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lunedì 14 gennaio 2019

White Russian's Bulletin


Seconda puntata del Bulletin dedicata, di fatto, a quelle che sono state le visioni - e le letture - accumulate durante le vacanze natalizie che hanno permesso a questo vecchio cowboy un recupero come non si sognava da mesi.
A questo giro, a conti fatti, ci si concentra principalmente su lavori più "autoriali", visioni che sono state protagoniste - o lo sarebbero state - delle classifiche dei Ford Awards.


NARCOS - MESSICO (Netflix, USA, 2018)

Narcos: Messico Poster

Il fatto che su Narcos avrebbe sempre aleggiato il fantasma del Pablo Escobar di Wagner Moura era evidente fin dalla prima stagione del serial legato ai grandi cartelli della droga di Netflix: quello che non sapevamo, però, era che gli autori sarebbero riusciti a mantenere uno standard qualitativo da grande crime novel, appassionando anche quando l'attenzione si sarebbe spostata al cartello di Cali prima e dunque al Messico, con gli stessi protagonisti che ispirarono Don Winslow per i due Capolavori Il potere del cane e Il cartello.
In barba a quanto letto in giro, ho trovato la quarta stagione di Narcos serrata, tesissima, perfetta nel raccontare i lati positivi e negativi - perchè ci sono entrambi, siamo umani - di chi sta da una parte e dall'altra della barricata: l'ascesa di Gallardo e dei suoi luogotenenti da una parte e la storia di Kiki Camarena dall'altra sono ancora più intense se pensate vere, come del resto sono state, seppur romanzate. 
Emozioni, tensione, valore ed un'apparizione inaspettata e già mitica dello stesso Pablo.




ROMA (Alfonso Cuaron, Messico/USA, 2018, 135')

Roma Poster


Approcciato con tutte le riserve del caso - Cuaron, strepitoso con la macchina da presa, non sempre ha centrato l'obiettivo dell'emozione - e pronto a combatterlo con tutto il pane e salame possibile, sono rimasto travolto e conquistato da ROMA, pellicola vincitrice dell'ultimo Festival di Venezia che mi ha fatto restare in Messico un pò di più oltre a Narcos e ricordato nel contempo il grande Cinema neorealista italiano così come le carrellate laterali di un Maestro come Ozu.
Sarà costruito a tavolino e anche compiaciuto - il buon Alfonso sa davvero dove mettere le mani -, racconterà la "semplice" storia di una famiglia e della sua domestica, potrà far patire alcuni per la durata, ma se non è espressione della settima arte un lavoro come questo, non so davvero cos'altro potrebbe esserlo: in un'annata di disamore come il duemiladiciotto, ROMA è stata una delle poche pellicole che mi ha permesso di emozionarmi ancora all'idea di scoprire un nuovo, grande film.




L'ULTIMA AVVENTURA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER (Bjorn Larsson, Svezia, 2018)

Risultati immagini per l'ultima avventura del pirata long john silver

Come i più vecchi frequentatori del Saloon ben sanno, La vera storia del pirata Long John Silver, oltre ad essere un Capolavoro assoluto della Letteratura d'avventura, è uno dei romanzi preferiti di tutti i tempi di questo vecchio cowboy: la vicenda del leggendario Barbecue, uno dei charachters nei quali mi ritrovo di più in assoluto, mi aveva colpito, commosso, emozionato, esaltato a dismisura.
Questo brevissimo racconto - che altro non è che un capitolo tagliato ai tempi dalla prima edizione del romanzo, giudicata troppo lunga dall'editore -, giunto per caso tra le mie mani grazie a Julez, è una chicca per appassionati, che non aggiunge nulla al valore assoluto del protagonista e del titolo dal quale è stato originato, ma che per me è stato come un tuffo al cuore.
Hold fast, Barbecue. Io sono con te.




DOGMAN (Matteo Garrone, Italia/Francia, 2018, 103')

Dogman Poster

Un pò come ROMA, anche Dogman di Matteo Garrone è giunto sugli schermi del Saloon con un misto di aspettativa e prudente circospezione, la stessa che circonda i titoli giudicati un pò ovunque - e nei grandi Festival - come imperdibili: al contrario, però, del grande affresco di Cuaron, Dogman è stato ridimensionato minuto dopo minuto, rivelando di fatto l'incompiutezza di quello che è considerato uno dei registi più "cult" degli ultimi quindici anni in Italia, Matteo Garrone.
Al contrario del suo "rivale" Sorrentino, infatti, trovo che l'autore di Gomorra non sia mai davvero riuscito a sfornare un vero e proprio Capolavoro, e abbia anzi al contrario più spesso mostrato la mancanza di quella scintilla che trasforma una buona pellicola in qualcosa di indimenticabile: Dogman è un ottimo prodotto, la sua cornice di disperazione è impressionante, Marcello Fonte bravissimo, eppure soprattutto nella seconda parte perde mordente, diventa quasi prevedibile, perfino esagerato, e ricorda molto un altro lavoro di Garrone, L'imbalsamatore, lo stesso che l'aveva fatto conoscere al grande pubblico. Peccato solo che si parli dell'ormai lontano duemiladue.


martedì 3 gennaio 2017

Rogue One - A Star Wars Story (Gareth Edwards, USA, 2016, 133')




Quando, lo scorso anno, proprio a pochi giorni dalla stesura delle classifiche di fine stagione, uscì in sala Episodio VII, nonostante l'hype da vecchio fan della Saga, cercai di andarci piano con gli entusiasmi per evitare di rimanere scottato: il risultato fu un vero trionfo per quello che, con L'impero colpisce ancora, è per me il miglior film di Star Wars mai realizzato.
A distanza di dodici mesi il mondo magico di "una galassia lontana lontana" torna a fare capolino con uno spin off ambientato appena prima di Una nuova speranza ed incentrato sui ribelli che si accingevano a dare i primi colpi decisi all'Impero: il mio approccio, in questo senso, non è cambiato rispetto a Il risveglio della Forza, anche se il risultato, per quanto molto interessante, è stato senza dubbio meno esaltante.
Per buona parte della visione, infatti, la sensazione avuta è stata quella di un titolo ottimamente realizzato - del resto, Gareth Edwards non è proprio l'ultimo arrivato - totalmente privo, di contro, dell'anima che ha contraddistinto anche i capitoli meno riusciti della saga cinematografica più amata di sempre - ebbene sì, anche del decisamente poco riuscito La minaccia fantasma -, reso in parte indigesto da un casting assolutamente non riuscito - i due main charachters sono affidati ad interpreti a mio parere privi dello spessore necessario per sostenere una pellicola e fare a prescindere dal valore della stessa la differenza - ed incapace di aggiungere qualsiasi cosa all'affresco figlio dell'immaginazione di Lucas: a togliere le castagne dal fuoco, ed a farlo alla grande, interviene una parte finale assolutamente da paura, che non ha nulla da invidiare ai capitoli più riusciti del brand, in grado di unire in un cocktail esplosivo - in tutti i sensi - epicità, dramma, grande utilizzo dei personaggi soprattutto secondari, un finale assolutamente imprevedibile e la giusta dose di citazionismo e strizzate d'occhio ai cult del passato in grado di far andare in brodo di giuggiole i fan - le apparizioni di Darth Vader e Leia sul finale sono da antologia -.
Resta dunque il rammarico di un film che accelera troppo tardi, giocando le sue carte migliori solo dopo aver messo a dura prova la tenuta dell'audience e privo in gran parte dell'ironia che aveva reso mitici i protagonisti della serie - soprattutto per quanto riguarda i primi tre film, così come l'ultimo -: unico a cercare di invertire questa tendenza il riuscitissimo K2, droide imperiale riprogrammato e spalla comica dei due protagonisti, che come già sottolineato poco sopra in due riescono ad avere lo stesso carisma dell'unghia del mignolo di Han Solo.
Ad ogni modo, una visione che rappresenta, nonostante i suoi difetti, un esempio di grande Cinema di intrattenimento, tecnicamente ineccepibile e perfetto nel recuperare il fascino delle ambientazioni anni settanta che definirono Una nuova speranza, L'impero colpisce ancora ed Il ritorno dello Jedi: forse i fan hardcore apprezzeranno più di quanto non abbia fatto io, almeno quanto resteranno colpiti gli spettatori casuali, probabilmente ignari di quello che sarebbe accaduto "dopo" e dunque, chissà, preparati ad un finale tutto rose e fiori che - SPOILER - non arriverà. Anzi.
Quello che è certo è che, in barba ai difetti o ai punti di vista, l'universo di Star Wars ha davvero ancora molto da raccontare alla settima arte, al suo pubblico ed alla cultura pop, ed è assolutamente confortante pensare che un racconto di ormai quasi quarant'anni or sono riesca a generare spunti in grado di solleticare l'immaginazione ancora oggi: rende l'idea di un Universo infinito ed in continua espansione.
E per chi adora il viaggio e l'avventura, non c'è nulla di meglio.




MrFord




 

venerdì 11 novembre 2016

Blood father (Jean Francois Richet, Francia, 2016, 88')




Spesso e volentieri, nella mia ricerca di visioni, approccio alcuni titoli a scatola chiusa, soltanto affidandomi al fatto che vengano proposti sottotitolati e non siano ancora stati distribuiti - e chissà se mai lo saranno - in Italia: negli anni, questa tecnica mi ha permesso di venire a contatto con chicche assolute - come Alabama Monroe o Holy Motors, giunte con ritardo biblico anche dalle nostre parti - ed altre purtroppo nella Terra dei cachi mai neppure giunte, così come di sòle da record di bottigliate rimosse dalla memoria il più velocemente possibile.
Quando recuperai informazioni su questo Blood father, non potei che sperare per il meglio: una produzione americana firmata dal francese Richet, regista dell'ottimo Nemico Pubblico N. 1, uscito qualche anno fa, che vedeva Vincent Cassell nella parte del criminale Jacques Mesrine - una sorta di Vallanzasca d'Oltralpe - action e tamarra quanto basta almeno sulla carta con protagonista un Mel Gibson pronto a ricoprire un ruolo che, negli ultimi anni, è stato prerogativa del Liam Neeson di Taken.
Insomma, il cocktail perfetto per il vecchio Ford.
Con la stessa logica, in una sera da festivo in cui io e Julez arriviamo stremati all'ora del divano a causa degli impegni genitoriali, si è deciso di ospitare al Saloon la pellicola qui presente in modo da rimanere svegli e, magari, esaltarsi anche parecchio: niente di più sbagliato.
Purtroppo, nonostante le premesse e la presenza di volti importanti per i Ford come quello di William Macy, Blood father si è rivelato un prodotto davvero scadente, molto televisivo - e non in senso buono -, recitato malissimo - il vecchio Mel, che io adoro, è talmente sopra le righe da far risultare quasi sopportabile la cagna maledetta Erin Moriarty - e scritto ancora peggio, illuminato giusto da due o tre passaggi di critica sociale interessanti - la prima sequenza con l'acquisto delle pallottole al supermercato, la questione della raccolta delle arance degli immigrati messicani ed in parte il confronto finale padre/figlia - persi in un'evoluzione prevedibile e gestita nel peggiore dei modi, pronta a dimenticarsi per strada logica e pezzi di script - si veda tutta la questione dello zio del fidanzato vendicativo della figlia del pazzo Mel, boss del Cartello oltre confine - ed incapace di spiccare il volo - anche in termini trash - quantomeno nella parte prettamente action.
Una bocciatura clamorosa e su tutti i fronti, dunque, che ha scoraggiato perfino un fan di questo tipo di proposte come il sottoscritto che per una buona metà della visione ha finito per cercare di difendere alla disperata dalle critiche - giustissime - di Julez il lavoro di Richet: lavoro ingrato, perchè riuscire a trovare qualcosa di davvero salvabile in questo maldestro tentativo d'esportazione del regista francese risulta davvero impresa titanica.
Non mi resta che sperare nella venuta di qualcuno pronto a veicolare nel modo giusto, tamarro e divertente tutta l'esplosiva follia dell'ormai sempre più vecchia roccia e palestrato Mel Gibson.
E non sto certo parlando del suo Gesù da "La passione di Cristo 2 - La vendetta".




MrFord




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