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sabato 24 gennaio 2015

Justified - Stagione 3

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi:
13




La trama (con parole mie): Raylan Givens, impegnato con la sua consueta attività di US Marshall vecchio stile, è alle prese con più problemi di quanti potrebbe pensare di gestire contemporaneamente.
Mentre l'ex moglie è incinta del suo primo figlio e l'amico d'infanzia e criminale incallito Boyd Crowder pianifica un'attività che possa renderlo il boss della regione accanto alla vecchia fiamma dello sceriffo stesso Ava, infatti, da Detroit giunge un cane sciolto delle organizzazioni del Nord pronto a creare scompiglio e lasciare dietro di sè una lunga scia di cadaveri, mentre Arlo, padre di Raylan, comincia a dare segni di squilibrio, oltre a manifestare apertamente l'odio per il figlio ed il legame con Boyd.
Dietro le quinte delle vicende che si incrociano e delle lotte per la conquista del potere nella Contea di Harlan, invece, assume una forma sempre più definita la figura della vera anima nera del luogo, il "custode" Ellstin Limehouse.








Come gli ultimi Ford Awards dedicati alle serie tv hanno chiaramente testimoniato, uno dei titoli che, nel corso dell'anno appena concluso, ha più fatto breccia nel cuore del vecchio Ford è stato indubbiamente Justified, un western fuori dal suo tempo ispirato da un racconto del pioniere del genere Elmore Leonard pronto a regalare due antagonisti degni delle battaglie che vedono protagonisti il sottoscritto e Cannibal Kid: Raylan Givens e Boyd Crowder, amici d'infanzia cresciuti nello stesso contesto - la Contea di Harlan, in Kentucky, dove le possibilità di crescita per un giovane, escluse le fortune sportive, sono molto limitate: un distintivo, il carcere o una vita a spaccarsi la schiena con qualche lavoro duro -, rivali quasi "per contratto" ed ugualmente in grado di portare avanti un rapporto che sconfina in un legame quasi più forte di quello di sangue.
Con la sua terza stagione, la serie compie un ulteriore passo verso la maturità, aggiungendo elementi che saranno fondamentali per la crescita dei suoi protagonisti - la futura paternità di Raylan, il rapporto di Boyd con Ava e Arlo - ed un paio di personaggi che difficilmente gli amanti di questo genere di proposte riusciranno a dimenticare: il killer e psicopatico albino Quarles, forse uno dei più folli e disturbati villains passati sul piccolo schermo di casa Ford dai tempi di Breaking bad e l'eminenza grigia Limehouse, cresciuto ed inserito in un contesto profondamente redneck e campagnolo eppure in grado di trasmettere l'inquietudine e l'aura di potere di un boss da grande metropoli.
I tredici episodi di questa terza season, meno coesi, forse, rispetto a quelli della seconda - incentrata quasi interamente sulla lotta di Raylan e Boyd contro la famiglia Bennet, in grado di trascinare una coda anche a questo giro di giostra -, riescono comunque nella non facile impresa di unire la tensione del thriller all'azione cui Raylan ha ormai abituato il suo pubblico, il rapporto dello stesso con la Legge ed il lato meno in ombra della sua esistenza - i colleghi, il capo, l'ex moglie incinta - e quello, al contrario, del lato oscuro - la volontà di fare spesso e volentieri quello che decide e sente a prescindere dalle regole, il grilletto facile ed una capacità di cacciarsi nei guai ben oltre il livello di guardia -: se, inoltre, le premesse sono quelle che sembrano, pare che il buon Limehouse sia destinato a diventare un personaggio cardine di questo prodotto che pare costruito su misura per chi, come il sottoscritto, ama un certo tipo di atmosfere, da Lansdale ad una sorta di Stand by me per adulti, con tanto di sesso e violenza aggiunti ad un cocktail troppo forte per stomaci da pusillanimi.
Ed è davvero interessante scoprire quanto un'opera che, di fatto, appare tagliata con l'accetta come i suoi protagonisti - gente dura, abituata a crescere battendosi, e senza fare troppe domande sul perchè, come è evidente nei confronti tra Quarles e Boyd, Raylan o Limehouse - basi la sua profondità sulle sfumature, e sul fatto che, nella vita, per quanto possano esistere il bianco ed il nero, finiamo per batterci con il coltello tra i denti nuotando tra i flutti dei grigi, e non ci sono uomini di Legge completamente a norma della stessa, così come criminali privi di qualsiasi moralità - Quarles a parte, ma questo è un discorso che sconfina nell'ambito della psicopatia -.
Il bello di Justified è proprio questo: il carattere, la voglia di lottare.
A prescindere da quale lato della barricata ci si sia trovati, per colpa o per destino, a difendere.
Lo sanno bene Arlo e Raylan, padre e figlio che tutto vorrebbero essere tranne padre e figlio.
Uno con un nuovo protetto per il quale pare disposto a fare tutto quello che non ha fatto per il suo sangue, per "l'uomo con il cappello".
E l'altro con un piccolo Givens in arrivo, e la sensazione che, pur senza essere presente, potrà sempre esserci.
Specie se si tratterà di dover piantare qualche pallottola in corpo a chi vorrebbe minacciarne il futuro.



MrFord



"Nice guys finish last.
You're running out of gas.
Your sympathy will get you left behind.
Sometimes you're at your best, when you feel the worst.
Do you feel washed up, like piss going down the drain."
Greenday - "Nice guys finish last" -



venerdì 5 aprile 2013

Django

Regia: Sergio Corbucci
Origine: Italia
Anno: 1966
Durata: 93'




La trama (con parole mie): siamo a cavallo del confine tra States e Messico, nel periodo che va dalla Guerra di Secessione americana alla Rivoluzione messicana. 
Un ex soldato nordista, Django, vaga nella terra di nessuno che si contendono i ribelli latini guidati dal generale Rodriguez ed i bianchi razzisti agli ordini del maggiore Jackson portandosi dietro una bara dal contenuto segreto.
Salvata una donna - prostituta di un saloon locale che ha tentato la fuga - il misterioso pistolero da inizio ad una vera e propria lotta che lo vede opposto prima a Jackson, dunque a Rodriguez e per finire di nuovo a Jackson: sulla sua strada sono destinati a cadere cadaveri come se piovesse.
Ma per l'antieroe il destino sarà amaro, e la vittoria avrà un prezzo enorme per un ammazzacristiani dalla mano rapida come lui.





Recentemente portato alla ribalta dalla versione unchained firmata Tarantino - se non l'avete ancora visto, fatelo, perchè si tratta di uno dei film dell'anno -, il personaggio di Django approda finalmente al Saloon dopo aver influenzato per decenni l'immaginario dello Spaghetti Western e non solo, dando origine fin dai tempi della sua uscita in sala ad un vero e proprio fenomeno che l'ha trasformato in oggetto di culto e di numerosissime imitazioni, spin off ed omaggi - praticamente mai all'altezza, Quentin escluso -.
Ricordo di aver concesso una visione di striscio alla pellicola di Corbucci ai tempi in cui mio nonno riusciva a sfoderare almeno un paio di western al giorno quando ero da lui, ma non ricordavo - del resto, sono passati più di vent'anni - quanto grezzo e tosto questo pulp da Frontiera fosse, e tantomeno quanto sia riuscito ad influenzare la Storia del Cinema di genere e non solo negli anni: per quanto, infatti, non si tratti per nulla di un saggio di tecnica sopraffina, dialoghi memorabili o contenuti rivoluzionari, Django ha rappresentato - e rappresenta - uno dei massimi vertici di quello che oggi si intenderebbe come cult, dallo stile all'impatto.
Osservando Franco Nero - perfetto nella sua limitatissima espressività - camminare nel fango trascinandosi dietro la bara - altro colpo di genio - che cela il suo strumento di morte sulle note della splendida canzone utilizzata anche dal Quentino in apertura della sua versione si ha da subito la misura di quello che sarà il risultato complessivo del lavoro di Corbucci, che riesce a toccare temi importanti - la Frontiera, il razzismo, la violenza, la sopravvivenza ed i bassi istinti dell'Uomo - senza mai perdere di vista i suoi limiti e finendo per trasformare gli stessi in qualità dirompenti da aggiungere ad un utilizzo massiccio della violenza - che quasi definirei cronenberghiana - e ad un comparto tecnico che fa del kitsch un pregio clamoroso, dalla scenografia, ai costumi, alla fotografia.
La lezione impartita da Sergio Corbucci diviene dunque fondamentale nel porre le basi per quello che sarà il trionfo di un altro Sergio proprio in quegli anni, pronto a sfruttare l'intuizione di Django filtrandola attraverso un'abilità impressionante con la macchina da presa - provate per un istante a pensare cosa sarebbe potuto diventare questo film nelle mani di Leone - ed un decennio dopo da un altro reduce della stessa Frontiera, Clint Eastwood, che deve tantissimo per lavori come Lo straniero senza nome proprio a titoli come questo.
La vicenda di Django, antieroe che mostra più i difetti che non i pregi, per nulla senza macchia ed assolutamente lontano dai clichè classici del ruolo, tornata alla ribalta dopo troppi anni passati in una nicchia che le sta decisamente stretta, andrebbe ripescata da critica e pubblico come uno dei più fulgidi esempi di Cinema di rottura del Nostro Paese, ammirata ed imitata anche e soprattutto da Maestri riconosciuti in tutto il mondo - in questo senso Corbucci si ritrova a condividere il destino di Mario Bava, regista clamoroso qui da noi ignorato da tutti i non nerd cinematografici eppure responsabile di pesantissime influenze sui lavori di gente come Carpenter o Burton -.
Una visione clamorosa, da Saloon ed appassionati ma non solo, ed una vera e propria miniera d'oro di sequenze memorabili in grado di sorprendere ed indurre ad una sorta di dipendenza rispetto ad una figura mitica, che senza dubbio merita un posto di rilievo nella Storia della settima arte e del West.


MrFord


"Django, now your love has gone away.
Once you loved her, whoa-oh...
Now you've lost her, whoa-oh-oh-oh...
But you've lost her for-ever, Django."
Luis Bacalov - "Django" -


mercoledì 17 ottobre 2012

Taken 2 - La vendetta

Regia: Olivier Megaton
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 91'




La trama (con parole mie): Bryan Mills, ex agente operativo della CIA che tempo prima aveva salvato la figlia rapita da una banda di malavitosi albanesi al centro di un traffico di donne destinate a diventare prostitute facendo piazza pulita degli stessi, diviene il bersaglio del vero boss del gruppo, che ha perso il figlio proprio per mano di Mills e giura sulle tombe dei caduti vendetta tremenda vendetta.
L'occasione per i criminali si presenta quando, al termine di un lavoro, il coriaceo Bryan si prende qualche giorno di vacanza ad Istanbul sperando di riallacciare i rapporti con l'ex moglie e, nel frattempo, stare con la figlia come una vera famiglia, una cosa che in passato non è mai riuscito a fare: i venti di guerra albanesi faranno il possibile per rovinare i piani al nostro, che - con l'aiuto della figlia da tre volte silurata nella pratica della patente divenuta di colpo un'autista da drift selvaggio - sarà come sempre ben lieto di spaccare culi.
E non contento snocciolerà pure un pò di morale.



E' vero, avevo detto che non avrei visto questo film neppure se torturato da Bryan Mills.
O da Jack Bauer, che è un pò la stessa cosa.
Ma non ce l'ho fatta.
Questo perchè, nel pieno di un tour de force di sei giorni lavorativi sei consecutivi e con le sveglie da allenamento del mattino ad incombere, mi sono ritrovato ad avere bisogno di un paio di serate con quei film che puoi sguaiatamente prendere per il culo e, nel caso di colpi di sonno, una volta riaperti gli occhi non sarà cambiato nulla rispetto a quando li si aveva chiusi.
Eccetto forse il numero dei morti causati dallo spaccaculi di turno.
Ma torniamo a noi: che Taken 2 fosse una schifezza colossale era praticamente una certezza già prima che circolasse il trailer, considerato il pessimo primo capitolo, da noi uscito come Io vi troverò.
Il dubbio che potesse essere anche peggio ha cominciato a farsi sentire dai titoli di testa, quando gli occupanti di casa Ford sono venuti a conoscenza del fatto che a dirigere questa pellicola "clamorosa" era stato chiamato dal produttore e sceneggiatore Luc Besson - un altro tra i più bottigliati del Saloon - nientemeno che Olivier Megaton, regista del dimenticabile Transporter 3 dal nome di rimembranze transformeresche, già in quella sede ampiamente sbeffeggiato dal sottoscritto.
Con premesse di questa fattura, la visione non poteva che rivelarsi una curiosa via di mezzo tra l'esilarante effetto di una "deliranza" di questo tipo e l'orrorifico effetto di una "deliranza" di questo tipo.
Da amante delle tamarrate action fin dagli anni ottanta, ho sempre pensato che per un buon - e non sto parlando di qualità - prodotto di questo tipo va sempre presa in considerazione una robusta dose di (auto)ironia, completamente non pervenuta dalle parti di pezzo di legno Neeson, che dai tempi di Schindler pare essersi clamorosamente bevuto il cervello, rimanendo noto in casa Ford soltanto per essere l'uomo con le mani più brutte del mondo - una sorta di corrispettivo maschile di Megan Fox e dei suoi pollici spaventosi -.
Inoltre, benchè si tratti di un tipo di prodotto che non richiede una logica effettiva - un pò come l'horror -, questo non dovrebbe mai sottintendere che regista e sceneggiatori possano sentirsi liberi di prendere per il culo gli spettatori: anche nel più assurdo degli scenari non puoi insistere durante tutta la prima mezzora di film sul fatto che la simpatica figlia di Mills sia stata sturata selvaggiamente non una, non due, bensì tre volte all'esame pratico di guida - pure io, che faccio cagare come autista, l'ho passato al primo colpo - e poi in una situazione di alta tensione, inseguita da una macchina di mafiosi albanesi pronti a farle la pelle con il padre accanto che spara all'impazzata gridandole le indicazioni del navigatore, per le strade di una città dall'altra parte del mondo in cui è arrivata solo il giorno prima sfoderi una guida evasiva da stuntwoman tanto da farmi dubitare di essere finito dentro a Ronin, o Fast&furious.
Come se non bastasse, a questa e ad altre assurdità - il trionfale ingresso all'ambasciata americana rasenta i livelli di Resident evil: retribution, che è tutto dire -, ad una parte tecnica certo non di alto livello - montaggio e regia pessimi -, il buon robottone Megaton ed il suo guru Besson piazzano anche il colpo della morale disseminando nel corso dei - fortunatamente - novanta minuti scarsi le mollichine di pare che saranno raccolte nel confronto tra Mills ed il capo degli albanesi nel finale, in una delle sequenze più ridicole del passato recente che proietta Taken 2 dritto dritto nella top ten del peggio di questo 2012, che a questo punto promette scintille rispetto alla battaglia per i primi tre posti - considerato che Breaking dawn parte 2 deve ancora uscire in sala -.
Assistere al botta e risposta con il capo della banda che piange la morte di quel bravo ragazzo di suo figlio Marko e l'ex agente CIA che ribatte "è vero, l'ho ucciso e torturato, ma se lo meritava perchè aveva rapito mia figlia e voleva rivenderla come prostituta" prima di cercare con il suo nemico un accordo - "Quanti altri figli hai?" "Due" "Non vorrei che tornassero a cercarmi dopo che ti avrò ucciso", che fa scendere una goccia di sudore freddo rispetto ad un eventuale terzo capitolo - che prevede di lasciarlo andare a patto di essere lasciato finalmente in pace sfiora davvero il ridicolo, senza contare l'epilogo scontato ed i continui pistolotti del rigidissimo Neeson, che per uno che ammazza per mestiere ed unisce una mania del controllo da serial killer ad una tendenza alla repressione che fa sembrare il già citato Jack Bauer praticamente il re degli hippy o Cristo Compagnone suona davvero oltre misura.
Un film ridicolmente agghiacciante, o terribilmente esilarante, a seconda di come lo si voglia guardare.
Di certo, un avversario davvero tosto per ogni altro titolo che vorrà ambire al Ford Award per il peggior film del 2012.
Quasi più tosto del suo protagonista.


MrFord


"I tried to be someone else
but nothing seemed to change
I know now, this is who I really am inside
finally found myself
fighting for a chance
I know now, this is who I really am."
30 seconds to Mars - "The kill" -


 

sabato 13 ottobre 2012

6 bullets

 Regia: Ernie Barbarash
Origine: USA, Romania
Anno: 2012
Durata: 93'




La trama (con parole mie):  Samson Gaul, un ex soldato e mercenario tornato nella terra d'origine al mestiere di suo padre, il macellaio, di tanto in tanto viene assoldato da privati cittadini che vedono le loro figlie e figli rapiti affinchè gli stessi finiscano nel giro oscuro della prostituzione minorile.
A seguito di un raid finito male in perdono la vita alcune ragazzine, Gaul si ritira buttandosi nell'alcolismo, tormentato dai sensi di colpa: quando, però, la giovane figlia del campione di MMA americano Andrew Fayden viene rapita da un boss locale che vorrebbe facilitare un affare con un emiro, il fu mercenario torna alla carica aiutato dal figlio e dagli stessi genitori della ragazza chiudendo definitivamente i conti con il passato senza ovviamente lasciare che alcuno dei criminali venga risparmiato.




Non troppo tempo fa mi capitò di incrociare per caso - e per questioni lavorative - il dvd di questo film, uscito direttamente per home video nonostante il recente ritorno alla ribalta del mitico JCVD nell'altrettanto mitico Expendables 2: per quanto possa voler bene al buon Jean Claude, la mia espressione la disse lunga a proposito della possibilità che fosse anche solo lontanamente una pellicola in grado di essere associata ai grandi cult del passato con protagonista l'attore belga, e finii per riporla senza troppi patemi nel dimenticatoio.
Evidentemente avevo sottovalutato - purtroppo per me - la determinazione di uno dei miei action heroes preferiti di tutti i tempi, che spinto da recensioni neppure troppo negative in rete ha finito per incuriosirmi tanto da recuperare il film in questione, appartenente al recente filone est europeo responsabile di aver rilanciato Van Damme negli anni successivi l'ottimo e spesso citato da queste parti JCVD: l'atmosfera da b-movie selvaggio in grado di mescolare malinconia per i vecchi tempi e tematiche scomode - in questo caso il mercato dei minori - è riuscita a farmi piacere una proposta che, tecnicamente, appare alla stregua dei peggiori prodotti televisivi, nonostante l'assenza dei calci rotanti e delle sequenze profondamente fisiche necessarie affinchè un prodotto con Van Damme possa essere considerato un prodotto con Van Damme.
Il regista Ernie Barbarash - lo stesso che firmò l'altrettanto brutto ed affascinante Assassination games - comincia addirittura ad essere stimato dalle parti del Saloon proprio per la sua appartenenza ad una così infima categoria di cineasti da non rendere neppure più necessaria quella tamarraggine che mi parve mancare al titolo appena citato, all'interno del quale non soltanto il Nostro, ma perfino Scott "Boyka" Adkins non venne sfruttato per qualche roboante scazzottata: questo 6 bullets risulta talmente imbarazzante, infatti, da ipnotizzare, e reggere nonostante una durata decisamente notevole per una proposta di questo genere - i novantatre minuti ufficiali indicati da Imdb non collimano con quella che evidentemente è la director's cut cui ho assistito, che è riuscita ad accarezzare le due ore piene - in grado di provare fisicamente non soltanto i detrattori, ma anche i più fanatici estimatori di questo tipo di pellicola.
Rimango comunque grato a regista, truccatori e sceneggiatura per la straordinaria sequenza d'apertura all'interno dalla quale Gaul/Van Damme, infiltratosi in un covo di trafficanti di minorenni alla ricerca del ragazzino che ha il compito di recuperare, sfoggia due look clamorosamente ridicoli che paiono omaggi al Walter White del magnifico Breaking bad e al Verdone prete di Un sacco bello nel giro di dieci minuti scarsi che, da soli, varrebbero l'intera visione.
Come se questo non bastasse, vengono poi liberate sequenze di stampo malinconico in cui il protagonista, roso dai sensi di colpa, serve al banco della sua macelleria bevendo vodka come fosse acqua di fonte intento a tagliare fettine per i clienti con cura e tanto di guanto di lattice salvo poi servirle con la mano libera in bisunti sacchetti di carta osservando con gli occhi vitrei i fantasmi delle ragazzine morte a seguito della sua missione di salvataggio "mascherato": impagabile davvero.
Il ridicolo involontario viene poi riproposto nel momento della riscossa dell'antieroe e dei genitori della quattordicenne scomparsa il cui ritrovamento diviene motore della ripresa del vecchio Gaul schiacciato dalla depressione, una missione di salvataggio che pare scritta da un qualche ragazzino tra elementari e medie che, in effetti, a fronte di un titolo di questo genere, rischia di divertirsi come un pazzo se non fosse per l'assenza di roboanti sequenze d'azione - probabilmente, dato il budget a disposizione monopolizzato dall'ingaggio di Van Damme, impossibili da girare -.
Un titolo che è dunque già leggenda per i fan hardcore di uno dei più grandi interpreti del trash tamarro di tutti i tempi, e che potrebbe addirittura significare l'inizio di una nuova corrente nella produzione che lo coinvolge: considerata l'età che avanta ed un'elasticità non più all'altezza dei tempi delle spaccate, la malinconia in stile Lionheart unita allo stile da piccolo schermo che ha fatto la fortuna di Segal e Chuck Norris negli ultimi anni potrebbe significare un capitolo ancora tutto da scrivere nella carriera di uno dei volti più importanti che il Cinema di botte abbia mai conosciuto. 



MrFord


"Children of tomorrow live in the tears that fall today
will the sun rise up tomorrow bringing peace in any way?
Must the world live in the shadow of atomic fear?
Can they win the fight for peace or will they disappear?"
Black Sabbath - "Children of the grave" -


lunedì 12 marzo 2012

John Rambo

Regia: Sylvester Stallone
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 92'


La trama (con parole mie): John Rambo vive ormai da anni nel cuore della Thailandia, guadagnandosi il pane come barcaiolo e cacciatore di serpenti, dimenticato dal mondo dal quale si è allontanato come in una sorta di esilio. Quando un gruppo di volontari cattolici lo convince ad accompagnarli oltre il confine, nel cuore della Birmania dilaniata dalla guerra civile, l'ex soldato si troverà ad affrontare i fantasmi della sua vecchia esistenza: e proprio quando quelle visioni parranno chiamarlo ancora più forte, la notizia del rapimento degli stessi volontari lo porterà, al seguito di un gruppo di mercenari, di nuovo al centro dell'azione, pronto a prendere una decisione rispetto al suo futuro riflettendo tra un massacro e l'altro delle spietate milizie birmane.





Siamo dunque giunti all'ultimo capitolo della memorabile quanto trash saga di Rambo, dopo Rocky il personaggio di maggior successo portato sullo schermo dal mitico Sly, che per l'occasione - come fu per l'ottimo Rocky Balboa a chiudere il ciclo dedicato allo Stallone italiano - si prodiga da entrambi i lati della macchina da presa in una produzione che fu difficoltosa sia per gli inconvenienti tecnici - piogge e clima sfavorevole in Thailandia - che per l'organizzazione - una troupe gigantesca e multietnica -: il risultato è certamente meno efficace di quello dedicato alle gesta del pugile di Philadelphia, funzionale a livello tecnico - decisamente superiore, sia per regia che per fotografia e montaggio, al secondo e al terzo capitolo della sua avventura cinematografica - eppure privo dell'ironia che avrebbe caratterizzato il successivo supercult The Expendables, finendo per attestarsi a metà strada tra il trash di culto ed un tentativo più autoriale di tornare alle origini del personaggio.
Le responsabilità della mancata riuscita dell'operazione sono da imputare principalmente ad una sceneggiatura elementare quanto quelle dei due film precedenti priva però del mordente necessario a sopperire ai suoi limiti soprattutto nella prima parte, decisamente televisiva in quanto a qualità soprattutto per quanto riguarda, per l'appunto, lo script: con il rapimento dei volontari, però, la pellicola cambia marcia, liberando una violenza spropositata - in questo senso, molto coraggioso Stallone a mostrare senza troppe cerimonie anche le esecuzioni dei bambini o dei malati -, i fantasmi del protagonista - ho molto apprezzato la sequenza onirica, simile a quella che risvegliò Rocky durante la rissa al termine del quinto capitolo della sua storia - ed un crescendo che porta in dono allo spettatore un vero e proprio massacro operato dal Nostro ai danni delle milizie birmane da far sembrare tutte le precedenti battaglie di Rambo una partita di volano tra signore di mezza età impegnate nella merenda ed il the pomeridiani.
Anche questa volta il reduce del Vietnam confeziona la sua frase di culto pronta ad essere ricordata in eterno dai suoi fan - "Vivere per niente, o morire per qualcosa", mitico -, e c'è spazio, nel finale, anche per un momento clamorosamente in equilibrio tra il trash più clamoroso ed il commovente, quando il vecchio John, definitivamente - chissà? - messi da parte i suoi demoni, fa ritorno negli States vestito quasi come all'inizio del primo film, giungendo di fronte al ranch dove nacque, nella speranza di ritrovare suo padre, unico legame rimasto con il Paese per il quale ha sempre combattuto.
Prima, però, che la commozione tocchi il cuore di ogni fan di Sly che si rispetti, c'è spazio per un momento di ilarità pura, legato ad un avvenimento di quelli più unici che rari nel mondo del Cinema: l'incontro mai più ripetuto del parrucchino di Nicholas Cage - eccezionalmente in prestito al buon Sylvester - ed il labbro di Stallone.
Una sequenza dunque in grado di fare Storia anche senza contare la malinconica camminata verso casa che vede lasciare il grande schermo uno degli eroi più importanti del Cinema action di tutti i tempi, capace di regalare sogni e fior di nemici sbaragliati come se niente fosse ad almeno due generazioni di spettatori - anche lui, come Rocky, a testa alta -.
Dimenticato dall'elite della settima arte, dai radical chic, da Dio e da chissà chi altro, Rambo resta un vero e proprio mito per tutti quelli che l'hanno saputo apprezzare per quello che era senza mai davvero dimenticarlo, rendendo di fatto possibile la sua esistenza da sempre negata - prima come riflessione sociale, dunque come ironico tormentone - che lo portò a combattere per la prima volta, trent'anni fa e più, di ritorno da una guerra che l'avrebbe cambiato per sempre.


MrFord



"It's been so long since I've been gone
another day here might be too long for me
I've travelled around and I've had my fill
of broken dreams and dirty deals
a concrete jungle surrounding me
many nights I've slept out in the streets
I paid my dues and I changed my style
seen hard times ... over now."
Lynyrd Skynyrd - "Comin' home" -


mercoledì 29 febbraio 2012

La gabbia delle scimmie

Autore: Victor Gischler
Origine: Usa
Editore: Meridiano Zero
Anno: 2001 (in Italia 2010)


La trama (con parole mie): Charlie Swift è un gangster di Orlando, Florida. E' l'uomo di fiducia del vecchio Stan, boss ottantenne vecchio stampo per il quale il killer lavora da tutta una vita. Ha un fratello minore, Danny, che ha mollato l'università e vorrebbe come lui fare parte del manipolo della gabbia delle scimmie, la gang che Charlie comanda, una madre che si preoccupa ed una donna appena conosciuta - l'ex moglie di un tizio che ha accoppato - che gli piace davvero.
Tutto funziona, fino a quando entra in gioco Beggar Johnston, che da Miami decide che è arrivato il momento di prendersi una fetta del mercato di Stan. 
Una fetta consistente. In parole povere, tutto quanto.
Charlie, scampato al massacro dei suoi, si troverà (quasi) solo ad affrontare la gang rivale, l'FBI, il passato, il futuro ed un sacco di domande senza risposta.
Domande che necessitano di un pò di piombo per essere archiviate tra le pratiche di un tempo prima di costruirsi una nuova vita.





Che Victor Gischler fosse un tipo cazzuto, frutto fatto e finito della scuola Lansdale, già era noto in casa Ford dai tempi di Notte di sangue a Coyote Crossing, nella mia personale top ten dei romanzi dello scorso anno.
Con La gabbia delle scimmie ho riscoperto la sua opera prima, un romanzo secco e frastornante come un diretto in pieno viso, pervaso dallo spirito pulp che guidò la rivoluzione cinematografica di Tarantino e dall'ironia guascona dei due eroi principali dell'appena citato Lansdale, Hap e Leonard: certo, non siamo di fronte ad un miracolo della pagina scritta, o a qualcosa di innovativo e clamoroso, eppure la vicenda di Charlie Swift - che per tutta la durata della vicenda mi ha ricordato Jason Statham - riesce nell'intento di avvincere, divertire ed incollare alla pagina senza troppo impegno dall'incipit all'epilogo, scorrendo così rapido da non avere mai l'impressione di un momento di stanca del suo autore, che certo non passerà alla storia come il più raffinato dei narratori ma che confeziona un prodotto onesto e dallo spirito clamorosamente simile a quello dei siparietti che nel pieno degli anni novanta lasciarono a bocca aperta molti fan della settima arte segnandoli per sempre grazie a due personaggi di nome Vincent e Jules, in particolare nel corso di una vicenda più nota come "La situazione Bonnie".
In questo senso ho trovato clamorosamente coinvolgente e spassosa tutta la parte centrale, in cui il buon vecchio Charlie, ritrovato uno dei suoi vecchi compagni come lui scampato all'eccidio si fa carico della missione di scovare il traditore e scoprire dove si trova e se è ancora in vita il vecchio Stan, suo padre putativo e boss: il loro peregrinare nell'entroterra della Florida fatta di città costruite attorno ai centri commerciali, in bilico tra le paludi e l'oceano, è riuscito quasi a colmare la nostalgia che continuo a provare rispetto ai momenti magici dei due eroi lansdaliani per eccellenza che smetto di citare giusto perchè altrimenti ogni post ad argomento letterario finisce per diventare un tributo a loro.
Certo, la risoluzione della trama è alquanto prevedibile, e non ci sono mai veri e propri colpi di scena, lo stile è più acerbo di quello mostrato in Notte di sangue a Coyote Crossing - giustamente, essendo quella la sua ultima fatica, fumetti esclusi -, molti personaggi tagliati con l'accetta e clamorosamente stereotipati, eppure tutto funziona, anche quando non sono presenti all'appello lampi di genio di quelli cui potrebbero abituarci un Winslow o un Nesbo.
La prosa di Gischler è tutta lì, nuda e cruda, pane e salame, così come la vicenda e la lotta per la sopravvivenza di Charlie Swift, un "buon selvaggio" che pare il ritratto sputato dei criminali tutti d'un pezzo del Cinema figlio del noir più classico, esplosivo eppure tenero, letale eppure protettivo, glaciale eppure ribollente rabbia e passione.
Un tipo che sarebbe potuto piacere a Mickey Spillane e al suo Mike Hammer, che si arrangia come può e con quello che ha, perchè sa bene quali sono i suoi pregi e limiti, e chissà che un giorno non possa smettere per dedicarsi a viaggi che fino a quel momento, tra sangue, proiettili e loschi affari, ha potuto soltanto sognare grazie alla collezione di National Geographic lasciata in eredità da suo padre.
Quello che dovrà fare il vecchio Charlie è stare in campana.
Perchè quando il sogno suonerà alla porta, non potrà fare altro che aprire, o rischiare di restare chiuso per sempre in una gabbia.
La gabbia delle scimmie.
Lo stesso posto in cui è cresciuto.
Lo stesso posto in cui è diventato uomo.
Lo stesso posto che gli ha insegnato ad uccidere.
E forse, dalla morte, gli insegnerà anche a vivere.


MrFord


"You wired me awake
and hit me with a hand of broken nails
you tied my lead and pulled my chain
to watch my blood begin to boil
but I'm gonna break
I'm gonna break my
I'm gonna break my rusty cage and run."
Soundgarden - "Rusty cage" - 

venerdì 10 febbraio 2012

24 - Stagione 4

Produzione: Fox
Origine: Usa
Anno: 2004
Episodi: 24



La trama (con parole mie): Jack Bauer si è ormai ritirato dall'azione, e lavora fianco a fianco con il segretario della difesa James Heller, oltre ad essere sentimentalmente legato a sua figlia.
Quando un treno deraglia all'alba di un giorno apparentemente normale di impegni politici si innesca un turbinio di eventi che vede come prima apparente vittima proprio Heller: a questo punto Bauer si troverà costretto a tornare a lavorare per il CTU, proprio mentre le trame si infittiranno rivelando ora dopo ora il diabolico piano di un'organizzazione terroristica facente capo al temibile Habib Marwan, da anni infiltrato nel sistema sociale statunitense.




Come ogni anno, torna puntuale come un orologio il recupero di una delle serie simbolo del primo decennio degli anni zero, giunta in casa Ford alla quarta stagione sempre nel segno del reazionario, granitico, inarrestabile Jack Bauer, protatonista tutto d'un pezzo in grado di fare la fortuna recente di Kiefer Sutherland, definendone, di fatto, la definitiva consacrazione come action hero, pur se del piccolo schermo.
E da subito occorre una precisazione: Bauer non mi ha mai fatto impazzire, eroe - o più facilmente antieroe - inaffondabile e glaciale come viene presentato, e nelle prime stagioni avevo decisamente patito la mancanza di empatia con il protagonista della serie, benchè mi sia sempre goduto il ritmo serratissimo ed i continui cambi di fronte della narrazione.
Con questa quarta, incredibile stagione, però, non solo lui pare riscattarsi - pur rimanendo sostanzialmente inalterato - sfoderando una serie di momenti già cult - da urlo la minaccia al medico nel corso dell'operazione che potrebbe salvare il quasi ex marito della sua compagna perchè lo stesso chirurgo interrompa l'intervento e faccia il possibile per stabilizzare un testimone chiave ferito - ed aprendo, con la conclusione, scenari completamente nuovi per il prodotto nel suo complesso, ma l'intero comparto tecnico e narrativo pare ingranare una marcia in più rispetto alle precedenti annate, regalando al pubblico ventiquattro episodi da cardiopalma, con continui ribaltamenti di fronte, un nemico tosto oltre misura - Habib Marwan, che ha generato tormentoni continui per la pronuncia del suo nome tra me e Julez - ritorni attesissimi - Tony Almeyda e David Palmer -, agganci ottimi - la killer svelatasi negli ultimi episodi ed il suo legame con il passato dello stesso Palmer -, sneak peaks a ripetizione, sparatorie, morti ammazzati, intrighi politici - sono curioso di come si evolverà la questione cinese -, centrali nucleari a rischio collasso, aerei dirottati e fatti precipitare, inseguimenti e di nuovo fughe.
Una vera e propria sarabanda di eventi che nel genere aveva un precedente soltanto nelle migliori stagioni di Alias - altra serie amatissima in casa Ford -, e lascia ben sperare per il quinto giro sulla giostra guidata dal vecchio Bauer, sempre più simile ad una sorta di legalizzato giustiziere della notte, scatenato con i nemici e, a volte, perfino con gli amici pur di arrivare a proteggere i suoi amatissimi Usa.
Da questo punto di vista la figura del ritrovatosi agente assume un'importanza notevole anche a livello storico e sociale, quasi fosse un'incarnazione di quella parte degli States che reagì con furia e quasi insana determinazione al dramma dell'undici settembre: queste sono le stelle e strisce del bushismo, quelle che non trovano mezze misure nella loro guerra al terrore, che divengono radicali come i nemici che le minacciano, che attraverso le decisioni dell'analista Edgar, del segretario Heller, di Palmer, Michelle Dessler e, ovviamente, lo stesso Jack passano un messaggio chiaro ed inquietante quanto gli scenari per i quali sono costretti a combattere.
La loro strenua lotta pare infatti suggerire che di fronte al terrore e alla minaccia non ci sia altra scelta se non una reazione di uguale - ed ovviamente contraria - intensità, che deve essere perseguita anche quando i sacrifici che richiede sono legati alle persone che più amiamo: una sorta di dottrina da "duri e puri" che non incontra certo molti dei miei favori, ma che è resa magnificamente e, nonostante le differenze ideologiche, appassiona e lega ai personaggi dal primo all'ultimo minuto di quest'epopea in tempo reale.



MrFord


"Got in a little hometown jam so they put a rifle in my hand
sent me off to a foreign land to go and kill the yellow man
born in the Usa.
I was born in the Usa.
I was born in the Usa.
I was born in the Usa.
Born in the Usa."
Bruce Springsteen - "Born in the Usa" -


venerdì 27 gennaio 2012

Io vi troverò

Regia: Pierre Morel
Origine: Usa/Francia
Anno: 2008
Durata: 93'



La trama (con parole mie): Bryan Mills, uno spaccaculi dei servizi segreti più tosto del più tosto dei Jack Bauer in pensione è contrario al viaggio in Europa della figlia Kim, conscio dei pericoli che la vita per le strade del mondo può riservare ad un'innocente fanciulla.
Nella speranza di ricostruire il suo rapporto con l'adolescente e grazie all'influenza dell'ex moglie Lenore, tuttavia, l'uomo acconsente a dare il suo permesso.
Ovviamente, al primo giorno a Parigi la ragazza e l'amica partita con lei sono rapite da una banda di trafficanti di donne affiliati alla mafia albanese, peraltro immischiata in una storia di corruzione degli alti ingranaggi della Sicurezza Nazionale francese.
A quel punto è chiaro che Mills dovrà rimettersi a fare quello che sa fare meglio in modo da recuperare la figlia prima che faccia una brutta fine.




A volte resto davvero colpito dal successo di alcune pellicole.
Nel caso di Io vi troverò sono rimasto addirittura a bocca aperta.
In effetti, la presenza di Luc Besson - che continuo a detestare, regista o produttore che sia - tra i credits non lasciava presagire chissà quale visione, un pò come il buon Liam Neeson nel ruolo di rullo compressore ammazzacristiani, parte che personalmente non ho mai trovato indicatissima per questo attore, nonostante la stazza: quello che, però, ho meno digerito di questa visione assolutamente trascurabile è stata la facilità affettata della sceneggiatura, che pare uscita da una pellicola di genere targata eighties di quelle che di solito mi divertono non poco senza avere la benchè minima ironia o la tamarraggine delle stesse, ed assumendo i contorni di un manifesto simil repubblicano della peggior specie ben lontano dal decisamente più riuscito Transporter, produzione peraltro passata più o meno per le stesse mani.
Il personaggio di Mills, che in mano a un Bruce Willis o  - per l'appunto - ad un Jason Statham avrebbe potuto sfoderare momenti di grande Cinema di basso livello, si appiattisce con il passare dei minuti presentandosi come una sorta di Dirty Harry dei poveri pronto a fare un gran culo a qualunque losco personaggio si metta tra lui e sua figlia, senza contare i sospesi che vanno ad accumularsi, nel corso della ricerca dell'ex agente dei servizi segreti, con gli agenti della sicurezza francese - e fin qui niente di male, considerato che, quasi per contratto, ormai tifo contro i nostri cugini d'oltralpe -: le parti d'azione, prive di inventiva o di spunti particolarmente originali, tentano invano di replicare le atmosfere create in revenge movies decisamente più riusciti come Man on fire senza riuscire a portare sullo schermo la stessa energia o suscitare la partecipazione dello spettatore, che arriva quasi a detestare Mills per la sua glaciale efficenza da "so tutto io faccio tutto io spacco tutto io" - con la figlia in procinto di essere rapita in linea al telefono, agente segreto o no, sfido chiunque a dare indicazioni alla stessa dicendo "tranquilla, ti prenderanno, segui le mie istruzioni e poi lascia fare a me" come se si trattasse delle istruzioni per montare uno stereo -.
Il resto della trama si svolge secondo gli standard tipici del genere, concedendosi ben poco al di fuori degli schemi - la visita di Mills a casa del vecchio compagno transalpino passato dietro una scrivania è forse l'unica eccezione - ed arrivando con l'asta delle ragazze mostrata poco prima del finale punte di kitsch clamorosamente imbarazzanti.
Ma torniamo al principio: a volte rimango davvero sorpreso dal successo di alcune pellicole.
Mi è capitato, in questi anni, di sentire pareri più che positivi a proposito della pellicola di Morel anche da insospettabili detrattori del genere action, tanto che - lo ammetto - le mie aspettative erano discretamente alte: aspettative che, al contrario, già dalle prime scene - la pessima sequenza che vede il protagonista con i suoi vecchi commilitoni impiegati come servizio di sicurezza per la popstar Sheerah, interpretata da Holly Valance, la festa di compleanno di Kim, il patetico album di fotografie del compleanno della ragazza - vengono clamorosamente messe a tacere neanche avessi ingaggiato lo stesso Mills per chiudere con loro i conti per sempre.
Di certo, la premiata ditta Morel&Besson difficilmente mi vedrà tornare dalle loro parti.
Pareri favorevoli o no.


MrFord


"One life left to live, to forgive
make amends, wash away my sins
prepare for judgment
only then will I get
revenge, revenge, revenge, revenge."
30 seconds to Mars - "Revenge" -

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