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venerdì 3 febbraio 2017

xXx - Il ritorno di Xander Cage (D.J. Caruso, USA, 2017, 107')




Ricordo bene quando il mio cammino incrociò quello del franchise di xXx.
Ero in Portogallo, nel settembre del duemilatre, alla scoperta di uno dei Paesi che ho più amato nella mia vita da turista, e in un locale vuoto di Coimbra, città universitaria ancora semideserta a causa delle vacanze, con una lista di chupiti di varietà incredibile per le mani, vidi trasmesso sulle tv del posto in inglese sottotitolato in portoghese - per l'appunto - proprio xXx.
Una vera merda, in tutta onestà.
C'è anche da ammettere che, forse, quello fu l'anno più tosto del mio periodo da radical, talmente tosto da farmi rinnegare o dimenticare le gioie che gente come Stallone, Schwarzenegger o Van Damme mi aveva regalato durante l'infanzia, e dunque con ogni probabilità ero addirittura prevenuto.
Fatto sta che, quando qualche anno dopo vidi di striscio il secondo, rimasi orripilato e ringraziai la buona sorte di quella sera a Coimbra, pensando che non ci sarebbe stata altra occasione per affrontare la questione.
E invece, al contrario di ogni previsione, ecco giungere in sala un terzo capitolo che non solo rilancia il charachter di Xander Cage sul mercato, ma strizza l'occhio anche ad un ipotetico quarto episodio della saga - nonostante al botteghino non stia andando niente bene -, arricchendola di personaggi noti agli spettatori del grande - Ice Cube - e piccolo - Ruby Rose, Rory McCann - schermo ed aggiungendo al cocktail grandissimi esperti di Cinema di botte come Donnie Yen e Tony Jaa: il risultato, a conti fatti, è a tutti gli effetti un film di fantascienza a livello di logica ed esecuzione, una tamarrata trash di livelli così alti ed assurdi da non poter risultare antipatica, scomodando paragoni importanti come quello con il primo Sharknado.
Vin Diesel e soci, in barba alla plausibilità ed al fatto di essere potenzialmente fuori tempo massimo - questa è una pellicola che avrebbe fatto furore negli anni ottanta dei Commando e dei Cobra - portano in scena una baracconata talmente assurda da far accendere immediatamente la lampadina del cult, ed accompagnare i Ford tutti, tra giochi, urla, casini da famiglia con due figli e via discorrendo in un normale pomeriggio di follia quotidiana e goduria da sfogo del cervello, quasi lo stesso avesse vinto due settimane pagate in uno dei villaggi più esclusivi della Polinesia in compagnia di almeno tre o quattro donzelle ben disposte - in pieno stile Xander Cage -.
A conti fatti, questo terzo capitolo di xXx è una porcata fatta e finita, una roba di grana così grossa da fare venire un infarto a qualsiasi radical nel raggio di un paio di chilometri, eppure risulta talmente prevedibile, implausibile, eccessivo da essere irresistibilmente divertente e godurioso, di quei film che sono come il pompino della buonanotte, il fast food quando avete il frigo vuoto, il bicchiere dell'oblio al termine di una serata da sbronza totale.
Anzi, dirò di più: nell'anno che vede già l'hype del sottoscritto per Fast 8 toccare livelli astronomici, la sorpresa inaspettata di questo terzo xXx è praticamente un aperitivo per quello che mi aspetta e che non vedo l'ora di godermi.
Questi sono i porno del Cinema.
Senza se e senza ma.
Almeno qui al Saloon.
E come ogni porno che si rispetti, contano la goduria e i pochi pensieri, più che la trama o la credibilità.



MrFord



 

martedì 3 gennaio 2017

Rogue One - A Star Wars Story (Gareth Edwards, USA, 2016, 133')




Quando, lo scorso anno, proprio a pochi giorni dalla stesura delle classifiche di fine stagione, uscì in sala Episodio VII, nonostante l'hype da vecchio fan della Saga, cercai di andarci piano con gli entusiasmi per evitare di rimanere scottato: il risultato fu un vero trionfo per quello che, con L'impero colpisce ancora, è per me il miglior film di Star Wars mai realizzato.
A distanza di dodici mesi il mondo magico di "una galassia lontana lontana" torna a fare capolino con uno spin off ambientato appena prima di Una nuova speranza ed incentrato sui ribelli che si accingevano a dare i primi colpi decisi all'Impero: il mio approccio, in questo senso, non è cambiato rispetto a Il risveglio della Forza, anche se il risultato, per quanto molto interessante, è stato senza dubbio meno esaltante.
Per buona parte della visione, infatti, la sensazione avuta è stata quella di un titolo ottimamente realizzato - del resto, Gareth Edwards non è proprio l'ultimo arrivato - totalmente privo, di contro, dell'anima che ha contraddistinto anche i capitoli meno riusciti della saga cinematografica più amata di sempre - ebbene sì, anche del decisamente poco riuscito La minaccia fantasma -, reso in parte indigesto da un casting assolutamente non riuscito - i due main charachters sono affidati ad interpreti a mio parere privi dello spessore necessario per sostenere una pellicola e fare a prescindere dal valore della stessa la differenza - ed incapace di aggiungere qualsiasi cosa all'affresco figlio dell'immaginazione di Lucas: a togliere le castagne dal fuoco, ed a farlo alla grande, interviene una parte finale assolutamente da paura, che non ha nulla da invidiare ai capitoli più riusciti del brand, in grado di unire in un cocktail esplosivo - in tutti i sensi - epicità, dramma, grande utilizzo dei personaggi soprattutto secondari, un finale assolutamente imprevedibile e la giusta dose di citazionismo e strizzate d'occhio ai cult del passato in grado di far andare in brodo di giuggiole i fan - le apparizioni di Darth Vader e Leia sul finale sono da antologia -.
Resta dunque il rammarico di un film che accelera troppo tardi, giocando le sue carte migliori solo dopo aver messo a dura prova la tenuta dell'audience e privo in gran parte dell'ironia che aveva reso mitici i protagonisti della serie - soprattutto per quanto riguarda i primi tre film, così come l'ultimo -: unico a cercare di invertire questa tendenza il riuscitissimo K2, droide imperiale riprogrammato e spalla comica dei due protagonisti, che come già sottolineato poco sopra in due riescono ad avere lo stesso carisma dell'unghia del mignolo di Han Solo.
Ad ogni modo, una visione che rappresenta, nonostante i suoi difetti, un esempio di grande Cinema di intrattenimento, tecnicamente ineccepibile e perfetto nel recuperare il fascino delle ambientazioni anni settanta che definirono Una nuova speranza, L'impero colpisce ancora ed Il ritorno dello Jedi: forse i fan hardcore apprezzeranno più di quanto non abbia fatto io, almeno quanto resteranno colpiti gli spettatori casuali, probabilmente ignari di quello che sarebbe accaduto "dopo" e dunque, chissà, preparati ad un finale tutto rose e fiori che - SPOILER - non arriverà. Anzi.
Quello che è certo è che, in barba ai difetti o ai punti di vista, l'universo di Star Wars ha davvero ancora molto da raccontare alla settima arte, al suo pubblico ed alla cultura pop, ed è assolutamente confortante pensare che un racconto di ormai quasi quarant'anni or sono riesca a generare spunti in grado di solleticare l'immaginazione ancora oggi: rende l'idea di un Universo infinito ed in continua espansione.
E per chi adora il viaggio e l'avventura, non c'è nulla di meglio.




MrFord




 

sabato 2 giugno 2012

Ip Man

Regia: Wilson Yip
Origine: Cina
Anno: 2008
Durata: 106'



La trama (con parole mie): siamo sul finire degli anni trenta a Foshan, una città di provincia nel Sud della Cina. Ip Man, Maestro indiscusso di Kung fu e sviluppatore dell'arte del Wing Chun, si rifiuta di prendere allievi e continua a mietere successi sconfiggendo qualsiasi avversario lo sfidi.
La vita è tranquilla, e l'uomo vive tra gli agi con la moglie ed il figlio.
Con l'invasione giapponese, però, la realtà cambia: le scuole di arti marziali vengono chiuse, la popolazione della città sterminata, gli esperti di Kung fu costretti ai lavori più umili e agli scontri con i loro equivalenti nipponici per un sacco di riso a vittoria: quando i soprusi divengono insostenibili, Ip Man, fino a quel momento equilibrato, metterà la sua abilità al servizio dei suoi connazionali divenendo un simbolo di rivolta contro l'occupazione.





Come ben sapranno gli avventori abituali del saloon, il sottoscritto è da sempre - anche se nel mio periodo da finto radical chic dedito alle sole visioni d'autore cercavo di nasconderlo - un grandissimo fan dei film di botte, specie se ben realizzati e coreografati come si conviene.
Dai cult del trash come Kickboxer o Senza esclusione di colpi alle pellicole storiche con protagonista Bruce Lee - sto preparando una full immersion con un recupero dei suoi film più noti -, fino ai recenti Undisputed 2 e 3 con l'incredibile Scott Adkins/Boyka , mi sono sempre divertito come un bambino quando si trattava di stare stravaccato sul divano con gli occhi sgranati di fronte a colpi che paiono quasi impossibili da eseguire o lotte all'ultimo respiro - che, a ben guardare, è quello che succede anche quando mi dedico all'adorato wrestling -: grazie al mio fratellino Dembo, che per farsi perdonare dell'agghiacciante Ong Bak si è presentato a casa Ford omaggiandomi del bluray di questa pellicola firmata Wilson Yip, ho aggiunto un altro tassello al grande mosaico dei titoli di questo genere. E, devo ammetterlo, un tassello di tutto rispetto.
Ambientato nell'affascinante cornice della Cina degli anni trenta, Ip man racconta la storia molto romanzata dell'omonimo Maestro di Kung fu cui si deve la diffusione mondiale dello stile Wing Chun, che divenne celebre anche per aver fatto da mentore ad un giovanissimo Bruce Lee nel periodo 1954/1957: la pellicola di Wilson Yip, oltre a mostrare duelli e scontri ottimamente realizzati, si concentra sul patriottismo mostrando la fiamma della ribellione che lo stesso Ip Man contribuì ad accendere nei cuori dei cinesi oppressi dall'invasione giapponese che impegnò i nipponici su due fronti anche durante lo svolgimento della Seconda Guerra Mondiale.
Il passaggio dagli agi mostrati nella prima parte agli stenti della seconda - così come i valori granitici del Maestro - ricordano molto l'approccio che ebbe Ron Howard nel portare in scena le vicende di James Braddock nel suo Cinderella man, e culminano in una delle sequenze di lotta più impressionanti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni - nonchè una delle migliori della pellicola -, che vede Ip Man fronteggiare dieci esponenti della scuola di Kung Fu giapponese spinto dalla rabbia per aver assistito all'uccisione di un altro Maestro avvenuta proprio dinanzi ai suoi occhi: un passaggio esemplare anche per chiarire a quale livello di controllo giungano esperti di questo calibro, che nel corso delle loro sfide tendono ad accompagnare o mimare i colpi più devastanti portati all'indirizzo dell'avversario.
Clamorosa, tra l'altro, la velocità d'esecuzione di Donnie Yen, protagonista assolutamente in parte per un ruolo che, in Cina, ha un'aura mitica almeno quanto quella del ben più noto in Occidente Bruce Lee, e che regala scariche di pugni e parate da rimanere a bocca aperta.
Se, da un lato, la fotografia di un mondo che lentamente crolla e la volontà di ribellione contro il regime imposto dai nipponici risultano interessanti almeno quanto i combattimenti, il film scivola con il finale in una retorica di grana molto grossa che limita - e di molto - il suo potenziale, di fatto rendendo vana la costruzione al limite dell'ironia riferita al suo protagonista nella prima metà dell'opera: un vero peccato, perchè senza una chiusura che ha quasi il sapore della propaganda neanche fossimo ancora nel periodo in cui Eisensteijn si trovava a dover magnificare l'Unione Sovietica nascente Ip Man avrebbe avuto tutte le caratteristiche del cult, imponendosi come termine di paragone per tutti i titoli di genere.
Ad ogni modo, gli appassionati come il sottoscritto troveranno pane per i loro denti e finiranno per recuperare anche il sequel - che vedrà la scena spostarsi ad Hong Kong ed un riferimento conclusivo al legame tra Ip Man e Bruce Lee -, riscoprendo un'esaltazione che solo le migliori pellicole di combattimento sanno offrire: per i non avvezzi, invece, l'ambientazione storica potrebbe addirittura rivelarsi utile per superare lo scoglio delle botte da orbi.
Quello che conta sarà cercare di non badare troppo alla retorica e concentrarsi sulla sostanza: in fondo, per quanto crogiolarsi nel sentimentalismo sfrenato sia una pratica nel Cinema molto diffusa e di successo, qualche scarica di cazzotti ben assestata da sempre tutt'altra soddisfazione.


MrFord


"Broke your jaw once before
spilt your blood upon the floor
you broke my leg in return
so let's sit back and watch the bed burn
well love sticks sweat drips
break the lock if it don't fit
a kick in the teeth is good for some
a kiss with a fist is better than none
a-woah a kiss woth a fist is better than none."
Florence + The Machine - "Kiss with a fist" -


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