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venerdì 11 novembre 2016

Blood father (Jean Francois Richet, Francia, 2016, 88')




Spesso e volentieri, nella mia ricerca di visioni, approccio alcuni titoli a scatola chiusa, soltanto affidandomi al fatto che vengano proposti sottotitolati e non siano ancora stati distribuiti - e chissà se mai lo saranno - in Italia: negli anni, questa tecnica mi ha permesso di venire a contatto con chicche assolute - come Alabama Monroe o Holy Motors, giunte con ritardo biblico anche dalle nostre parti - ed altre purtroppo nella Terra dei cachi mai neppure giunte, così come di sòle da record di bottigliate rimosse dalla memoria il più velocemente possibile.
Quando recuperai informazioni su questo Blood father, non potei che sperare per il meglio: una produzione americana firmata dal francese Richet, regista dell'ottimo Nemico Pubblico N. 1, uscito qualche anno fa, che vedeva Vincent Cassell nella parte del criminale Jacques Mesrine - una sorta di Vallanzasca d'Oltralpe - action e tamarra quanto basta almeno sulla carta con protagonista un Mel Gibson pronto a ricoprire un ruolo che, negli ultimi anni, è stato prerogativa del Liam Neeson di Taken.
Insomma, il cocktail perfetto per il vecchio Ford.
Con la stessa logica, in una sera da festivo in cui io e Julez arriviamo stremati all'ora del divano a causa degli impegni genitoriali, si è deciso di ospitare al Saloon la pellicola qui presente in modo da rimanere svegli e, magari, esaltarsi anche parecchio: niente di più sbagliato.
Purtroppo, nonostante le premesse e la presenza di volti importanti per i Ford come quello di William Macy, Blood father si è rivelato un prodotto davvero scadente, molto televisivo - e non in senso buono -, recitato malissimo - il vecchio Mel, che io adoro, è talmente sopra le righe da far risultare quasi sopportabile la cagna maledetta Erin Moriarty - e scritto ancora peggio, illuminato giusto da due o tre passaggi di critica sociale interessanti - la prima sequenza con l'acquisto delle pallottole al supermercato, la questione della raccolta delle arance degli immigrati messicani ed in parte il confronto finale padre/figlia - persi in un'evoluzione prevedibile e gestita nel peggiore dei modi, pronta a dimenticarsi per strada logica e pezzi di script - si veda tutta la questione dello zio del fidanzato vendicativo della figlia del pazzo Mel, boss del Cartello oltre confine - ed incapace di spiccare il volo - anche in termini trash - quantomeno nella parte prettamente action.
Una bocciatura clamorosa e su tutti i fronti, dunque, che ha scoraggiato perfino un fan di questo tipo di proposte come il sottoscritto che per una buona metà della visione ha finito per cercare di difendere alla disperata dalle critiche - giustissime - di Julez il lavoro di Richet: lavoro ingrato, perchè riuscire a trovare qualcosa di davvero salvabile in questo maldestro tentativo d'esportazione del regista francese risulta davvero impresa titanica.
Non mi resta che sperare nella venuta di qualcuno pronto a veicolare nel modo giusto, tamarro e divertente tutta l'esplosiva follia dell'ormai sempre più vecchia roccia e palestrato Mel Gibson.
E non sto certo parlando del suo Gesù da "La passione di Cristo 2 - La vendetta".




MrFord




lunedì 31 ottobre 2016

El club (Pablo Larraìn, Cile, 2015, 98')




Ogni volta che mi capita di riflettere a proposito di peccati e peccatori, ripenso al volo a Gli spietati, o a Johnny Cash, o a Edward Bunker: ogni azione commessa al di fuori della Legge, del resto, ha ispirazioni, moventi e spiegazioni molto diversi tra loro, e reazioni istintive a parte, l'ideale prima di giudicare o essere giudicati sarebbe sempre mettersi nei panni di chi sta di fronte, o dall'altra parte della nostra barricata.
Allo stesso modo, da ateo miscredente, ammetto di fare sempre una gran fatica ad affrontare il discorso non solo della Fede, ma anche e soprattutto a concepire l'esistenza delle grandi organizzazioni religiose.
Considerate queste premesse, ed il fatto che il mio rapporto con Pablo Larraìn non iniziò, anni fa, nel migliore dei modi - detestai con tutte le forze il sopravvalutato Tony Manero -, la visione di El club si presentava come una delle più toste dell'anno.
Quattro ex preti scomunicati ed isolati in una sorta di casa protetta nel Cile dell'oceano e della provincia profonda, ognuno per motivi diversi, controllati e guidati da un'ex suora caduta in disgrazia pronta a fare agli stessi da perpetua, madre, confidente, carceriera e guida, un suicidio indotto da vecchi peccati, un giovane esponente della "nuova" Chiesa pronto ad indagare ed eventualmente chiudere la struttura neanche fosse la filiale poco produttiva di un'azienda: ingredienti tosti, che ancora una volta - questo occorre riconoscerlo - pongono Larraìn tra i registi più "scomodi" del panorama internazionale.
Ingredienti che avrebbero potuto scatenare una delle peggior tempeste di bottigliate dell'anno, se trattati con spocchia o superficialità d'autore.
Al contrario, invece, Larraìn non solo porta sullo schermo una pellicola dalla quale è praticamente impossibile uscire indenni, ma anche uno dei film più strazianti, potenti e clamorosamente belli di una stagione che ha bisogno come l'aria di opere di alto livello, considerata la penuria vista fino ad ora: El club è una ferita aperta, un viaggio allucinante non tanto nelle menti di quattro uomini colpevoli, o di chi, per controllarli o metterli di fronte ad una scelta che potrebbe almeno in parte redimerli, si rivela predatorio e spietato forse anche più di loro, quanto nell'abisso che l'Uomo continua a mostrare e portare nel mondo, e che probabilmente non finirà mai di stupire per quanta assurda crudeltà noi animali "sociali" ed "evoluti" riusciamo a continuare a mostrare, ed al contempo con quanta forza e volontà lottiamo affinchè dolore e colpa possano essere lasciati alle spalle per ricominciare, anche quando probabilmente non esiste neppure una remota possibilità perchè questo sia possibile.
De Andrè, in uno dei brani più struggenti di uno dei dischi più importanti della Storia della Musica italiana, cantava "nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore": una lezione fondamentale, che passa attraverso figure fondamentali della cultura globale, da Gesù a Gandhi, e che rappresenta un baluardo per la nostra umanità.
E poi ripenso a questo film, a Sandokan, vittima e carnefice, alla sorella ed al prelato che dovrebbero indirizzare e controllare i quattro "condannati", agli stessi ex religiosi, macchiati da peccati più o meno gravi, alla società attorno, che li isola ed imprigiona in una libertà forse più scomoda di qualsiasi carcere, al sistema carcerario norvegese mostrato da Michael Moore in Where to invade next, e penso a quanto sarebbe difficile vivere e rapportarsi in modo civile con qualcuno che, abusando del proprio ruolo - specialmente se si tratta di un ruolo spirituale come quello del prete -, ha commesso uno o più crimini.
A quanto sarebbe più facile comportarsi da Uomini, e lasciare che la Legge della nostra giungla - ben più feroce di quella animale - faccia il suo corso.
A quanto è facile metterli di fronte ad una scelta e poi dimenticarsi di loro, finendo per segnarsi allo stesso modo.
A quanto è facile strumentalizzarli, e gestirli come fossero bambini.
Io sono un ateo miscredente, ma penso che se il già citato Gesù avesse incontrato persone come queste, si sarebbe fatto un mazzo tanto anche e soprattutto per loro.
Peccato che la Chiesa l'abbia perso di vista, e sempre per citare De Andrè, abbia preso questa Legge divina e l'abbia "tre volte inchiodata nel legno".
Io sono un ateo miscredente, ma penso che, se esistesse qualcuno con tanta forza da poterlo fare, mi verrebbe quasi da credere in lui.
Invece sono un Uomo, e quando arrivo alla fine di opere come questa, mi ritrovo con il fiato corto e la voglia di lasciare libero l'istinto.
Ma se lo facessi, sarei esattamente come loro.




MrFord



 
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