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lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Il genio della fuga (Edgar Wright, UK/USA, 2017, 112')




Ricordo benissimo la prima volta in cui il mio cammino incrociò quello di Edgar Wright: per puro caso, sul retro della copertina del dvd - perchè uscì direttamente per l'home video, cosa a dir poco scandalosa - de L'alba dei morti dementi, terribile adattamento di Shaun of the dead, lessi di pareri entusiastici dell'esordio "da grande" del regista inglese giunti da Peter Jackson, Quentin Tarantino e nientemeno che George Romero, il Maestro indiscusso del genere zombie, che rimase così colpito da invitare poco tempo dopo lo stesso Wright ed il suo protagonista Simon Pegg per un'apparizione in La terra dei morti viventi.
Ricordo anche lo scetticismo spazzato via scena dopo scena da quello che è ancora oggi - e ancor più - un supercult, nonchè forse il miglior film di questo cineasta talentuoso ed originale, che potrebbe non avere i numeri - almeno per ora - di un suo quasi coetaneo ormai considerato una realtà mondiale - Christopher Nolan - ma che rappresenta ad ogni visione una ventata d'aria fresca: dalla strepitosa Trilogia del Cornetto - che non posso che amare in blocco - a Scott Pilgrim, Wright ha fatto del ritmo, della musica e del montaggio i suoi punti di forza, e Baby driver, osannato negli States da pubblico e critica, non è assolutamente da meno rispetto ai lavori precedenti del Nostro.
Senza dubbio, oltre ai punti di forza appena segnalati, questo heist movie andrebbe ricordato per le ottime scelte di casting - spassoso il charachter di Jamie Foxx, grande invece il lavoro svolto dal giovane Ansel Elgort -, la soundtrack variegata e da urlo, il crescendo che conduce lo spettatore come se fosse un guidatore "da rapina" ed una mescolanza di generi che passa dal pulp anni novanta all'heist movie classico - anche se, va detto, come Inside man ancora non ne ho visti -, passando per il film di formazione e quello romantico: si sente forse la mancanza dell'ironia spinta e selvaggia del già citato Shaun e di Hot fuzz, o della maggiore freschezza degli stessi, ma occorre anche ammettere che, ai tempi, un film di Edgar Wright rappresentava un'assoluta novità, qualcosa che nessuno aveva mai portato sullo schermo, quantomeno in quel modo.
Resta però una visione assolutamente meritevole, che intrattiene alla grande e riesce perfino ad emozionare in un paio di passaggi, forse non clamorosa come le voci della vigilia affermavano fosse ma senza dubbio pronta a confermare il valore del regista e sceneggiatore, che oltre ad essere un vero e proprio "batterista" della settima arte per la sua cura del ritmo, dimostra - proprio come Nolan - di non sbagliare film neppure quando di fronte ci si ritrova "soltanto" ad un'opera discreta o buona, e non semplicemente strepitosa.
Baby driver, dunque, apre decisamente bene questo autunno cinematografico, con tanta musica, corse in macchina a velocità folli, amori da melò d'altri tempi, una trama noir e personaggi scombinati come neppure i Coen si immaginerebbero - la coppia Hamm/Gonzalez fa scintille -, un protagonista per il quale è impossibile non fare il tifo e perfino quella speranza che pare ormai fantascienza che, prima o poi, anche i bravi ragazzi avranno la loro gloria.
Questo è senza dubbio uno dei grandi meriti di Wright: quello di credere in una positività che, anche tra sangue e proiettili, è in grado di regalarci un sogno.
Neanche fosse la canzone della nostra vita.




MrFord




lunedì 20 febbraio 2017

Sleepless - Il giustiziere (Baran Bo Odar, USA, 2017, 95')




Ormai è storia più che vecchia il fatto che da queste parti gli action movies, soprattutto di stampo crime e poliziesco, siano praticamente di casa, partendo in una certa misura avvantaggiati rispetto a qualsiasi altra pellicola - specialmente quelle radical - quando si tratta di solleticare i più reconditi piaceri cinematografici del sottoscritto.
Purtroppo, però, è sempre più raro incontrare titoli che possano eguagliare il livello di miticità - per dirla come Po - di quelli che sono stati indiscutibilmente i cult della mia infanzia, e solo raramente produzioni attuali riescono a rinverdire i fasti del decennio per eccellenza delle tamarrate, e parlo ovviamente degli indimenticabili eighties.
Negli ultimi anni, Expendables a parte, i riferimenti che più facilmente tornano alla mente sono quelli di John Wick - sono in trepidante attesa per il sequel - e The equalizer, due vere e proprie chicche che non mi hanno fatto per nulla rimpiangere l'epoca d'oro di Schwarzy, Sly, Van Damme e Kurt Russell, e che sono anni luce distanti da robetta come questo Sleepless: devo ammetterlo, le premesse in questo caso non erano per nulla buone già dal trailer, che puzzava di già visto lontano un miglio e rievocava inquietanti atmosfere da serial proposto sui canali Mediaset il sabato sera forse neppure in seconda serata, con una trama più che telefonata ed una scelta di casting che, inesorabilmente, rispetto agli spettatori più navigati - di recente è accaduto anche con La ragazza del treno, ma ne parlerò prossimamente - fondalmentalmente rivela qualsiasi possibile twist previsto nel corso dell'evoluzione della stessa.
Come se non bastasse, optando per il serioso Jamie Foxx come protagonista - lo preferisco di gran lunga nel ruolo di cazzaro come nell'ottimo Ogni maledetta domenica o dell'outsider come in Collateral - finiscono inesorabilmente morte e sepolte tutte le speranze di una visione spensierata e sopra le righe, a prescindere dal fatto che tutto fosse la riproposizione in salsa ammeregana di un film francese di respiro ben più autoriale, lasciando spazio al consueto prodotto gettato nella mischia sperando nel successo al botteghino - che, a quanto pare, non si è riscontrato, malgrado il finale aperto che lascia presupporre la realizzazione di un sequel - che non dice nulla di nuovo e riprende (male) il vecchio.
Un film che non risulta brutto o particolarmente fastidioso per qualche motivo in particolare, ma piuttosto così noioso ed anonimo da far quasi dimenticare che si tratta di una proposta action che dovrebbe tenere inchiodati alla poltrona lasciando liberi solo per saltare nei momenti di maggior tensione, che considerato tutto è forse peggio rispetto a tutte quelle volte in cui un titolo dal quale ci si aspettava qualcosa di buono finisce per scatenare una tempesta di bottigliate.
Con il nuovo anno mi sono ripromesso, dunque, di punire severamente tutti i prodotti inutili pur se non necessariamente brutti, e questo Sleepless è indubbiamente parte del novero, tanto che, considerati i ritmi scellerati di sveglie notturne della Fordina - noi Ford sì che siamo Sleepless, in questo periodo -, se non l'avessi visto a cavallo di un pranzo in solitaria ma in una qualsiasi serata sarei probabilmente crollato senza preoccuparmi troppo della prevedibile vicenda di Jamie Foxx e soci.
E non mi sarei perso nulla che meritasse di sacrificare del sonno ristoratore.




MrFord




giovedì 2 febbraio 2017

Thursday's child



Nuova settimana di uscite in sala per un interrogativo che attanaglia tutta la blogosfera: riusciranno il qui presente Ford ed il suo collega nonchè nemico Cannibal Kid a tornare in pieno disaccordo dopo l'insolita serie di opinioni simili sui film usciti nelle ultime settimane?
Personalmente, spero proprio di sì: e a giudicare da un paio dei titoli che ci aspettano, le probabilità sono molto alte.


"La prossima volta ricordatemi quanto è pericoloso ascoltare i consigli cinematografici di Cannibal."


Smetto quando voglio – Masterclass

"Non ci vuole un genio per riconoscere che far guidare Ford sarebbe stato da pazzi!"

Cannibal dice: Uno dei film italiani (e non solo) più esaltanti e divertenti degli ultimi anni, checché ne dica il radical-chic numero 1 anti cinema nostrano Mr. Ford, torna con un secondo capitolo. Probabile che manchi l'effetto sorpresa del primo, ma le speranze di trovarsi davanti a un sequel se non altro godibile restano intatte.
Ford dice: uno dei film italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, accolto qui nella Terra dei cachi e dei Cannibal come un miracolo anche quando si trattava semplicemente di un filmetto divertente che ho dimenticato il giorno successivo alla visione e che rispetto ad altri piccoli cult di genere come Santa Maradona o Fame chimica spariva.
Non mi aspetto dunque che peggio da un sequel che potrei bottigliare solo per rompere l'apparente idillio che con Peppa abbiamo avuto in queste prime settimane dell'anno.

 

The Ring 3

Il temuto (da Cannibal) nascondiglio dei Ford.

Cannibal dice: Per una volta che in Italia ci cimentiamo nell'arte del remake, volete che gli americani siano da meno?
Certo che no. Ecco allora che arriva il terzo capitolo made in USA della saga di Samara, una tipa persino più spaventosa di Ford. Io avevo adorato il primo The Ring, ma pure il secondo aveva al suo interno qualche idea interessante. Questo terzo capitolo sembra limitarsi ad aggiornare il mito della mostriciattola che esce dal televisore ai tempi di YouTube, ma occhio alla protagonista italiana, Matilda Lutz, rivelazione del tanto criticato L'estate addosso di Gabriele Muccino.
Ford dice: la saga di The Ring, ottima nella versione jappo e più che discreta almeno con il primo remake americano non mi è mai dispiaciuta, dunque potrei approfittare per recuperare addirittura anche il secondo capitolo, che ai tempi dell'uscita mi ero perso.

 

La battaglia di Hacksaw Ridge

"Cannibal, resta pure qui. Per sistemarti ti mando il nostro specialista: il Dottor Ford."

Cannibal dice: Detesto Mel Gibson, sia come persona che come attore. Come regista invece sono più combattuto. Ho odiato il leghista Braveheart e l'antisemita La passione di Cristo, mentre non mi sono spiaciuti L'uomo senza volto e Apocalypto. Nei confronti del bellico La battaglia di Hacksaw Ridge ho già pronte le bombe, ma chissà che nei suoi confronti non mi riveli più pacifista di quanto non sono con il mio vero nemico numero 1: Mr. James Snob.
Ford dice: Mel Gibson è pazzo, forse più di Marco Goi. Il fatto è che per quanto fuori di testa sia, non riesco a non volergli bene, neppure considerato il fatto che si tratta del regista di uno dei film che ho più odiato nella vita, La passione di Cristo.
Questo Hacksaw Ridge, candidato agli Oscar e legato alla storia del primo obiettore di coscienza, potrebbe rivelarsi una cagatona a stelle e strisce di quelle tutta retorica che fanno incazzare Cannibal o perfino un buon film.
Non so in quale ipotesi sperare di più.

 

Billy Lynn – Un giorno da eroe

Cannibal Kid arruolato contro la sua volontà nell'esercito fordiano.
Cannibal dice: Ang Lee è un altro regista di cui ho apprezzato alcuni film e non sopportato altri, come il recente sopravvalutatissimo Vita di Pi. Pure questa è la storia di un soldato, nonché di uno pseduo eroe e, così come per il film di Mel Gibson, il rischio bocciatura da queste parti è fortissimo, così come il rischio esaltazione su White Russian, ma sono possibili sorprese...
Ford dice: Ang Lee è un grande regista che ha purtroppo avuto una carriera altalenante, passando da robetta come Hulk a cose splendide come Brokeback Mountain o Il banchetto di nozze.
Non conosco questa storia, ma so che prima o poi passerà su questi schermi, magari vincendo i miei scetticismi come fu per l'ottimo Vita di Pi.

 

Sleepless – Il giustiziere

"Lo scorso weekend avevo pensato di lasciare la macchina a Ford." "Sei impazzito, Jamie? Così finisce peggio del tuo taxi in Collateral!"

Cannibal dice: Thriller-action poliziesco di nuova generazione con Jamie Foxx, sembra uno di quei lavori che Ford critica rimpiangendo i ridicoli filmetti d'azione anni '80 girati col buco del culo e recitati ancora peggio. Andrà quindi a finire che potrebbe piacere più a me, che pure sono il giustiziere dei film d'azione.
Ford dice: film action dal sapore di Nuovo Millennio che non inventa nulla e pare prendersi molto, troppo sul serio. Come Cannibal.
Se dovesse confermare questi timori, sarà una pioggia di bottigliate e calci rotanti.
Se, al contrario, fosse una ficata tamarra come John Wick o The Equalizer, allora le cose potrebbero prendere una piega molto diversa.

 

A United Kingdom – L'amore che ha cambiato la storia

"Tesoro, sei sicuro sia saggio uscire a quest'ora? Potremmo incontrare quei due mostri, Ford e Cannibal!"

Cannibal dice: Pellicola storico-politica su una coppia interrazziale interpretata da due attori che quando si impegnano danno soddisfazioni: David Oyelowo e Rosamund Pike. La vicenda sembra interessante, anche se a me interessa di più L'odio che ha cambiato la storia, quello tra me e Ford.
Ford dice: film sentimentale che mi puzza di vaga radicalchiccata, e che per il momento dunque lascio a quel damerino di Peppa Kid, decisamente più in linea di me con questo tipo di produzioni patinate ma finto alternative. O viceversa.

 

La terra e il vento

"Forse per me è meglio tornare in Cina: Marco Polo mi porta molta più fortuna."

Cannibal dice: Filmetto pseudo adolescenziale del 2013 con protagonista il mediocre Lorenzo Richelmy, il protagonista di una delle peggiori serie Netflix di sempre, Marco Polo, che solo uno come Ford può seguire e pure esaltare. Hanno aspettato 4 anni per distribuirlo, ma fosse stato per me potevano anche aspettare per sempre.
Ford dice: malgrado sia protagonista dell'ottima Marco Polo, Lorenzo Richelmy è il tipico prodotto televisivo italiano.
Dunque mi terrò alla larga da questa roba ripescata non si sa bene perché neanche fosse il film preferito del Cucciolo Eroico.

 


Ho amici in Paradiso

"Che orrore! Non vorrete davvero che Ford e Cannibal visitino il nostro set!"

Cannibal dice: Io invece ho nemici all'Inferno. Uno in particolare penso lo conosciate, si chiama Satan Ford e ho come il sospetto che dell'Inferno sia addirittura il capo.
Ford dice: non credo di avere amici in Paradiso, ma se dovesse capitarmi di passarci spero di piantare un bel casino, e di disturbare specialmente quel finto angioletto del Cannibale.

 

domenica 1 maggio 2016

Il solista

Regia: Joe Wright
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2009
Durata: 117'








La trama (con parole mie): Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times specializzato in storie di strada, si imbatte per caso nell'homeless Nathaniel Ayers, che si rivela essere un talentuoso musicista che decenni prima abbandonò la prestigiosa Julliard di New York a seguito di un crollo psicotico. Fiutato il grande servizio e dunque coinvolto in una sempre più stretta, combattuta e sincera amicizia, il reporter si lega inesorabilmente al musicista, finendo per conquistare i lettori e trovandosi di fronte ad una delle sfide professionali e soprattutto umane più toste della sua vita: guadagnare, infatti, la fiducia di una personalità fragile come quella di Ayers risulterà essere più difficile che conquistare premi assegnati per servizi ed inchieste.
Riuscirà il giornalista a scindere i due lati della vicenda, o rimarrà schiacciato dalla personalità traboccante del suo nuovo amico?












Ho sempre trovato, malgrado la diversità di tematiche e generi rispetto a quello che è lo "standard fordiano" Joe Wright un tipo tosto, pronto perfino a regare un piccolo cult al Saloon grazie allo splendido Espiazione, forse uno dei film romantici più apprezzati da queste parti negli ultimi anni.
Proprio a seguito della pellicola appena citata, il regista anglosassone sbarcò dalle parti di quella Hollywood tanto brava a fabbricare sogni quanto ad affossare promettenti registi provenienti dall'altra parte dell'oceano - ricordo l'esempio clamoroso di Von Donnersmarck, passato dal Capolavoro Le vite degli altri alla merda mortale The tourist prima di scomparire nel nulla -: malgrado, ai tempi, fossi molto curioso di scoprire cosa avrebbe potuto combinare il buon Joe avendo a disposizione un setting diverso e due attori sicuramente interessanti come Robert Downey Jr e Jamie Foxx, Il solista rimase una sorta di desiderio inespresso, quasi ci fosse qualcosa pronto a puzzare come una calza sudata dimenticata sotto il letto.
La prossima volta dovrò segnare a caratteri cubitali di dare retta al mio istinto senza dover necessariamente fronteggiare una realtà amara.
Il solista, infatti, non solo è indubbiamente il lavoro meno convincente e più "americanamente" convenzionale di Wright, ma anche un ibrido retorico e poco ispirato di pellicole irritanti come La ricerca della felicità ed altre decisamente più interessanti come Shine: la storia del musicista homeless Nathaniel Ayers, ispirata ad una storia vera, è infatti portata sullo schermo come la consueta favola urbana dall'allerta buonismo tipica della parte peggiore della settima arte a stelle e strisce, viziata da una sceneggiatura che pare completamente slegata dalla regia - e pesa come un macigno la parte in pieno stile 2001 che Wright si concede per far sperimentare al pubblico il rapporto con la musica di Ayers -, dal gigioneggiamento eccessivo dei due protagonisti - si tratta, senza dubbio, della pellicola in cui ho sopportato meno Downey Jr degli ultimi anni, nonostante l'Iron Man di noi tutti al sottoscritto stia parecchio simpatico - e da un piglio cui manca il carattere del film d'autore così come la zampata strappalacrime del grande titolo "di cassetta".
Non che mi aspettassi di incontrare un film in grado di ribaltare la mia vita di spettatore, specie nei giorni seguiti alla nascita della Fordina, ma sinceramente, anche rispetto ai dubbi nutriti ai tempi dell'uscita, pensavo che l'autore del già citato Espiazione potesse realizzare qualcosa di molto più originale e convincente, piuttosto che l'ennesima parabola di riscatto sociale misto a rivincita dell'outsider figlia del peggior qualunquismo dei nostri cugini oltreoceano: il dispiacere più grande, in questi casi, per un wannabe USA come il sottoscritto, è legato al fatto che i detrattori della Land of the free finiscono per andare a nozze con proposte come questa, pronte ad alimentare il sacro fuoco dell'ostilità verso le stelle e strisce.
Curioso, comunque, che in casi come questo - o quelli de La ricerca della felicità o The tourist -, il regista finisca sempre per essere un europeo, quasi la questione sulla responsabilità di questo tipo di fallimenti fosse da palleggiare tra la visione degli USA che pensiamo di avere in Europa e la mano pesante della produzione rispetto alla realizzazione di un film "all'americana" per mano di un figlio del Vecchio Continente: sinceramente, non so quante responsabilità potesse avere Joe Wright rispetto a quello che, senza dubbio, è stato un esperimento fallito, ma senza dubbio i successivi - seppur più che discreti - Hanna e Anna Karenina e l'ultimo - ed evitato accuratamente - Pan non remano troppo a suo favore.
Resta, dunque, una storia di amicizia, cronaca ed attualità che, probabilmente, se approcciata diversamente, ed affidata a mani diverse - non migliori o peggiori, semplicemente più abituate a raccontare un certo tipo di realtà urbana, e mi vengono in mente al volo il giovane e promettente regista di Fruitvale Station e Creed, o il primo Spike Lee ancora lontano dai recenti deliri -, avrebbe potuto ribaltare parecchie regole, invece di seguirle nel peggiore e più banale dei modi.





MrFord





"So forget this cruel world
where I belong
I'll just sit and wait
and sing my song.
and if one day you should see me in the crowd
lend a hand and lift me
to your place in the cloud."
Nick Drake - "Cello song" - 





domenica 28 giugno 2015

Miami Vice

Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 131'




La trama (con parole mie): Sonny Crockett e Ricardo Tubbs sono due detectives della polizia di Miami legati a doppio filo alle operazioni sotto copertura volte a portare allo scoperto traffici illeciti, dalle armi alla droga. Quando un loro agente viene compromesso a causa dell'intrusione dell'FBI i due vengono reclutati dall'agenzia affinchè si infiltrino spacciandosi per corrieri in un'organizzazione che fa capo ad un colombiano di nome Yero, che pare sia uno dei pesci più grossi del continente.
Una volta entrati nel giro, però, Crockett e Tubbs vengono a conoscenza di un livello ancora superiore a quello portato appena sotto la superficie dallo stesso Yero, ed entrati in contatto con Isabella e Montoya, vertici dell'organizzazione, tenteranno di smantellare la stessa dall'interno: il legame sempre più stretto tra Sonny e Isabella e l'odio di Yero per l'infiltrato, però, finiranno per complicare le cose.








Se dovessi pensare ad un'ipotetica classifica dei miei registi americani - viventi, sia chiaro - favoriti, Michael Mann si giocherebbe senza dubbio le prime posizioni con Maestri del calibro di Eastwood, Scorsese e Cimino: eppure, riflettendo proprio in merito ai nomi che abiterebbero i piani alti dell'ipotetica lista, forse il suo è quello che finirebbe per doversi sudare più degli altri non tanto il fatto di essere dove si trova, quando di essere amato in termini cinefili.
Ho impiegato anni - e visioni -, infatti, per riuscire a comprendere appieno la grandezza di Mann e del suo Cinema: ricordo quanta fatica feci la prima volta che affrontai Heat - La sfida, o con quanta diffidenza approcciai più di recente Collateral e questo stesso Miami Vice, salvo poi ricredermi ed aumentare non solo la percezione delle pellicole stesse, ma il loro valore passaggio dopo passaggio su questi schermi.
Proprio Miami Vice, nato dall'idea che fu alla base della nota serie tv - firmata dallo stesso Mann nei primi anni della sua carriera ed ormai cult imprescindibile legato agli anni ottanta -, mi lasciò abbastanza freddo ai tempi della prima visione in sala, quasi come fosse una sorta di fratello minore del già citato Collateral, tutto fotografia, riprese pazzesche e colonna sonora perfetta: valutazione clamorosamente sbagliata.
Perchè Miami Vice è un trionfo non solo di tecnica e stile, ma un omaggio strepitoso ad un genere purtroppo ormai relegato a tentativi isolati, un hard boiled d'altri tempi in grado di regalare passaggi action mozzafiato, caratterizzazioni immediate - come già avvenne per Heat - ed atmosfere uniche: in questo senso, da Miami alle cascate di Iguazu, passando per il bacino centro americano, questa pellicola è assolutamente perfetta sotto ogni punto di vista.
Se, poi, alla cornice vengono associati scambi come quello tra il Sonny di Colin Farrell e la Isabella di Gong Li prima del viaggio in motoscafo verso L'Havana pare quasi di deporre le armi senza neppure lottare rispetto alla potenza di un prodotto che racconta la durezza della strada e del confronto tra poliziotti e criminali - da entrambe le parti dipinti come uomini, con i loro difetti ed i talenti a fare da contrappeso - sfruttando una partenza a razzo ed una chiusura assolutamente perfetta nel suo essere aperta, quasi incompiuta, nella scelta di Crockett di rimanere accanto a quella che è la sua famiglia a scapito di quello che potrebbe essere l'amore.
Da questo punto di vista, Miami Vice - come il recente Blackhat - ricorda da vicino il melò dell'action di Hong Kong e dei grandi registi orientali, che ai proiettili non dimentica mai di associare struggenti legami dal sapore di Classico e sesso così vero da farlo sentire sulla pelle - Tubbs e la compagna sotto la doccia e a letto, Crockett e Isabella all'interno della macchina -, un marchio di fabbrica da passato remoto portato sullo schermo sfruttando mezzi e tecniche assolutamente all'avanguardia.
Senza dubbio a Mann non interessa piacere, così come ai suoi protagonisti: eppure Miami Vice entra sottopelle, da qualsiasi angolazione lo si guardi o lo si viva, che ci si senta più vicini alla razionale struttura di Tubbs o all'improvvisato charme di Sonny, che si preferiscano i proiettili e la mano pesante dei neonazisti o gli intrighi quasi politici dei grandi trafficanti internazionali.
E' prendersi il tempo di un mojito alla Bodeguita prima di buttarsi in un conflitto a fuoco che potrebbe significare morte certa.
E' il ruggito di un fucile d'assalto, o quello di cascate che mostrano la potenza di chi vive al di sopra di tutto. Ordine o Caos che siano.
E Michael Mann è così.
Ordine e Caos.
Tecnica e istinto.
Fortunatamente, il risultato è lo stesso: grande Cinema.



MrFord



"So come pull the sheet over my eyes
so I can sleep tonight
despite what I've seen today.
I found you guilty of a crime, of sleeping at a time
when you should have been wide awake."

Audioslave - "Wide awake" - 





martedì 10 marzo 2015

Come ammazzare il capo 2

Regia: Sean Anders
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 108'
 





La trama (con parole mie): Dale, Kurt e Nick, finalmente liberatisi dei problemi e dei loro precedenti lavori, decidono di mettersi in proprio in modo da poter essere capi solo di se stessi. Peccato che il loro progetto, un congegno che dovrebbe rendere il momento della doccia ancora più rilassante, abbia bisogno di finanziatori e le loro strade incrocino quelle di Bert e Rex Hanson, squali dell'industria e del mercato.
Fregati prima dal figlio e dunque dal padre, i tre amici si improvviseranno una volta ancora criminali tentando di mettere in pratica un rapimento che possa tutelare il loro futuro da imprenditori: sfumata la possibilità, troveranno in Rex un inaspettato alleato pronto a dare loro aiuto per la realizzazione del piano.
Ma sarà davvero così semplice come i nostri l'avranno pianificato ed immaginato?
O nuove insidie si celeranno dietro un'apparente semplicità?








In tutta onestà, non mi sarei davvero aspettato di considerare il sequel quasi fotocopia del primo Come ammazzare il capo - tutto tranne che memorabile, si intenda - come un guilty pleasure da stanca e divano in grado di intrattenermi e regalare ben più di una sequenza da risata sguaiata, ma tant'è: nonostante le riserve della vigilia ed i chiari limiti legati ad operazioni biecamente commerciali come questa, il numero due del brand che appare proporsi come una sorta di nuovo Una notte da leoni mi ha proprio divertito, permettendomi di spegnere il cervello ed annullare una qualsiasi pretesa di Cinema alto per quasi due ore.
Probabilmente i paladini dei radical chic come il mio antagonista Peppa Kid saranno già pronti a criticare un voto troppo alto ed un parere in qualche modo favorevole rispetto al lavoro di Sean Anders, ma se dovessi spaventarmi per così poco, credo che il Saloon sarebbe destinato a chiudere i battenti in brevissimo tempo: le disavventure nel mondo criminale di Dale, Kurt e Nick, infatti, sono riuscite alla grande nel loro intento, ovvero permettermi di staccare la spina e ridere del contrasto tra la serietà di Nick e la fin troppo pronunciata stupidità dei suoi due amici inseparabili - che arrivano in più di un'occasione, soprattutto Dale, a risultare fastidiosi -, di un personaggio come "Fottimadre" - impagabile nell'inseguimento in macchina del finale -, di un sorprendente Chris Pine nel ruolo del voltafaccia Rex e di una vicenda che, effettivamente, in una realtà effettiva non avrebbe alcun riscontro divertente - si pensi a Pain&Gain - ma che in questo caso assume quasi le sembianze di un buddy movie in pieno Apatow style, corredato dagli ottimi outtakes dei titoli di coda.
Per il resto, impazza un cast in gioco in parte per il vil denaro - Kevin Spacey e Christoph Waltz - ed in parte e basta - sempre ottima ed in grande forma Jennifer Aniston -, tutto al servizio degli affiatatissimi protagonisti: la sequenza del progetto del rapimento andato ovviamente a buon fine è una vera goduria, così come il pensiero del confronto con quella che si dimostrerà essere la messa in atto del piano stesso dello strampalato trio, e nonostante qualche volgarità di troppo si finisce per superare qualsiasi fastidio e viaggiare a tavoletta fino ad una conclusione che pare una neppure troppo velata critica sociale rivolta ad una parte ed all'altra dell'organigramma tipico del mondo del lavoro.
Non è detto, infatti, che siano sempre del capo tutte le responsabilità di un fallimento - o di un successo -, così come è altrettanto incerto che la sola presenza di un "direttore d'orchestra" possa condurre inevitabilmente al raggiungimento degli obiettivi: una riflessione neppure troppo banale, considerata la società attuale - senza, purtroppo, toccare il tasto dolente dell'effettiva mancanza di posti di lavoro, soprattutto fissi - ed una pellicola che si propone di essere - giustamente, considerati i mezzi tecnici e l'approccio - una mera pausa dalle spesso non troppo piacevoli riflessioni della vita di tutti i giorni.
Il fatto, poi, che riesca nell'intento anche divertendo il pubblico, è un altro punto a favore - dal rapporto di Dale con moglie e figlie alla serie di colloqui al limite del surreale che mi hanno riportato alla mente Chiedimi se sono felice - di un prodotto che alla vigilia aveva possibilità pressochè nulle di andare oltre le bottigliate, o al muro del singolo bicchiere.
Certo, a volte preferirei essere sorpreso in positivo da prodotti autoriali in grado di poter davvero fare la differenza nelle visioni di una stagione, di un anno o addirittura della vita, ma capita che, come quando si ha a che fare con il mondo del lavoro, ci si debba accontentare: in questo senso, Come ammazzare il capo 2 non è l'impiego peggiore che potrebbe capitarvi tra le mani.




MrFord




"Well I'm running police on my back
I've been hiding police on my back
there was a shooting police on my back
and the victim well he wont come back."
The Clash - "Police on my back" - 





venerdì 4 luglio 2014

Collateral

Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 120'





La trama (con parole mie): Max, un meticoloso e sognatore tassista notturno di Los Angeles, all'inizio del suo turno di lavoro carica per caso Vincent, misterioso individuo che, in cambio di un cospicuo pagamento, richiede il suo servizio per tutta la notte, in modo che possa scarrozzarlo attraverso cinque fermate di lavoro prima del ritorno in aeroporto.
Max, seppur riluttante, accetta, salvo poi scoprire sulla sua pelle che l'uomo che ha preso a bordo è in realtà un sicario assoldato dai cartelli della droga per eliminare una serie di bersagli che potrebbero danneggiare uno dei boss incontrastati del narcotraffico in un imminente processo: il confronto tra i due, ed il loro viaggio attraverso la notte di L. A., diviene una metafora del rapporto che entrambi hanno con la vita, il passato, il presente ed il futuro, così come sul lato "collaterale" del Destino.








Rivedendo Collateral per l'ennesima volta - di fatto, si tratta di uno dei miei film cult legati all'estate -, oltre ad ammirare la tecnica pazzesca di Michael Mann, la fotografia da urlo, i momenti che rimarranno impressi nella Storia del Cinema recente, ho pensato a quanto sarà bello poter raccontare al Fordino, tra quindici o vent'anni, guardando questo film insieme, che ai tempi lo vidi in sala, insieme a suo zio, entrambi esaltatissimi per il ritorno sul grande schermo di uno dei registi action più importanti dell'Occidente cinematografico, vero erede della tradizione di pietre miliari come Vivere e morire a Los Angeles ed unico a raccogliere il testimone di gente come Melville per rispondere ai Maestri d'Oriente come Johnnie To.
Questo cult magistrale - tecnicamente ed emotivamente parlando - presterebbe il fianco ad analisi infinite e critiche dettagliatissime, legate al montaggio, alle riprese di una Città degli angeli mai così viva, ad un crescendo che riesce nell'impresa di trovare un punto d'incontro praticamente perfetto tra il Cinema d'autore e quello mainstream, alla tensione, ad una delle migliori interpretazioni della carriera di Tom Cruise, e chi più ne ha, più ne metta.
Ma non voglio svilire Collateral in questo modo.
Sarebbe come cercare di catalogare il jazz, e le meraviglie di Miles Davis, o Charles Mingus.
O tentare di decifrare i significati delle esistenze che viviamo, così piccole ed insignificanti al cospetto del disegno dello spazio infinito eppure clamorosamente importanti nel microcosmo che affrontiamo un giorno dopo l'altro, fosse anche l'ultimo.
Collateral, per me, è quel giorno con mio fratello, seduti ammirando il nuovo lavoro di quel vecchio figlio di puttana che ci lasciò - e lascia - a bocca aperta con The Heat - che vedrò di recuperare presto, magari entro la fine dell'estate -, lui con l'occhio ancora pesto per l'incidente in motorino ed io alla ricerca del perchè quel cineasta così legato all'azione - che allora non aveva la stessa importanza di oggi, per il sottoscritto - riuscisse a trasformare la materia grezza del genere in qualcosa che andava oltre perfino alla filosofia.
Oppure, tre anni dopo, nella casa gigantesca da studentessa di Julez, la visione del dvd in cucina, con lei che quasi crollava dal sonno, il Jameson ed uno dei pompini da urlo che resero ancora più da urlo quel periodo.
Ed ogni visione da quel momento in avanti, fino a questa sera - che non so quando sarà, rispetto alla pubblicazione del post -, con la stessa Julez a dormire il sonno dei giusti - meritatissimo - e Ale nella sua cameretta, ed io di fronte alla tv ancora con gli occhi spalancati, patatine, whisky e coca.
Gli occhi. Specchio dell'anima oppure no, sono la chiave di volta di questo film.
Sono quelli scuri ed appassionati di Max, che come la maggior parte di noi, tira avanti aggrappandosi ad un sogno che sa già in partenza non riuscirà a realizzare, finendo per svegliarsi, un giorno, vecchio e malinconico, parlando dei tempi andati.
Quelli di Vincent, che si specchiano nella sua stessa espressione predatoria, capaci di rassegnarsi e salvare una vita, provare l'invincibilità del caso e la meraviglia della passione, l'ironia nera delle esecuzioni nel vicolo e la forza dirompente di un animale senza perdono - per dirla alla Clint - nel cuore di una discoteca.
Sono quelli di due coyotes che vagano, neanche fossero fantasmi, per le strade deserte - o quasi - della notte losangelina: i riflessi brillanti lasciano un segno, si specchiano nei nostri pronti a guardarli come l'abisso di Nietzsche, o la macchia solare del pezzo degli Audioslave in sottofondo.
Dove stiamo andando, tutti quanti?
Dove corriamo?
Quale significato avranno i nostri progetti nell'arco di uno, cinque, dieci, vent'anni, quando non sappiamo neppure dove saremo domani?
Lottiamo davvero per nulla come il Detective Fanning, o per essere dimenticati a bordo di una vettura della metropolitana come Vincent?
La notte che ci porta al confronto con il lato oscuro della Natura e del Destino, con il "collaterale" di noi stessi, è davvero l'antefatto di un'alba di speranza?
O i sogni rimarranno una cartolina buona giusto per un pò di nostalgia in ritardo?
Nessuno può saperlo.
Max o Vincent che sia.
E' questo l'aspetto collaterale della vita.
E a noi non resta che viverlo, per scoprire, se non domani, almeno cosa ci riserva l'oggi.



MrFord



"When the hills of los angeles are burning
palm trees are candles in the murder wind
so many lives are on the breeze
even the stars are ill at ease
and Los Angeles is burning."
Bad Religion - "Los Angeles is burning" - 




lunedì 5 maggio 2014

The Amazing Spider Man 2 - Il potere di Electro

Regia: Marc Webb
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
142'




La trama (con parole mie): Peter Parker, terminato il liceo ed iniziato il college, è alle prese con i problemi legati alla sua doppia vita di studente e vigilante mascherato, ai sospetti rispetto all'utilità di Spider Man fomentati dal suo editore J. Jonah Jameson, al rimorso legato alla morte del Capitano Stacy, padre della sua fidanzata Gwen, e a Gwen stessa. Il rapporto tra i due, infatti, subisce una battuta d'arresto proprio a causa dell'incapacità di Peter di accettare che le persone a lui vicine possano soffrire: nonostante la lontananza forzata, però, Gwen si troverà coinvolta nella lotta tra Spidey ed il neonato supercriminale Electro, manovrato da Harry Osborn, rampollo di una delle famiglie più potenti del pianeta deciso a non guardare in faccia a nessuno pur di trovare una cura per la malattia genetica che lo affligge.
Neppure giocare con la vita e la morte. Di Peter e di chi ama.








Il buon, vecchio, spiritoso ed agilissimo Testa di tela è stato il primo supereroe a fare breccia nel cuore del sottoscritto ai tempi della prima media, alimentando i sogni a fumetti che coltivai per una decina d'anni e più: in quel periodo, sognare film che riuscissero a rendere sul grande schermo la meraviglia di quei personaggi coloratissimi e spettacolari era praticamente utopia, e se qualcuno mi avesse detto che entro una ventina d'anni sarebbero passate sul grande schermo cose come Il cavaliere oscuro, The Avengers, Iron man o l'ultimo Captain America, avrei riso di cuore.
Il primo a convincermi del contrario fu Raimi, che con la sua spettacolare trilogia - malgrado l'ultimo episodio facesse davvero cagare - portò il Ragnetto a livelli mai visti - o immaginati - prima, innescando l'ormai tipico fenomeno del reboot affidato a Marc Webb: il primo capitolo, uscito un paio di stagioni or sono, pur non raggiungendo i livelli dei due Spider Man del papà del brand La casa, riuscì comunque nell'intento di intrattenere e - anche se solo in parte - convincere, rievocando il gusto e l'approccio del più moderno universo Ultimate che non i racconti classici dell'Arrampicamuri.
Questo tentativo numero due rispecchia molto il precedente, compresa una prima parte decisamente noiosetta ed una seconda ritmata e convincente, e risulta funzionale anche nella sua quasi totale dipendenza dal da me sempre detestatissimo 3D, finendo per coinvolgere appassionati e pubblico occasionale ripescando uno degli episodi più importanti e funesti della storia degli albi dedicati all'Uomo Ragno, con la morte più significativa della storia della Marvel - o almeno, una delle più significative - aprendo la strada ad un terzo capitolo legato a doppio filo ad un'altra saga amatissima da queste parti, quella dei Sinistri Sei.
Webb e Garfield - sicuramente uno Spidey migliore di Tobey Maguire - ce la mettono davvero tutta per portare a casa il risultato, sfruttando di rimando la luce del personaggio di Gwen Stacy/Emma Stone e due cattivi d'eccezione come Electro - rimaneggiato ampiamente rispetto alla sua versione originale, purtroppo - e Harry Osborn, migliore amico di Peter dei tempi dell'infanzia e sua nemesi insieme al padre Norman, qui relegato ad una parte marginale, ed il risultato è sicuramente piacevole e perfetto per l'intrattenimento senza pretese e dai grandi mezzi produttivi, pur non riuscendo a lasciare il segno come, al contrario, era stato per i già citatissimi due film firmati all'inizio degli anni zero dal già citato Raimi.
A pesare sul risultato complessivo, oltre ad una prima metà decisamente macchinosa e lenta, l'eccessiva durata - due ore e venti paiono assolutamente troppe - ed alcune parti di sceneggiatura incentrate su spiegoni degni dei migliori "cattivi" da fumetto: certo, rispetto a blockbuster in questo periodo in sala che affrontare porta gli stessi effetti di una maratona corsa con un centinaio di chili di pietre sulle spalle - qualcuno ha detto Noah!? - pare di stare su un vero e proprio ottovolante, e senza dubbio i più piccoli e gli appassionati Marvel - ai quali non sfuggirà neppure questa volta la comparsata dell'eterno Stan Lee - apprezzeranno l'energia messa al servizio di questa nuova saga dai suoi autori - il team di sceneggiatori è lo stesso che lavorò ad Alias e Lost, dunque non proprio mezze calzette -, finendo per fremere nell'attesa del terzo capitolo, specie a conclusione del drammatico crescendo cui si viene sottoposti nel corso della visione.
Da (ex) fumettaro e fan sfegatato di Mamma Marvel, ammetto di non aver provato chissà quale stupore o meraviglia, ma di essermi divertito quanto basta per una domenica pomeriggio: in fondo, a questo tipo di pellicole non si può chiedere altro.
Per la salvezza ed i miracoli, attendiamo fiduciosi il ritorno degli Avengers.



MrFord



"Flash before my eyes
now it's time to die
burning in my brain
I can feel the flame."
Metallica - "Ride the lightning" - 



martedì 22 gennaio 2013

Django unchained

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno:
2012
Durata: 165'




La trama (con parole mie): Django è uno schiavo separato dalla moglie Broomhilda a causa dei fratelli Brittle, liberato proprio per identificare i suoi ex padroni dal dentista e cacciatore di taglie King Schultz.
Tra i due uomini nasce un'amicizia che li porta a lavorare insieme non soltanto per catturare i suddetti fratelli ma per guadagnare abbastanza da considerare l'elaborazione di un piano che preveda di liberare la stessa Broomhilda, nel frattempo divenuta proprietà dello spietato Calvin Candie, appassionato di lotta tra schiavi nonchè psicotico esempio di ricco ragazzo bianco abituato al dominio.
La strada per la libertà e per la conquista della sua Broomhilda sarà per il sigfriedesco Django molto più complessa e lastricata di sangue di quanto non si potrebbe credere.






Quando in sala esce un film di Quentin Tarantino, l'attesa e l'hype che si creano sono sempre decisamente alti.
Se poi lo stesso è un western, finisce che il sottoscritto si ritrova a dover misurare quelle stesse aspettative con il genere con la g maiuscola del Saloon, la base sulla quale si poggia molta della mia personale mitologia cinematografica radicata nell'infanzia passata a casa di mio nonno materno a guardare i film con John Wayne.
Potenziale enorme, dunque, ma rischi dannatamente alti: perchè una delusione lungo la Frontiera è decisamente più cocente che in qualsiasi altro luogo cinematografico della Terra.
Fortunatamente il buon, vecchio Quentin è tornato a fare quello che sa fare meglio, ovvero il grande regista ed il grande sceneggiatore, oltre ad un amante a tutto tondo della settima arte con un talento spiccato nello stare dietro la macchina da presa, e dopo la perla che fu Bastardi senza gloria confeziona un'altra magia da restare a bocca aperta, mescolando il gusto un pò kitsch dell'epoca degli spaghetti western - ed omaggiandolo al contempo - all'approccio di rottura che è stato proprio il western degli ultimi vent'anni, da Dead man a Gli spietati: e lo fa applicando ad una storia di vendetta, follia, sangue e violenza nella migliore tradizione del "suo" pulp una tematica che pare uscita da un cocktail di Ghost dog e Spike Lee all'ennesima potenza, la questione della libertà legata al razzismo.
Ma la storia non è soltanto trovare un tema profondo e ad effetto e sposarlo ad una messa in scena clamorosa, una colonna sonora come sempre perfetta ed un cast in spolvero incredibile - grandissimo Christoph Waltz con il suo accento tedesco e la mossa dei baffi arricciati, strabiliante DiCaprio, un vero e proprio talento cristallino -, bensì fare di esso un proprio tema profondo, consegnandolo a passaggi che sono veri e propri pugni in faccia celati dietro all'ironia al vetriolo dell'autore nativo del Tennessee - su tutti la divertentissima sequenza dedicata al Ku Klux Klan e ai suoi cappucci e a quello che, a mio parere, è il passaggio fondamentale della pellicola, lo scambio che avviene tra Schultz, Candie e Django a proposito dell'acquisto dello schiavo che ha tentato la fuga: quel "è europeo, non è abituato a vedere un uomo fatto a pezzi dai cani" è un ritratto disincantato e feroce degli USA della segregazione razziale e della legge del più forte che proprio il western moderno ha di fatto contribuito a mostrare impietosamente -.
E così, da divertito e sopra le righe omaggio ad un filone che fece la fortuna anche del Cinema italiano ormai quarant'anni fa, alla Trilogia del dollaro e all'originale Django - spassosissimo il piccolo ruolo ritagliato per Franco Nero, protagonista di quella pellicola ed originale "portatore" di quel nome -, Django unchained diviene un manifesto della lotta per i diritti razziali condotta con la favella di Schultz - personaggio indimenticabile - e portata a compimento dal braccio vendicatore di Django, che balza senza pensarci due volte nell'Olimpo dei charachters votati al riscatto del regista accanto alla Sposa: i due protagonisti si avvicinano l'uno all'altro un passo alla volta a suon di proiettili e risate quasi ci si trovasse in un buddy movie condito da ettolitri di sangue nella prima parte per poi concedersi una virata insolitamente drammatica dall'entrata in scena di Candie/DiCaprio, una tecnica che il vecchio Clint aveva sfruttato alla grande nel suo Capolavoro Gran Torino, e che Tarantino rispolvera alla sua maniera cogliendo davvero tutto il meglio che poteva essere pescato dalla materia.
Il crescendo del confronto tra Candie ed il suo schiavo "venduto" Stephen e i due cacciatori di taglie è un magnifico climax da opera, o dramma teatrale pronto a culminare nel festival di cadaveri e corpi spappolati che ci si aspetterebbe quando a gestire una faccenda ci sono il bad boy Quentin ed i suoi singolari antieroi.
Ma Django unchained è davvero molto, molto più sfaccettato di questo: in nessun altro film si riuscirebbero a trovare mitologia nordica - la storia di Sigfrido -, lotte razziali da rap di strada ed iperviolenza mischiati tutti in un contesto western.
E scoprire che funzionano come fossero una cosa sola.
Django unchained è la definitiva conferma e consacrazione di un regista superlativo, una dichiarazione di guerra esplosiva e "cocky" all'indirizzo di un'elite a stelle e strisce che passa dalle armi da fuoco ai semi disturbati delle pretese da razza superiore.
Ma prima di tutto e di ogni altra cosa, recensione o lettura a più livelli, perizia tecnica o classe recitativa, Django unchained è un fottuto, grande film.
E questo dovrebbe bastare per tutto quanto.


MrFord


"Pain of all the lies
pain in all them lives
pain of losin homes
pain of the unknown
pain of what you spent
pain of government
no matter what you say
you don't pay
here they come to take it away
don't give up
don't give up the fight."
Public Enemy - "Don't give up the fight" -


mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


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