Visualizzazione post con etichetta fede. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fede. Mostra tutti i post

lunedì 3 settembre 2018

The devil and Father Amorth (William Friedkin, USA, 2017, 68')





- Friedkin, per quanto mi riguarda, è uno dei registi nordamericani più importanti, tosti e per certi versi sottovalutati della Storia del Cinema, e L'Esorcista, uno dei suoi film più noti - o forse il più noto - una bomba ancora oggi.

- Per quanto il sovrannaturale mi affascini e farei la firma per l'esistenza di una vita eterna ultraterrena alla fine di quella che stiamo vivendo, sono ormai da parecchio un ateo convinto.

- L'idea di un documentario che portasse sullo schermo la ripresa originale di un esorcismo "vero" e non cinematografico mi ha attratto fin da quando ne ho letto sulla trama dall'applicazione di Netflix.

- The Devil and Father Amorth resta sospeso, e senza che si possa davvero capire se si tratti di una cosa positiva oppure no, tra uno scherzo orchestrato alla grande dal regista o una sorta di richiesta di un atto di fede rispetto al pubblico.

- Gli spunti di riflessione non mancano, dal rapporto tra Fede e Scienza alle influenze che l'ambiente culturale in cui cresciamo finisce per dare ad ognuno di noi, soprattutto nella parte dedicata agli psichiatri e neurochirurghi interpellati a proposito del filmato dell'esorcismo.

- La sequenza del confronto tra la donna posseduta e Padre Amorth spoglia l'immaginario dagli effetti speciali e dalle teste che girano, ma, se non fosse un effetto sonoro studiato ad arte, stupisce per la voce con la quale la vittima si esprime e colloquia con il religioso, davvero inquietante.

- All'intero lavoro, oltre ovviamente alla questione religiosa che rende impermeabile questo vecchio cowboy, mancano una produzione degna di questo nome - appare tutto molto, molto amatoriale - e le prove che dovrebbero essere alla base di ogni documentario. A conti fatti, tolto il fascino esotico di certe materie e qualsiasi dibattito di natura teologica o scientifica, resta davvero poco, cinematograficamente parlando, nonostante si tratti di un vero e proprio mostro sacro in questo caso prestato ad una qualità indubbiamente televisiva, e non in senso buono.

- Un documentario, questo, che non trova la collocazione nel suo genere così come in quello della fiction, destinato ai fan di Friedkin - ripeto, un grandissimo -, de L'esorcista e dei dibattiti sul sovrannaturale, ma forse poco adatto ad un pubblico più smaliziato ed abituato, soprattutto, ad una qualità di un certo livello in termini di proposte cinematografiche.
Ad ogni modo, personalmente, come improvvisazione da serata estiva in vacanza - l'ho visto nel corso delle ferie dei Ford in Liguria -, penso abbia funzionato più che bene.




MrFord




 

martedì 13 febbraio 2018

Benedetta follia (Carlo Verdone, Italia, 2018, 109')





Al buon Verdone ho sempre voluto bene, dai tempi in cui, grazie alla "spada de foco" e alle chicche degli esordi, riempivo pomeriggi estivi o con gli amici ci si godevano serate all'insegna del Cinema italiano sbracato ma comunque in grado di conquistare perchè basato su un'anima sociale.
Come tutti i registi non superlativi - non che la stessa situazione risparmi quelli che invece lo sono, sia chiaro -, con gli anni anche lui ha finito per rifugiarsi in territori più facilmente affrontabili e confort zone dal sapore di cinture di sicurezza ben strette, tanto da regalare soltanto qualche guizzo - Il mio peggior nemico, molto sottovalutato, per me resta una piccola chicca - e tanta prevedibilità, in modo da rimanere in equilibrio tra pop e rischio ridotto all'osso.
Con le stesse aspettative - prima - e le stesse conferme - poi - ho approcciato Benedetta follia, ultimo lavoro dell'autore romano che come di consueto intrattiene, diverte, regala sequenze azzeccate e passaggi forse di troppo, ha il merito di mostrare la genuinità di Ilenia Pastorelli, salita alla ribalta con Lo chiamavano Jeeg Robot e mostrata come è giusto che sia in tutti i suoi limiti in questa occasione almeno quanto la bravura dell'ex di Gomorra Maria Pia Calzone e regala al pubblico un paio d'ore senza pretese ma neppure volgari o sconsigliabili.
Se, dunque, cineasti di ben altro livello come Woody Allen insistono nel proporre un titolo a stagione inficiando clamorosamente la qualità del loro lavoro altri come Verdone, decisamente più modesti sotto il profilo tecnico, finiscono per riuscire comunque a regalare piacevoli momenti agli spettatori, legati principalmente alla genuinità della proposta ed al desiderio di protagonisti delle storie di vivere le stesse, e non esserne spettatori.
Un sogno che, con ogni probabilità, tocca non solo qualsiasi tipo di pubblico - dal più esperto all'occasionale - ma anche lo stesso regista, da sempre in grado di portare in scena i suoi squilibri, le incertezze ed i punti di forza: in fondo i personaggi di Verdone restano emanazioni del loro autore, outsiders impacciati e repressi in grado, un passo dopo l'altro, di trovare una loro dimensione, in barba ad un mondo pronto a metterli ai margini e in una condizione di svantaggio quasi per natura.
In un certo senso, Verdone resta in qualche modo un piccolo Goonie, con le sue idiosincrasie e timidezze, il sempre ultimo che, seguendo la lezione dei Fantozzi, finisce per resistere ai colpi peggiori riservatigli da vita, mondo e società - in questo caso è la modernità a fare da antagonista - fino a trovare una propria collocazione, un proprio mondo.
Certo, il tutto è molto ingenuo e naif, poco plausibile in termini di scrittura, eppure anche Benedetta follia finisce per risultare una visione assolutamente godibile, lontana dalle pretese delle proposte radical o dalla volgarità di quelle "di cassetta": forse, se approfondito di più in alcuni aspetti, avrebbe potuto essere qualcosa di più incisivo ed importante - in fondo vengono mostrati nuovi aspetti della società, ci si schiera abbastanza chiaramente contro la rigidità di una cultura cattolica vecchio stampo, vengono analizzati temi qui al Saloon molto considerati come il rapporto tra genitori e figli -, ma anche così, imperfetto e semplice, funziona per quello che ci si potrebbe aspettare.
Come una serata con i parenti che si rivela, inaspettatamente, più divertente della cena che avreste pensato di poter affrontare solo se estremamente sbronzi.




MrFord



 

mercoledì 24 gennaio 2018

The Exorcist - Stagione 2 (Fox, USA, 2017)




Quando, lo scorso anno, da buoni amanti dell'horror, in casa Ford affrontammo la prima stagione del serial targato Fox ispirato al cult L'esorcista, non avevo grosse aspettative: in fondo, cimentarsi con pezzi da novanta di un genere anche solo in termini di ispirazione - specie quando si tratta di una materia difficile come, per l'appunto, l'horror - porta di norma a fallimenti di dimensioni titaniche, e considerato il numero di produzioni legate alle possessioni uscite in sala nel corso delle ultime stagioni cinematografiche, il rischio di buco nell'acqua era oggettivamente grande.
Fortunatamente, le gesta dei due insoliti prelati Marcus e Tomas erano riuscite nella non facile impresa di conquistare, e seppur non raggiungendo i livelli del cult di Friedkin, ad alzare l'asticella in attesa della seconda stagione, confermata molto in ritardo rispetto alle comuni tempistiche del piccolo schermo: a causa di questo ritardo, aggiustati un paio di raccordi legati all'epilogo del primo ciclo di episodi - probabilmente girato nel caso in cui non fosse stata confermata la produzione -, si è tornati sulle loro tracce sfruttando una nuova vicenda che in parallelo porta avanti la battaglia tra i due esorcisti ormai fuggiaschi e l'ordine demoniaco desideroso di integrarsi nel mondo mortale sfruttando proprio le alte sfere della Chiesa.
E ancora una volta, i protagonisti di questa storia non hanno fallito: cambiando prospettiva e cornice ma restando legati a tematiche molto simili - la distruzione della Famiglia da parte di un demone giunto per corrompere l'elemento più puro della stessa - Marcus e Tomas regalano altri dieci episodi addirittura più incisivi ed interessanti di quelli dell'annata d'esordio, grazie anche ad un comprimario in gran forma come John Cho ed al ruolo che assumono i figli adottivi sullo schermo di quest'ultimo, al pari dell'ex moglie defunta.
Ancora una volta senza esagerare o fare troppo il verso al film ispiratore, gli autori portano a casa in modo ben più che discreto la pagnotta tenendo lo spettatore sul filo, sorprendendolo con un paio di twist ben orchestrati e riuscendo nella non facile impresa di tenere alta la tensione almeno quanto il legame emotivo che si crea con la famiglia dell'Andy del già citato Cho, splendida nella sua fragile diversità.
La stessa motivazione demoniaca di entrare nelle case dei mortali minando giorno dopo giorno la solidità degli elementi più puri cercando di corromperli nel profondo è molto interessante a livello narrativo e di riflessione, in parte perchè pronta a rinverdire concetti come quelli di prede e predatori e Bene e Male che sono parte integrante della Storia e della società umana, in parte perchè in grado di far riflettere anche a proposito di noi che stiamo sul divano di fronte allo schermo - con Julez si scherzava rispetto al fatto che un demone non potrebbe mai scegliere il sottoscritto, considerate tutte le zone d'ombra che troverebbe, e non avrebbe alcun divertimento a corrompere qualcuno abituato a mangiare accanto alla corruzione stessa -.
In evidenza, come per la prima stagione, il mio personale favorito Marcus, ma in grande spolvero anche il suo allievo Tomas, che affiancato dalla new entry Mouse potrebbe rivelarsi il vero jolly della season three, che a questo punto spero davvero di poter vedere, una formula da esorcismo dopo l'altra: del resto, accantonato il discorso della paura vera e propria, è innegabile il fascino del peccato.
Vissuto come corruzione, o come mezzo per conquistare la forza necessaria a prendere a calci in culo la corruzione stessa.



MrFord



 

venerdì 24 novembre 2017

A ghost story (David Lowery, USA, 2017, 92')





Penso che tutti, religiosi, atei o qualsiasi cosa si possa essere, si siano chiesti almeno una volta nella vita cosa ci aspetta una volta che questo grande circo sarà finito, quando il corpo chiuderà i battenti e la mente saluterà baracca a burattini.
Credo sia umano tentare, in questo senso, di trovare una risposta alla paura, all'ignoto, al Tempo che inghiotte e ritorna, alle sfumature che possono o non possono esistere nel nostro mondo e oltre.
Me lo sono chiesto spesso anch'io, che da ateo miscredente adoratore della vita vorrei poter essere un highlander, o un vampiro immortale - anche se mi romperebbe non poco le palle evitare il sole e la luce del giorno, che adoro - pur di rimanere attaccato a questa palla di fango il più a lungo possibile.
Deve esserselo chiesto parecchio anche David Lowery, che con A ghost story tira fuori dal cilindro un miracolo che dal regista dello scialbo e retorico Il drago invisibile davvero non mi aspettavo: perchè più che una storia di fantasmi, il regista regala al pubblico una riflessione da brividi sul Tempo, l'Amore, la Vita e tutte quelle cose che rendono così straordinaria l'esistenza, per quanto dolorosa a volte possa essere, riuscendo nella quasi impossibile impresa di creare un cocktail tra Ghost e Gaspar Noè, due ingredienti che, almeno sulla carta, parrebbero inconciliabili almeno quanto la razionalità e l'istinto, la ragione e la fede, qualsiasi coppia di opposti e di amanti che popolano l'universo.
La vicenda dei due protagonisti di questa storia, del loro legame, dei messaggi nascosti, la musica, una casa che diviene il ricettacolo dei ricordi di una, dieci, cento vite che scorrono come sabbia in una clessidra pronta a ribaltarsi e ricominciare il suo inesorabile corso, per quanto apparentemente ostica in termini di ritmo, è una delle più toccanti e profonde dell'anno, e spinge A ghost story in alto nella classifica non solo di gradimento, ma anche e soprattutto in quella che permette ad alcuni titoli di entrare nel cuore e non uscirne.
Neanche fossero la nona di Beethoven.
Per quanto, comunque, si possa scrivere o filosofeggiare o recensire, un film come questo - con un budget ridotto all'osso, due attori di punta pronti a sacrificarsi come fossero esordienti, Casey Affleck in primis - più che analizzato andrebbe vissuto sulla pelle, in bilico tra la speranza che il Tempo non ci lasci fuori dalla sua danza e ci permetta in qualche modo di continuare a fare parte dell'Esistenza e la tristezza e la malinconia da spettatori di uno spettacolo che una volta era nostro, e che di colpo ci ritroviamo a vivere dall'altra parte della barricata.
Curioso inoltre che, in un anno avaro di grandi soddisfazioni sul grande schermo, una piccola perla come questa non abbia ancora trovato uno spazio in sala, e non si abbia alcuna notizia a proposito di un'eventuale distribuzione italiana: dobbiamo ringraziare la rete e la blogosfera che con il loro passaparola finiscono per fornire occasioni ed esperienze a tutti noi amanti della settima arte non adeguatamente considerate, pronte a sostenere un Malick mistico ed autoreferenziale qualsiasi piuttosto che una sua versione più potente e riuscita come questa.
Ma non voglio che una polemica, così come, per l'appunto, una semplice recensione, possano in qualche modo distogliere l'attenzione da un'esperienza di visione come questa: da adoratore della vita, un film che vada oltre la stessa come questo raccoglie un'intensità che è necessario provare, perchè non sarà mai come ascoltarla raccontata o tradotta in parole o gesti da altri.
A ghost story è la storia di fantasmi più viva che abbia mai avuto il piacere di ascoltare. O ancora meglio, di sentire.
E nella poesia di quel non detto e non letto che porta ad un passo oltre nel finale, c'è tutto quello che non dobbiamo dire e non leggere.
Perchè è vita allo stato puro.
Anche di fronte alla morte, alla fine, al Tempo.




MrFord




mercoledì 13 settembre 2017

Se dio vuole (Edoardo Falcone, Italia, 2015, 87')




Quando, non troppi mesi fa, ha fatto capolino in modo assolutamente casuale da queste parti Beata ignoranza, con protagonisti Marco Giallini - in grande spolvero da Rocco Schiavone e Perfetti sconosciuti in poi - ed Alessandro Gassman, ho finito per rivalutare almeno in parte il Cinema italiano che tanto ho osteggiato nel corso delle ultime stagioni, finendo per sdoganare, autori come Sorrentino a parte, quelle commedie leggere e piacevoli senza grandi pretese ma in grado di regalare serate easy e godibili come un massaggio o un cocktail con la giusta concentrazione alcolica: Se dio vuole, passato sugli schermi del Saloon durante la trasferta spagnola e sponsorizzato dalla mitica suocera Ford, si è rivelato parte del novero ed ha ulteriormente confermato una delle coppie più interessanti della commedia all'italiana divertente e non volgare, formata per l'appunto da Giallini e Gassman, che nel ruolo del preciso e spigoloso e del caciarone eterno Peter Pan funzionano alla grande, finendo, in casi come questo, addirittura per soddisfare perfino un ateo convinto come il sottoscritto trattando un tema spinoso come la Fede.
Il rapporto tra il medico affermato Tommaso ed il prete "redento" - ed ex carcerato - Don Pietro, con le certezze granitiche del primo messe in discussione ma mai appesantite dal concetto di religione funziona, diverte e coinvolge, e seppure a tratti un pò telefonato finisce per dare allo spettatore quello che si potrebbe chiedere ad una pellicola senza impegno come questa, resa ancora più interessante da un finale "a libera interpretazione" che regala uno spessore inatteso - almeno dal sottoscritto - al lavoro di Edoardo Falcone.
Per il resto, pur legato a situazioni e dinamiche differenti, un film pronto a raccontare da un punto di vista drammaticamente divertente del concetto di Famiglia che mi ha ricordato Tutta colpa di Freud - sempre con il buon Giallini protagonista -, senza particolari ambizioni alte ma funzionale e pronto a regalare momenti di riflessione e risate anche grasse: da esterofilo quale sono, non mi vergogno ad ammettere la genuina utilità di titoli come questo, pronti a dare respiro nelle serate di stanca e quantomeno a sostenere la speranza che in Italia si torni a lavorare bene anche quando si tratta di produzioni commerciali, riguadagnando il terreno rispetto, tra gli altri, ai nostri cugini francesi che in questo senso negli ultimi anni hanno davvero portato sugli schermi cose decisamente molto interessanti sia quando si è trattato di sbancare i più importanti Festival che di strappare qualche sana risata al pubblico occasionale.
E ben vengano anche attori vissuti "ai margini" per anni come Marco Giallini rilanciati da una seconda giovinezza, se riescono ad incarnare figure archetipiche e risultare credibili come qualcuno che si potrebbe incontrare per strada o tra le mura di casa, risate e lacrime comprese.
Per quanto riguarda la Fede, invece, io resto sulle mie posizioni.
Ma nonostante questo, quando capita di incrociare la strada di titoli come Se dio vuole, quasi quasi la voglia di dubitare in positivo finisce per farsi sentire: a prescindere da cosa potrebbe significare quel frutto caduto dall'albero.




MrFord




 

venerdì 16 giugno 2017

Houdini (History Channel, USA/Canada, 2014)






Una delle figure senza dubbio più affascinanti e mitiche del primo Novecento, quantomeno secondo il sottoscritto, è quella di Harry Houdini, padre di tutti gli illusionisti ed esperti della fuga nonché fonte d’ispirazione per alcune pellicole che adoro alla follia come The Prestige.
Ebreo ungherese d’origine ed americano d’adozione, Harry Houdini lavorò prima ancora che sui trucchi sulla sua prestanza fisica, allenando duramente i muscoli in tutto il corpo ed in particolare nella fascia addominale, avvalendosi poi del contributo della moglie nonché assistente e di un tecnico in grado di fornire alcuni tra i numeri più incredibili del tempo – e non solo – come quello della tortura cinese dell’acqua o della scomparsa di un elefante.
Qualche anno fa, History Channel – e in Italia DMAX – portarono sul piccolo schermo un prodotto decisamente interessante con protagonista il notissimo Adrien Brody che raccontasse non solo l'esistenza – e la morte – di Houdini, ma anche e soprattutto la tentazione che il rischio della propria vita rappresentava per il popolarissimo artista, che passò dal vaudeville al Cinema, pilotò aerei e si gettò dai ponti dentro fiumi ghiacciati incatenato per apparire, ogni volta, miracolosamente, salvo di fronte al suo pubblico.
Curioso che, tra una grande impresa e l’altra, correndo sul filo per tutti i cinquantadue anni che visse, Houdini trovò la morte proprio a causa dei suoi leggendari addominali, quando un colpo dato di sorpresa – e dunque impossibile da affrontare preparato come spesso faceva, spavaldamente, l’illusionista, che invitava il suo pubblico a colpirlo con un pugno proprio sulla fascia muscolare tanto celebrata per provarne la forza – gli ruppe l’appendice causando un’infezione della quale ci si accorse troppo tardi proprio a causa della resistenza al dolore dell’illusionista, che non si rivolse immediatamente ad un medico finendo per aggravare oltre misura la sua condizione.
Ma prima che si giunga a questo, il lavoro di Uli Edel e di History Channel si concentra sul legame tra il grande artista e sua moglie, quello ancora più forte con la madre e soprattutto la necessità che lo stesso aveva di sfidare la morte, sia sul palcoscenico che nei panni di persecutore di medium e spiritisti – dopo la morte della genitrice, Houdini fu attivissimo nello smascherare quelli che lui considerava avvoltoi pronti a sfamarsi del dolore della gente -, descrivendo nel frattempo un uomo appassionato, un personaggio romanzesco che – e non ero al corrente di questo suo lato, benchè fan dell’Houdini illusionista – si cimentò anche nello spionaggio internazionale grazie proprio alla sua fama ed agli spettacoli che lo portarono a viaggiare in tutto il mondo.
Una produzione televisiva, dunque, perfetta per i fan del mago ma comunque di qualità più che discreta, in grado di ricordare produzioni ben più grandi come La vera storia di Jack lo Squartatore o lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie e, nonostante la presenza costante della voce
off del protagonista e narratore, scorrevole ed avvincente, pronta a mostrare uno spicchio di un’epoca a tratti oscura eppure ricca di fermenti e cambiamenti che furono nel bene e nel male mitici.
Interessante anche l’interpretazione di Brody, sorprendentemente simile – naso a parte – all’Houdini originale, così come la rivelazione di alcuni trucchi utilizzati dall’illusionista per compiere le sue straordinarie evasioni: l’utilizzo, in questo senso, della stessa tecnica di “vedo non vedo” sfruttata da Nolan nel già citato The Prestige, rende ancora più interessante un’arte ormai passata inevitabilmente di moda rispetto al Cinema ed alle nuove tecnologie ma straordinariamente affascinante, anche perché “quello che l’occhio crede, crede anche la mente”.
Se, a questo, si aggiunge la ricerca dell'evasione di Houdini, e la consapevolezza del fatto che, tentativi e bravura a parte, nessuno di noi sfuggirà mai alla prigione definitiva, il gioco è fatto.
In un certo senso, l’importante è che chi ci ama finisca per non liberarsi di noi neppure di fronte a quello.
Trucco oppure no.



MrFord



 

lunedì 6 febbraio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge (Mel Gibson, Australia/USA, 2016, 139')




Ricordo bene i tre giorni della visita di leva, quando ancora essere chiamati per il servizio militare era un obbligo: ricordo anche quanto mi deluse, a fronte della quasi totalità dei miei amici di allora, per qualche motivo riformati o dichiarati "rivedibili" anche per motivi davvero ridicoli - piedi piatti, ci credereste!? - essere uno degli unici due presi e dichiarati "abili" al primo colpo.
Gli aneddoti a proposito di quei tre giorni sono uno dei miei pezzi forti ancora oggi, ma non è di quelli che vorrei parlare: ai tempi, spinto principalmente dalla reticenza ad una certa autorità "imposta" - già a scuola avevo i miei problemi, in questo senso -, dall'antimilitarismo e da una certa allergia al concetto di guerra, che a prescindere da come vada, non porta mai vincitori, ma solo vinti, scelsi di operare la scelta dell'obiezione di coscienza, che si tramutò in una delle esperienze lavorative più gratificanti a livello umano della mia vita, ma anche questa è un'altra storia.
La cosa che mi colpì di più in quel periodo - ora non avrebbe senso una cosa di questo genere - era data dal fatto che dichiarandosi obiettori si diventava erba di un unico fascio, dunque per chi sceglieva questa strada non solo diveniva impossibile pensare una carriera in un corpo considerato militare - pompieri inclusi, purtroppo per me - o la possibilità - questa logica - di richiedere un porto d'armi, ma soprattutto, a fronte di una dichiarazione di "non violenza" di fondo, in caso di denuncia penale per qualsiasi reato di natura, per l'appunto, violenta, una pena se non ricordo male raddoppiata rispetto ad una persona "normale".
Ad ogni modo, ai tempi avevo più in mente Dalton Trumbo ed il suo magnifico E Johnny prese il fucile, e mi consideravo più un ribelle allergico alle divise che non una specie di Gandhi - e parlo di una delle figure che più ammiro nella Storia -, tanto che, ancora oggi, penso che in caso di circostanze estreme come quelle di un conflitto come i due che scossero il mondo il secolo scorso, non esiterei un secondo ad uccidere per la sopravvivenza mia e della mia famiglia.
Armi o non armi.
E vi dirò, ora che sono cresciuto, e mi sento più risolto e stabile, penso riuscirei tranquillamente a reggere un anno di servizio militare. E forse anche allora mi sarebbe anche servito, chissà.
Poco importa, comunque. Quello di cui volevo parlare, in realtà, è Desmond Doss.
Nonostante, infatti, E Johnny prese il fucile fosse un mio cult personale, non conoscevo la reale vicenda di quello che è stato il primo soldato obiettore presumo della Storia, un medico che, cresciuto dalla violenza esercitata e repressa del padre - veterano della Prima Guerra Mondiale - contro la sua famiglia, il mondo e se stesso, e spinto da una Fede a dir poco radicata - da ateo miscredente, ammiro molto chi riesce ad essere così devoto senza risultare patetico, quanto più assertivo e saldo - decide di arruolarsi lottando contro pregiudizi, insulti, prevaricazioni ed ingiustizie fino a guadagnarsi, grazie ad un'impresa a dir poco eroica - se non leggendaria - la più alta decorazione militare statunitense e soprattutto una fama che, a quanto pare, non intaccò mai l'umiltà di quel soldato privo di armi in corsa sui campi di battaglia di Okinawa in cerca di vite da salvare.
Con una materia di questo tipo il rischio di sconfinare nel retorico a stelle e strisce e nel quasi ridicolo involontario era decisamente importante, ed ai miei occhi lo sarebbe stato anche se dietro la macchina da presa si fosse trovato, ad esempio, uno come Clint Eastwood: al contrario, a dirigere un cast ben assortito e sorprendentemente in parte - Hugo Weaving strepitoso, e perfino cagnacci come Vaughn e Wortington paiono quasi umani - in questo caso era Mel Gibson, uno a cui vorrò bene per sempre grazie alla sua follia nonchè al volto prestato ad alcuni supercult del sottoscritto - da Gli anni spezzati alla trilogia di Mad Max, passando per Arma Letale - ma che, sempre a causa di quella stessa follia, negli anni era riuscito a regalare alcuni abomini cinematografici quasi inarrivabili - uno su tutti, La passione di Cristo, credo uno dei cinque film peggiori che abbia mai visto - soprattutto nel ruolo di regista.
Rischi, dunque, raddoppiati.
E invece, tolti un paio di momenti forse troppo enfatici, il buon Mel dirige il suo miglior lavoro con Braveheart, un film di guerra molto classico e violento ma anche, paradossalmente, umano e legato a doppio filo al concetto di Fede, tematica più che cara al regista ed attore qui per una volta trattata con intelligenza e passione nonostante le ferme e rigide osservanze del protagonista - e del cineasta, mi verrebbe da dire, che a quanto pare è ben oltre i limiti del fanatismo -: Hacksaw Ridge è una storia legata alla follia umana - del resto, la guerra è forse la follia più grande, in questo senso - ed al riscatto che proprio l'essere umani a volte può regalare - splendida l'amicizia tra Desmond e Smitty, così come intelligente la riflessione che, dal punto di vista di un osservante come Doss, trova assurdo che in tempi di guerra e sul campo di battaglia un omicidio non sia considerato tale, che si parli di Legge o di Fede -, un esempio importante delle dimensioni delle potenzialità degli esseri umani anche nelle loro ore più buie.
Siate poi liberi di pensare che sia merito di un qualsiasi dio, o del più semplice e determinato degli Uomini.
In questo senso, per me vale la posizione di Doss: portare un'arma non rende necessariamente un uomo più Uomo di un altro.




MrFord





domenica 5 febbraio 2017

Oltre le colline (Cristian Mungiu, Romania/Francia/Belgio, 2012, 150')




Il Cinema d'autore è senza dubbio una brutta bestia, per il pubblico non avvezzo quanto per i suoi più strenui ed agguerriti sostenitori.
Chiunque affermi il contrario, per me, è solo qualcuno che, più che amare il Cinema, vuole darsi delle arie affermando che schiaffarsi Andreij Rublov di Tarkovskij è stata una passeggiata - e, ve lo assicuro, non è così - e che lui o lei vive mangiando pane e mattonazzi: in realtà, così come per quello mainstream, anche il Cinema d'autore ha le sue vette himalayane e le sue piacevoli scampagnate, a prescindere da stile, vicende narrate o tono della pellicola.
Cristian Mungiu, che qualche anno fa irruppe sulla scena internazionale vincendo la Palma d'oro con il fantastico Quattro mesi, tre settimane, due giorni, a mio parere e nonostante la grande drammaticità dei suoi lavori, appartiene alla seconda categoria: Oltre le colline, recuperato in clamoroso ritardo in vista del più recente Padre e figlia, nonostante le due ore e mezza piene, l'uso di piani sequenza basati su inquadrature pressochè fisse - che mi ricordano tanto Ozu o Gitai - ed il grande dramma portato sullo schermo come una riflessione del rapporto tra Libertà di Fede e di Pensiero, e nonostante la febbre che aveva colpito l'intera famiglia Ford ai tempi della scellerata settimana di questa visione, è sceso nello stomaco del sottoscritto pronto a colpire e scaldare neanche fosse la più goduriosa delle sambuche, scomodando paragoni importanti con un altro grande nome attuale figlio dell'Europa Orientale, il Bilge Ceylan di C'era una volta in Anatolia e riuscendo - come già era accaduto per il suo lavoro precedente - a portare sullo schermo anche e soprattutto le posizioni palesemente non condivise dal regista senza per questo ridicolizzare o snaturare le stesse.
La storia - tristissima - di Voichita e Alina, e delle ossessioni che la distruggono costando ben più di un cuore spezzato alle due protagoniste, è una tra le più drammatiche che mi sia capitato di approcciare nelle ultime settimane - e forse mesi - da spettatore, resa ancora più vivida dalle interpretazioni e dalla messa in scena volutamente povera e decisamente tutto tranne che spocchiosa - prendi e porta a casa, Malick! -: il confronto tra la Fede cieca e l'Amore cieco - ed io sono e sarò sempre dalla parte del secondo, sia chiaro -, porta ad una conclusione che vede solo perdenti, ed in quell'indicazione "oltre le colline" lascia andare qualsiasi speranza si possa nutrire nel cuore di trovare un giorno un punto d'incontro per due posizioni diametralmente opposte eppure in grado di smuovere nell'animo umano passioni così grandi ed incontrollabili da risultare paurosamente simili.
Del resto, alla base di una o dell'altra c'è un sentimento che non potrà essere messo in discussione da alcuna prova o argomentazione razionale, e che, al contrario, si alimenta e fortifica proprio nel momento in cui si pensa di essere rimasti soli a credere in quello in cui si vuole credere, che questo qualcosa esista oppure no, e che si parli di un qualche dio, o del sentimento che qualcuno non mostra più per noi.
La cosa più assurda sta proprio nel rendersi conto di quanto questi estremi finiscano per avvicinarsi nei momenti migliori o peggiori delle nostre vite, e quanto ancora più assurdo possa apparire tutto dall'esterno, quando razionalmente ed estranei alle vicende guardiamo il mondo come spettatori - i due poliziotti nell'ultima sequenza, potentissima - e giustifichiamo il dolore dell'inverno sapendo che, inevitabilmente, giungerà anche la primavera.
Almeno fino a quando non si fermerà il Tempo.




MrFord



 

martedì 24 gennaio 2017

Westworld - Dove tutto è concesso - Stagione 1 (HBO, USA, 2016)




In un posto ribattezzato Saloon come questo, è praticamente ovvio che un Western, vero o presunto che sia, partirà sempre da una corsia preferenziale.
E' altrettanto ovvio che, se fossi nella realtà di Westworld ed avessi il denaro per permettermelo, praticamente vivrei in un parco come quello mostrato da una delle serie più osannate della fine del duemilasedici, all'interno del quale si ha l'occasione di fare esperienza sulla pelle del vecchio West, dalle cittadine polverose ai confini infestati da selvaggi e soldati allo sbando, dai grandi spazi e dalla bellezza della Natura alla sconvolgente violenza tutta umana.
Jonathan Nolan, fratello del più noto Christopher ed ottimo sceneggiatore, autore di cult totali per il sottoscritto come The prestige o Inception, allo stesso modo da queste parti avrà sempre un giro offerto dalla casa.
Tecnicamente, inoltre, Westworld rappresenta senza dubbio una delle più impressionanti dimostrazioni che il piccolo schermo, ormai, non ha davvero più nulla da invidiare al grande.
Senza contare le recensioni entusiastiche di quello che è stato senza dubbio uno dei titoli sensazione dell'anno appena concluso.
Eppure.
Eppure, nel perfetto mondo costruito da Robert Ford - guarda caso - e dal suo defunto socio Arnold, qualcosa non torna.
E non torna neppure nella creatura apparentemente perfetta portata in scena da Jonathan Nolan e soci.
Nel corso delle dieci puntate di questa prima stagione, più volte - specialmente confrontandomi con Julez - ho pensato a cosa potesse non andare, in un prodotto che pare confezionato apposta per me: ho pensato alla troppa carne al fuoco, ai twist che possono lasciare a bocca aperta ma, quando cominciano a diventare troppi, possono addirittura produrre un effetto opposto e dunque negativo, al "tutto e contrario di tutto" che una storia di questo tipo permette ai suoi autori, quasi fosse troppo facile poter montare e smontare la sua intera impalcatura, come se fosse una costola del già citato Inception o un bel trucco da illusionisti che non nasconde nulla.
Ho pensato a tante cose, dal macroscopico al microscopico, da quello che potrebbe rivelare la seconda stagione a quello che non sarà mai in grado di svelare, perchè di fatto non esiste.
Ma la risposta, forse, è una sola: a Westworld, almeno fino ad ora, è mancata la scintilla.
La stessa che permette allo spettatore di innamorarsi perdutamente di un charachter, buono o cattivo o nessuno dei due che sia, che induca a consumare gli episodi come fossero bicchieri buttati giù troppo in fretta una sera in cui si ha una voglia incontenibile di sbronzarsi, che produca una sorta di dipendenza, invece che far soffermare l'audience sull'utilizzo intelligentissimo di noti brani musicali cult riarrangiati dal pianoforte automatico del Saloon di Sweetwater.
Westworld è un parco divertimenti, una magia dei suoi creatori, una meraviglia, eppure un clamoroso, riuscitissimo involucro vuoto, quasi come se il più riuscito dei suoi residenti non riuscisse mai ad avere un'epifania, una "ricordanza" in grado di portarlo ad un altro livello di coscienza.
E per un cowboy pane e salame come il sottoscritto, un West senza quella scintilla è come una pasta senza i fagioli dello stesso West che mi ha fatto innamorare del Cinema.
Quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda.
Una regola che ha sempre valso, lungo la Frontiera, da John Ford in avanti.
Ma che, almeno finora, a Westworld pare non valere.
E non è affatto un bene.




MrFord




lunedì 16 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, Messico/Taiwan/USA, 2016, 161')




Una delle caratteristiche che più apprezzo, rischi compresi, di alcuni grandi Maestri del Cinema, è quella di mettersi sempre in gioco, senza adagiarsi troppo su schemi e storie da "confort zone": uno su tutti, tra i miei preferiti, senza dubbio è Clint Eastwood, ma appena dietro di lui fa gran mostra di coraggio Martin Scorsese, che fatta eccezione per l'esperimento a mio parere completamente sbagliato di Hugo Cabret, negli anni successivi ai suoi vertici "gangsta" ha saputo raccogliere sfide davvero niente male, portando sullo schermo biopic travolgenti - The aviator -, Capolavori - The wolf of Wall Street -, tentativi di thriller - Shutter Island e produzioni dal respiro epico e mistiche come quest'ultimo Silence, che rievoca un altro lavoro del vecchio Marty, Kundun, e riporta alla memoria le atmosfere di Mission, cultissimo tra i pochi in grado di mettere d'accordo grande pubblico e critica.
Ho affrontato la visione di Silence con più di una riserva, e per la prima volta in sala da solo dopo davvero molto tempo, gustandomi - tecnicamente parlando - ogni minuto di quella che è senza dubbio una produzione firmata da fuoriclasse, dallo stesso Scorsese passando per Thelma Schoonmaker - forse la miglior montatrice degli ultimi trent'anni -, Dante Ferretti e Rodrigo Prieto, emozionandomi sicuramente meno di quanto non accadde per il Wolf sopracitato ma finendo catapultato in un mondo ad un tempo profondamente distante ed assolutamente comprensibile, in quanto ateo miscredente - per quanto riguarda la prima caratteristica - ed inequivocabilmente umano - la seconda -.
In fondo, la vicenda dei due gesuiti interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver, partiti per il Sol Levante in uno dei periodi più rischiosi per i cattolici a seguito delle pesanti repressioni che avvennero nel pieno dell'era dei grandi Damyo alla ricerca del loro mentore, apparentemente allontanatosi dalla Fede ed integratosi ai costumi locali, è una storia, più che di uno scontro religioso ed ideologico, profondamente umana, e di uomini e donne che scelsero una o l'altra strada in un momento in cui difendere strenuamente la propria posizione o rinnegarla potevano significare vita o morte.
Interessante, in questo senso, la visione tutto sommato molto laica fornita da Scorsese della Fede - pur trattandosi di un'opera completamente dedicata al sacrificio che i preti gesuiti ed i cattolici giapponesi oppressi dal Potere costituito affrontarono ai tempi -, resa ancora più grande dallo straordinario personaggio di Kichijiro - che pare una versione nipponica del Santo Bevitore della Leggenda - e dal faccia a faccia drammatico nel tempio buddista tra il Rodrigues di Garfield ed il Ferreira di Neeson, quando il secondo affronta il suo ex allievo affermando "Guarda tutti questi morti: loro non hanno incontrato il loro destino per dio, ma per te. Se tu non fossi venuto qui, niente di tutto questo sarebbe accaduto.".
Muoversi nei meandri dei concetti di Fede e Destino, del resto, è come mettere piede in una palude - anche qui torna la similitudine con il Giappone fatta dai due gesuiti - in cui non si hanno certezze e si cercano risposte - o rassicurazioni - in un silenzio che, spesso, è così pesante da schiacciare anche il più determinato ed il più forte degli uomini: del resto, se non per opere umanitarie, quale potrà essere davvero il senso ultimo dell'evangelizzazione? O meglio, quale potrà essere stato?
I massacri, le persecuzioni, le uccisioni, le ingiustizie si sarebbero verificate anche se nulla di quello che è accaduto fosse di fatto accaduto?
Cosa spinge uomini e donne a sopportare fino alla morte una tortura nel nome di una salvezza promessa ma mai comprovata?
"Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore", cantava De Andrè in uno dei suoi pezzi più straordinari ed evocativi: forse è questa, la risposta.
Forse sono i quattro giorni di agonia di Mokichi, ed una piccola croce di legno intagliata in modo grezzo divenuta una reliquia più sacra di qualsiasi immagine calpestata.
Forse la Fede è semplicemente l'espressione più pura del nostro essere umani, parte del mondo e della Natura, in barba a qualsiasi essere divino.
Forse la Fede è quel silenzio.
Quello che rompiamo alla nascita, ed al quale torniamo con la morte.
In fondo, tutte le risposte sono proprio lì.




MrFord




lunedì 12 dicembre 2016

The Young Pope - Stagione 1 (Sky/HBO, Italia/Francia/Spagna/UK/USA, 2016)





Ricordo bene quando, da piccolo, come molti "della mia generazione" e delle precedenti, fui spedito a catechismo per iniziare il percorso che portava ai sacramenti "obbligatori": ai tempi non conoscevo nulla delle religioni, erano ancora gli anni ottanta e la globalizzazione probabilmente doveva ancora nascere, almeno da queste parti, e più che film e cartoni animati in cui perdersi, non avevo alcuno strumento razionale, caratteriale ed emotivo per potermi rapportare a concetti come quelli espressi dalla religione in generale.
Ricordo solo che, a catechismo, mi rompevo le palle di brutto.
E che quando pregavo, mi rivolgevo a Dio principalmente per paura, come credo faccia la quasi totalità non solo dei cattolici, ma dei credenti in generale.
Pregavo perchè i miei nonni, i miei genitori e mio fratello non morissero, chiedevo scusa per aver detto qualche parolaccia, o essermi toccato, pregavo, banalmente, per non vomitare quando avevo mal di stomaco, o per non finire in ospedale per un qualsiasi motivo.
Gli anni sono passati, la paura che mi istillò il cattolicesimo mi fece quasi rischiare quando i miei mi fecero passare un pomeriggio con il nostro insegnante di ginnastica delle elementari e quando quest'ultimo mi chiese se avevo già peli pubici io pensai che i miei volessero farmi rimproverare perchè avevo scoperto la meraviglia delle seghe, cominciai a leggere, ascoltare, viaggiare, progettai un fumetto incentrato su uno spree killer che sentenziava "si fanno preti e suore solo i cessi, perchè chiunque sia vagamente bello non se lo sognerebbe neppure, di dover passare la vita a fare finta di non poter fare sesso", ed i miei nonni se ne sono andati quasi tutti.
In particolare, nel corso dell'estate del novantasette, ricordo che passai ogni giorno - anche qui, a dire il vero, tutti tranne il secondo - in ospedale accanto a mio nonno materno, entrato per arginare un tumore alla vescica e mai più uscito: parlammo di tante cose, in quell'estate, anche quando, in reanimazione, da intubato poteva solo indicarmi le lettere su un foglio neanche fossimo agli albori dei tablet, ma mai di quante ne avrei volute, o ne vorrei ora.
Parlammo di me, di come stavo, di quotidianità, della sua Inter che ai tempi acquistò Ronaldo, di cose semplici, come avevamo sempre fatto.
Il giorno del suo funerale, il parroco venuto per recitare quello che doveva e guidare il corteo fino alla chiesa per la messa confuse il suo nome per quello di un altro: forse aveva troppi funerali in agenda.
Quel giorno, in quella chiesa, decisi che ne avevo abbastanza, di tutta quella merda finta e posticcia.
Sono passati quasi vent'anni, ho ancora nostalgia di mio nonno e rimpiango di non averlo avuto accanto negli anni successivi, quando sono cresciuto, e di non averlo qui oggi, per fargli conoscere i miei figli.
D'accordo con Julez, non ci siamo sognati neppure un istante di battezzare i Fordini, e più di una volta abbiamo pensato, per solidarizzare con loro, di fare apostasia.
Probabilmente, attenderemo che siano abbastanza grandi per decidere, e poi ci muoveremo di conseguenza.
Non credo più nelle religioni - pur mantenendo un interesse culturale per le stesse -, o tantomeno in qualsiasi divinità.
Vedo il bello della quotidianità e del mondo, così come il brutto, e penso che la Natura e l'Universo siano regolate da Leggi così grandi ed incredibili da andare oltre ogni conoscenza e percezione, e solo dei presuntuosi megalomani potrebbero pensare che tutto sia stato creato "a propria immagine e somiglianza" giusto per mettersi la coscienza in pace per quando sarà il momento di chiudere la baracca.
L'ultima volta che ho parlato con mio nonno, non l'ho visto spaventato.
Ho visto un uomo che lottava, con la coscienza che avrebbe potuto non farcela.
Ed oggi, il mio nonno paterno, che ha novantatre anni, vive solo, guida ed è totalmente autonomo, risponde che qualsiasi acciacco possa avere tra poco sarà risolto.
Questa, per me, è la Fede. La vita.
Sentire, fare, provare.
Senza pregare nessun dio per paura.
O per qualsiasi altra ragione.
Il bello della consapevolezza. Dell'esperienza. Del sentire.
Il bello di The Young Pope.
Ed è vero che non ne ho parlato, quantomeno in termini canonici.
Posso però dire che la serie di Paolo Sorrentino è assolutamente fenomenale.
E sono assolutamente certo che a Lenny Belardo un post che parli di lui come questo piacerebbe.
Con buona pace di dio.



MrFord



lunedì 31 ottobre 2016

El club (Pablo Larraìn, Cile, 2015, 98')




Ogni volta che mi capita di riflettere a proposito di peccati e peccatori, ripenso al volo a Gli spietati, o a Johnny Cash, o a Edward Bunker: ogni azione commessa al di fuori della Legge, del resto, ha ispirazioni, moventi e spiegazioni molto diversi tra loro, e reazioni istintive a parte, l'ideale prima di giudicare o essere giudicati sarebbe sempre mettersi nei panni di chi sta di fronte, o dall'altra parte della nostra barricata.
Allo stesso modo, da ateo miscredente, ammetto di fare sempre una gran fatica ad affrontare il discorso non solo della Fede, ma anche e soprattutto a concepire l'esistenza delle grandi organizzazioni religiose.
Considerate queste premesse, ed il fatto che il mio rapporto con Pablo Larraìn non iniziò, anni fa, nel migliore dei modi - detestai con tutte le forze il sopravvalutato Tony Manero -, la visione di El club si presentava come una delle più toste dell'anno.
Quattro ex preti scomunicati ed isolati in una sorta di casa protetta nel Cile dell'oceano e della provincia profonda, ognuno per motivi diversi, controllati e guidati da un'ex suora caduta in disgrazia pronta a fare agli stessi da perpetua, madre, confidente, carceriera e guida, un suicidio indotto da vecchi peccati, un giovane esponente della "nuova" Chiesa pronto ad indagare ed eventualmente chiudere la struttura neanche fosse la filiale poco produttiva di un'azienda: ingredienti tosti, che ancora una volta - questo occorre riconoscerlo - pongono Larraìn tra i registi più "scomodi" del panorama internazionale.
Ingredienti che avrebbero potuto scatenare una delle peggior tempeste di bottigliate dell'anno, se trattati con spocchia o superficialità d'autore.
Al contrario, invece, Larraìn non solo porta sullo schermo una pellicola dalla quale è praticamente impossibile uscire indenni, ma anche uno dei film più strazianti, potenti e clamorosamente belli di una stagione che ha bisogno come l'aria di opere di alto livello, considerata la penuria vista fino ad ora: El club è una ferita aperta, un viaggio allucinante non tanto nelle menti di quattro uomini colpevoli, o di chi, per controllarli o metterli di fronte ad una scelta che potrebbe almeno in parte redimerli, si rivela predatorio e spietato forse anche più di loro, quanto nell'abisso che l'Uomo continua a mostrare e portare nel mondo, e che probabilmente non finirà mai di stupire per quanta assurda crudeltà noi animali "sociali" ed "evoluti" riusciamo a continuare a mostrare, ed al contempo con quanta forza e volontà lottiamo affinchè dolore e colpa possano essere lasciati alle spalle per ricominciare, anche quando probabilmente non esiste neppure una remota possibilità perchè questo sia possibile.
De Andrè, in uno dei brani più struggenti di uno dei dischi più importanti della Storia della Musica italiana, cantava "nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore": una lezione fondamentale, che passa attraverso figure fondamentali della cultura globale, da Gesù a Gandhi, e che rappresenta un baluardo per la nostra umanità.
E poi ripenso a questo film, a Sandokan, vittima e carnefice, alla sorella ed al prelato che dovrebbero indirizzare e controllare i quattro "condannati", agli stessi ex religiosi, macchiati da peccati più o meno gravi, alla società attorno, che li isola ed imprigiona in una libertà forse più scomoda di qualsiasi carcere, al sistema carcerario norvegese mostrato da Michael Moore in Where to invade next, e penso a quanto sarebbe difficile vivere e rapportarsi in modo civile con qualcuno che, abusando del proprio ruolo - specialmente se si tratta di un ruolo spirituale come quello del prete -, ha commesso uno o più crimini.
A quanto sarebbe più facile comportarsi da Uomini, e lasciare che la Legge della nostra giungla - ben più feroce di quella animale - faccia il suo corso.
A quanto è facile metterli di fronte ad una scelta e poi dimenticarsi di loro, finendo per segnarsi allo stesso modo.
A quanto è facile strumentalizzarli, e gestirli come fossero bambini.
Io sono un ateo miscredente, ma penso che se il già citato Gesù avesse incontrato persone come queste, si sarebbe fatto un mazzo tanto anche e soprattutto per loro.
Peccato che la Chiesa l'abbia perso di vista, e sempre per citare De Andrè, abbia preso questa Legge divina e l'abbia "tre volte inchiodata nel legno".
Io sono un ateo miscredente, ma penso che, se esistesse qualcuno con tanta forza da poterlo fare, mi verrebbe quasi da credere in lui.
Invece sono un Uomo, e quando arrivo alla fine di opere come questa, mi ritrovo con il fiato corto e la voglia di lasciare libero l'istinto.
Ma se lo facessi, sarei esattamente come loro.




MrFord



 

domenica 25 settembre 2016

Il sale della Terra (Wim Wenders&Juliano Ribeiro Salgado, Francia/Brasile/Italia, 2014, 110')




La fotografia, fin dai tempi dei miei primi viaggi da solo o in compagnia che segnarono il distacco dalle classiche vacanze con i genitori, ha sempre esercitato un fascino notevole, sul sottoscritto: la scoperta, poi, negli anni, di veri e propri artisti dell'obiettivo come Robert Capa - ancora oggi, forse, il mio preferito in assoluto, per quanto relativamente poco possa conoscere di questo mondo - aprì le porte a visioni di scatti talmente potenti da rendere un'immagine non solo una riproduzione, o un'opera, quanto più che altro una sorta di metafora del tempo che, di colpo e per quell'istante, pare smettere di scorrere o schiacciare il pedale dell'acceleratore puntando dritto all'infinito.
Sebastiao Salgado, da molti considerato forse il miglior fotografo di sempre, nel corso della sua incredibile carriera ha compiuto un vero e proprio viaggio attraverso l'Uomo e la Natura, un viaggio così importante e clamoroso da aver attirato l'attenzione non solo del pubblico e della critica, ma anche, in questo caso, di un regista importante ed affermato come Wim Wenders, legato al fotografo brasiliano da ammirazione ed amicizia da decenni, pronto ad accompagnare l'audience in questo film realizzato anche grazie all'apporto del primogenito di Salgado, che proprio con Wenders ha scritto e co-diretto il progetto, che illustra la vita e le opere del padre di quest'ultimo dai primi tentativi con una macchina fotografica ai progetti legati alla rivitalizzazione del pianeta a partire dai terreni che furono di proprietà della famiglia, nel cuore del Brasile rurale.
Con ogni probabilità, per un aspirante fotografo un titolo come Il sale della Terra potrebbe rappresentare un riferimento almeno quanto l'opera di questo incredibile artista, che più che essere ridotto semplicemente ad un uomo dietro un obiettivo, finisce per apparire come un avventuriero, un umanista, un innovatore, un profondo amante del nostro pianeta e delle sue meraviglie, anche quando le stesse finiscono per essere oscurate dalla malvagità umana: i suoi reportage legati ai viaggi in Africa, tra il Rwanda e la Somalia, o quelli nell'ex-Jugoslavia devastata dalla guerra, sono qualcosa di così potente da mettere i brividi e far pensare a quanto possa essere costato all'autore di quelle fotografie che paiono ferite a cuore aperto essere presente a testimoniare quello che stava accadendo: nel corso di quest'epopea delineata da Wenders nel modo più semplice possibile, ovvero sfruttando le immagini catturate da Salgado nel corso della sua carriera, corredate da estratti di video delle sue spedizioni ed i primi piani del fotografo pronto a raccontare a favore di macchina la sua incredibile vita.
In particolare, a prescindere dall'indubbia magia che trasuda dagli scatti del vecchio Sebastiao, la cosa più incredibile di questo film, di questo percorso, è la capacità di trasmettere una passione senza confini per la vita ed il nostro mondo da parte di quest'uomo, che ha viaggiato dal polo alle foreste inesplorate, sfiorato la guerra ed assistito a massacri e morti davanti ai suoi occhi, e passando dall'Inferno dell'Uomo è riuscito a trovare la forza per rinascere attraverso una sempre più intensa comunione con la Natura, vera e propria protagonista della seconda metà della sua carriera.
Ascoltare Salgado spiegare il brivido di poter fotografare una tartaruga delle Galapagos che poteva essere già adulta quando Darwin studiò quei luoghi, o quasi commuoversi pensando che un piccolo albero di qualche mese piantato per risanare i terreni in cui è cresciuto potrebbe arrivare a raggiungere i quattrocento anni è qualcosa in grado di superare i confini del Cinema e dell'Arte, ed aprire al contrario le porte alla vita.
Del resto, anche una fotografia, in qualche modo, sfida il Tempo e l'Eternità.
E' un istante che tende all'infinito, anche quando le creature da una parte e dall'altra dell'obiettivo hanno finito per diventare parte di questo miracolo che troppo spesso diamo per scontato: come spesso mi è capitato di scrivere, io sono un ateo miscredente, ma se devo credere a qualcosa, credo nella passione e nella vita che Salgado trasmette con la sua macchina tra le mani o, semplicemente, quando è seduto ed ascolta il respiro del pianeta.
Perchè il bello di essere così piccoli, a volte, è rendersi conto della grandezza che abbiamo di fronte.




MrFord




 

sabato 21 maggio 2016

Krampus

Regia: Michael Dougherty
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno:
2015
Durata:
98'








La trama (con parole mie): Max Engel è un ragazzino da sempre affascinato dallo spirito del Natale e dalla figura di Santa Claus, pronto a difendere la stessa da chiunque voglia sminuirne l'importanza. Quando le Festività portano a casa sua gli zii e le ingombranti presenze dei cugini, l'atmosfera pesante e gli sgradevoli ospiti uniti ai problemi attraversati di recente dai suoi genitori a causa del lavoro del padre che porta quest'ultimo spesso ad essere impegnato e fuori casa ed il rapporto sempre più distante tra lui e la sorella maggiore, inducono Max, per la prima volta nella sua vita, a rinnegare tutta la fiducia da sempre nutrita nel venticinque dicembre.
Quello che, però, Max non sa, è che la sua "ribellione" finirà per smuovere uno spirito malvagio da tempi immemori pronto a fare irruzione sulla Terra, per prendere, e non per dare, ogni volta che si manifesta la volontà di qualcuno di non voler vivere, e non voler credere in uno spirito animato da sacrificio, generosità e desiderio di calore e felicità: il Krampus.
La famiglia Engel dovrà quindi fare fronte comune per poter riportare, se possibile, le cose alla normalità.











Ricordo ancora come se fosse ieri la prima visione di Gremlins: correvano gli anni ottanta, ero ancora alle elementari ed uscito dalla meraviglia per Labyrinth, quando mio padre tornò dalla mitica videoteca di Paolo - che periodicamente torno a citare come uno dei luoghi più importanti e formativi della mia infanzia - proprio con la vhs del lavoro di Joe Dante, affermando che, a quanto detto dallo stesso, se il labirinto del Duca Bianco mi aveva conquistato, allora lo avrebbe fatto anche quello.
Il risultato fu una vera e propria rivelazione, passata dal desiderio di avere un Gizmo tutto mio alla tensione della lotta contro quegli spiritelli malvagi e spietati da parte di un'intera comunità proprio a cavallo delle festività natalizie, che da sempre rappresentano i momenti più felici o più tristi di chi li vive, spesso a seguito dei ricordi e delle esperienze che ci si è costruiti.
Michael Dougherty, fino ad ora più noto come sceneggiatore che come regista, classe settantaquattro, probabilmente deve aver avuto esperienze simili nel corso dell'adolescenza, e mescolando le stesse, il gusto del macabro e delle favole nere a quello irriverente ed ironico di popcorn movies dell'epoca come Mamma, ho perso l'aereo ha finito per regalare al pubblico questo Krampus, giunto al Saloon clamorosamente - purtroppo - fuori stagione grazie al tam tam di numerosi blog tenuti da vere e proprie autorità del settore horror che ha finito per essere una delle sorprese più liete che il genere abbia regalato al sottoscritto negli ultimi mesi.
Costruito grazie ad uno spirito che mescola il gusto della favola nera alla trasposizione della realtà, Il Canto di Natale al Tim Burton dei tempi migliori, Krampus pesca a piene mani dall'immaginario tipico del racconto accanto al fuoco costruito per terrorizzare i più piccoli senza dimenticare le lezioni del survival movie, delle suggestioni del suggerito prima che mostrato - le creature, tutte bellissime, vengono rivelate soltanto nel corso dell'ultimo terzo di pellicola - e dal rispetto per quello che, di fatto, è l'approccio dei grandi film per ragazzi del decennio che ha prodotto le cose migliori in questo senso di sempre, i già citati eighties: a partire dalla splendida sequenza d'apertura, parodia di quello che accade - e che mi è capitato di vivere sulla pelle, da una parte e dall'altra della barricata - nei giorni dell'isteria da regalo dell'ultimo minuto, fino alla lotta all'ultimo respiro di una famiglia che pare più disgregata che mai pronta ad unirsi a fronte delle difficoltà e di una battaglia per la sopravvivenza, passando attraverso le suggestioni dei vecchi racconti - e film, perchè no - dell'orrore ed un finale beffardo ed amarissimo, Dougherty regala agli appassionati una chicca fatta e finita, e pone il nome del regista e sceneggiatore tra i più quotati per l'immediato futuro di un genere che, nel passato recente, non ha certo vissuto le sue stagioni migliori.
Come se poi non bastassero una cornice azzeccatissima - immagino quella che deve essere l'atmosfera nel vedere un titolo di questo tipo proprio nei giorni delle Feste - ed una serie di antagonisti difficilmente dimenticabili, troviamo una galleria di protagonisti pressochè perfetti con un cast in gran forma - per quanto mi riguarda, vincono la certezza Toni Collette ed il caratterista David Koechner - e charachters mitici come la vecchia nonna e la zia che metteresti volentieri sotto con la macchina più e più volte nel vialetto di casa, assicurandoti che i passaggi possano essere lenti e decisi.
Personalmente, credo nella stagionalità del Cinema, e non amo concedermi visioni di questo tipo in periodi stimolanti e dal sottoscritto molto amati come la primavera, ma Dougherty ed il suo Krampus hanno saputo farmi dimenticare tutto, trasportandomi in un mondo che mescola amarcord ed evergreen, realtà e sogno, divertimento e terrore come se di colpo fossi ancora quel ragazzino quasi timoroso ad inserire nel videoregistratore la vhs di Gremlins, senza sapere cosa aspettarmi se non un'ora e mezza di nerissima evasione dalla realtà.
E di magia della settima arte.





MrFord





"I'm dreaming of a white Christmas
with every Christmas card I write
"May your days be merry and bright
and may all your Christmases be white.""
Bing Crosby - "White Christmas" - 






venerdì 13 maggio 2016

The VVitch - A New England folktale

Regia: Robert Eggers
Origine: USA, UK, Canada, Brasile
Anno:
2015
Durata:
92'





La trama (con parole mie): siamo nel New England a metà del seicento quando una famiglia di cattolici osservanti partita dall'Inghilterra per sistemarsi nel Nuovo Mondo viene allontanata dalla propria congrega a causa delle divergenze nate tra il capofamiglia ed i leader della stessa, e finisce per stabilirsi in una fattoria isolata in prossimità di una foresta.
Quando Thomasin, la primogenita, vede scomparire sotto i suoi occhi il fratellino minore ancora neonato, il timore che il luogo possa nascondere qualcosa di terribile comincia a seminare inquietudine nella madre e ad alimentare gli strani comportamenti dei due gemelli di qualche anno più grandi del bambino sparito nel nulla.
La possibilità che nel cuore della foresta si rifugi una strega pronta a muoversi proprio contro la famiglia aumenta il disagio ed il conflitto, mantenendo fertile il terreno per l'arrivo del Male puro.






Il fascino dell'horror d'atmosfera, se si esclude quello dei sempre goduriosi slasher, è senza dubbio il più magnetico tra quelli che il genere può vantarsi di sfruttare, considerato quanto sia vero il fatto che, di norma, fa molta più paura una sensazione di una certezza, anche e soprattutto quando si parla di spauracchi: in fondo, il dubbio che un mostro possa essere nascosto sotto il letto o nell'armadio è molto più logorante della scoperta del mostro stesso.
The VVitch, pellicola decisamente autoriale per il genere di recente incensata un pò dappertutto nella blogosfera, appartiene senza ombra di dubbio a questa categoria, ma ancor più - ed ultimamente, è una cosa più unica che rara - a quella dei film d'orrore ben riusciti, tanto da non deludere le aspettative del sottoscritto e, pur non spaventando gli occupanti di casa Ford, quantomeno evocando un'atmosfera da fiaba gotica e nera davvero niente male, condita da elementi sempre interessanti come il ruolo del Male nel mondo a partire dal suo nucleo - la Famiglia - ed l'influenza maligna che la religione spesso e volentieri finisce per avere quando sconfina nella credenza cieca ed assoluta.
Da più di un punto di vista, il lavoro di Eggers finisce per essere quello che avrebbe dovuto essere l'orrido Le streghe di Salem di Rob Zombie, andando a rinverdire i fasti di una figura - quella, per l'appunto, della strega - affascinante e misteriosa, in grado di sedurre ed ammaliare ma anche di sbranare ed annientare nella mente prima ancora che nel corpo.
L'utilizzo, però, della figura della strega è sfruttato dal regista quasi metafisicamente, come se rappresentasse la disgregazione della Famiglia intesa come rigida struttura costruita sulle certezze del cattolicesimo senza via d'uscita: dal padre autoritario e limitato, "buono solo a tagliare la legna", alla madre ossessiva e spinta alla follia, passando dalla lenta ed inesorabile "ribellione" di Thomasin, fino allo sconvolgimento del secondogenito e l'inquietante atteggiamento dei gemelli - che ricordano, in piccolo, le comari di paese sempre pronte a puntare il dito verso gli altri senza preoccuparsi di quanto potrebbero essere sporche le loro mani - concedendosi sprazzi di follia visionaria che, comunque, non stonano rispetto al risultato complessivo, forse limitato soltanto da un ritmo non propriamente veloce - ma ci può stare - e dalla sboronata finale rispetto all'ispirazione tratta da vicende narrate nelle cronache dei tempi, neanche dovessimo necessariamente pensare, come ai tempi di Blair Witch Project, che tutto sia reale per rimanerne conquistati o ancora più inquietati.
A parte, comunque, queste piccole sbavature, The VVitch si presenta come una delle cose più interessanti che l'horror abbia offerto in questi primi mesi del duemilasedici, un lavoro in grado di mettere in ottima luce per il futuro il suo regista e la dimostrazione del fatto che, quando le idee incontrano una buona tecnica, il risultato non può che essere positivo.
E decisamente inquietante.






MrFord





"Ask yourself
will i burn in Hell?
Then write it down
and cast it in the well
there they are
the mob it cries for blood
to twist and tale
into fire wood
fan the flames
with a little lie
then turn your cheek
until the fire dies
the skin it peels
like the truth, away
what it was
I will never say..."
Queens of the stone age - "Burn the witch" - 






 

mercoledì 6 aprile 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles

Regia: Jaco Van Dormael
Origine: Belgio, Francia, Lussenburgo
Anno: 2015
Durata:
113'








La trama (con parole mie): forse non tutti lo sanno, ma Dio vive a Bruxelles insieme a sua moglie ed alla figlia di dieci anni Ea, che osserva quanto suo padre, come uno scrittore cinico ed annoiato, si diverta a torturare gli umani per passare il suo tempo, o almeno quello che non passa rimproverando lei e la madre.
Spinta da un anelito di ribellione ispirato dal fratello Gesù, da tempo allontanatosi dalla famiglia, la bambina non solo fugge di casa per esplorare il mondo dei mortali, ma prima di farlo decide di comunicare a tutta la popolazione del mondo tramite sms quanto tempo separa ognuno dal momento della propria morte.
Questa rivelazione cambia radicalmente l'approccio alla vita sulla Terra, e quando Ea decide di scegliere non solo un narratore della sua storia, ma anche sei nuovi apostoli per portare il loro numero complessivo a diciotto come li vorrebbe sua madre, appassionatissima di baseball, Dio in persona si troverà a scendere in campo per cercare di limitare l'operato della sua piccola.
Peccato che non tutto andrà secondo i suoi piani.













Quando, mesi fa, uscì in sala Dio esiste e vive a Bruxelles, fui divorato dai dubbi che, ormai, mi assalgono nel momento in cui affronto una pellicola d'autore di quelle che, agli inizi degli Anni Zero e nel mio periodo da radical cinefilo, avrei non solo visto con hype alle stelle, ma avrei potuto acquistare in dvd anche a scatola chiusa, fiducioso solo della loro natura d'essai: dunque, nonostante ottime recensioni da parte di colleghi bloggers fidati ed una certa curiosità, ho finito per rimandare la visione settimana dopo settimana, quasi cominciando a pensare che il titolo firmato da Van Dormael si sarebbe perso nei meandri delle decine che recupero e poi, per un motivo o per un altro, restano a riposare neanche fossero whisky da invecchiamento nell'hard disk.
Non so neppure giustificare il fatto, invece, di averlo scelto quasi d'istinto nel corso di un pomeriggio che avrebbe accompagnato le mie consuete sessioni di gioco con il Fordino quando sono a casa dal lavoro, conscio della reazione che avrebbe potuto provocare in Julez, già pronta ad un insperato ed inaspettato riposino pomeridiano nel corso della visione: a prescindere, comunque, da tutto quello che avrei pensato potesse essere e quello che, di fatto, è stato, Dio esiste e vive a Bruxelles - pessimo, come al solito, l'adattamento italiano - è uno dei prodotti più sorprendenti che il Cinema europeo recente abbia potuto regalare al pubblico, sofisticato eppure non spocchioso, in grado di unire la cornice favolistica di Amelie - un film che io non ho mai particolarmente amato - alla critica spirituale di produzioni cult da queste parti come Le mele di Adamo.
Senza dubbio questa nuova interpretazione della religione e della fede non è priva di difetti, e soprattutto sulla distanza finisce per perdere qualche colpo rispetto ad un inizio davvero strepitoso, eppure, shakerando Kaurismaki ed un approccio che riesce ad essere molto credente ed altrettanto ateo, Van Dormael confeziona un esperimento clamorosamente riuscito, in grado di passare da citazioni di Van Damme pronte a conquistare senza ritegno il sottoscritto al merito assoluto di aver tenuto la signora Ford sveglia dall'inizio alla fine, strappandole addirittura un'approvazione che, in questi casi, è più unica che rara.
La rappresentazione di una "famiglia divina" quasi e più di quanto non sarebbe se fosse profondamente umana, dalla splendida Ea, una sorta di Little Miss Sunshine con poteri illimitati, al cinico e detestabile padreterno, passando attraverso un Cristo che pare uscito dal cilindro di Kevin Smith e da una "signora dio" che, chissà, forse ha pronte le cartucce migliori per quello che ci attende oltre i titoli di coda, è assolutamente azzeccata, così come il viaggio della sua piccola ribelle attraverso il nostro mondo, l'idea di sconvolgerlo comunicando a tutti la "data di scadenza" di ogni vita e la musica che non solo ci rende unici, ma anche associabili in modo unico a qualcun'altro.
Da peccatore miscredente quale sono, non avrei saputo immaginare una rivoluzione rispetto al regno di terrore di dio meglio gestita di quella che imbastisce il buon Jaco grazie alle gesta di Ea e dei suoi apostoli, in grado di trasmettere la sensazione di confortevolezza che proprio la fede dona a chi l'abbraccia - quando lo si fa in modo positivo e costruttivo, ovviamente - ma ad un tempo il bisogno di critica, la curiosità e la necessità di una rottura al cospetto di eventuali poteri superiori neanche fossimo tutti una sorta di figli adolescenti - come pare essere lo stesso Gesù, ispiratore dell'ancora più tosta e rivoluzionaria sorellina -.
In un certo senso, si potrebbe considerare questo viaggio come il lato solare, caotico e poco misurato dello strepitoso Kreuzweg visto qualche mese fa: in entrambi i casi si affronta la critica alla fede partendo da un punto di vista assolutamente credente.
Una cosa davvero non da poco, in un mondo come quello attuale, spartito tra non credenti e finti credenti.
Ed ancora più notevole perchè in grado, nel caso della pellicola austriaca come in questo, di conquistare anche chi, come gli occupanti del Saloon, con la fede c'entrano poco o nulla.





MrFord





"You can run on for a long time
run on for a long time
run on for a long time
sooner or later God'll cut you down
sooner or later God'll cut you down."
Johnny Cash - "God's gonna cut you down" - 





lunedì 28 marzo 2016

Gods of Egypt

Regia: Alex Proyas
Origine: USA, Australia
Anno: 2016
Durata: 127'








La trama (con parole mie): ai tempi della massima prosperità della civiltà egizia, dei e uomini condividevano questa Terra ed un destino che, prima o poi, avrebbe portato attraverso la morte all'eternità entrambi. Quando Osiride, che per mille anni aveva retto in pace l'impero, decide di lasciare il suo trono al figlio Horus, però, il fratello del sovrano, Set, spodesta il nipote e si insedia dando inizio ad un periodo di terrore mosso dall'intento non solo di soggiogare mortali e non, ma anche di rimodellare la realtà stessa.
Quando una coppia di innamorati appartenenti agli strati più bassi della società, Bek e Zaya, mette in discussione i progetti di Set innescando il ritorno dall'esilio di Horus, le cose cambiano: riusciranno dunque un giovane ladro scettico rispetto alle divinità ed un dio sfiduciato ed accecato dalla vendetta - e non solo - a mettere fine al regno di Set?











Quando si approcciano alcune pellicole, si ha - o almeno, si spera di avere - la consapevolezza di andare incontro ad un disastro - con buona pace di Proyas e delle sue invettive online contro i detrattori - con la speranza che lo stesso si riveli quantomeno una divertente trashata e non una schifezza in grado di stimolare il desiderio di sollevare il televisore sopra la testa e scaraventarlo dal balcone sperando di centrare il regista in pieno cranio.
Nel caso di Gods of Egypt - ed esulti Proyas, in questo senso - fortunatamente mi sono ritrovato ad affrontare la prima delle due opzioni.
Per quanto, infatti, nel complesso il film si riveli una baracconata da due soldi che mescola in negativo Prince of Persia, Scontro tra titani, Troy, I Cavalieri dello Zodiaco e probabilmente qualcosa di più classico come Krull - che mi esaltava ai tempi delle medie e non ho più rivisto da allora -, risulti fin troppo lungo - quasi due ore per una proposta di questo tipo sono oggettivamente troppe - e ridicolo in termini di scrittura, Gods of Egypt ha finito per divertirmi quasi come se volesse con tutto il cuore guadagnarsi il posto da Sharknado del duemilasedici, stimolando battute a profusione a proposito di costumi, acconciature, parti del corpo perdute - a questo proposito, Nikolaj Coster Waldau sta diventando un vero e proprio esperto - e regalando quantomeno una gioia grazie alla parte di quasi protagonista femminile affidata alla giovane e dagli argomenti decisamente importanti Courtney Eaton, che già aveva fatto parte della schiera delle spose di Immortan Joe - chiamalo scemo - in Mad Max: Fury Road.
Senza dubbio chiunque sia dotato di buon gusto o di passione per il Cinema "alto" sarà portato al limite dal lavoro del regista de Il corvo e di Dark city, invecchiato decisamente male sotto quasi tutti i punti di vista, e non sarò certo io a consigliare di imbarcarvi senza ritegno in un'avventura da neuroni più che spenti neppure troppo fedele a quella che è la mitologia egizia - affascinante quanto quella greca -, eppure non riesco davvero a schierarmi apertamente contro una produzione trash e naif come questa, neanche fossimo tornati agli anni in cui con mio padre andavo al mitico - ed ormai purtroppo trasformato in un negozio - Cinema Astra in centro a Milano per godermi Stargate neanche fosse l'ultima frontiera della settima arte tra la folla del sabato pomeriggio quando ancora si poteva stare in piedi a fondo sala, vedere più spettacoli con lo stesso biglietto e schiaffarsi due porzioni di patatine da Burghy una volta usciti.
Per i temerari che, come noi Ford - anche se Julez, in fin dei conti, è stata molto meno contenta del sottoscritto -, decideranno di seguire da vicino l'impresa di Bek - che per sfidare la tirannia di Set ha deciso di abbandonare una "C" e la carriera di rockstar - e di Horus, consiglio soltanto di procurarvi un giusto quantitativo di alcool, patatine, voglia di spedire fuori in libera uscita i neuroni e garantire una sessione di rutto libero da Guinness World Record: in questo modo, le due ore o quasi di visione non solo finiranno per risultare addirittura utili in termini di distensione delle cellule cerebrali, ma un giocattolone innocuo per il quale non gridare allo scandalo o finire per risultare scandalosi nel difenderlo a spada tratta.
In fondo, "pensare come un dio", in questi casi, da una parte o dall'altra della barricata, non è mai davvero utile: meglio "succhiare tutto il midollo della vita" come l'ultimo degli uomini.





MrFord





"Beat my bones against the wall
staring down an empty hall
deep down in a hollow log
coming home like a letter bomb."
Beck - "Soul of a man" - 





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...