la trentaduesima edizione dello Showcase of the Immortals difficilmente entrerà non solo tra le migliori, ma anche tra le buone o le discrete: uno show troppo lungo - due ore di Kickoff con tre incontri non particolarmente brillanti - e quasi cinque di pay per view sono decisamente parecchie, specie se non si brilla per qualità o emozione.
Considerato, infatti, che a parte un paio di spot nel ladder match d'apertura, la tecnica di Chris Jericho ed AJ Styles nel secondo incontro - dal quale comunque mi aspettavo qualcosa in più - i momenti migliori sono stati regalati da Shane McMahon - figlio del patron della WWE, e di fatto un ex non wrestler - con il suo salto dalla gabbia dell'Hell in a cell contro Undertaker che ha fatto tornare alla mente il volo di Mick Foley del novantotto - roba da brividi a vent'anni, un tuffo da sette metri e passa su un tavolo da commento, figuriamoci, come nel caso del buon Shane, a quasi cinquanta -, la comparsata del meraviglioso trio composto, per l'appunto, da Mick Foley, Shawn Michaels e Stone Cold Steve Austin per spazzare via l'inutile League of Nations nel più classico dei Wrestlemania moments e l'incontro a tre per decretare la campionessa femminile tra Charlotte - figlia della Leggenda Ric Flair -, Becky Lynch e Sasha Banks, tutte formate proprio ad NXT, il bottino di questa edizione è davvero scarno, specie considerato lo scempio che i writers WWE hanno compiuto la notte successiva nella settimanale edizione di Raw, che ha ribaltato come se non fossero mai esistiti quasi tutti i verdetti dei match.



Poi, certo, mi sono comunque divertito nel corso del siparietto The Rock e John Cena contro la Wyatt Family, l'atmosfera dell'AT&T Stadium di Dallas è stata pazzesca - una struttura del genere in Italia appare letteralmente da fantascienza, ed il colpo d'occhio dei più di centomila spettatori davvero da urlo -, continuo a pensare che, pur non essendo particolarmente dotato, Roman Reigns sia una scommessa potenzialmente vincente e le lamentele di molti fan hardcore nascano dall'invidia per il Khal Drogo del ring e non per il suo ruolo imposto di "nuovo Cena", il wrestling è sempre il wrestling, ma ancora una volta, il brivido è mancato: sul quadrato, incontri molto al di sotto delle aspettative come quello tra Dean Ambrose - che pare una versione al contrario di Reigns, carisma a mille e poca incisività nelle botte - e Brock Lesnar, e a livello di atmosfera, con il fiato sospeso dei grandi match che ci si aspetterebbe da occasioni come questa.
Certo, gli infortuni di John Cena, Seth Rollins, Randy Orton e Cesaro hanno pesato sulla card almeno quanto l'abbandono di Daniel Bryan, gli "sceneggiatori" WWE paiono presi dal peggio di Hollywood, il momento in termini di impatto - non economico, considerato che, probabilmente, la federazione principe dello sport entertainment vive attualmente il suo periodo più florido - è lontano dai fasti dell'epoca della Monday Night War, eppure pare essersi persa non tanto la tecnica, quanto il "romanticismo" del wrestling: incontri come la sfida tra Hogan e Warrior a Wrestlemania 6 o tra Warrior e Macho Man a Wrestlemania 7, la sfida tra Shawn Michaels e Bret Hart, i grandi ladder match per i titoli di coppia tra gli Hardy Boys, i Dudleys ed Edge e Christian, ma anche soltanto le sfide tra Shawn Michaels ed Undertaker, Kurt Angle, Ric Flair del passato recente erano davvero tutta un'altra storia.
Purtroppo, se non sperare in un favoloso e quasi impossibile ritorno di CM Punk - negli ultimi anni, nessun match è riuscito a regalare l'ebbrezza di tornare bambino al sottoscritto come la sfida tra lui e Cena a Money in the bank nel luglio del duemilaundici -, al momento dovrò fare buon viso a cattivo gioco e confidare nella maturazione dei ragazzi di NXT, da Kevin Owens a Sami Zayn, passando per le tre fanciulle che, credo per la prima volta nella storia di Wrestlemania, hanno rubato di gran lunga la scena ai loro colleghi dell'altra metà del cielo: e se il salto di Shane dalla gabbia è stato a suo modo epocale, il moonsault eseguito alla perfezione di Charlotte non è stato assolutamente da meno.
Segno di una nuova speranza in generazioni future?
Voglio pensare di sì.
Anche perchè il sogno di festeggiare l'anno del mio quarantesimo compleanno regalandomi un viaggio a bordo ring per Wrestlemania è ancora e più che mai vivo.






MrFord







domenica 5 aprile 2015

Wrestlemania 31

La trama (con parole mie): il periodo di pasqua, in casa Ford, è vissuto con grande trepidazione non per questioni religiose, quanto perchè, di fatto, segna l'appuntamento con il Superbowl del wrestling professionistico, Wrestlemania.
L'edizione numero 31 dello storico franchise, la prima priva del numero - i capoccioni della WWE pensano che ormai l'età segnalata invecchi la manifestazione - rappresenta anche il nuovo passo della federazione per eccellenza dello sport entertainment nel futuro, considerato il network che ormai gestisce ogni trasmissione del panorama WWE bypassando le televisioni free e a pagamento - almeno, per ora, negli States e nel Regno Unito -.
Come sempre è un'emozione, anche quando, di fatto, è proprio l'emozione a mancare.




I primi ricordi consapevoli - c'erano stati Tiger Mask e Antonio Inoki, certo, ma ero troppo piccolo perchè rimanessero così impressi nella memoria - delle emozioni che poteva regalarmi il wrestling risalgono ormai a venticinque anni fa, quando, a seguito di un'annata strepitosa, il mio favorito di allora Ultimate Warrior sfidò, allo Skydome di Toronto, Hulk Hogan, forse il supereroe per eccellenza del quadrato, che al grande appuntamento di Wrestlemania non era mai stato sconfitto: un match epico, ancora oggi uno dei più belli della Storia del wrestling americano, che terminò proprio con la vittoria del mio preferito ed il passaggio di consegne tra i due volti della compagnia.
Le cose, poi, non andarono come previsto, e Warrior finì per essere protagonista di una carriera altalenante e scombinata chiusa proprio lo scorso anno con l'ingresso nella Hall of fame, avvenuta solo pochi giorni prima della morte, mentre Hogan rimase un'icona tra le più importanti dello sport entertainment.
Ma le emozioni non finirono in quell'ormai lontano millenovecentonovanta, ed il wrestling e Wrestlemania, edizione dopo edizione, hanno continuato a regalarmi momenti memorabili, vissuti da solo, con gli amici, con mio fratello, con Julez o il Fordino, che spero possa essere sempre più partecipe ed accompagnare i suoi vecchi in quello che sogno come festeggiamento ideale per quando compirò quarant'anni: acquistare il pacchetto completo per presenziare al weekend di Wrestlemania, e godere dalle prime file di quello che è stato uno dei giocattoloni più irresistibili che mi ha tenuto compagnia fin da bambino.
Peccato che, quest'anno, il prodotto WWE abbia patito di un raffreddamento del sottoscritto iniziato con l'abbandono della federazione da parte di CM Punk, convertitosi alle MMA e probabilmente mio numero due di tutti i tempi giunto ad un paio d'anni di distanza dal ritiro del numero uno, Shawn Michaels, che contro Undertaker aveva regalato due dei migliori incontri della Storia di Wrestlemania - se non i migliori - qualche anno fa, aggravato dalla gestione scellerata di alcuni giovani lottatori potenzialmente molto interessanti come quello che avrebbe dovuto essere il protagonista di questa 'Mania, Roman Reigns, che ricorda Khal Drogo, ha legami di parentela con The Rock e fino a qualche mese fa pareva destinato a raccogliere il testimone di John Cena, l'Hogan degli Anni Zero.
Peccato che rendere Reigns "imposto" come ai tempi fu Cena ha remato contro al ragazzo, fischiatissimo alla Rumble e letteralmente asfaltato da Brock Lesnar nel corso del main event, con quel "Welcome to suplex city, bitch!" che è immediatamente diventato un cult per gli appassionati di lungo corso come il sottoscritto: peccato che la frase di Lesnar - sicuramente uno dei più impressionanti interpreti di questa disciplina - sia stato uno dei pochi picchi di emozione di un'edizione discreta nel lottato ma davvero troppo piatta per essere Wrestlemania.
Certo, il colpo d'occhio del Levis Stadium ha del clamoroso, il bump preso da Dean Ambrose - lanciato da dentro a fuori ring su una scala colpita in pieno con il collo - spaventoso - incredibile sia uscito illeso -, l'incontro tra Sting e Triple H storico, la forma fisica di Undertaker tornata accettabile dopo lo scempio dell'anno passato, la sorpresa di Seth Rollins importante per preservare sia Lesnar che Reigns, eppure il brivido vero è mancato.
E non perchè il sottoscritto sia invecchiato, sia chiaro.
La speranza, dunque, è che il Superbowl del wrestling possa tornare a  stupirmi come fece in quella primavera di venticinque anni fa, e se proprio dovrò scontare qualche edizione "minore", spero che si conservino le cartucce migliori per quando sarò lì, tra le prime file, a vivere sulla pelle la magia di una disciplina che è stata, è e resterà uno spettacolo unico.
Suplex o no.



MrFord




domenica 13 aprile 2014

Wrestlemania XXX

La trama (con parole mie): nel giro di una sola settimana, mi trovo per la seconda volta a parlare di wrestling, una delle mie più grandi passioni dai tempi dell'infanzia, quando ancora il Cinema era praticamente un passatempo. Esattamente una sette giorni fa si è tenuta, a New Orleans, la trentesima edizione del Superbowl dello Sport Entertainment, ventiquattro anni dopo il primo che vidi, esaltatissimo, da spettatore. Era il millenovecentonovanta, e nel corso del main event Ultimate Warrior sconfiggeva Hulk Hogan raccogliendo, almeno sulla carta, il suo testimone. Oggi, nel duemilaquattordici, si è assistito ad un altro evento altrettanto importante.




Quest'anno il mio rapporto con il wrestling, da sempre disciplina amatissima al Saloon, è stato decisamente particolare.
A fine gennaio, infatti, con la Royal Rumble - evento tra i più amati dai fan e non solo - si è sancito l'abbandono forse definitivo di CM Punk, mio personale favorito nonchè primo wrestler a contrastare in tutto e per tutto - finendo perfino, almeno in senso strettamente lavorativo, dalla parte del torto - la volontà della Federazione più potente del mondo di continuare a lavorare indipendentemente da quello che era - ed è - il volere del pubblico, primo acquirente del prodotto.
Daniel Bryan, attuale campione, dovrebbe accendere più di un cero in segno di ringraziamento rispetto al suddetto Punk: se, infatti, la ribellione non fosse avvenuta, non avremmo avuto un finale di Wrestlemania come è stato.
Ma il ribattezzato "Yes movement" non ha di certo rappresentato la notizia della settimana, per chi, come il sottoscritto, suda e soffre anche solo osservando questi omaccioni seguire un copione simile a quello di un grande, unico spettacolo sul ring.
La morte di Ultimate Warrior, idolo della mia infanzia ed eroe della mia prima Wrestlemania da spettatore - ventiquattro anni fa, incredibile davvero - è riuscita infatti solo in parte ad eclissare la fine di uno dei più grandi miti del wrestling moderno: la Streak di Undetaker.
Leggenda assoluta del quadrato, possa piacere oppure no, il Deadman è riuscito a passare indenne attraverso ventuno edizioni di questo incredibile evento prima di cadere sotto i colpi di Brock Lesnar, che agli inizi degli Anni Zero era visto come una sorta di nuovo messia della disciplina, e dopo aver conquistato tutto il possibile, dieci anni fa esatti decise di abbandonare per tentare una carriera - fallimentare - nel football professionistico e dunque nelle MMA - decisamente migliore -, scatenando le reazioni dei fan ai tempi del suo per allora ultimo incontro, opposto a Goldberg, prima di tornare in pompa magna - pur se, di fatto, part time - due anni or sono.
Il Mercedes SuperDome di New Orleans ammutolito a quel conto di tre ha lasciato decisamente senza parole anche il sottoscritto, almeno al principio: la frase "the streak is over" ha risuonato pesante almeno quanto i rintocchi che da quasi un quarto di secolo accompagnano il "becchino" al quadrato, sollevando il dubbio rispetto alla scelta - senza dubbio dell'atleta stesso - di propendere per Lesnar - tra i più odiati dal pubblico - invece che per Shawn Michaels - una vera leggenda -, Triple H - una leggenda in fieri - o CM Punk - il best in the world, di nome e di fatto -, sue vittime nelle ultime edizioni.
Stupore provato a caldo a parte, la soluzione è infine parsa assolutamente giusta e sensata.
Nel corso dell'incontro tra Undertaker e Brock Lesnar, infatti, l'impressione è stata quella che il buon "Principe delle tenebre" della WWE non ce la faccia più, a sostenere il ritmo sul ring, neppure quando si tratta di portare a conclusione un match all'anno.
E che, dunque, fosse giunto il momento, e che la persona giusta per poterlo rendere reale fosse quella che, a quanto si dice, ha più ruggini - e parliamo di spogliatoio, non di finzione scenica - con il detentore del record, uno che il pubblico, sia pure per esigenze di spettacolo, odia.
"Per un bambino è una violenza molto maggiore vedere il cattivo vincere, che non vedere un pò di sangue", ha commentato Julez.
Ed è proprio vero. Ma la Realtà, almeno in questo caso, vince sulla Leggenda.
Il fiato, i colpi, gli infortuni e tutto quello che comporta una carriera di questo genere contano, così come gli anni che, inesorabilmente passano.
Tutto finisce, anche quello che pensavamo non sarebbe finito.
Ed è in quest'ottica che va letta la scelta di Mark Calloway - questo il vero nome di Undertaker - di rinunciare ad una delle vere istituzioni del wrestling di tutti i tempi, il suo record di imbattibilità nell'appuntamento più importante dell'anno.
Chapeau, quindi, a lui. 
E alla WWE, che tutta in piedi tributa un omaggio ad uno dei suoi più grandi interpreti di sempre.
Questa è stata una Wrestlemania amara, per il sottoscritto.
Nonostante Bryan, nonostante l'inevitabile reso epico dalla realtà. 
Nonostante il successo e la sconfitta.
E' stata la Wrestlemania in cui speravo di vedere trionfare il mio favorito, che ha deciso di mollare perchè stanco di non poter esprimere al massimo il suo talento. Posso capirlo. E penso possa farlo anche gran parte della gente che lavora.
E quella in cui, per la prima volta, non mi sentivo così sicuro di andare contro un'istituzione - la suddetta Streak - che ho sempre detestato.
E' andata male in entrambi i casi.
Ma come ogni lottatore che si rispetti, incasso e vado avanti, pronto a rialzarmi.
Perchè le regole del gioco, e della vita, prevedono anche, e soprattutto questo.



MrFord









venerdì 6 aprile 2012

Wrestlemania XXVIII

La trama (con parole mie): come ogni anno in questo periodo, casa Ford si paralizza completamente per affrontare la visione del Superbowl del wrestling, l'evento che ogni appassionato attende con trepidazione fin dal giorno seguente l'edizione precedente.
Come se non bastasse, questo numero ventotto della manifestazione presentava una card da hype alle stelle, culminata con i tre incontri clou Undertaker vs HHH in un hell in a cell match, Cm Punk vs Chris Jericho per il WWE Title e John Cena vs The Rock.
Roba che non succedeva quasi da quando ero bambino, e alla mia prima Wrestlemania - la numero sei, per l'esattezza, nel 1990 - mi faceva quasi piangere di gioia al trionfo del mio favorito di allora, Ultimate Warrior.



Finalmente posso dire, dopo alcune edizioni decisamente minori - specialmente quella dello scorso anno -, di essermi goduto Wrestlemania come non accadeva da un sacco di tempo a questa parte, divertendomi dal primo all'ultimo minuto - certo, il match femminile è stato più interessante per la partecipazione di Julez, Sami e Ila, sentitesi chiamate in causa, che non per la qualità dello stesso - e regalando al sottoscritto, in compagnia del sempre mitico Bongio - protagonista assoluto del mio addio al celibato nonchè mio "fratello di wrestling" - un'infilata di "Wrestlemania moments" da urlo, come di consueto resi ancora più clamorosi da un robusto dosaggio di bourbon, necessario per ogni edizione di questo appuntamento imperdibile per ogni appassionato dello sport entertainment.

Sheamus festeggia la vittoria su Bryant.
Una grande Wrestlemania doveva essere, ed una grande Wrestlemania è stata, dalla vittoria lampo di Sheamus su Daniel Bryant - contestatissima dai fan puristi che, personalmente, mi ha divertito e ho trovato in linea con la storyline che vedeva lo stesso Bryant nel ruolo del finto perfezionista codardo - a quella completamente a sorpresa di Kane, un professionista con i controfiocchi che per anni non ha fatto altro che sottostare alle imposizioni della federazione lanciando molti lottatori anche meno meritevoli di lui e vincendo decisamente meno di quanto avrebbe potuto.

La chokeslam di Kane che vale la vittoria su Randy Orton.
E' giunto poi il momento, a suon di commenti del pubblico femminile sul pacco di Cody Rhodes, il match per il titolo intercontinentale che vedeva il figlio del mitico Dusty Rhodes fronteggiare Big Show uscendo sconfitto da un incontro sicuramente non eclatante ma comunque divertente e, nel finale, divenuto intenso grazie alla commozione del gigante, che diviene il primo atleta ad aver vinto tutte le cinture attualmente in uso nella WWE.

Il destro di Big Show che chiude la contesa.
L'incontro femminile, come già anticipato, è stato più un'occasione per scoprire quanto il coinvolgimento di wrestlers donne possa scaldare gli animi dell'altra metà del cielo, mai così tesa per tutta la durata del pay per view - o quasi - come nel corso di questo match. Poca roba, ma in una serata così ricca ci può tranquillamente stare. Se non altro offre il tempo necessario per una sosta bagno o per la preparazione dell'ennesimo Four Roses e Coca.

Beth Phoenix, una delle poche vere wrestler, in una delle sue consuete prove di forza.
A questo punto, silenzio in sala.
Wrestlemania cambia marcia e decolla assumendo una caratura leggendaria per lo scontro tra Undertaker e Triple H, due vere e proprie leggende che portano a termine (?) una saga cominciata ormai quattro anni fa con il primo dei due scontri tra il becchino e Shawn Michaels, che concluse la sua carriera nell'edizione numero ventisei dello Showcase of the immortals con un incontro ancora più incredibile del precedente, anticamera della sfida che, lo scorso anno, fu l'unico vero acuto dell'evento: il tentativo di Triple H di riuscire nell'impresa che il migliore amico Shawn non era stato in grado di portare a compimento.
Quest'anno si rincara la dose, con una stipulazione tosta come l'hell in a cell, e la presenza dello stesso Shawn Michaels nelle vesti di arbitro, indeciso se rimanere super partes, favorire il compagno di sempre o evitare che qualcuno riesca dove lui ha fallito.
Atmosfera d'altri tempi, incontro intensissimo sia dal punto di vista fisico che emotivo, un'escalation di emozioni tra le più incredibili degli ultimi dieci anni di wrestling: il tutto prima di una chiusura che è il ribaltamento del finale dello scorso anno - Undertaker vincitore ma, di fatto, dominato per la maggior parte dell'incontro dall'avversario -, con Triple H che, ormai allo stremo, viene finito dal becchino prima che le tre leggende di un'era ormai al tramonto si incamminino verso l'uscita abbracciate l'una all'altra, in barba ai personaggi che interpretano sul quadrato. Strepitoso.

Shawn Michaels, Triple H, Undertaker: un'era che finisce.
La sarabanda di emozioni dell'hell in a cell doveva a questo punto essere stemperata, e lo scontro tra i "face" del Team Teddy - il General Manager di Smackdown, uno dei due show della federazione - e gli "heel" del Team Johnny - il vertice di Raw -, praticamente una vetrina per tutti quei wrestlers non ai vertici eppure meritevoli di un'apparizione nello spettacolo più importante dell'anno è stata l'occasione perfetta.
Anche in questo caso niente di memorabile e un risultato non favorevole al mio pronostico, ma basta, come al solito, la presenza di Santino Marella per fare la differenza. Un break che ha dato respiro.

Il Cobra di Santino Marella: un must per il comedy wrestling.
Terminata la "sosta", si è tornato a fare sul serio con l'incontro valevole per il WWE Title, il più prestigioso della federazione: a scontrarsi Chris Jericho - primo Undisputed Champion della storia, musicista ed entertainer spettacolare, wrestler secondo solo a Shawn Michaels e Kurt Angle nel panorama attuale - ed il mio preferito Cm Punk, forse il migliore - tecnicamente parlando - di questa nuova generazione di wrestlers, fino allo scorso anno talento incompiuto ed esploso letteralmente la scorsa estate con un promo da paura che fu il preludio del magnifico incontro con John Cena nella sua Chicago - miglior match del 2011 a mani basse -, ormai uno dei punti fermi della federazione.
L'intera storyline si è giocata sull'appellativo di "best in the world", autoattribuitosi da Cm Punk dopo le imprese, per l'appunto, della scorsa estate: incontro clamorosamente tecnico, partito lentamente e decollato con un finale che è una lezione di tecnica almeno quanto lo storico Randy Savage vs Ricky Steamboat di Wrestlemania 4 o Kurt Angle vs Shawn Michaels a Wrestlemania 21.
I passaggi che hanno portato alla conclusione - e alla conferma di Cm Punk come campione - sono una gioia per ogni amante del wrestling, soprattutto per gli old school come il sottoscritto: una bomba.

Cm Punk è ancora il "best in the world".
In chiusura, non poteva essere che The Rock contro John Cena: due icone delle rispettive generazioni a confronto, a dieci anni esatti da quella Wrestlemania 18 in cui il primo battè Hulk Hogan realizzando, a tutti gli effetti, una sorta di passaggio di testimone.
Atmosfera pazzesca, pubblico più che partecipe - The Rock giocava in casa, nella "sua" Miami -, anche in questo caso un crescendo che, seppur non all'altezza dei due incredibili big match che l'avevano preceduto, confeziona uno dei migliori main event della storia recente di Wrestlemania: forse un pò di overbooking in più non avrebbe guastato, eppure il risultato a sorpresa - la vittoria di The Rock - ed una conduzione ottima dei due protagonisti - entrambi lottatori più dotati di carisma che non di tecnica - ha portato alla riuscita quasi perfetta di uno dei dream match che il pubblico sognava da anni.
Un plauso, pur se da sconfitto, a Cena, che nonostante continui ad essere una calamita per l'odio degli appassionati hardcore in quanto emblema di un wrestling "pg rated" si conferma come uno dei professionisti più in gamba che questa disciplina abbia mai avuto.

Due generazioni a confronto: The Rock vs John Cena.
Una nottata indimenticabile, dunque, per ogni appassionato come il sottoscritto - ma non solo -, che già dall'episodio di Raw la sera seguente ha cominciato a gettare le basi per la prossima edizione di Wrestlemania, che vedrà ancora The Rock tra i suoi protagonisti - nonostante gli impegni cinematografici -, il probabile ultimo incontro della carriera incredibile di Undertaker ed il ritorno di uno dei nomi più osannati degli anni zero dello sport entertainment, tornato all'ovile dopo anni di mixed martial arts: Brock Lesnar.

Brock Lesnar torna a spese di Cena dopo anni lontano dalla WWE.

Pare proprio, dunque, che vivremo un "Wrestlemania moment" lungo un anno.

MrFord

"I like crazy, foolish, stupid
party going wild, fist pumping
music, I might lose it
blast to the roof, that how we do'z it (do'z it do'z it)
I don't care the night, she don't care we like
almost dared the right five
ready to get live, ain't no surprize
take me so high, jump and dont stop
surfing no crowd."
Flo Rida - "Wild ones" -


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