Ai tempi della sua prima uscita in videogioco, non ero un grande fan di Lara Croft. Nonostante e forme molto generose ed un look decisamente fuori dagli schemi per un charachter in stile Indiana Jones, le sue avventure su console mi parevano noiose e poco interessanti: occorsero quasi vent'anni e l'avvento della versione moderna del game originale - che strizza l'occhio a quel Capolavoro che è la saga di Uncharted - per farmi ricredere ed avvicinare ad un brand che avevo snobbato clamorosamente anche al Cinema ai tempi dell'apice della visibilità di Angelina Jolie.
Il suo ritorno sul grande schermo, ad ogni modo, lasciava diversi dubbi sia rispetto al tipo di operazione - e scegliere un regista norvegese semisconosciuto nonostante il nome da guerriero vichingo o canzone di Katy Perry - che sulla protagonista, una Alicia Vikander che, con la sua fisicità non proprio propompente e da cazzuta spaccaculi non mi dava l'idea di una Lara Croft come si sarebbe potuta immaginare: al contrario, invece, ho trovato la giovane star molto in parte, in grado di trasmettere bene la psicologia del personaggio e la sua intensità fisica.
Peccato che il resto del film, considerato il suo scopo - intrattenere selvaggiamente ed il più sguaiatamente possibile - ed i paragoni non proprio semplici legati a questo tipo di prodotti - il già citato Indiana Jones resta l'esempio più noto, netto ed inarrivabile - risulti poco più di una traversata noiosa dal sapore di già visto, se si escludono una certa vulnerabilità mostrata dalla protagonista - i main charachter cazzuti ma con fragilità sono sempre molto interessanti - ed i paesaggi decisamente pazzeschi per qualunque fordiano amante della Natura e della sua capacità di mozzare il fiato, resti davvero poco di originale: personalmente, anche se va calcolata la stanchezza combinata da crossfit, lavoro e Fordini, ho faticato a più riprese a tenere gli occhi aperti, e non ho trovato nessuno spunto da brivido o commozione nel tormentato rapporto tra Lara Croft e suo padre - quantomeno è stato interessante rivedere Dominic West -, o colpo di genio nel villain interpretato da Walton Goggins, uno di quei fordiani ad honorem dai quali mi aspetto sempre molto, forse troppo.
E dai cattivi che sono i classici cattivi ai sacrifici che sono i classici sacrifici, tutto procede stancamente verso un finale prevedibile che avrebbe dovuto aprire ad una nuova saga, ma che considerati gli incassi decisamente poco incoraggianti probabilmente resterà un sogno come una di quelle località mitiche segnate su mappe impossibili da trovare o leggere, e che richiedono colpi di genio e rischi altissimi come prezzo da pagare per essere condotte a termine.
Peccato che, in questo caso, a parte quello che ci si potrebbe aspettare dal più classico pop corn movie buono per essere dimenticato in qualche ora, non troviamo nulla di quanto si potrebbe immaginare di leggendario o destinato a sorprendere.
Esistono alcuni titoli, soprattutto tra quelli destinati al piccolo schermo, che negli ultimi anni, a prescindere dal valore oggettivo, dal contesto o dalle vicende narrate, hanno significato per il sottoscritto davvero tanto: da Spartacus a Sons of anarchy, passando per Six feet under con il suo finale spaccacuore, alcuni serial avranno per sempre spazio al Saloon, ed uno spazio d'onore.
Stessa sorte toccherà a Justified, produzione che mescola i SamCro con il concetto di Western e di Frontiera attraverso i characthers indimenticabili di Raylan Givens e Boyd Crowder, resi perfettamente da Timothy Olyphant e dal il fordiano ad honorem Walton Goggins.
Certo, non parliamo di un titolo destinato a fare una rivoluzione nell'ambito del piccolo schermo, o di qualcosa con la forza dirompente delle pietre miliari, ma di un prodotto che, con quest'ultima stagione, raccoglie quello che ha seminato e lo rappresenta con assoluta onestà e schiettezza, regalando un'escalation notevole, dei villains decisamente interessanti - Sam Elliot è sempre una sicurezza, del resto - ed una consacrazione quasi mitica dei già citati Raylan e Boyd, uniti dall'essere nati in un luogo in cui o si è minatori, poliziotti o criminali, da padri che non sono stati quello che avrebbero meritato e da un legame che tocca soltanto i migliori amici ed i migliori nemici.
Ed è curioso, nonostante tutto quello che accade, e che porta ancora una volta i loro sentieri in direzioni opposte, che entrambi finiscano come padri, loro, che forse fin dai tempi della miniera parevano nati con la maledizione di una vita troppo breve sulla testa.
Curioso ma confortante, come quella conclusione che, per una volta, è praticamente perfetto che sia come sia, quasi positiva, in cui ognuno raccoglie quello che ha seminato senza troppi drammi: in fondo, chi ha la scorza dura come questi due scombinati e caotici antieroi - da una parte e dall'altra della barricata - avrebbe cozzato con una morte nemica del vivere - ed entrambi paiono essere tremendamente attaccati a questa palla di fango - e del ruolo che hanno, perfino nei momenti in cui paiono lottare prima di ogni altra cosa contro se stessi.
In tutta onestà, mi mancherà davvero molto, Justified, dalla sigla d'apertura che così tanto ricordava Sons - con Julez abbiamo sempre cantato le parole di una sulla musica dell'altra - alla verace cornice country, dall'amicizia e rivalità tra i due protagonisti al sangue ed alle storie di provincia per la quale è stato versato ispirate dai racconti di Elmore Leonard, cui è dedicata l'opera e che non si può, da amanti del genere e della Frontiera, non amare.
Mi mancherà nelle battute tra i Marshall e nei tentativi di cambiare il proprio mondo dei fuorilegge, nei cappelli a tesa larga e nei colpi di pistola, nell'essere guascone ed inesorabilmente innamorato di Boyd e cazzuto ed inesorabilmente figo di Raylan, nella speranza che, perfino per chi è destinato a non farcela, la possibilità di scamparla ci sia sempre e comunque.
Perchè anch'io sono attaccato a questa vita, anche quando chiede in cambio sudore, lacrime e sangue, e sono convinto che, a volte, ma solo a volte, quando nel West la realtà incontra la leggenda, possa non vincere la leggenda.
Ma permettere, in casi eccezionali, che possa diventarlo la realtà stessa.
Fin dai tempi dei suoi esordi sugli schermi del Saloon, la saga del Marshall Raylan Givens è entrata subito a far parte del ristretto novero dei titoli assolutamente ed inequivocabilmente fordiani del piccolo schermo, finendo per diventare, con il tempo, dapprima un'ideale compagna di Sons of anarchy e dunque un palliativo al termine della cavalcata dei SamCro.
Del resto, con una cornice southern perfetta ed uno stile da Western moderno, un protagonista che unisce faccia da schiaffi ed un approccio cool e letale ed un antagonista - il Boyd di Walton Goggins, che ormai è parte del club dei miei idoli - che spesso e volentieri finisce per mangiarsi tutta la serie, Justified aveva tutte le carte in regola per fare breccia da queste parti: inoltre, giunti alla quinta e penultima stagione, si può notare quanto la qualità sia rimasta sostanzialmente immutata, anche grazie ai due main charachters appena citati ed alla capacità degli autori di non puntare mai troppo in alto o accontentarsi del troppo in basso nel continuare a raccontare le vite e le morti nella Contea di Harlan, sperduta tra le campagne del Sud in cui si spara prima di fare domande.
Nonostante tutto, devo ammettere che con questa quinta stagione ho impiegato più tempo che con le precedenti a sentirmi davvero all'interno della storia: sarà che, per quanto costante, il livello di questo titolo è rimasto sempre sugli stessi standard - alti - e non ci sono stati veri e propri scossoni - siano essi molto positivi o molto negativi -, o che i Crow, rappresentati dalla parte di famiglia giunta ad Harlan dalla Florida attratta dai soldi del patetico e grottesco Dewey - uno dei personaggi più sfigati ed involontariamente comici che ricordi - non mi sono mai sembrati davvero all'altezza di Raylan e Boyd, ma ci sono voluti il Cartello messicano - o almeno, una sua parte - ed un'escalation del mitico Crowder che con ogni probabilità porterà al definitivo confronto tra lui e Raylan nell'ultima stagione della serie - che, lo ammetto, fosse anche solo per questo non vedo l'ora di vedere - per premere sull'acceleratore e consentire a Givens e compagni di rimanere senza alcun dubbio tra i preferiti del sottoscritto, quantomeno in termini di affinità con un certo tipo di genere e narrazione.
Justified, del resto, è come uno di quei bourbon da stendere i cavalli che solo i bevitori più tosti riescono a reggere in quantità importanti, una storia che non fa sconti a nessuno e lascia cicatrici da una parte e dall'altra della barricata, mostra le sfumature oscure dei "buoni" e quelle luminose dei "cattivi" - in questo senso, Raylan e Boyd sono assolutamente perfetti -, senza scene madri o sparatorie epiche da antichi duelli - si veda il confronto tra Raylan e Danny, il Crow più squilibrato ed odioso della cricca, e l'assurda morte di quest'ultimo -, specchio di una provincia made in USA dove il sogno delle stelle e delle strisce non è mai arrivato, in cui l'unica possibilità resta quella di cercare di sopravvivere, a prescindere da dove porterà la strada che viene scelta.
Non resta, dunque, che tenersi stretti alla "sella" e cavalcare verso l'ultima stagione dedicata alle gesta di questo insolito tutore dell'ordine e dell'ancor più insolito suo amico/nemico d'infanzia, specchio, di fatto, delle scelte che l'uno o l'altro hanno abbracciato o allontanato nel corso della vita.
Spero soltanto non venga sparso troppo sangue.
La trama (con parole mie): siamo nel cuore dell'inverno in Wyoming, quando John Ruth, cacciatore di taglie soprannominato "il Boia", sta conducendo nella cittadina di Red Rock la ricercata Daisy Domergue, in modo da consegnarla viva e riscattarne la taglia.
Quando, sulla via, incontra l'ex Maggiore dell'esercito nordista Marquis Warren, anch'egli cacciatore di taglie con prede da consegnare - morte -, quello che doveva essere un viaggio tranquillo diviene una vera e propria lotta per la sopravvivenza: caricato il Maggiore sulla diligenza con quello che dovrebbe divenire lo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix, figlio di un ufficiale sudista ribelle, Ruth è costretto a causa della tormenta incombente a ripiegare sulla stazione di cambio gestita da Minnie, in modo da lasciare che il clima divenga più favorevole.
Peccato che Minnie stessa abbia lasciato la gestione del locale ad un messicano mai incontrato, e che gli ospiti non ispirino tutta questa fiducia: avrà inizio, dunque, una sorta di partita a scacchi tra Ruth, Warren e Mannix ed il resto dei loro forzati compagni di sosta.
L'approdo in sala di Tarantino è sempre, in un modo o nell'altro, un evento.
Il ragazzaccio del Tennessee, fin dai tempi de Le iene e Pulp fiction, ha catalizzato l'attenzione non solo della critica, ma anche del pubblico mainstream, finendo per diventare, di fatto, uno degli autori più di culto che la settima arte statunitense abbia prodotto negli ultimi cinquant'anni.
Al suo ottavo film, il vecchio Quentin ha lanciato un'altra sfida: sfruttare il Western, già materia del precedente Django Unchained, per raccontare, di fatto, un thriller da camera decisamente teatrale che non sfigurerebbe nella filmografia di un Polanski, pur filtrato attraverso la mitologia pulp che, di fatto, ha lui stesso consacrato.
E ci sarebbero scene a profusione, da citare in termini critici, dai dialoghi fitti e serrati della prima parte alle immagini del finale, dalla rappresentazione della cultura americana come e più di quanto non fu fatto con il già citato Django al retaggio dei Dead man e de Gli spietati, tra giustizialismo a stelle e strisce a menzogne vendute come sogni.
Di fatto, per quanto mi riguarda e di pancia - scrivo questo pezzo un mese prima che esca in Italia, fresco di visione -, The hateful eight è il film più maturo di Tarantino come regista, il primo a sfidare davvero sia il suo "pubblico occasionale", più alternativo e giovane - principalmente, gli amanti di Kill Bill - sia quello di vecchia data, che si aspetta ad ogni nuova uscita un'innovazione anche quando, di fatto, la stessa innovazione risulti ormai un marchio di fabbrica - come la decostruzione temporale che rese così noto il vecchio Quentin ai tempi della Palma d'oro a Pulp fiction -: troppo lento ed ostico per i primi, troppo classico per i secondi, anche quando, di fatto, The hateful eight non è l'una o l'altra cosa.
Da amante del West e della Frontiera, ho adorato il modo in cui, di fatto, Tarantino ha snobbato entrambe le cose, finendo per raccontare una storia di violenza, vendetta, menzogna, voglia di dimostrare chi si è e chi non si è pur di arrivare a quello che si vorrebbe, adattabile a qualsiasi epoca ma soprattutto specchio di quello che è da sempre la cultura degli USA, dal senso del dovere esasperato - John Ruth - al giustizialismo - quei "bastardi che vengono impiccati dai più bastardi che sono quelli che impiccano" -, dai problemi razziali al concetto del "self made" in grado di sconfinare oltre ogni limite.
Ed è curioso come e quanto i charachters tutti d'un pezzo che tanto hanno fatto la fortuna della settima arte del passato siano spazzati via in favore di quelli che, al contrario, vivono di sfumature, profondamente umani nel loro essere in bilico tra senso comune ed istinti primordiali: e nel film meno "musicato" - nonostante il lavoro splendido di Morricone - di Tarantino a fare la parte del leone sono soprattutto i personaggi, pensati e sentiti profondamente dal Quentin sceneggiatore, prima che regista, coccolati nel bene e nel male dal primo all'ultimo minuto, ed a prescindere dal tempo concesso agli stessi davanti alla macchina da presa.
The hateful eight diviene, dunque, una versione della maturità de Le iene, un dramma da interno che potrebbe essere inserito in qualsiasi contesto ed epoca, vissuto più come una lettura dell'animo umano - ed in particolare statunitense - che non come un omaggio al Cinema di genere che tanto Tarantino ha dichiarato di amare: e senza dubbio, è uno dei suoi lavori più puri, in termini di settima arte.
Ma, ancora una volta, non voglio confinare un'opera di questa portata ad un post ed una recensione "di testa": The hateful eight è un film di interiora, carne e sangue, per quanto figlio di un cervello che quasi scoppia dalla voluminosità del materiale che contiene, un'opera di immagini di potenza rara - le "ali" di Daisy formate dalle racchette da neve su tutte - e volgarità sopra le righe, che non ha mezze misure e non le chiede, sfrutta il retaggio del percorso del suo autore ma ha un'identità così forte da scomodare paragoni per il sottoscritto di norma impossibili da mettere in gioco.
Qui non si entra in un Saloon con bevute, pacche sulle spalle e magari, di tanto in tanto, qualche pugno: qui ci si muove in un covo di vipere, con gli istinti primordiali che tutti noi umani, chi più predatorio e chi meno, portiamo in dono al mondo.
Ruth o Domergue, poco cambia.
Quelli sono gli estremi.
Ed intanto i Mannix così come i Warren dovranno continuare a vivere giocandosi tutto su faccia tosta o menzogne, pompini alle convenzioni razziali e lettere d'amore a qualcuno che possiamo soltanto sognare di conoscere.
In un certo senso, si potrebbe pensare che il West sia stato la preistoria del social marketing.
O che, ancora più semplicemente, l'Uomo non possa vivere senza un confronto all'ultimo colpo con chi sta di fronte a lui: caccia o complicità che sia.
MrFord
"I am tired of this devil I am tired of this stuff I am tired of this business so when the going gets rough I ain't scared of your brother I ain't scared of no sheets I ain't scare of nobody girl, when the goin' gets mean." Michael Jackson - "Black or white" -
La trama (con parole mie): lo sceriffo federale dai metodi spicci e poco ortodossi Raylan Givens, con il padre Arlo in carcere ed i conti aperti con il vecchio rivale Boyd Crowder nei luoghi in cui è cresciuto, si trova ancora una volta nell'occhio del ciclone a causa di un complicato affare legato alla misteriosa sparizione di un uomo ricercato dalla Legge così come dagli esponenti di spicco della Dixie Mafia da decenni.
E mentre la sua ultima fiamma finisce per fregarlo, il clan Crowder fa scintille con potenziali rivali di matrice religiosa giunti nella contea ed i consueti crimini vengono commessi, Raylan dovrà tirare le fila di quello che potrebbe essere il caso più importante affrontato in carriera, e nel farlo stare bene attento a non rimetterci la pelle o farla rimettere a chi ama o lavora al suo fianco.
Uno dei segreti del successo di film, romanzi, albi a fumetti e serie televisive è senza dubbio da ricercare nella formula vincente dei personaggi azzeccati: penso al Bob di Twin Peaks, alla maggior parte dei protagonisti di Lost, a Rocky, al Comico o ai miei amatissimi Hap e Leonard: senza dubbio la riuscita finale di un prodotto è determinata da molti fattori, ma azzeccare il protagonista - o l'antagonista - mette in cassaforte il risultato almeno per metà.
Justified è uno di quei titoli graziato dall'aver centrato il bersaglio con entrambi.
Raylan Givens, un concentrato di fascino, sangue freddo e decisione da far invidia alla quasi totalità del popolo maschile - ma non per questo invincibile o infallibile, sia chiaro - è il charachter, infatti, in cui tutti noi aspiranti macho finiamo per identificarci dall'età di dodici anni, mentre la sua nemesi Boyd Crowder, di fatto, porta sullo schermo tutto quello che lo stesso Raylan sarebbe stato se avesse deciso di passare dall'altra parte della barricata, dunque un personaggio con, se vogliamo, un fascino ancora maggiore.
Una specie di Batman e Joker del western pulp moderno, pronti a combattersi e battersi anche fianco a fianco contro nemici comuni e a rendere un titolo di fatto di nicchia come questo un vero e proprio must see per gli amanti delle proposte hard boiled da piccolo schermo, in grado di unire il livello di testosterone di Banshee alla realtà più credibile di Sons of anarchy o The Shield, senza dimenticare quella dose di ironia che sta come un robusto bourbon al termine di un pasto particolarmente pesante.
Giunto al termine della quarta stagione, dunque, il serial dedicato alle gesta del decisamente sopra le righe U.S. Marshall Givens prosegue nella sua marcia dritto come un pugno in pieno viso, o una pallottola pronta a centrare il bersaglio, senza perdere un colpo e soprattutto consegnando al suo pubblico una stagione che è a tutti gli effetti un crescendo: dai primi episodi che paiono posizionare le pedine sulla scacchiera agli ultimi due, davvero senza respiro e soprattutto senza effettivi vincitori, assistiamo ad un'escalation in termini di ritmo e tensione davvero notevoli, pronti a rafforzare la credibilità del prodotto e ad aumentare l'hype che da questa parte dello schermo continua a salire in vista di quelle che saranno le due seasons conclusive.
Come se non bastassero, inoltre, cazzotti, alcool, sesso e proiettili a profusione, assistiamo nel corso di queste tredici puntate anche al confronto decisivo tra Raylan e suo padre Arlo, che fin dai primi episodi della serie si è distinto più come il genitore mancato di Boyd che non come la guida del nostro sceriffo dal grilletto molto facile: il loro rapporto, più suggerito che non mostrato attraverso i continui scontri, è raccontato con il piglio del grande romanzo, e lascia perfino un paio di sequenze da colpo al cuore nel finale, pronte a sottolineare l'importanza inevitabile che il rapporto con i nostri vecchi ha, nel bene o nel male, rispetto allo scorrere dell'esistenza.
Temi, dunque, molto cari al sottoscritto ed al Saloon, che accanto all'ispirazione data dalla penna di Elmore Leonard, ad una cornice country nella quale mi pare di sguazzare ed al piglio da "guardo la morte in faccia e le pianto una pallottola in mezzo agli occhi" di Raylan contribuiscono a rendere Justified una delle serie favorite di casa Ford, forse non oltre misura in termini assoluti ma tosta e cazzuta abbastanza per ritagliarsi sempre il giusto spazio quando i nodi vengono al pettine.
Un pò come il suo fantastico main charachter.
MrFord
"Action speaks louder than words and I'm a man of great experience I know you've got another man but I can love you better than him."
La trama (con parole mie): Raylan Givens, impegnato con la sua consueta attività di US Marshall vecchio stile, è alle prese con più problemi di quanti potrebbe pensare di gestire contemporaneamente.
Mentre l'ex moglie è incinta del suo primo figlio e l'amico d'infanzia e criminale incallito Boyd Crowder pianifica un'attività che possa renderlo il boss della regione accanto alla vecchia fiamma dello sceriffo stesso Ava, infatti, da Detroit giunge un cane sciolto delle organizzazioni del Nord pronto a creare scompiglio e lasciare dietro di sè una lunga scia di cadaveri, mentre Arlo, padre di Raylan, comincia a dare segni di squilibrio, oltre a manifestare apertamente l'odio per il figlio ed il legame con Boyd.
Dietro le quinte delle vicende che si incrociano e delle lotte per la conquista del potere nella Contea di Harlan, invece, assume una forma sempre più definita la figura della vera anima nera del luogo, il "custode" Ellstin Limehouse.
Come gli ultimi Ford Awards dedicati alle serie tv hanno chiaramente testimoniato, uno dei titoli che, nel corso dell'anno appena concluso, ha più fatto breccia nel cuore del vecchio Ford è stato indubbiamente Justified, un western fuori dal suo tempo ispirato da un racconto del pioniere del genere Elmore Leonard pronto a regalare due antagonisti degni delle battaglie che vedono protagonisti il sottoscritto e Cannibal Kid: Raylan Givens e Boyd Crowder, amici d'infanzia cresciuti nello stesso contesto - la Contea di Harlan, in Kentucky, dove le possibilità di crescita per un giovane, escluse le fortune sportive, sono molto limitate: un distintivo, il carcere o una vita a spaccarsi la schiena con qualche lavoro duro -, rivali quasi "per contratto" ed ugualmente in grado di portare avanti un rapporto che sconfina in un legame quasi più forte di quello di sangue.
Con la sua terza stagione, la serie compie un ulteriore passo verso la maturità, aggiungendo elementi che saranno fondamentali per la crescita dei suoi protagonisti - la futura paternità di Raylan, il rapporto di Boyd con Ava e Arlo - ed un paio di personaggi che difficilmente gli amanti di questo genere di proposte riusciranno a dimenticare: il killer e psicopatico albino Quarles, forse uno dei più folli e disturbati villains passati sul piccolo schermo di casa Ford dai tempi di Breaking bad e l'eminenza grigia Limehouse, cresciuto ed inserito in un contesto profondamente redneck e campagnolo eppure in grado di trasmettere l'inquietudine e l'aura di potere di un boss da grande metropoli.
I tredici episodi di questa terza season, meno coesi, forse, rispetto a quelli della seconda - incentrata quasi interamente sulla lotta di Raylan e Boyd contro la famiglia Bennet, in grado di trascinare una coda anche a questo giro di giostra -, riescono comunque nella non facile impresa di unire la tensione del thriller all'azione cui Raylan ha ormai abituato il suo pubblico, il rapporto dello stesso con la Legge ed il lato meno in ombra della sua esistenza - i colleghi, il capo, l'ex moglie incinta - e quello, al contrario, del lato oscuro - la volontà di fare spesso e volentieri quello che decide e sente a prescindere dalle regole, il grilletto facile ed una capacità di cacciarsi nei guai ben oltre il livello di guardia -: se, inoltre, le premesse sono quelle che sembrano, pare che il buon Limehouse sia destinato a diventare un personaggio cardine di questo prodotto che pare costruito su misura per chi, come il sottoscritto, ama un certo tipo di atmosfere, da Lansdale ad una sorta di Stand by me per adulti, con tanto di sesso e violenza aggiunti ad un cocktail troppo forte per stomaci da pusillanimi.
Ed è davvero interessante scoprire quanto un'opera che, di fatto, appare tagliata con l'accetta come i suoi protagonisti - gente dura, abituata a crescere battendosi, e senza fare troppe domande sul perchè, come è evidente nei confronti tra Quarles e Boyd, Raylan o Limehouse - basi la sua profondità sulle sfumature, e sul fatto che, nella vita, per quanto possano esistere il bianco ed il nero, finiamo per batterci con il coltello tra i denti nuotando tra i flutti dei grigi, e non ci sono uomini di Legge completamente a norma della stessa, così come criminali privi di qualsiasi moralità - Quarles a parte, ma questo è un discorso che sconfina nell'ambito della psicopatia -.
Il bello di Justified è proprio questo: il carattere, la voglia di lottare.
A prescindere da quale lato della barricata ci si sia trovati, per colpa o per destino, a difendere.
Lo sanno bene Arlo e Raylan, padre e figlio che tutto vorrebbero essere tranne padre e figlio.
Uno con un nuovo protetto per il quale pare disposto a fare tutto quello che non ha fatto per il suo sangue, per "l'uomo con il cappello".
E l'altro con un piccolo Givens in arrivo, e la sensazione che, pur senza essere presente, potrà sempre esserci.
Specie se si tratterà di dover piantare qualche pallottola in corpo a chi vorrebbe minacciarne il futuro.
MrFord
"Nice guys finish last.
You're running out of gas.
Your sympathy will get you left behind.
Sometimes you're at your best, when you feel the worst.
Do you feel washed up, like piss going down the drain."
Greenday - "Nice guys finish last" -
La trama (con parole mie): lo sceriffo federale Raylan Givens, chiusi i conti ed i sospesi con la mala di Miami che voleva la sua testa, decide di rimanere ad operare nella Contea di Harlan, in Kentucky, sua terra d'origine ed origine, di fatto, di molti dei suoi guai. Riconciliatosi con l'ex moglie Winona, l'uomo si trova ad affrontare non solo il ritorno della sua nemesi Boyd Crowder al crimine - e la nascita del legame tra quest'ultimo e la sua ex Ava -, ma anche l'ingombrante presenza della famiglia Bennett, da generazioni legata al commercio di erba e ad altre attività più o meno legali.
Vecchie ruggini e nuove sfide porteranno Raylan ben oltre i confini della Legge, sia che si parli di protezione di chi ama, sia che si tratti di portare a casa la pelle.
E quando si alzerà la polvere, solo un nome tra Bennett e Crowder potrà contare su un futuro.
Sempre che lo sceriffo Givens non dica la sua.
Negli ultimi anni, spesso mi sono chiesto, considerate le letture, i gusti, gli ascolti e chi più ne ha, più ne metta, come possa essere stato possibile per me nascere a Milano piuttosto che in qualsiasi paesino del Sud degli States, perso tra il nulla e l'addio, come direbbe Clint Eastwood, tra rednecks, sogni infranti, spazi apparentemente sconfinati, alcool e pistole.
Eppure, eccomi qui: dunque non resta che immaginare quello che sarebbe stato del sottoscritto attraverso le gesta di personaggi come Raylan Givens ed il suo rivale eterno Boyd Crowder, rispettivamente interpretati da Timothy Oliphant - perfetto per il ruolo - e Walton Goggins, vecchio idolo fordiano dei tempi di The Shield.
Iniziata decisamente in ritardo rispetto a quanto nelle mie corde sia e grazie ad un suggerimento del mio fratellino Dembo, Justified - nata da un racconto di Elmore Leonard, uno dei padri del racconto Western - è entrata subito nel cuore di casa Ford, con una prima stagione decisamente efficace ed una seconda che non solo ne raccoglie il testimone, ma che, di fatto, porta perfino più in alto il risultato - e le aspettative per la terza -: dai dialoghi che paiono scritti per il piacere del sottoscritto - "Hai una birra?" "Birra? In questa casa beviamo superalcolici!", impagabile - al crescendo finale da dramma di Frontiera tutto funziona alla grande, e finisce per non fare sconti a nessuno da una parte e dall'altra della barricata, come una guerra senza vincitori o vinti.
Del resto, in luoghi come la Contea di Harlan le alternative non sono poi molte: tutore della Legge, criminale o minatore, con aspettative di vita basse in uno qualunque dei tre casi.
In questo senso, l'immagine di Raylan che, durante il funerale della zia, lancia un'occhiata alla sua lapide, già pronta per il giorno in cui una pallottola verrà a chiedere il tributo che la sua professione richiede, la dice lunga rispetto a quello che può offrire un West che ha ben poco dei sogni di gloria e di conquista dei tempi d'oro, quanto più della disperazione operaia e sociale che soltanto le aree dimenticate dalla "civiltà" delle grandi città riservano ai loro abitanti: gli stessi Bennett - di fatto, gli antagonisti principali di questa seconda annata - mostrano tutta la drammaticità e l'ironia del Destino dei luoghi in cui sono cresciuti, dalla dispotica eppure a suo modo sensibile matriarca Mags ai tre figli, lo scatenato Coover, il viscido Dickie e l'arrogante Doyle, pronti a mostrare il peggio dell'umanità ma anche, seppur distorto, un meglio legato ai concetti di famiglia ed affezione alla propria terra, quasi come se Via col vento fosse stato deformato da secoli di lotte operaie, alcool e proiettili pronti a scacciare via gli incubi di una vita ai margini.
Personaggi biechi e discutibili, eppure non meno discutibili di quanto potrebbe essere Raylan con il suo grilletto facile, pronto a mettere l'ultima parola rispetto alla vita di un criminale: il confine tra la Legge e l'Uomo è molto labile, ed io stesso comprendo che, in situazioni di questo genere, non saprei quale strada prendere: in fondo, Raylan e Boyd sono due lati della stessa medaglia, e la loro rivalità altro non appare se non l'espressione di un quasi affetto profondo, ed una semplice scelta rispetto ad una vita che non offre troppe direzioni a chi la vive.
Se fossi nato in una contea come quella di Harlan, in fondo, non so se sarei stato un Raylan, un Boyd o un semplice minatore.
Senza dubbio non sarebbe stato facile, in nessuno dei tre casi: in fondo parliamo di lotta per la sopravvivenza, di luoghi che richiedono un tributo pesante ai loro figli.
Quello che so, però, è che tornare per le strade battute da questi due tostissimi charachters continuerà ad essere un piacere, per quanto doloroso come un tatuaggio, o una cicatrice che diventa fonte di ricordi: del resto, se l'esperienza e la vita sono come benzina, per quelli come me, Justified ne è un'ottima rappresentazione.
Per quanto violenta, di confine e "tra il nulla e l'addio" possa essere.
MrFord
"And be a simple kind of man.
be something you love and understand.
baby, be a simple kind of man.
oh won't you do this for me son,
if you can?"
La trama (con parole mie): Raylan Givens, US Marshall dal grilletto facile poco ligio alle regole e dai metodi decisamente old school, fredda un uomo di spicco della mala di Miami - suo luogo di lavoro - finendo per essere rispedito a Lexington, in Kentucky, sua terra d'origine, in attesa che si calmino le acque in Florida.
Neppure il tempo di fare ritorno a casa, e Givens comincia a distinguersi proprio grazie agli stessi metodi che l'hanno messo nei guai riportandolo dove è cresciuto: e tra l'ex moglie, la nuova fiamma, i problemi con il padre - un vecchio truffatore incallito - e quelli con la spietata famiglia Crowder, il federale dovrà dare fondo a tutte le sue abilità di affascinante bastardo per mantenersi vivo e riuscire ad avere meno guai possibili con i superiori.
La mia permanenza nella blogosfera, oltre ad un signor nemico - ovviamente sto parlando di Cannibal Kid - è riuscita a regalarmi anche un signor amico, che ancora oggi, nonostante gli impegni di entrambi non permettano di vedersi così spesso, considero molto più vicino a me rispetto a gente che frequento da quasi una vita: Dembo.
Il mio fratellino - che in molti, sempre bloggers, hanno pensato fosse davvero mio fratello, e in un certo senso è come se lo sentissi in questo modo -, ben conscio dell'amore che entrambi proviamo per le ambientazioni e le storie in pieno stile Hap e Leonard - e se non li conoscete, correte immediatamente a recuperare il loro ciclo di avventure firmato da Joe Lansdale - non troppo tempo fa mi ha proposto il recupero di una serie ispirata dalla penna di Elmore Leonard, uno che di Frontiera, West e personaggi fordiani se ne intendeva parecchio - grande romanziere recentemente scomparso ed autore, tra gli altri, di Jackie Brown -: Justified.
Incentrata sulle vicende dello US Marshall Raylan Givens e sul suo nemicoamico Boyd Crowder - interpretato dal mitico Walton Goggins, che da queste parti è amato fin dai tempi di The Shield -, questa serie è entrata immediatamente nel cuore del sottoscritto grazie ad una cornice pressochè perfetta, una sigla che ricorda in maniera quasi scandalosa quella di Sons of anarchy ed un piglio che definire nelle mie corde risulta quasi riduttivo, divenendo di fatto una sorta di versione realistica e plausibile del divertentissimo e tamarro Banshee.
Alcool, pallottole, sesso e situazioni da provincia profonda si mescolano in un cocktail decisamente esplosivo, che non solo tiene benissimo per l'intera durata della stagione, ma riesce a rinnovarsi ed avvincere perfino con gli episodi di raccordo - splendido quello dedicato al detenuto asserragliato nell'ufficio degli sceriffi a Lexington -: tolto, comunque, il più che fordiano main charchter - Raylan pare perfetto per la galleria dei bastardi dal cuore d'oro che tanto piacciono al sottoscritto - la parte del leone è senza dubbio quella di Boyd Crowder/Walton Goggins, che non solo da prova di essere un attore decisamente più interessante di quanto non si direbbe, ma che porta in scena un personaggio controverso e ricco di spunti anche rispetto al futuro della serie, recentemente confermata negli States per la sesta - ed ultima, a quanto pare - stagione.
Il cambiamento radicale di Boyd dal primo all'ultimo episodio, infatti, rende il personaggio di fatto il fulcro delle avventure di Givens e della serie intera, con tutti i suoi estremi ed il passaggio dalla spietata efferatezza del criminale senza scrupoli e rimorsi a quella del pastore/vigilante redento dal Signore.
Accanto alla spalla del protagonista, comunque, troviamo in Givens altrettanti spunti decisamente importanti, legati principalmente all'approccio da Far West dello sceriffo ed alla questione del "Justified" che da il titolo alla serie: gli ultimatum forniti da Raylan ai criminali, tutti rispettati dal federale, rappresentano di fatto un ritorno alle origini - in senso assolutamente comprensibile, eppure clamorosamente negativo - degli States, da sempre figli di una cultura che ha nelle armi da fuoco e nella difesa della propria "zona di sicurezza" dei capisaldi che è sempre meglio non mettere in discussione.
Potrà piacere oppure no, essere discutibile, dal grilletto facile e chi più ne ha, più ne metta, eppure questa serie - ed il suo protagonista con lei - funziona alla grande dall'introduzione al climax finale - che, peraltro, promette scintille rispetto all'annata numero due -, e fin da questo esordio al Saloon si prefigge di diventare uno dei cult fordiani da piccolo schermo.
Alcool, sesso, Frontiera, sparatorie e botte.
In fondo, non potevo chiedere niente di più.
Tranne un bel cappello da cowboy.
MrFord
"On this lonely road,
trying to make it home
doing it by my lonesome-pissed off,
who wants some
I see them long hard times to come."
La trama (con parole mie): Machete, leggendario eroe rivoluzionario messicano, sconvolto dall'uccisione della sua partner Sartana, viene contattato dal Presidente degli Stati Uniti affinchè possa porre fine alla minaccia del predicatore Voz, che progetta un nuovo mondo da cercare nello spazio e dice di avere capacità precognitive praticamente divine.
Supportato - almeno apparentemente - dall'agente infiltrata Miss San Antonio, Machete si troverà ad affrontare nuove minacce e tentativi di toglierlo di mezzo dalla faccia del pianeta che dovrà debellare a suon di teste mozzate e proiettili, stando ben attento a guardarsi le spalle dai nemici, dagli alleati, dal misterioso killer Camaleonte e contando solo sulla vecchia compare Luz.
Riuscirà il nostro eroe a raddrizzare le cose e portare la sua lotta oltre l'atmosfera?
C'era una volta un regista promettente, un tizio da genio e sregolatezza, un brutto ceffo tamarro e sboccato cui poco importava della buona condotta, un bad guy vissuto all'ombra di un troppo grande compare - parliamo di Quentin Tarantino, mica l'ultimo degli stronzi - ed esploso proprio in un confronto diretto con lo stesso - niente discussioni, Planet terror mangia tranquillamente in testa allo spompato A prova di morte -, arrivando di conseguenza al punto più alto della sua carriera e maturazione proprio con una pellicola nata quasi per gioco dall'operazione Grindhouse, Machete.
E c'era una volta il suddetto Machete, antieroe messicano dall'animo rivoluzionario che un paio d'anni or sono era divenuto un'icona cult sia grazie al suo interprete - il leggendario Danny Trejo - sia grazie all'ironia, al sarcasmo e allo humour nero dalle forti tinte politiche delle sue avventure.
A quel punto, però, a guastare la festa è giunto il successo, insieme all'ammirazione non soltanto del grande pubblico, ma anche di quello di nicchia.
Il risultato, purtroppo e senza troppi giri di parole, è che Machete Kills, attesissimo sequel dell'appena citata pellicola, fa letteralmente, clamorosamente, indiscutibilmente cagare.
Finto, posticcio, noioso, assolutamente privo della profondità e dell'ironia del primo capitolo, scritto da cani e diretto senza la benchè minima passione o voglia, una carrellata di finto splatter da b-movie senza capo ne coda, uno spreco di denaro, risorse, volti e corpi che si sarebbero prestati decisamente meglio ad una sceneggiatura di altro - e più alto - calibro, senza contare che perfino la componente sopra le righe - e parlo sia del sesso che della violenza - appare, per quanto vistosa, volgare quanto edulcorata.
Un polpettone che va ben oltre la delusione - anche perchè, considerati i pareri che avevo letto in giro, c'era ben poco da aspettarsi se non una serata a neuroni zero -, e che entra dritto nel novero delle peggiori pellicole dell'anno, specie considerata la qualità che Rodriguez avrebbe potuto mettere nel suo lavoro, che purtroppo a questo punto e nonostante gli incassi disastrosi prospetta addirittura un terzo capitolo della saga, Machete kills in space, che considerato questo Kills e basta ha già il sapore della schifezza intergalattica.
Come Rob Zombie, il buon Rob Rodriguez pare essersi un tantinello sopravvalutato, dimenticando che la forza di ogni tamarrata che si rispetti è data quasi esclusivamente dall'autoironia, oltre ovviamente dalla saggezza di affidarsi a sceneggiatori competenti, perchè far ridere è sempre decisamente più difficile che fare schifo, o fare finta di farlo.
Sharknado docet, in questo senso.
Uniche consolazioni a questa visione davvero poco memorabile la presenza del fordiano Walton Goggins e di un discreto numero di signorine sempre belle da vedere, dalla tostissima Michelle Rodriguez ad Amber Heard - che mi ha fatto venire il dubbio se il suo fosse un signor push up o una signora operazione al seno -, dall'arrembante Sofia Vergara - che preferisco di gran lunga in Modern family - alla sempre ben accetta da queste parti Vanessa Hudgens - purtroppo in una parte davvero esigua -, e se vogliamo anche quella del sempre folle Mel Gibson, cui non riesco a non voler bene nonostante i suoi deliri pseudo religiosi, siano essi fiction oppure no.
Per il resto, più che da quelle di Machete kills, siamo dalle parti di Machete sucks.
MrFord
"Bang, bang, shang-a-lang bang, bang, shang-a-lang take it off she bang-bang my shang-a-lang she bang-bang my shang-a-lang hey yeah."
La trama (con parole mie): Django è uno schiavo separato dalla moglie Broomhilda a causa dei fratelli Brittle, liberato proprio per identificare i suoi ex padroni dal dentista e cacciatore di taglie King Schultz.
Tra i due uomini nasce un'amicizia che li porta a lavorare insieme non soltanto per catturare i suddetti fratelli ma per guadagnare abbastanza da considerare l'elaborazione di un piano che preveda di liberare la stessa Broomhilda, nel frattempo divenuta proprietà dello spietato Calvin Candie, appassionato di lotta tra schiavi nonchè psicotico esempio di ricco ragazzo bianco abituato al dominio.
La strada per la libertà e per la conquista della sua Broomhilda sarà per il sigfriedesco Django molto più complessa e lastricata di sangue di quanto non si potrebbe credere.
Quando in sala esce un film di Quentin Tarantino, l'attesa e l'hype che si creano sono sempre decisamente alti.
Se poi lo stesso è un western, finisce che il sottoscritto si ritrova a dover misurare quelle stesse aspettative con il genere con la g maiuscola del Saloon, la base sulla quale si poggia molta della mia personale mitologia cinematografica radicata nell'infanzia passata a casa di mio nonno materno a guardare i film con John Wayne.
Potenziale enorme, dunque, ma rischi dannatamente alti: perchè una delusione lungo la Frontiera è decisamente più cocente che in qualsiasi altro luogo cinematografico della Terra.
Fortunatamente il buon, vecchio Quentin è tornato a fare quello che sa fare meglio, ovvero il grande regista ed il grande sceneggiatore, oltre ad un amante a tutto tondo della settima arte con un talento spiccato nello stare dietro la macchina da presa, e dopo la perla che fu Bastardi senza gloria confeziona un'altra magia da restare a bocca aperta, mescolando il gusto un pò kitsch dell'epoca degli spaghetti western - ed omaggiandolo al contempo - all'approccio di rottura che è stato proprio il western degli ultimi vent'anni, da Dead man a Gli spietati: e lo fa applicando ad una storia di vendetta, follia, sangue e violenza nella migliore tradizione del "suo" pulp una tematica che pare uscita da un cocktail di Ghost dog e Spike Lee all'ennesima potenza, la questione della libertà legata al razzismo.
Ma la storia non è soltanto trovare un tema profondo e ad effetto e sposarlo ad una messa in scena clamorosa, una colonna sonora come sempre perfetta ed un cast in spolvero incredibile - grandissimo Christoph Waltz con il suo accento tedesco e la mossa dei baffi arricciati, strabiliante DiCaprio, un vero e proprio talento cristallino -, bensì fare di esso un proprio tema profondo, consegnandolo a passaggi che sono veri e propri pugni in faccia celati dietro all'ironia al vetriolo dell'autore nativo del Tennessee - su tutti la divertentissima sequenza dedicata al Ku Klux Klan e ai suoi cappucci e a quello che, a mio parere, è il passaggio fondamentale della pellicola, lo scambio che avviene tra Schultz, Candie e Django a proposito dell'acquisto dello schiavo che ha tentato la fuga: quel "è europeo, non è abituato a vedere un uomo fatto a pezzi dai cani" è un ritratto disincantato e feroce degli USA della segregazione razziale e della legge del più forte che proprio il western moderno ha di fatto contribuito a mostrare impietosamente -.
E così, da divertito e sopra le righe omaggio ad un filone che fece la fortuna anche del Cinema italiano ormai quarant'anni fa, alla Trilogia del dollaro e all'originale Django - spassosissimo il piccolo ruolo ritagliato per Franco Nero, protagonista di quella pellicola ed originale "portatore" di quel nome -, Django unchained diviene un manifesto della lotta per i diritti razziali condotta con la favella di Schultz - personaggio indimenticabile - e portata a compimento dal braccio vendicatore di Django, che balza senza pensarci due volte nell'Olimpo dei charachters votati al riscatto del regista accanto alla Sposa: i due protagonisti si avvicinano l'uno all'altro un passo alla volta a suon di proiettili e risate quasi ci si trovasse in un buddy movie condito da ettolitri di sangue nella prima parte per poi concedersi una virata insolitamente drammatica dall'entrata in scena di Candie/DiCaprio, una tecnica che il vecchio Clint aveva sfruttato alla grande nel suo Capolavoro Gran Torino, e che Tarantino rispolvera alla sua maniera cogliendo davvero tutto il meglio che poteva essere pescato dalla materia.
Il crescendo del confronto tra Candie ed il suo schiavo "venduto" Stephen e i due cacciatori di taglie è un magnifico climax da opera, o dramma teatrale pronto a culminare nel festival di cadaveri e corpi spappolati che ci si aspetterebbe quando a gestire una faccenda ci sono il bad boy Quentin ed i suoi singolari antieroi.
Ma Django unchained è davvero molto, molto più sfaccettato di questo: in nessun altro film si riuscirebbero a trovare mitologia nordica - la storia di Sigfrido -, lotte razziali da rap di strada ed iperviolenza mischiati tutti in un contesto western.
E scoprire che funzionano come fossero una cosa sola.
Django unchained è la definitiva conferma e consacrazione di un regista superlativo, una dichiarazione di guerra esplosiva e "cocky" all'indirizzo di un'elite a stelle e strisce che passa dalle armi da fuoco ai semi disturbati delle pretese da razza superiore.
Ma prima di tutto e di ogni altra cosa, recensione o lettura a più livelli, perizia tecnica o classe recitativa, Django unchained è un fottuto, grande film.
E questo dovrebbe bastare per tutto quanto.
MrFord
"Pain of all the lies
pain in all them lives
pain of losin homes
pain of the unknown
pain of what you spent
pain of government
no matter what you say
you don't pay
here they come to take it away
don't give up
don't give up the fight."
Public Enemy - "Don't give up the fight" -