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martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (Chad Stahelski, USA, 2016, 122')

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Quando si parla di action movies tamarri, l'hype che mi travolge nell'attesa della visione è superiore a quello di qualsiasi proposta d'autore, film di Clint Eastwood o Michael Mann.
Probabilmente, soltanto un ritorno a sorpresa del mitico Stanley potrebbe scatenare dentro di me qualcosa di più devastante.
Dunque, capirete bene quanto attendessi, dopo l'ottimo exploit - inaspettato, tra le altre cose - di John Wick qualche anno fa, il nuovo film della saga dedicata all'ex assassino spaccaculi ed ammazzacristianiamazzi interpretato da Keanu Reeves, che lasciati a casa i panni del "cibernetico signore degli anelli" con il buon John aveva ritrovato il posto che gli competeva nel panorama action dai tempi di Speed.
E capirete bene quanto possa essermi sentito deluso e quasi incazzato, non fossi stato intorpidito completamente dal sonno al termine della visione.
Perchè il secondo capitolo di John Wick è una delle delusioni più terribili che abbia patito nel corso degli ultimi mesi: un prodotto moscio, privo di ironia, eccessivamente serioso, statico non tanto nelle sequenze d'azione - ben congeniate - quanto nello spirito, un trito e ritrito portato avanti per due ore che paiono interminabili - ed in questi casi non dovrebbe certo andare in questo modo - e che hanno il sapore di raccordo per un eventuale terzo capitolo, quasi si volesse cercare di trasformare John Wick in una produzione, per l'appunto, nello stile di Michael Mann, senza ricordare che le tamarrate non solo devono restare tamarrate, ma anche e soprattutto pestare il piede sull'acceleratore ogni volta possibile - in questo senso, una lezione è data dall'impietoso confronto tra Expendables 2 e 3, per citare una saga che adoro alla follia -.
E pensare che l'unico a seguire questo consiglio sia il nostrano Riccardo Scamarcio - che non è esattamente Marlon Brando, per essere quantomeno alla lontana politically correct - è l'indice di quanto, purtroppo per me e per tutti i fan del personaggio, questo secondo capitolo sia un fallimento su tutta la linea, quasi un ritorno alle atmosfere cupe e pesanti degli anni novanta che, lo sanno anche i sassi, con l'action sguaiata sono stati teneri quanto John con chi gli ha rubato la macchina ed ammazzato il cane.
Peccato davvero, perchè mi sarei aspettato fuochi d'artificio, momenti di esaltazione con salti sul divano ed un giro aggiuntivo di bevute per festeggiare e mi sono ritrovato abbattuto, deluso, quasi stroncato dal sonno e per la prima volta dopo settimane desideroso di andare a letto senza passare dal via, e soprattutto senza neppure avvicinarmi alla mezzanotte - non succede praticamente mai, a meno che non stia davvero male -.
John Wick - Capitolo 2, dunque, pecca nel tentare di apparire come un action d'autore - perchè non siamo certo sul pianeta, nella galassia o nell'universo di cose come The Raid 2 o Blackhat - così come una tamarrata senza ritegno alcuno - cosa perfettamente riuscita con The Equalizer, ad esempio -, e si tuffa neppure troppo bene nel grande oceano di titoli destinati ad essere dimenticati in fretta e senza alcun rimpianto.
L'unica nota positiva potrebbe essere data dal fatto che, dal molto probabile capitolo tre, mi aspetterò decisamente meno.




MrFord






venerdì 3 febbraio 2017

xXx - Il ritorno di Xander Cage (D.J. Caruso, USA, 2017, 107')




Ricordo bene quando il mio cammino incrociò quello del franchise di xXx.
Ero in Portogallo, nel settembre del duemilatre, alla scoperta di uno dei Paesi che ho più amato nella mia vita da turista, e in un locale vuoto di Coimbra, città universitaria ancora semideserta a causa delle vacanze, con una lista di chupiti di varietà incredibile per le mani, vidi trasmesso sulle tv del posto in inglese sottotitolato in portoghese - per l'appunto - proprio xXx.
Una vera merda, in tutta onestà.
C'è anche da ammettere che, forse, quello fu l'anno più tosto del mio periodo da radical, talmente tosto da farmi rinnegare o dimenticare le gioie che gente come Stallone, Schwarzenegger o Van Damme mi aveva regalato durante l'infanzia, e dunque con ogni probabilità ero addirittura prevenuto.
Fatto sta che, quando qualche anno dopo vidi di striscio il secondo, rimasi orripilato e ringraziai la buona sorte di quella sera a Coimbra, pensando che non ci sarebbe stata altra occasione per affrontare la questione.
E invece, al contrario di ogni previsione, ecco giungere in sala un terzo capitolo che non solo rilancia il charachter di Xander Cage sul mercato, ma strizza l'occhio anche ad un ipotetico quarto episodio della saga - nonostante al botteghino non stia andando niente bene -, arricchendola di personaggi noti agli spettatori del grande - Ice Cube - e piccolo - Ruby Rose, Rory McCann - schermo ed aggiungendo al cocktail grandissimi esperti di Cinema di botte come Donnie Yen e Tony Jaa: il risultato, a conti fatti, è a tutti gli effetti un film di fantascienza a livello di logica ed esecuzione, una tamarrata trash di livelli così alti ed assurdi da non poter risultare antipatica, scomodando paragoni importanti come quello con il primo Sharknado.
Vin Diesel e soci, in barba alla plausibilità ed al fatto di essere potenzialmente fuori tempo massimo - questa è una pellicola che avrebbe fatto furore negli anni ottanta dei Commando e dei Cobra - portano in scena una baracconata talmente assurda da far accendere immediatamente la lampadina del cult, ed accompagnare i Ford tutti, tra giochi, urla, casini da famiglia con due figli e via discorrendo in un normale pomeriggio di follia quotidiana e goduria da sfogo del cervello, quasi lo stesso avesse vinto due settimane pagate in uno dei villaggi più esclusivi della Polinesia in compagnia di almeno tre o quattro donzelle ben disposte - in pieno stile Xander Cage -.
A conti fatti, questo terzo capitolo di xXx è una porcata fatta e finita, una roba di grana così grossa da fare venire un infarto a qualsiasi radical nel raggio di un paio di chilometri, eppure risulta talmente prevedibile, implausibile, eccessivo da essere irresistibilmente divertente e godurioso, di quei film che sono come il pompino della buonanotte, il fast food quando avete il frigo vuoto, il bicchiere dell'oblio al termine di una serata da sbronza totale.
Anzi, dirò di più: nell'anno che vede già l'hype del sottoscritto per Fast 8 toccare livelli astronomici, la sorpresa inaspettata di questo terzo xXx è praticamente un aperitivo per quello che mi aspetta e che non vedo l'ora di godermi.
Questi sono i porno del Cinema.
Senza se e senza ma.
Almeno qui al Saloon.
E come ogni porno che si rispetti, contano la goduria e i pochi pensieri, più che la trama o la credibilità.



MrFord



 

domenica 15 gennaio 2017

24 - Stagione 8




In questi primi quasi sette anni di Saloon, accanto a novità e scoperte, si è dato ampio spazio, che si parli di Cinema come di piccolo schermo, ai recuperi di titoli divenuti cult per un motivo o per un altro, ai tempi della loro uscita, snobbati dal sottoscritto: uno di quelli più goduriosi è stato senza ombra di dubbio quello di 24, celebratissima da tutti gli amanti dell'action e non solo ai tempi di Lost e giunta al Saloon quando negli States quasi si avviava alla sua (prima) conclusione proprio con questa season numero otto.
La corsa del mitico Jack Bauer, dunque, al termine di otto anni costruiti da momenti memorabili, innumerevoli uccisioni, terroristi neutralizzati e governi - anche statunitensi - rovesciati, giunge al termine nel modo più onorevole, lontana dai fasti del momento migliore della serie - direi senza dubbio le stagioni dalla tre alla cinque - ma sempre in grado di intrattenere qualsiasi pubblico, dai poco avvezzi all'action ai tamarri, dai vecchi fan come il sottoscritto ai nuovi come il Fordino, che non vedeva l'ora di vedere il sempre leggermente reazionario Bauer arrabbiarsi per "spaccare tutto".
A rendere ancora più divertente un'ottava stagione che, ai tempi, segnò il commiato dell'agente speciale americano, un ritmo ed una serie di twists ben orchestrati - nonchè il ritorno di vecchi nemici come Logan - pronti a recuperare terreno su una settima che, indubbiamente, segnava il passo rispetto ad una proposta, come scrissi ai tempi, decisamente figlia degli anni del "bushismo" che, nel pieno dell'era di Obama, trovava poco terreno fertile.
Interessante, comunque, vedere Jack dapprima coinvolto suo malgrado nel tipico intrigo da potenziale attentato che l'aveva visto protagonista in diverse occasioni nel corso di questa cavalcata dunque al centro di un gioco delle parti da infiltrato con la mafia russa e la sua vecchia fiamma Renee Walker, prima di dedicarsi al testa a testa con i potenziali terroristi ed agli intrighi politici pronti a coinvolgere le più alte cariche dello Stato: in questo senso, ottima la scelta di rendere più fragile il personaggio del Presidente Taylor - il primo a non risultare, almeno finora, profetico, rispetto a quanto mostrato da questa serie - e di permettere il rientro di Logan, così come di spostare l'azione dalla strada della prima parte ai corridoi del potere della seconda, sfruttando come collante l'interessante charachter di Dana Walsh, partita in sordina e finita alla grande regalando una delle scene più clamorose pensate per Jack Bauer, forse il protagonista da "sconti a nessuno" più tosto dai tempi del Dirty Harry di Eastwood.
Certo, non si potrà mai pretendere di trovarsi di fronte il titolo che cambia la vita come per i già citati Lost o Breaking Bad, così come l'atmosfera assolutamente ludica di chicche del calibro di Alias, ma 24 è e resta parte integrante della storia delle serie televisive, una sorta di risposta del piccolo schermo al Die Hard figlio della settima arte, con un protagonista che difficilmente i fan dimenticheranno, e che non vedo l'ora di tornare a vedere in azione nel sequel andato in onda un paio d'anni or sono che, almeno per ora, chiude il discorso con il franchise mantenendo inalterata la squadra vincente Bauer/O'Brien in attesa del reboot atteso per febbraio, che cambiando protagonista potrebbe, purtroppo, non avere la stessa fortuna dell'originale.
A prescindere da tutto, da come sono andate o come andranno le cose, senza dubbio Jack Bauer avrà sempre un posto speciale, nel cuore del sottoscritto e degli spettatori: fosse anche solo per essere uno dei migliori scacciapensieri in un'epoca in cui, purtroppo, alcuni avvenimenti incredibili - e non in senso buono - hanno finito per trovare più spazio nella realtà che non nella fiction.



MrFord



 

domenica 4 dicembre 2016

Criminal (Ariel Vromen, USA/UK, 2016, 113')




Se nel corso degli anni ottanta, o anche solo qualche anno fa, qualcuno mi avesse detto che sarebbe nata una vera e propria corrente di attori non proprio più di primo pelo pronti a rimettersi in gioco nel ruolo di spaccaculi action heroes, spesso e volentieri non provenendo neppure lontanamente da quel tipo di genere ed ambiente cinematografico, avrei riso a crepapelle: allo stesso modo, se avessi saputo che Kurt Russell sarebbe finito a lavorare con Tarantino e Liam Neeson, Mel Gibson o Kevin Costner a fare i sessantenni da battaglia, avrei strabuzzato gli occhi - anche se, forse, con il vecchio Mel le cose sono un pò diverse -.
Eppure, tutto questo è successo.
Criminal, nonostante una cornice quasi spionistica in uno stile più vicino agli ultimi 007 - con le dovute proporzioni -, si inserisce perfettamente nel novero, ed ha rappresentato, almeno in termini di aspettative, una delle tamarrate da rutto libero più attese dal sottoscritto in questi ultimi tempi insieme a Blood father: peccato che, come quest'ultimo, si sia rivelato più che altro una grossa delusione.
Non basta, infatti, avere un Kevin Costner in versione finto bad guy sulla via forzata della redenzione affiancato da nomi grossi come Gary Oldman, o traini per il pubblico occasionale e più giovane come Ryan Reynolds il re dei cani maledetti e Gal Gadot, uno script apparentemente più profondo di un action standard e, probabilmente, un certo grado di compiacimento, per rendere un prodotto interessante: Criminal, infatti, purtroppo risulta a conti fatti un ibrido troppo serioso e prevedibile per essere una scheggia impazzita dell'action d'autore o dell'action e basta e decisamente troppo dozzinale - la regia ed il montaggio non sono impeccabili, a mio parere - per ambire a qualcosa di più del titolo di genere.
Quando, infatti, un fan accanito di questo tipo di pellicole come il sottoscritto rischia la pennica da spiegoni da intrigo per tutta la prima parte e prevede quasi tutti gli sviluppi della seconda - rigorosamente più movimentata - senza vedersi strappata neppure una risata, significa che qualcosa nell'ingranaggio non funziona, e che la pellicola in questione è destinata in breve tempo al dimenticatoio.
Se considero che la visione stessa è "vecchia" non più di quattro o cinque ore e già fatico a tirare fuori qualche spunto per il post, il gioco è fatto: forse è meglio che il buon, vecchio Kevin - al quale voglio un gran bene, sia chiaro - torni alla materia che ha fatto la sua fortuna - l'altrettanto amato Western - piuttosto che reinventarsi action hero quando non lo è mai stato.
Non vorrei vederlo, un giorno o l'altro, fare il buono ed il cattivo tempo in un filmaccio di infima serie facendo sfoggio di una mobilità limitata in corsa come hanno già fatto il già citato Neeson ed il Nicholas Cage di Pay the ghost: sarebbe una pugnalata al cuore di tutti i lupi che ballano fin dagli anni novanta.




MrFord




domenica 20 novembre 2016

The mechanic: resurrection (Dennis Gansel, Francia/USA, 2016, 98')




Qualche anno fa, in pieno tripudio da Expendables, recuperai The mechanic, action "filosofico" con Simon West in regia e Statham nel ruolo del protagonista, pellicola che partì benissimo - considerato il genere spaccaculi - e deragliò con una seconda metà troppo "cerebrale" per essere adatta ad un prodotto di questo tipo.
Memore solo in parte della delusione, scoperto questo recente sequel pronto a riportare sullo schermo il killer/tuttofare/chimico/artista della fuga/spaccaculi professionista Bishop, ovviamente è scattato l'immediato recupero, forte non solo della conferma di Statham, ma anche della presenza nel cast di Tommy Lee Jones, da anni orientato su film decisamente più autoriali di questo: e pronti via, i primi dieci minuti con ambientazione carioca - ritroviamo il "meccanico" a Rio - paiono un vero tripudio, con il Nostro come al solito lupo solitario in cerca di una nuova vita anonima ma goduriosa rintracciato da un gruppo di belligeranti tirapiedi di un ex amico che vengono debellati alla grande prima che Bishop possa deliziarci con un paio di voli neanche fossimo in Rio - questa volta il cartone animato - tra cabinovie e parapendio.
Peccato che, dopo averci ingolositi e non poco, Gansel e gli sceneggiatori - soprattutto - cambino rotta riportando le atmosfere della seconda parte del primo film a galla, inserendo perfino una parentesi da storia d'amore che si addice poco e male non solo a questo tipo di prodotti - mica tutti possono essere Rambo 2, in fondo -, ma anche a Statham, a suo agio nell'approcciare Jessica Alba almeno quanto Cannibal Kid in un quadrato di wrestling.
Un vero peccato, perchè se questo Resurrection doveva rivitalizzare un charachter dalle enormi potenzialità limitato da sceneggiatori che paiono usciti dall'Università della mancanza di logica degli horror peggiori e produzioni di livello televisivo - e non sto parlando di livello televisivo in stile True detective, per intenderci - non ci è riuscito se non a sprazzi - la sequenza dell'assalto alla piscina "sospesa" del trafficante di armi e uomini a Sidney è una vera chicca in stile Mission: impossible -, finendo per portare in scena un titolo che è una manna dal cielo per tutti i radical potenziali detrattori del genere botte da orbi, che non esiteranno, nel caso in cui dovessero osare e resistere all'intera visione, a sparare a zero su tutto e tutti, da Gansel, a Statham, a Jones - truccato neanche fosse tornato ai tempi di Batman - fino ai già citati sceneggiatori, sui quali neppure io, da fan accanito di queste tamarrate action, sento che si possa fare qualcosa.
Restano dunque le evoluzioni di Statham in bilico tra acrobazie, arti marziali, spara spara e soprattutto lezioni di coltello - come già visto nel mitico secondo film della già citata trilogia degli Expendables, il ragazzone inglese con le lame ci sa fare parecchio - e poco altro, compresa la speranza che, nel caso in cui si decidesse di optare per un terzo film, ci si concentri più sull'aspetto ludico buttando magari anche un pò di logica in forno insieme ad esplosioni, calci nei denti e via discorrendo, sacrificando nel contempo filosofeggiamenti ed inutili quanto sterili avventure amorose.
Santo cazzo, è un action con Statham che dovrebbe rompere culi senza requie dal primo all'ultimo minuto, non una commedia romantica.
Come giustamente afferma George Washington Duke in Rocky V, "è ora di fare lavorare questi muscoli".
E non posso che sottoscrivere in pieno.




MrFord




 

mercoledì 9 novembre 2016

Jack Reacher - Punto di non ritorno (Edward Zwick, USA/Cina, 2016, 118')





C'è stato un periodo ben definito della mia vita da spettatore in cui avrei spalato quantitativi enormi di merda su un titolo come questo Jack Reacher - Punto di non ritorno e tutti i suoi fratelli: un periodo in cui, ricordavo a Julez nel corso della visione, la mia unica priorità nell'ambito della settima arte erano i classici ed i film d'autore, grazie ai quali andavo alla ricerca del titolo impegnato a tutti i costi, e se non sfiorava quantomeno l'equivalente di un otto sul Mereghetti o sul Morandini finiva cestinato prima ancora di poter avere una possibilità.
Ma questo accadeva tra i quindici e i dieci anni fa, nel periodo in cui avevo non solo ripudiato il mio passato e la mia formazione di cinefilo fatta di action, horror e tamarrate, ma anche e soprattutto rimosso - o cercato di farlo - dal cuore il lascito emotivo degli stessi: fortunatamente l'età, l'esperienza e tutta un'altra serie di situazioni hanno finito per dare al sottoscritto una bella svegliata, e sottolineato innumerevoli volte l'importanza dell'intrattenimento non solo per il Cinema, ma anche e soprattutto per i classici ed i film d'autore sopra citati.
Dunque, già a partire dalla prima scena, mi sono sentito a mio agio con questo secondo lungometraggio dedicato al charachter spaccaculi di Jack Reacher pronto a massaggiare una volta ancora l'ego del folle, mitico e da me amatissimo Tom Cruise almeno quanto mi sento quando in un locale il barman capisce che quello che sta facendo l'ennesima ordinazione è davvero un bevitore da competizione.
Certo, la pellicola firmata da Edward Zwick - che aveva già diretto il Nostro anche ai tempi de L'ultimo samurai - non ha assolutamente nulla che possa permettere allo spettatore di ricordarla davvero - a due giorni dalla visione, scrivendo questo post, devo sforzarmi per trovare uno spunto interessante e non tirare a campare con ogni singola parola di queste righe -, sviluppa un plot già visto e sentito centinaia di volte - non mi pronuncio a proposito del romanzo che lo ispira, e che con ogni probabilità come spesso accade sarà qualitativamente migliore - e rinuncia totalmente ad una qualsiasi innovazione tecnica o di scrittura, eppure a mio parere viaggia come un treno ed è solido dall'inizio alla fine, perfetto per una goduriosa sessione da birra, patatine e rutto libero pronti ad ogni passaggio ad esaltarsi per le gesta del protagonista, reso alla grande da un ex Top Gun che per la prima volta - almeno ai miei occhi - mostra i segni dell'invecchiamento - e ci sta tutto, anche considerato il suo invidiabile stato di forma da ultracinquantenne -.
In un certo senso, affrontare questo Punto di non ritorno equivale più o meno ad assistere ad un episodio di 24 condensato in poco meno di due ore, con un main charachter che anche in difficoltà non darà mai davvero l'impressione di essere all'angolo, due personaggi femminili di spalla allo stesso che paiono stereotipati ma funzionano, dei cattivi ovviamente cattivissimi ed i consueti intrighi a livello di doppi giochi e spionaggio tipici del genere: tutto nella norma, dunque, privo di originalità ma perfetto per vestire i panni del prodotto rilassa neuroni confezionato con la perizia degli artigiani esperti ed in questo caso realizzato ad uso e consumo del superdivo di turno.
Tutte cose che, come scrivevo, ai tempi avrei quantomeno odiato.
Ora, invece, tra un disegno colorato con il Fordino e le nuove, intense sessioni del "voglio stare in piedi a tutti i costi altrimenti urlo come un'aquila" della Fordina, Jack Reacher mi ha aiutato a passare un sabato pomeriggio alla grande, esaltandomi selvaggiamente ad ogni colpo menato dal protagonista.
In fondo, il bello di invecchiare è tornare un pò bambini.
E penso che Tom Cruise ne sappia qualcosa.




MrFord




 

martedì 13 settembre 2016

Jason Bourne (Paul Greengrass, UK/Cina/USA, 2016, 123')


L'action spionistico è un genere che, da queste parti, è considerato una sorta di evergreen: da Il giorno dello sciacallo a I tre giorni del condor, passando per Casinò Royale, posso dire di aver collezionato più soddisfazioni che delusioni nel corso degli anni da consumatore di questo tipo di pellicole, saga di Jason Bourne compresa: se si eccettua, infatti, quel Legacy girato senza il protagonista e volto della stessa Matt Damon, che pure non era così male a conti fatti, nessuno dei tre film precedenti a questo aveva mancato il bersaglio.
E, a ben vedere, non lo fa neppure quest'ultimo lavoro di Paul Greengrass.
Peccato che, per quello che potrebbe essere considerato proprio come il Casinò Royale dell'ex smemorato Jason - un rilancio in piena regola del personaggio passato dall'essere una sorta di eroe romantico ad una vera e propria macchina da guerra da poche battute ma essenziali per qualificarsi come spaccaculi totale, come fu per James Bond in quell'occasione -, tecnica, regia e plot che più classico non si potrebbe a parte, sia mancata, in fondo, la partecipazione.
Assistere all'ennesima cavalcata apparentemente suicida - ma poi ci si crede davvero, in questi casi, ai potenziali pericoli per il main charachter? - di Bourne pare infatti una presa di coscienza della perizia della messa in scena, dalla bellissima fuga in moto per le strade di Atene all'inseguimento in macchina attraverso quelle di Las Vegas, tra uno sparo, un paio di colpi molto ben assestati ed intrighi da alti papaveri della CIA invischiati fino al collo in faccende sporche ed una riflessione sull'utilizzo dei social network e l'importanza della privacy, senza, però, che purtroppo ci sia un vero coinvolgimento emotivo da parte dell'audience.
Dal primo minuto all'ultimo, infatti, non vi è alcun dubbio - o quantomeno, io non l'ho avuto - rispetto al fatto che, in un modo o nell'altro, l'ex agente segreto ribelle metterà nel sacco tutti quelli che l'hanno prima sfruttato e dunque gettato via, che il loro assassino numero uno - un Vincent Cassel appena sotto il fuori tempo massimo, considerato che non parliamo di qualcuno specializzato in carriera nei ruoli da action hero - potrà mai impensierirlo davvero, così come l'ormai onnipresente e forse un pò troppo sovraesposta Alicia Vikander possa passare da cattiva al cento per cento: godersi la visione di Jason Bourne, dunque, equivale ad una sorta di enorme, gigantesco, scontatissimo spoiler privo di colpi di scena ed emozioni, confezionato alla grande ma incisivo solo nella sua esecuzione, quasi come se un incontro di lotta clandestino finisse al primo pugno quando ci si poteva aspettare una battaglia strenua da lacrime e sangue.
Sinceramente non so se imputare tutto questo alla scarsa empatia di Bourne come charachter o alla mancanza di quella scintilla in grado di trasformare un personaggio in un cult quanto e più dei film dei quali è protagonista, ma il fatto è che se non siete appassionati di questo genere finirete per rompervi i cosiddetti in due ore di inseguimenti, sparatorie ed intrighi atti a sottolineare una volta ancora l'abilità quasi impossibile da contrastare dell'eroe ribelle, mentre se il vostro pane quotidiano è lo spy movie movimentato avrete l'impressione - non proprio piacevole - della minestra riscaldata.
Niente di irreparabile, sia chiaro.
Me lo sono anche goduto.
Ma da uno che rompe culi a colazione, pranzo, cena e forse anche mentre dorme pesante dopo una sbronza colossale, io mi aspetto decisamente molto di più.



MrFord



martedì 12 aprile 2016

Attacco al potere 2

Regia: Babak Najafi
Origine: USA, UK, Bulgaria
Anno: 2016
Durata:
99'







La trama (con parole mie): Mike Banning, uomo di punta del servizio di sicurezza del Presidente degli Stati Uniti Benjamin Asher, medita il ritiro in vista della nascita di suo figlio, quando la morte del Primo Ministro inglese lo costringe ad un'ultima missione legata alla sicurezza del suo capo nel corso del viaggio a Londra per i funerali del "collega".
Appena prima che inizino le esequie ufficiali, però, un attacco su larga scala spazza via i Capi di Stato del mondo occidentale uno dopo l'altro grazie ad un'operazione di alto livello d'infiltrazione e dispiego di mezzi e risorse coordinata dal mercante d'armi Aamir Barkawi, che due anni prima ha visto morire a causa di un'offensiva guidata da un drone la figlia nel corso del suo matrimonio: un'offensiva decisa dal G8 a seguito dei legami dello stesso Barkawi con i terroristi più pericolosi del mondo che aveva lui come bersaglio.
Banning ed Asher, soli ed allo sbaraglio, dovranno fare fronte alla minaccia degli uomini di Barkawi e cercare di portare a casa la pelle, magari sovvertendo i piani della loro nemesi nel mentre.











Non smetterò mai, ma proprio mai, di adorare le tamarrate.
Pellicole a neuroni zero in grado di risollevare il morale ed esaltare neanche si potesse tornare bambini e godersi l'ultimo videogioco uscito o simulare il proprio film o cartone animato preferito al parco con gli amici, ovviamente da protagonisti.
Qualche anno fa, quando uscì in sala Olympus has fallen, rimasi a metà tra lo sconvolto ed il divertito, a fronte di una delle porcate più grosse di grana grossa a stelle e strisce ed anche, c'è da ammetterlo, di una delle più divertenti: Gerardone Butler, prendendo a modello 24 - ed è un bene - ed il franchise di Taken - ed è un male - aveva portato sullo schermo un nuovo eroe tutto ammeregano in grado di rinverdire i fasti della mia epoca favorita - gli anni ottanta, per chi non lo sapesse - senza per questo apparire troppo serio o preso da se stesso - "Di cosa sei fatto?" "Bourbon e cattive scelte", impagabile -.
Con il secondo capitolo, accolto anche dal sottoscritto con più di un interrogativo, devo ammettere che l'operazione non solo è stata replicata, ma ha finito quasi per essere più comprensibile nella portata della prima, sarà anche per il passaggio, al timone di regia, dal decisamente più "alto" Antoine Fuqua a Babak Najafi, che è noto principalmente per aver diretto qualche episodio di Banshee, giusto per rimanere in territori decisamente tamarri.
Partito con una seriosità forse eccessiva, questo secondo capitolo di Attacco al potere si evolve - fortunatamente - come un classico action movie in cui l'eroe spaccaculi non solo spacca i culi e compie la sua missione alimentando il sacro fuoco del patriottismo, ma regala nel farlo chicche a profusione, da quel "Vaffanculo io!? Vaffanculo tu!" che avrebbe potuto pronunciare uno qualsiasi dei beniamini eighties alla risposta al Presidente: "E se non torni?" "Se non torno, lei è fottuto".
Da brividi.
Considerata la wannabe visione a stelle e strisce di Desconocido, Attacco al potere 2 - o London has fallen, decisamente più adeguato - è stata una vera e propria manna dal cielo con tutti i suoi limiti, in barba ai radical, ai pregiudizi rispetto a questo tipo di pellicola - che, devo ammetterlo, nel mio periodo più integralista di spettatore avrei più che detestato - ed all'ostilità aperta di molti appassionati di fronte ad un genere che non deve chiedere altro se non botte, esplosioni, situazioni inverosimili e buoni che rompono il culo ai cattivi come se non ci fosse un domani.
Viviamo in un mondo che non nasconde certo pericoli, distrutto dal Potere - "Quest'auto è a prova di proiettile, non di politico!" - e dai giochi legati allo stesso che vedono cadere vittime pescate sempre e soltanto dalla gente comune - da una parte e dall'altra della barricata -, destinata al ruolo di "danno collaterale" senza neppure che le sia chiesto che pensa in proposito, dunque sognare o anche solo immaginare che, a prescindere da tutto, possa esistere un eroe pronto a togliere a tutti le castagne dal fuoco e vincere non solo è confortante, ma anche e soprattutto piacevole quando si vuole staccare la spina e non considerare che debba necessariamente avere la meglio la paura, o ancora peggio, il pregiudizio silenzioso e non ammesso, che è anche peggiore.
Personalmente, io voglio pensare di poter viaggiare dove voglio senza dare credito alla politica del terrore spinta dai governi e da chi - apparentemente - è in guerra con gli stessi, voglio godermela facendo il tifo per il Gerardone e pensare che, per la mia famiglia, farei assolutamente altrettanto.
A prescindere da dove sia nato, dal mio credo politico o religioso, e dalla mia indole.
Oppure non voglio pensarci troppo.
E semplicemente, godermi Attacco al potere 2.
Meno dannoso e più divertente.






MrFord






"London calling to the imitation zone
forget it, brother, you can go it alone
London calling to the zombies of death
quit holding out, and draw another breath
London calling, and I don't wanna shout
but while we were talking, I saw you nodding out
London calling, see we ain't got no high
except for that one with the yellowy eyes."
The Clash - "London calling" - 






venerdì 5 febbraio 2016

Justified - Stagione 4

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2013
Episodi:
13







La trama (con parole mie): lo sceriffo federale dai metodi spicci e poco ortodossi Raylan Givens, con il padre Arlo in carcere ed i conti aperti con il vecchio rivale Boyd Crowder nei luoghi in cui è cresciuto, si trova ancora una volta nell'occhio del ciclone a causa di un complicato affare legato alla misteriosa sparizione di un uomo ricercato dalla Legge così come dagli esponenti di spicco della Dixie Mafia da decenni.
E mentre la sua ultima fiamma finisce per fregarlo, il clan Crowder fa scintille con potenziali rivali di matrice religiosa giunti nella contea ed i consueti crimini vengono commessi, Raylan dovrà tirare le fila di quello che potrebbe essere il caso più importante affrontato in carriera, e nel farlo stare bene attento a non rimetterci la pelle o farla rimettere a chi ama o lavora al suo fianco.











Uno dei segreti del successo di film, romanzi, albi a fumetti e serie televisive è senza dubbio da ricercare nella formula vincente dei personaggi azzeccati: penso al Bob di Twin Peaks, alla maggior parte dei protagonisti di Lost, a Rocky, al Comico o ai miei amatissimi Hap e Leonard: senza dubbio la riuscita finale di un prodotto è determinata da molti fattori, ma azzeccare il protagonista - o l'antagonista - mette in cassaforte il risultato almeno per metà.
Justified è uno di quei titoli graziato dall'aver centrato il bersaglio con entrambi.
Raylan Givens, un concentrato di fascino, sangue freddo e decisione da far invidia alla quasi totalità del popolo maschile - ma non per questo invincibile o infallibile, sia chiaro - è il charachter, infatti, in cui tutti noi aspiranti macho finiamo per identificarci dall'età di dodici anni, mentre la sua nemesi Boyd Crowder, di fatto, porta sullo schermo tutto quello che lo stesso Raylan sarebbe stato se avesse deciso di passare dall'altra parte della barricata, dunque un personaggio con, se vogliamo, un fascino ancora maggiore.
Una specie di Batman e Joker del western pulp moderno, pronti a combattersi e battersi anche fianco a fianco contro nemici comuni e a rendere un titolo di fatto di nicchia come questo un vero e proprio must see per gli amanti delle proposte hard boiled da piccolo schermo, in grado di unire il livello di testosterone di Banshee alla realtà più credibile di Sons of anarchy o The Shield, senza dimenticare quella dose di ironia che sta come un robusto bourbon al termine di un pasto particolarmente pesante.
Giunto al termine della quarta stagione, dunque, il serial dedicato alle gesta del decisamente sopra le righe U.S. Marshall Givens prosegue nella sua marcia dritto come un pugno in pieno viso, o una pallottola pronta a centrare il bersaglio, senza perdere un colpo e soprattutto consegnando al suo pubblico una stagione che è a tutti gli effetti un crescendo: dai primi episodi che paiono posizionare le pedine sulla scacchiera agli ultimi due, davvero senza respiro e soprattutto senza effettivi vincitori, assistiamo ad un'escalation in termini di ritmo e tensione davvero notevoli, pronti a rafforzare la credibilità del prodotto e ad aumentare l'hype che da questa parte dello schermo continua a salire in vista di quelle che saranno le due seasons conclusive.
Come se non bastassero, inoltre, cazzotti, alcool, sesso e proiettili a profusione, assistiamo nel corso di queste tredici puntate anche al confronto decisivo tra Raylan e suo padre Arlo, che fin dai primi episodi della serie si è distinto più come il genitore mancato di Boyd che non come la guida del nostro sceriffo dal grilletto molto facile: il loro rapporto, più suggerito che non mostrato attraverso i continui scontri, è raccontato con il piglio del grande romanzo, e lascia perfino un paio di sequenze da colpo al cuore nel finale, pronte a sottolineare l'importanza inevitabile che il rapporto con i nostri vecchi ha, nel bene o nel male, rispetto allo scorrere dell'esistenza.
Temi, dunque, molto cari al sottoscritto ed al Saloon, che accanto all'ispirazione data dalla penna di Elmore Leonard, ad una cornice country nella quale mi pare di sguazzare ed al piglio da "guardo la morte in faccia e le pianto una pallottola in mezzo agli occhi" di Raylan contribuiscono a rendere Justified una delle serie favorite di casa Ford, forse non oltre misura in termini assoluti ma tosta e cazzuta abbastanza per ritagliarsi sempre il giusto spazio quando i nodi vengono al pettine.
Un pò come il suo fantastico main charachter.




MrFord





"Action speaks louder than words
and I'm a man of great experience
I know you've got another man
but I can love you better than him."
The Black Crowes - "Hard to handle" - 









mercoledì 26 agosto 2015

Joker - Wild card

Regia: Simon West
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): Nick Wild è un tuttofare nell’ambito della sicurezza anglosassone trapiantato malvolentieri a Las Vegas che sogna di mollare tutto per cinque anni, comprare una barca e navigare dalla Corsica in tutto il Mediterraneo.
Quando una giovane prostituta d’alto bordo sua amica finisce per chiedergli aiuto dopo essere stata violentemente percossa dal figlio di un boss locale, e Nick, da buon cavaliere, accetta di sistemare le cose per lei, le carte sul tavolo della guardia del corpo cambiano: ritrovatosi con nuovi nemici, uno strano cliente e venticinquemila dollari, con una notte ancora da trascorrere nella Città del Peccato, decide di giocarsi il tutto per tutto al tavolo di Blackjack.
Riuscirà a guadagnare abbastanza da abbracciare il suo sogno lontano dagli States?
O l’alcool, la predisposizione alla sconfitta e la minaccia del padre del rampollo che ha contribuito a sbatacchiare intralceranno i suoi piani?








Tendenzialmente, la mia inguaribile nostalgia per il Cinema action anni ottanta rispetto alla penuria di proposte in grado di reggere il confronto attuale mi porta a considerare assolutamente imperdibile ogni proposta che garantisca la presenza nel cast di Jason Statham.
Se, poi, dietro la macchina da presa si trova Simon West, parte integrante della figata estrema che è stata la saga degli Expendables, i dubbi finiscono per scendere sotto zero: Wild Card, gioco di parole legato alle carte ed al cognome del suo protagonista, è un prodotto atipico, rispetto a quello che ci si aspetterebbe considerate le premesse, ovvero una sequela infinita di botte rifilate dal nostro inglese spaccaculi preferito ai suoi rivali di turno.
La vicenda di Nick Wild, infatti, è più una sorta di nostalgica riflessione sulla natura di outsiders che non il classico prodotto tamarro e sopra le righe che ci si aspetterebbe considerati i nomi sul cartellone, e che, paradossalmente, proprio in questa sua diversità mostra un fascino perso, ancor più paradossalmente, proprio nelle sequenze action a tutti gli effetti, appesantite da ralenti stile Matrix decisamente superati ed evidentemente accessorie rispetto alla vicenda principale narrata dagli autori.
La posizione del protagonista, loser nonostante le potenzialità, e perfino nella vittoria – si veda il suo ruolo nel confronto tra il boss e la sua amica, o la sequenza d’apertura, prevedibile eppure inaspettata, quantomeno rispetto ai fan di Statham – destinato alla polvere, rappresenta lo spunto più interessante di un action assolutamente atipico, non nuovo all’attore – era già capitato con il sottovalutato Homefront, che spiazzò anche questo vecchio cowboy, scritto, tra l’altro, da Sly in persona – e decisamente più legato all’aspetto crepuscolare di un certo tipo di eroe che non al suo essere un “buono”, o un “vincente”.
La parte di pellicola ambientata nel casinò, con Nick intento a giocarsi tutte le sue carte, i soldi ed i sogni sul tavolo verde alzando sempre di più la posta, infatti, è indicativa rispetto a quello che, probabilmente, West e soci vanno ricercando fin dai tempi dell’operazione Expendables già citata: purtroppo, una certa epoca è inevitabilmente tramontata, e per quanto noi si possa sognare e sperare di no, dobbiamo accettare il fatto di essere destinati a perdere la partita, probabilmente perché guidati da sogni che, in una certa misura, desideriamo rimangano tali proprio perché perfetti per spingerci un giorno dopo l’altro ad inseguirli.
Le presenze di Sofia Vergara, Milo Ventimiglia – un vero cane – e Stanley Tucci fanno, come Las Vegas, da sfondo ad una parabola da tramonto di fine estate incentrata – come è giusto che sia in questi casi – su un protagonista che è impossibile non amare, un lone wolf d’altri tempi in grado di ricordarci, purtroppo, che il West e la Grande Frontiera sono tramontati, e con loro i tamarri sopra le righe figli degli eighties, destinati ad una nostalgia che non potrà mai essere placata, come una sete dagli appetiti insaziabili, o la ricerca di chi non si accontenta di sopravvivere, ma finisce per voler vivere sempre di più, sempre un passo oltre.
E’ il grande limite ed il grande pregio di prodotti come questo, che segnano la fine di qualcosa eppure, in qualche modo, ne officiano l’immortalità: perché tutti quelli guidati da una certa passione, continueranno a sognare una barca nel cuore del Mediterraneo, ad anni lontani da tutte le quotidianità del mondo.
Che si riescano, oppure no, poco importa.
Quello che farà la differenza, sarà l’aver tentato, l’aver vissuto, l’aver lottato.



MrFord



"My odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
my odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
(baby I'd lose it all)."
The Overtones - "Gambling man" - 





mercoledì 17 giugno 2015

San Andreas

Regia: Brad Peyton
Origine: USA, Australia
Anno:
2015
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Ray, veterano pilota di elicottero protagonista di centinaia di missioni di soccorso, si trova ad affrontare le conseguenze di un terremoto devastante che colpisce tutta la linea della faglia di San Andreas, tra le più note zone a rischio di cataclismi sismici del mondo.
Sull'orlo del divorzio e legato principalmente al suo lavoro, l'uomo avrà modo di trasformare l'improvvisata missione di soccorso della quasi ex moglie in una vera e propria riconciliazione, oltre che in una sfida nella ricerca della figlia, che rappresenterebbe una sorta di riscatto rispetto alla ferita provocata dalla morte per annegamento della sorella di quest'ultima, che proprio Ray non riuscì a riportare a casa viva.
Riuscirà il pilota a portare in salvo le donne che ama chiudendo i conti con il passato nel bel mezzo di un cataclisma di proporzioni bibliche?








In tutta onestà, nonostante il mio amore per il Cinema continui a farmi apprezzare le opere "alte", una delle cose che mi hanno più reso felice negli ultimi anni è stata il progressivo superamento della fase esclusivamente autoriale della mia vita di spettatore, con il conseguente sdoganamento di tutto quello che è considerato il "basso" della settima arte, dai miei adorati action anni ottanta alle meraviglie trash in stile Sharknado.
Se fossi rimasto lo stesso di una decina d'anni or sono, infatti, non mi sarei mai potuto godere una porcatona come San Andreas senza rimanere sconvolto da retorica, effettoni da blockbuster, scene altamente improbabili ed un copione cucito addosso al consueto eroe tutto d'un pezzo all'americana - in questo caso il sempre mitico The Rock, uno degli idoli dei primi anni zero di ogni fan di wrestling - con tanto di finalone schifosamente a stelle e strisce, giustificando un'eventuale visione solo grazie alla presenza di Alexandra Daddario, che al progressivo spogliarsi a seguito della catastrofe regala momenti decisamente interessanti, anche se si sarebbe potuto osare certamente di più, in barba ad effetti speciali e simili.
Fortunatamente, ora che il mio lato tamarro convive felicemente con quello più legato a scelte di qualità e cultura, il lavoro di Brad Payton ha rappresentato un ottimo opener per la stagione estiva, che ultimamente mi vede spesso e volentieri cercare un impegno minimo sia dal punto di vista degli ascolti che delle visioni, in linea con la leggerezza, il caldo e la voglia di vacanze fisica e mentale: scene altamente spettacolari, effetti notevoli a metà tra 2012 e rimandi ad Independence Day, una componente fracassona ed una legata ai buoni sentimenti da famiglia pronta a riunirsi nel momento della difficoltà in barba al patrigno fighetto e codardo - che poi, come giustamente Julez faceva notare, quando avrebbe per le mani un The Rock, quando mai una donna sana di mente opterebbe per un Ioan Grufudd!? -, una certa ironia di fondo che permette all'operazione di non prendersi troppo sul serio - la sequenza dello sciacallo intento ad accatastare tv in macchina, che, altro appunto metacinematografico, commette la sciocchezza di minacciare il buon The Rock proprio nel bel mezzo di una pellicola costruita completamente su di lui, povero ragazzo - e portare a casa la pagnotta alternando passaggi chiaramente giocati tutti sull'estetica del 3D e dell'impressione visiva - lo tsunami su San Francisco fa davvero la sua porca figura, così come il crollo della diga alle prime scosse del cataclisma - con il classico drammone scontato a stelle e strisce incentrato principalmente sulla volontà di sopravvivere e tornare gli uni accanto agli altri dei membri della famiglia al centro della vicenda.
Certo, San Andreas resta una proposta indigeribile per chiunque non sia avvezzo ai neuroni spenti o ad un pò di sano intrattenimento made in USA, ma per tutto il resto del pubblico finirà per rivelarsi un gran bel giocattolone - riferendoci al genere, ovviamente - in grado di stimolare riflessioni assolutamente profonde - in casa Ford ci si è interrogati, ad un certo punto, sul fatto che la mano di The Rock potrebbe forse riuscire a contenere una tetta di Julez, sottolineando il forse - ed allontanare quantomeno in testa il caldo soffocante che giustamente l'estate ci riserva.
Per il Saloon, dunque, potrebbe equivalere ad una bella birra gelata - altro sdoganamento operato negli ultimi mesi - per evitare di appesantirsi troppo con un superalcolico sotto il sole cocente.
Leggero con brio, dunque.
Che a volte, è proprio quello che serve.
Con qualche esplosione a fare da cornice ed un pò di tamarraggine, che sono un pò come le bollicine.




MrFord




"All across the nation, such a strange vibration
people in motion
there's a whole generation with a new explanation
people in motion, people in motion."
Scott McKenzie - "San Francisco" - 





venerdì 22 maggio 2015

The gunman

Regia: Pierre Morel
Origine: Spagna, UK, Francia
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): Terrier, un militare del settore privato e cecchino professionista parte di un team che si occupa della sicurezza e del lavoro sporco di una compagnia mineraria nel Congo del pieno della guerra civile, ha una storia d'amore con una donna membro di una delle ONG operanti nel paese, Annie, che non sa nulla del suo effettivo ruolo.
Quando è designato per eliminare il Ministro che si occupa delle attività minerarie ed è costretto a lasciare il paese, Terrier perde anche la sua amata: otto anni dopo, ancora traumatizzato e deciso a redimersi lavorando proprio in Congo alla costruzione di pozzi d'acqua, l'uomo è minacciato da un commando inviato per ucciderlo.
Scampato all'attentato ed insospettitosi, inizia per lui una ricerca che lo condurrà di nuovo in Europa e che lo vedrà ricongiungersi con Annie: riusciranno, però, i due a salvare la pelle?








A volte, quando si affrontano certe visioni che già dalle premesse si prospettano decisamente fallimentari, dovremmo avere una sorta di Grillo Parlante molto poco interiore e molto poco grillo che, con un paio di cazzotti ben assestati, o una bella mossa di wrestling, avrebbe il compito di ricordare a tutti noi quanto siamo stati incredibilmente coglioni.
E con questo The Gunmen sarebbe stato davvero fondamentale, per il sottoscritto: nonostante, infatti, le critiche negative piovute su questa pellicola un pò ovunque, il fatto che dietro la macchina da presa si trovasse il Pierre Morel del primo Taken, che Sean Penn si sia voluto reinventare come fosse una copia sbiaditissima del Jack Bauer di 24 o che ancora Javier Bardem si sia trovato nell'ormai classica ed ipergiogioneggiante posizione del cattivo sopra le righe, ho voluto comunque insistere e rischiare, pur considerandolo fin dall'inizio un riempitivo da giornata di relax in solitaria.
Devo anche ammettere, nonostante tutto, di non essermi incazzato a morte lottando con il desiderio di frantumare una bottiglia contro il televisore come fu con porcate simili come The American, ma di aver considerato, di fatto, The Gunman come una sorta di versione alternativa e poco riuscita di un episodio della già citata 24 o di Blood Diamond, blockbuster a sfondo sociale con protagonista Di Caprio di qualche anno fa: in fondo, il lavoro di Morel è il tipico filmetto action con poche palle come se ne trovano a mazzi nel panorama di un genere che troppo spesso dimentica ironia e coraggio, e tenta di propinare (anti)eroi politically correct - o quasi - se non nelle azioni, quantomeno "idealmente".
La difficoltà maggiore, in questo senso, è digerire il Terrier di Penn, che fin dai primi minuti pare un bravo scolaretto nonostante, di fatto, si occupi di uno dei lavori più sporchi che possano esistere - il mercenario per grandi corporazioni del settore privato pronto, in cambio solo ed esclusivamente di denaro, a commettere le azioni più terrificanti spesso in angoli di mondo già devastati e all'interno dei quali nessuno andrà mai ad indagare -: vederlo dispensare tenerezze ad Annie - la nostrana Jasmine Trinca - e guardare con occhi da padre deluso i suoi commilitoni come se le sue mani non fossero sporche di sangue o considerare di farlo passare per il "buono" neanche ci trovassimo in una pellicola targata Disney per adulti pare davvero fantascienza, anche quando dall'altra parte della barricata troviamo un Bardem più odioso del solito che non si vede l'ora di vedere morto ammazzato.
Per il resto è tutto come ce lo si aspetterebbe: confezione finto patinata, sparatorie confusionarie, un protagonista in piena crisi di mezza età che non vede l'ora di mostrare i muscoli, viaggi da una parte all'altra dell'Europa - ovviamente i luoghi di produzione della pellicola -, la bella in pericolo ed un complotto destinato ad essere smascherato e ribaltato da testa a piedi dal nostro intrepido e redento ex assassino prezzolato tornato sul luogo del delitto per dedicarsi agli scavi di pozzi d'acqua.
Tutto già visto e già sentito, dunque, un pò come quando si approccia un film che si sa già finirà tra i peggiori dell'anno, e con coraggio - o stupidità - si porta avanti l'impresa fino alla fine.
E fino alla prossima volta.
Non ci sono buon senso o grilli parlanti che tengano.




MrFord




"War without end
no remorse No repent
we don't care what it meant
another day Another death
another sorrow Another breath."
Metallica - "No remorse" - 





sabato 31 gennaio 2015

Sabotage

Regia: David Ayer
Origine:
USA
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Breacher, uomo tutto d'un pezzo, ex Navy Seal e guida di un team di spaccaculi della DEA, agenti abituati a dare tutto e anche di più, e vivere perennemente sul filo tra
sparatorie e missioni come infiltrati, persi la moglie ed il figlio, progetta un colpo che possa permettere alla sua squadra di prendersi quello che di norma non arriva mai ai loro livelli.
Nel corso di una missione che prevede l'eliminazione di un potente boss del narcotraffico, infatti, al tesoro di quest'ultimo vengono sottratti dieci milioni di dollari da spartire tra Breacher ed i suoi: peccato che, al momento del recupero della refurtiva, il denaro risulti sparito, rubato da qualcuno che ancora non ha volto.
Da quel momento per gli agenti cominciano i guai seri: dall'indagine che l'FBI apre su di loro ai conflitti interni, infatti, l'atmosfera si fa sempre più pesante.
E quando i membri della squadra cominciano ad essere uccisi apparentemente per mano di sicari inviati dai leader del Cartello ed entra in gioco una detective della omicidi, la situazione per Breacher pare farsi sempre più complicata.
Ma è davvero tutto come sembra, o le cose potranno addirittura complicarsi?






Era dallo scorso gennaio, quando per la prima volta vidi il trailer, che attendevo il nuovo lavoro di David Ayer – che la maggior parte conosce più per il buono e recente End of watch che non per i suoi
altrettanto interessanti lavori precedenti – quasi quanto il secondo capitolo di The Raid, pensando che sarebbe stato senza dubbio uno dei filmoni action e sguaiati più esaltanti della stagione, con uno Schwarzenegger tornato ormai a bomba su quella che era la sua specialità prima della carriera politica ed un cast di fordiani ad honorem – Josh Holloway e Joe Manganiello – ed interpreti che non ho
mai particolarmente amato ma che non riesco a farmi stare davvero antipatici – Sam Worthington e Terrence Howard -.
Il risultato è stato, seppur parzialmente deludente per quanto riguarda lo script, assolutamente in linea con quelle che erano le aspettative del Saloon: Sabotage è infatti un ruvido action dai risvolti crime legato ai concetti di superamento del dolore e fratellanza, abile mix tra un qualsiasi episodio di The Shield ed il soprendente Lone survivor.
Schwarzy, nonostante i settanta siano ormai alle porte, pare ancora un treno in corsa – come il suo amico e rivale Sly -, e regala al pubblico un personaggio spigoloso e controverso, paterno quanto spietato, in grado di mescolare le sue espressioni migliori – il sigaro acceso con compiacimento mi ha riportato alla mente l'epoca di Predator – ad un lato più drammatico che, seppur reso con la sua non proprio esaltante espressività, risulta funzionale rispetto al charachter.
Peccato che, di fatto, lo script – firmato anche da Ayer, come sempre accade per i suoi lavori, essendo lo stesso nato proprio come sceneggiatore di Training Day – non supporti al meglio un'ottima galleria di protagonisti – che, per quanto agenti, si mantengono decisamente in bilico sul labile confine tra Ordine e Caos -, un montaggio serratissimo e ben congegnato ed una tecnica sempre ottima: più che dedicarsi, infatti, ai dettagli in grado di definire in una singola scena l'esistenza intera di un charachter – quello che accade nei lavori di Michael Mann, per citare un Maestro del genere -, ci si preoccupa principalmente di arrivare a destinazione, tagliando un po' troppo con l'accetta e portando, di fatto, la prima parte ad apparire più come un cocktail tra un legal drama ed uno slasher e la seconda nel più classico film di genere con il protagonista ormai incazzato come un bufalo pronto a vendicarsi e distruggere tutto quello che si trova di fronte.
Uno spreco di potenzialità, dunque, per una pellicola che, andando oltre il sangue e le sparatorie, i morti ammazzati ed il crimine, racconta una vicenda di tradimenti, vendette, passioni e pugnalate alle spalle da fare invidia ad un drammone d'altri tempi: probabilmente la produzione, più concentrata sul lato action, ha preferito evitare che Sabotage assumesse le dimensioni – ed il minutaggio – di un'epopea in stile The Heat che non tutti gli spettatori – soprattutto quelli occasionali – avrebbero gradito, almeno ad un primo approccio.
Dunque, per quanto abbia concluso la visione in piena esaltazione agonistica che solo film di questo stampo riescono a stimolare nel sottoscritto, resta un vuoto dentro rispetto a quello che Sabotage
sarebbe potuto diventare se supportato adeguatamente in fase di scrittura: un po' come stendere un nemico dopo l'altro per scoprire di essere stato tradito dalla propria famiglia, o arrivare ad essere l'unico ancora in piedi, ma con il fato già scritto.
A quel punto non resta che sollevare il bicchiere, e fare un ultimo brindisi anche ad un destino beffardo.



MrFord



"I can't stand it, I know you planned it,
I'm gonna set it straight, this watergate.
I can't stand rockin' when I'm in here,
cause your crystal ball ain't so crystal clear.
so, while you sit back and wonder why,
I got this fuckin' thorn in my side.
oh my God, it's a mirage!
I'm tellin' y'all it's sabotage!"
Beastie Boys - "Sabotage" -




 

mercoledì 26 novembre 2014

The protector 2

Regia: Prachya Pinkaew
Origine: Tailandia
Anno: 2013
Durata:
104'




La trama (con parole mie): Kham, eroe della liberazione, cinque anni prima, di uno degli elefanti destinati ai sovrani come nell'antica tradizione ormai dedito ad una tranquilla vita in campagna, si trova coinvolto in un complicato affare che lega interessi di guerra internazionali, il nuovo rapimento del suo elefante e la vendetta delle figlie di un boss locale ucciso e per l'omicidio del quale è ritenuto responsabile. 
Giunto in città sulle tracce del suo animale, Kham dovrà convincere le ragazze in cerca dell'assassino del padre che non è lui il bersaglio giusto, impedire un colpo di stato pronto a provocare un conflitto e sgominare l'organizzazione di LC, boss incaricato dai militari di sistemare le cose in modo che i progetti stabiliti nell'ottica della corsa agli armamenti facciano il loro corso.
Riuscirà l'uomo, con l'aiuto del vecchio amico Mark, a farcela ancora una volta?






Avete presente quei film dai quali non vi aspettereste nulla, se non una clamorosa sequela di schifezze messe in fila, e che, al contrario, finiscono per sorprendere in positivo?
Un buon esempio tra le mie visioni più o meno recenti è stato il primo The Protector, che da anni giaceva nel dimenticatoio ed ha finito, principalmente grazie alle evoluzioni del protagonista Tony Jaa - uno dei grandi poeti attuali del Cinema di botte, come già sottolineavo ieri -, per esaltarmi neanche fossi tornato ad avere dodici anni e sognare di essere un supereroe o un action hero: spinto dall'entusiasmo, ho dunque recuperato a traino il sequel, giunto quest'anno in sala e, considerata la sorpresa del primo film, preceduto da una discreta aspettativa.
Purtroppo per me, per Tony Jaa - sempre e comunque notevole - e per il divertimento e la goduria che i film di botte dovrebbero sempre garantire, le cose non sono andate affatto come avrei voluto: perchè nonostante un minutaggio finalmente rispettoso delle scelte originali del regista, una confezione forse più curata, una trama assurda e roboante, un RZA ospite d'eccezione più tamarro che mai - e non posso non volergli bene, considerati i suoi trascorsi musicali, l'esperienza da regista con L'uomo dai pugni di ferro e la partecipazione a Californication -, The protector 2 rappresenta il classico sequel al quale si poteva facilmente rinunciare, pronto a far rimpiangere tempi migliori a chi aveva amato la pellicola originale nonchè a far pensare ai radical chic che odiano questo tipo di operazioni proprio quello che pensano con ragione.
Ma non è finita qui, perchè ho anche un aneddoto, rispetto a quest'ultima fatica firmata Prachya Pinkaew: più o meno un paio di mesi fa - giorno più, giorno meno - alla notizia della sua uscita in sala, decisi di cogliere l'occasione per schiaffarmi la coppia di Protector in modo da presentarli in due post gemelli su due giorni di seguito, nel pieno rispetto del regime di programmazione di recensioni che mi permette di avere più o meno trenta giorni di respiro e di vantaggio per qualsiasi evenienza.
Con i due post impaginati, le trame preparate, i voti assegnati e la cornice pronta, ultimai il primo e proseguii nel mio percorso abituale qui al Saloon: almeno fino a ieri pomeriggio.
Riaperto il post per dare la classica occhiata di rifinitura del giorno precedente la pubblicazione, ho scoperto di non avere mai scritto nulla a proposito di The protector 2.
Considerati il Fordino, la vita in famiglia, il lavoro, la mole di film, serie, letture e chi più ne ha, più ne metta che cerco di buttare nel serbatoio della vita giorno dopo giorno, e che, fondamentalmente, si era trattato di una visione dimenticabile e particolarmente assonnata di un titolo decisamente non clamoroso, la scoperta era l'equivalente di una rinuncia alla pubblicazione.
Ma neppure di un film di botte incapace perfino di conquistare un fan di vecchia data dei film di botte come il sottoscritto è sempre completamente da buttare - quell'onore lo riservo davvero a poca immondizia ben peggiore di queste innocue e malriuscite tamarrate -: se non altro ho avuto l'occasione di rivelare qualche retroscena della vita del Saloon e del "processo creativo" dietro la creazione dei post - o la mancata creazione, come in questo caso - portando anche a casa il risultato.
Certo, Tony Jaa non sarà contento, e probabilmente potrebbe aver voglia di rendere pan per focaccia con un paio di ginocchiate delle sue - equivalente delle bottigliate all'interno di questo tipo di prodotti -, ma penso che incasserò il colpo e aspetterò di vedere il nostro alle prese con i due banchi di prova fondamentali di Fast 7 e The raid 3.
Sperando che non si rivelino sequel privi di carattere ed incapaci di lasciare il segno - anche in una memoria labile come quella del sottoscritto - come questo.



MrFord



"Now I am calling
hoping you'll hear me
we all need somebody
to believe in something
and I won't fear this
when I am falling
we all need somebody
that can mend... These broken bones."
Rev Theory - "Broken bones" - 



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