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venerdì 5 aprile 2013

Django

Regia: Sergio Corbucci
Origine: Italia
Anno: 1966
Durata: 93'




La trama (con parole mie): siamo a cavallo del confine tra States e Messico, nel periodo che va dalla Guerra di Secessione americana alla Rivoluzione messicana. 
Un ex soldato nordista, Django, vaga nella terra di nessuno che si contendono i ribelli latini guidati dal generale Rodriguez ed i bianchi razzisti agli ordini del maggiore Jackson portandosi dietro una bara dal contenuto segreto.
Salvata una donna - prostituta di un saloon locale che ha tentato la fuga - il misterioso pistolero da inizio ad una vera e propria lotta che lo vede opposto prima a Jackson, dunque a Rodriguez e per finire di nuovo a Jackson: sulla sua strada sono destinati a cadere cadaveri come se piovesse.
Ma per l'antieroe il destino sarà amaro, e la vittoria avrà un prezzo enorme per un ammazzacristiani dalla mano rapida come lui.





Recentemente portato alla ribalta dalla versione unchained firmata Tarantino - se non l'avete ancora visto, fatelo, perchè si tratta di uno dei film dell'anno -, il personaggio di Django approda finalmente al Saloon dopo aver influenzato per decenni l'immaginario dello Spaghetti Western e non solo, dando origine fin dai tempi della sua uscita in sala ad un vero e proprio fenomeno che l'ha trasformato in oggetto di culto e di numerosissime imitazioni, spin off ed omaggi - praticamente mai all'altezza, Quentin escluso -.
Ricordo di aver concesso una visione di striscio alla pellicola di Corbucci ai tempi in cui mio nonno riusciva a sfoderare almeno un paio di western al giorno quando ero da lui, ma non ricordavo - del resto, sono passati più di vent'anni - quanto grezzo e tosto questo pulp da Frontiera fosse, e tantomeno quanto sia riuscito ad influenzare la Storia del Cinema di genere e non solo negli anni: per quanto, infatti, non si tratti per nulla di un saggio di tecnica sopraffina, dialoghi memorabili o contenuti rivoluzionari, Django ha rappresentato - e rappresenta - uno dei massimi vertici di quello che oggi si intenderebbe come cult, dallo stile all'impatto.
Osservando Franco Nero - perfetto nella sua limitatissima espressività - camminare nel fango trascinandosi dietro la bara - altro colpo di genio - che cela il suo strumento di morte sulle note della splendida canzone utilizzata anche dal Quentino in apertura della sua versione si ha da subito la misura di quello che sarà il risultato complessivo del lavoro di Corbucci, che riesce a toccare temi importanti - la Frontiera, il razzismo, la violenza, la sopravvivenza ed i bassi istinti dell'Uomo - senza mai perdere di vista i suoi limiti e finendo per trasformare gli stessi in qualità dirompenti da aggiungere ad un utilizzo massiccio della violenza - che quasi definirei cronenberghiana - e ad un comparto tecnico che fa del kitsch un pregio clamoroso, dalla scenografia, ai costumi, alla fotografia.
La lezione impartita da Sergio Corbucci diviene dunque fondamentale nel porre le basi per quello che sarà il trionfo di un altro Sergio proprio in quegli anni, pronto a sfruttare l'intuizione di Django filtrandola attraverso un'abilità impressionante con la macchina da presa - provate per un istante a pensare cosa sarebbe potuto diventare questo film nelle mani di Leone - ed un decennio dopo da un altro reduce della stessa Frontiera, Clint Eastwood, che deve tantissimo per lavori come Lo straniero senza nome proprio a titoli come questo.
La vicenda di Django, antieroe che mostra più i difetti che non i pregi, per nulla senza macchia ed assolutamente lontano dai clichè classici del ruolo, tornata alla ribalta dopo troppi anni passati in una nicchia che le sta decisamente stretta, andrebbe ripescata da critica e pubblico come uno dei più fulgidi esempi di Cinema di rottura del Nostro Paese, ammirata ed imitata anche e soprattutto da Maestri riconosciuti in tutto il mondo - in questo senso Corbucci si ritrova a condividere il destino di Mario Bava, regista clamoroso qui da noi ignorato da tutti i non nerd cinematografici eppure responsabile di pesantissime influenze sui lavori di gente come Carpenter o Burton -.
Una visione clamorosa, da Saloon ed appassionati ma non solo, ed una vera e propria miniera d'oro di sequenze memorabili in grado di sorprendere ed indurre ad una sorta di dipendenza rispetto ad una figura mitica, che senza dubbio merita un posto di rilievo nella Storia della settima arte e del West.


MrFord


"Django, now your love has gone away.
Once you loved her, whoa-oh...
Now you've lost her, whoa-oh-oh-oh...
But you've lost her for-ever, Django."
Luis Bacalov - "Django" -


mercoledì 30 maggio 2012

Die hard 2 - 58 minuti per morire

Regia: Renny Harlin
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 124'



La trama (con parole mie): Trasferitosi a Los Angeles, l'ora tenente John McClane si trova a Washington per trascorrere il Natale con la famiglia, cercando di sciropparsi i suoceri in attesa dell'arrivo della moglie.
Ma proprio nel giorno in cui Holly, libera dai suoi incarichi dirigenziali, è in arrivo dalla costa Ovest, un gruppo di ex militari divenuti terroristi decide di assaltare l'aeroporto della capitale Usa in modo da dirottare il volo sul quale viaggia, prigioniero, un dittatore centroamericano leader del traffico mondiale di droga.
Professionali e sicuri, gli uomini dell'ex colonnello Stuart paiono avere la strada spianata verso il successo della loro impresa: peccato che John McClane sia pronto a rovinare loro le Feste.




E così, anche la serie Die hard con protagonista l'inossidabile John McClane cede alla comune opinione che vede il sequel mai all'altezza dell'originale.
Certamente, avendo sempre e soltanto visto e rivisto il primo capitolo, il fatto di approcciare solo ora 58 minuti per morire ha di per sè minato la credibilità dello stesso ai miei occhi di spettatore, ben lontano dal gusto e dal fascino che avrebbe esercitato sul sottoscritto in quei primi anni novanta che furono in casa Ford una sorta di unica, grande avventura action ininterrotta - o quasi, dato che d'estate veniva sempre il momento degli horror -.
Il fatto è che nonostante il sempre in spolvero McClane, una schiera di villains in pieno stile trash interpretati da caratteristi che avrebbero conosciuto la loro fortuna negli anni successivi - da Le ali della libertà a Terminator 2, passando per Sorvegliato speciale - e la consueta dose di adrenalina ed esplosioni di vario genere, tutto appare come una versione molto sbiadita di Trappola di cristallo, lontanissima dal suo carico di ritmo e, benchè divertente, priva della stessa irriverente ironia: certo, i momenti cult non mancano - dalla lotta sull'ala dell'aereo in pieno decollo alla celeberrima frase "lei è l'uomo, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato" cui il protagonista risponde "è la storia della mia vita" -, eppure tutto pare limitarsi al consueto film da zero neuroni, birra e patatine tipico delle serate tra amici senza alcun impegno spesso accompagnate da sonore sbronze selvagge.
L'assenza di McTiernan in cabina di regia, in questo senso, si fa sentire eccome, anche perchè il suo posto è occupato dal mestierante da b-movies Renny Harlin, regista di cult totali come Cliffhanger ma anche di schifezze abominevoli come The covenant, uno dei film più brutti che abbia visto negli ultimi anni: il carattere dell'uomo dietro la macchina da presa del primo capitolo è qualcosa che Harlin non avrà mai neppure per miracolo, un pò come se ci mettessimo a sindacare su chi è più duro tra Bruce Willis nei panni di John McClane e il mio antagonista Cannibale nei panni del Piccolo Cucciolo Eroico.
Peccato dunque soprattutto perchè, nonostante una trama molto, molto simile a quella di Trappola di cristallo, le basi per avere un nuovo potenziale supercult di genere c'erano tutte, e 58 minuti per morire rappresenta, di fatto, una delle più grosse delusioni in termini di tamarrate che mi sia capitato di avere, nonostante la stessa fosse impreziosita da un protagonista tra i migliori che l'action possa offrire e da uno spirito che, con gli anni zero, risulta smarrito nell'oceano dell'ego di attori, registi e produttori convinti anche nei casi peggiori di lavorare a potenziali Capolavori - un esempio su tutti, Will Smith e l'indegno Io sono leggenda, giusto perchè mi è capitato di incrociarlo in tv per caso in questi giorni -.
Restano comunque impresse le immagini dello scontro sui nastri trasportatori dei bagagli ad inizio pellicola, il nostrano Franco Nero nei panni del cattivissimo boss della droga e l'ottima gestione - pur se in parte telefonata - del ruolo della squadra speciale inviata dall'Esercito: il guaio principale è che, molto semplicemente, il primo della serie è talmente grande da sminuire ogni tentativo successivo.
Staremo a vedere se, con il ritorno di McTiernan al timone e l'arrivo di Samuel Jackson come spalla, la musica cambierà e John McClane tornerà a dettare standard elevatissimi di una fetta di Cinema che, nonostante tutto, non smetterò mai di difendere.


MrFord



"My life is like a highlight reel
some might conisder this my twilight but depending how I might feel
I might continue on with my career for 5 light years
critics can fly kites here?"
Dr. Dre - "Die hard" -



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