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mercoledì 24 gennaio 2018

The Exorcist - Stagione 2 (Fox, USA, 2017)




Quando, lo scorso anno, da buoni amanti dell'horror, in casa Ford affrontammo la prima stagione del serial targato Fox ispirato al cult L'esorcista, non avevo grosse aspettative: in fondo, cimentarsi con pezzi da novanta di un genere anche solo in termini di ispirazione - specie quando si tratta di una materia difficile come, per l'appunto, l'horror - porta di norma a fallimenti di dimensioni titaniche, e considerato il numero di produzioni legate alle possessioni uscite in sala nel corso delle ultime stagioni cinematografiche, il rischio di buco nell'acqua era oggettivamente grande.
Fortunatamente, le gesta dei due insoliti prelati Marcus e Tomas erano riuscite nella non facile impresa di conquistare, e seppur non raggiungendo i livelli del cult di Friedkin, ad alzare l'asticella in attesa della seconda stagione, confermata molto in ritardo rispetto alle comuni tempistiche del piccolo schermo: a causa di questo ritardo, aggiustati un paio di raccordi legati all'epilogo del primo ciclo di episodi - probabilmente girato nel caso in cui non fosse stata confermata la produzione -, si è tornati sulle loro tracce sfruttando una nuova vicenda che in parallelo porta avanti la battaglia tra i due esorcisti ormai fuggiaschi e l'ordine demoniaco desideroso di integrarsi nel mondo mortale sfruttando proprio le alte sfere della Chiesa.
E ancora una volta, i protagonisti di questa storia non hanno fallito: cambiando prospettiva e cornice ma restando legati a tematiche molto simili - la distruzione della Famiglia da parte di un demone giunto per corrompere l'elemento più puro della stessa - Marcus e Tomas regalano altri dieci episodi addirittura più incisivi ed interessanti di quelli dell'annata d'esordio, grazie anche ad un comprimario in gran forma come John Cho ed al ruolo che assumono i figli adottivi sullo schermo di quest'ultimo, al pari dell'ex moglie defunta.
Ancora una volta senza esagerare o fare troppo il verso al film ispiratore, gli autori portano a casa in modo ben più che discreto la pagnotta tenendo lo spettatore sul filo, sorprendendolo con un paio di twist ben orchestrati e riuscendo nella non facile impresa di tenere alta la tensione almeno quanto il legame emotivo che si crea con la famiglia dell'Andy del già citato Cho, splendida nella sua fragile diversità.
La stessa motivazione demoniaca di entrare nelle case dei mortali minando giorno dopo giorno la solidità degli elementi più puri cercando di corromperli nel profondo è molto interessante a livello narrativo e di riflessione, in parte perchè pronta a rinverdire concetti come quelli di prede e predatori e Bene e Male che sono parte integrante della Storia e della società umana, in parte perchè in grado di far riflettere anche a proposito di noi che stiamo sul divano di fronte allo schermo - con Julez si scherzava rispetto al fatto che un demone non potrebbe mai scegliere il sottoscritto, considerate tutte le zone d'ombra che troverebbe, e non avrebbe alcun divertimento a corrompere qualcuno abituato a mangiare accanto alla corruzione stessa -.
In evidenza, come per la prima stagione, il mio personale favorito Marcus, ma in grande spolvero anche il suo allievo Tomas, che affiancato dalla new entry Mouse potrebbe rivelarsi il vero jolly della season three, che a questo punto spero davvero di poter vedere, una formula da esorcismo dopo l'altra: del resto, accantonato il discorso della paura vera e propria, è innegabile il fascino del peccato.
Vissuto come corruzione, o come mezzo per conquistare la forza necessaria a prendere a calci in culo la corruzione stessa.



MrFord



 

venerdì 27 gennaio 2017

Ash VS Evil Dead - Stagione 2 (Starz, USA, 2016)




Se esistesse un prototipo dell'eroe fordiano, senza dubbio Ash Williams sarebbe tra i candidati più forti a ricoprire il ruolo: casinista, beone, sboccato, reso completamente imbecille dal gentil sesso - per usare termini quantomeno decenti -, apparentemente menefreghista ed in realtà una gran bella persona, o quasi, un cowboy moderno pronto dall'alba al tramonto a far saltare teste di zombies e demoni usciti dall'Inferno, a prescindere da quale Inferno sia.
Alle spalle, dunque, l'esaltante prima stagione, i Ford sono tornati una volta ancora accanto ad Ashy Slashy ed ai suoi due, inseparabili, perfetti Pablo e Jessica - due charachters già mitici, resi alla grande dagli sceneggiatori -, questa volta impegnati in un comeback home del Nostro, che dalla Jacksonville in cui si erano tutti trasferiti a seguito dell'accordo con la mezza demone Ruby fanno ritorno nel cuore del Michigan per raddrizzare i torti demoniaci ed affrontare Baal, ex consorte della stessa Ruby nonchè esponente dell'Inferno di Serie A, pronto a dominare menti e sconvolgere la vita dell'allegra brigata protagonista della serie.
In questo senso viene compiuto un passo oltre rispetto alla già citata ed ottima prima stagione, unendo allo splatter ed all'umorismo nerissimo - da queste parti stiamo ancora ridendo per la sequenza della testa nel culo del cadavere posseduto, una vera chicca - anche momenti inquietanti e tesi - l'episodio nel manicomio "rimesso in attività" da Baal - ed altri di pura azione slasher in memoria dei tre, mitici film dedicati all'altrettanto mitico Ash, con un nuovo ritorno nel cottage che fu teatro dei primi massacri a seguito del ritrovamento del Necronomicon, condendo il tutto con un viaggio nel tempo nel pieno degli anni ottanta che è una goduria almeno quanto una mano riconquistata dopo trent'anni.
La cosa più interessante, comunque, oltre all'inossidabile ed irrispettoso Ash ed alla coppia dei suoi giovani aiutanti, resta il marchio di fabbrica ironico coltivato ai tempi d'oro che culminò con L'armata delle tenebre che ormai pare essere parte anche dell'approccio di qualsiasi demone al nostro mondo, perfino nei momenti più sanguinosi e drammatici: lo stesso Baal, nel suo essere inquietante, regala alcuni passaggi all'interno dei quali pare essere a sua volta posseduto dallo spirito sopra le righe di Ash, diventando a sua volta uno stronzo sboccato incapace di contenere i propri istinti.
Ovviamente, purtroppo per lui, nessuno è professionista in materia quando il vecchio Williams, che dopo una serie spassosissima di omaggi alla saga di Star Wars dovrà prepararsi ad affrontare una terza stagione che promette scintille grazie ai cambiamenti operati a Tempo e personaggi ed alle possibilità offerte dal patto siglato nel corso dell'ultimo episodio: poco importa, comunque.
Considerato quanto forte sono andate queste prime due annate - divorate entrambe a ritmi forsennati, grazie anche al minutaggio in stile Californication degli episodi -, il divertimento garantito, i personaggi più che azzeccati e lo stile - se così si può chiamare - di Ash, non posso dire altro se non che attendo con trepidazione la terza, anche se questo volesse dire turbare la tranquillità guadagnata un colpo di boomstick e di motosega dopo l'altro dal suo main charachter e scatenare su questa palla di fango una nuova pioggia di merda orchestrata dai demoni.
Del resto, non esiste ombrello più grande di quello che può metterci Ash Williams.



MrFord



 

mercoledì 14 dicembre 2016

Ouija - Le origini del male (Mike Flanagan, Giappone/USA, 2016, 99')





I frequentatori abituali del Saloon sanno quanto, da fan accanito, sia esigente, quando si tratta di horror.
Da veterano di centinaia - e forse migliaia, chissà - di visioni di genere, spesso e volentieri mi ritrovo non soltanto a non avere minimamente paura di quello che sto guardando - certo, i jump scare funzionano sempre, ma continuo a pensare che in quei casi non si tratti di paura vera, quanto di sorpresa -, ma anche a massacrarne passaggi (privi) di logica e la cornice generale.
Mike Flanagan, poi, è un caso particolare: celebratissimo ai tempi dell'uscita di Oculus - una delle sòle più clamorose che l'horror abbia prodotto negli ultimi anni - e felicemente massacrato dal sottoscritto, con il tempo è riuscito a ritagliarsi una certa fetta di rispetto da queste parti, complici principalmente il comunque guardabile Somnia e soprattutto Hush, molto goduto la scorsa estate ai tempi del Bulletin.
La prova del fuoco, dunque, era rappresentata da questo prequel, che probabilmente nella mente dei produttori aveva il compito di far dimenticare al pubblico l'obbrobrio assoluto dell'Ouija uscito lo scorso anno, una delle cose più brutte e senza senso che ricordi, finito senza colpo ferire nella top ten del peggio del duemilaquindici.
Bene, signore e signori, posso affermare senza troppi giri di parole che non solo Flanagan ha superato questa prova, ma l'ha fatto confezionando quello che, forse, ad oggi è il suo miglior lavoro: certo, non stiamo parlando di qualcosa di rivoluzionario - siamo pur sempre molto derivativi e dalle parti de L'esorcista e dei due Conjuring -, eppure questo Le origini del male fa il suo dovere, intrattiene, non perde troppi colpi nel corso dello svolgimento, gioca discretamente le sue carte e si chiude anche con una certa cattiveria, finendo per risultare come un piacevole omaggio alle atmosfere che si respiravano nell'ambito dei film di paura nel corso degli anni settanta.
Limitandosi negli ambienti e nei personaggi, tenendo un profilo basso e senza abusare del "mostro", poggiandosi sulle spalle di una nuova bambina spaventosa - la piccola Lulu Wilson, peraltro molto brava -, il buon Mike mette in piedi una macchina che funziona e fa il suo dovere pur non inventando nulla di nuovo, risulta rispettosa della tradizione senza apparire un'immagine sbiadita e fa un discreto culo a molti dei titoli usciti nel corso di questa stagione - non tutti, sia chiaro - senza neppure troppa fatica.
Considerato che partivo da una posizione molto scettica, direi che questo Ouija si è rivelato come una seduta spiritica in grado di far cambiare idea perfino al più razionale degli avversari della Fede, dei fantasmi e di tutte quelle cose che ci si aspetta di norma dall'altro mondo, ha portato sullo schermo una bella versione di famiglia al femminile, pescato dal semi-dimenticatoio quello che resterà per sempre "il bambino di E. T." per l'occasione reinventatosi prete - che, come la figa di turno, negli horror è destinato a non essere mai la "final girl" - e regalato all'audience un mostro nato dall'ingiustizia e dalla violenza simile a quelli che fecero la Storia del genere nel corso dei già citati anni settanta come Michael Myers e Jason Voohries.
Una cosa davvero niente male, per un tizio che, soltanto una manciata di anni fa, avevo considerato come uno dei fuochi di paglia più grandi che l'horror avesse prodotto: curioso che il compagno che gli avrei messo a braccetto, Ti West, abbia, come Flanagan, nel tempo conquistato uno spazio ormai più che meritato nel cuore di questo vecchio cowboy.
Crescere fa sempre bene, se lo si sa fare in modo costruttivo.
E un brindisi a questi e a tutti gli altri spiriti, in questo caso, ci sta proprio tutto.
E bene.




MrFord




 

venerdì 4 dicembre 2015

Deathgasm

Regia: Jason Lei Howden
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2015
Durata: 86'






La trama (con parole mie): Brodie è un adolescente all'ultimo anno di liceo borderline e problematico. Separato dalla madre a causa dei problemi di quest'ultima dai servizi sociali ed affidato agli zii, il ragazzo si rifugia nella musica - in particolare heavy metal - per cercare di vincere le proprie insicurezze e sfogare la rabbia accumulata nel corso degli anni.
Emarginato a scuola e legato soltanto ad un paio di amici molto nerd, insieme all'altrettanto sopra le righe Zakk viene in possesso di un misterioso spartito consegnato loro da un ex cantante metal in fuga da una strana organizzazione di individui: quando, con la band che nel frattempo hanno messo in piedi, i ragazzi tentano di eseguire il brano recuperato, strani fenomeni cominciano a verificarsi in città.
Questo perchè le note rispolverate dai Deathgasm altro non sono che un inno oscuro volto a risvegliare ed evocare un demone potentissimo, contro il quale Brodie, Zakk ed i loro compagni dovranno lottare fino all'ultima goccia di sangue.










Me lo sono dovuto sudare, questo Deathgasm.
Il tam tam della blogosfera aveva portato all'orecchio del sottoscritto il valore dell'ennesimo e sorprendente film che, nel corso di questa stagione, finiva per omaggiare e pescare a piene mani dall'immenso bacino immaginifico che sono stati gli anni ottanta, all'interno dei quali ho nuotato con grande piacere sia da bambino che da adulto, alimentando a dismisura l'hype dei Ford tutti - o quasi -.
Il bacino ancora più immenso della rete, però, ha finito per ingaggiare con il sottoscritto una vera e propria battaglia, sanguinosa e sfiancante, che mi ha visto vincitore quando, finalmente, armato di alcool e spuntino, ho potuto passare una serata avvolto dalle atmosfere folli che la Nuova Zelanda non mi regalava dai tempi del primo, favoloso Peter Jackson - omaggiato da Jason Lei Howden grazie ad una fantastica t-shirt di Bad Taste, un cult assoluto che tutti gli appassionati di horror dovrebbero vedere almeno una volta nella vita -: Deathgasm è, di fatto, un vero e proprio omaggio non solo ad un decennio indimenticabile, ma anche a quella fase della vita in cui, se non si è vincenti predestinati o sfigati senza speranza, ci si ritrova in quel limbo chiamato adolescenza senza sapere bene da che parte girarsi per prendere fiato e cominciare a vivere davvero.
Il risultato è stato puro godimento dal primo all'ultimo minuto, grazie ad un cocktail forse grezzo e sicuramente artigianale ma di pancia, sentito in ogni fotogramma, figlio di un amore incondizionato per il Cinema - a prescindere dal genere - e perfetto per raccontare la rivincita di un certo tipo di nerd che passa gli anni delle superiori a sudarsi ogni conquista e poi si ritrova a godere della rendita una volta cresciuto: e dai riferimenti alle band ed alla logica di avvicinamento del metallaro "classico" - bellissima la sequenza in cui Brodie e Zakk si conoscono nel negozio di dischi - ai sogni larger than life immaginati sulle note dei pezzi preferiti, passando per sangue, possessioni, risate ed un finale che bussa alla porta de La casa senza dimenticare l'ironia de L'armata delle tenebre - e, ovviamente, tutto il primo Peter Jackson, come già sottolineato -, non è passato un singolo fotogramma del lavoro firmato da Jason Lei Howden che non mi abbia fatto pensare a quanto avrebbe fatto letteralmente impazzire il mio amico Emiliano, che ricordo quando, già dalle medie, si materializzava nell'allora casa Ford con le sue t-shirt degli Iron Maiden e l'inizio dell'amore per la Musica che lo accompagnò tutta la vita, partendo proprio dall'heavy.
Tutto questo senza contare i riferimenti alla classica trama da riscatto dell'outsider che da I Goonies a Karate Kid ha posto le fondamenta per quello che sono ora, settima arte oppure no, con tanto di reginetta del ballo che finisce per essere conquistata dal fascino di chi, nella vita, è condannato a lottare per ogni successo, e con tutti i mezzi possibili: probabilmente allo stato attuale delle cose io sarei più uno Zakk che non un Brodie, decisamente più simile a com'ero ai tempi delle superiori - esilaranti, in proposito, anche i riferimenti ai giochi di ruolo dei due amici nerd del protagonista -, ma poco importa.
Deathgasm è un vero e proprio momento di spaventosa esaltazione per tutti gli appassionati di musica ed horror movies, di eighties e di stronzate raccontate tra amici, di tripudi di alto volume, sesso ed emozioni buttate fuori a squarciagola o attraverso un assolo dirompente di chitarra: probabilmente i radical, i puritani, i perbenisti o tutti quelli che ancora pensano che il metal sia l'anima del diavolo non apprezzeranno, ma sinceramente, chi se ne fotte.
Questa è roba forte.
E se poi si dovesse scoprire che è davvero in grado di aprire le porte dell'Inferno, allora vorrà dire che ci attrezzeremo per prendere a calci in culo anche chi viene dalle fiamme eterne.




MrFord




"Well I'm an axegrinder piledriver
mother says that I never never mind her
got no brains I'm insane
teacher says that I'm one big pain
I'm like a laser 6-streamin' razor
I got a mouth like an alligator
I want it louder
more power
I'm gonna rock ya till it strikes the hour
bang your head! metal health'll drive you mad
bang your head! metal health'll drive you mad."
Quiet Riot - "Metal health (Bang your head)" -





sabato 31 ottobre 2015

We're still here

Regia: Ted Geoghegan
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
84'
 





La trama (con parole mie): Anne e Paul Sacchetti, che hanno da pochissimo perso il loro unico figlio in un incidente d'auto, abbandonano la città per stabilirsi in una vecchia casa di campagna nel New England, pronti a ricominciare da capo. Quando, però, alcuni strani fenomeni uniti all'atmosfera che regna nel paese poco distante finiscono per inquietarli e spingerli a contattare i genitori dell'ex compagno di stanza del college del loro ragazzo, esperti in materia nell'ambito del sovrannaturale, la situazione precipita: la casa che hanno acquistato per ricominciare a vivere, infatti, è segnata da una maledizione legata alla prima famiglia che vi dimorò a metà dell'ottocento, e pare che, ogni trent'anni, la stessa richieda un tributo di sangue al mondo per poter tornare al silenzio.
Cosa accadrà, dunque, ai Sacchetti ed ai loro ospiti?










Guardandomi indietro, penso non saprei assolutamente quantificare il numero di film horror visti dalla prima adolescenza fino ad ora: potrei addirittura pensare che sia, numericamente, il genere che più ha visitato gli schermi delle varie incarnazioni di casa Ford fin dai miei primi passi nel mondo della settima arte, e da quelle notti d'estate a cavallo tra gli anni ottanta e novanta fino ai tentativi attuali di rimanere quantomeno lontanamente inquietato, gli esperimenti siano stati davvero innumerevoli, dallo slasher al quasi thriller, dal trash all'inquietudine esistenziale.
We are still here, prodotto low budget firmato dal semisconosciuto Ted Geoghegan, è giunto da queste parti spinto dalle recensioni più che lusinghiere firmate da colleghi affidabili come Bradipo e Lucia più che dalla fin troppo impietosa valutazione su Imdb, e nonostante lo scetticismo iniziale, grazie ad una ricostruzione splendidamente vintage - è ambientato nel settantanove, anno al quale sono ovviamente molto legato -, un citazionismo assolutamente non invasivo o spocchioso, interpreti amatissimi dai fan del genere - personalmente, ho trovato mitico Larry Fessender, che peraltro mostra una somiglianza non indifferente non solo con Jack Nicholson, ma anche con un mio zio acquisito - ed un paio di cambi di registro perfetti per evitare che lo spettatore perda interesse e che tutto risulti fin troppo banale finisce per risultare una delle cose più interessanti che l'horror abbia regalato ai suoi appassionati quest'anno, dimostrando quanto siano importanti passione e voglia di raccontare una storia a fronte di budget milionari o tecnicismi superflui.
Una visione a tempo perso, dunque, divenuta un richiamo a piccoli grandi cult come La casa nera, che ripercorre diversi aspetti del genere, dalle case infestate e l'inquietudine del suggerito, più che del visto, della prima parte, allo spauracchio dell'uomo nero della fase centrale dello svolgimento fino ad un epilogo in grado di mescolare le carte in tavola e ricordare più l'angoscia di Cane di paglia mescolata abilmente allo splatter e al gore, finendo per indurre a simpatizzare per gli oscuri abitanti della casa, divenuti minuto dopo minuto protagonisti affascinanti e tragici, pronti a legarsi, nel sangue o nel destino avverso, alla coppia protagonista della pellicola, passata dall'essere involontariamente bersagliata da Julez e dal sottoscritto a causa della somiglianza del protagonista con Enrico Bertolino ad un tifo da stadio nel confronto con i loro aspiranti aguzzini a suon di colpi di coltelli da cucina - interessante, in questo senso, anche il fatto che non si assista ad una di quelle tipiche trasformazioni da gente comune ad aspiranti Rambo, ma che si resti nell'ambito della logica che fin troppo spesso latita, quando si parla di produzioni di questo genere -.
Un produzione povera, dunque, ma appassionante e ben strutturata, che tiene legati dall'inizio alla fine ed è favorita, oltre che dalla cornice, anche da un minutaggio finalmente a portata di stanchezza post-lavorativa infrasettimanale, che ricorda cose come The house of the devil o The conjuring in una versione decisamente più terra terra, ma non per questo meno interessante: e dai Dagmar - ottimi nella loro raffigurazione - alla presenza, sia solo presunta o effettiva, dello spirito del figlio morto della coppia dei Sacchetti, passando per gli abitanti del piccolo paese dove hanno scelto - sciagurati loro - di trasferirsi per ricominciare a vivere dopo il terribile lutto che li ha colpiti, gli antagonisti hanno tutti lo spessore giusto per non essere dimenticati.
E nel faccia a faccia dell'epilogo tra Dagmar in persona e Paul, c'è tutto il dolore dei padri che hanno perso qualcosa che non potranno più ritrovare, qualcosa che nasce dal sangue e che neppure tutto il sangue versato del mondo potrebbe riportare indietro, o risanare.
Siamo ancora qui, recita il titolo.
Ed è un bene che film come questo lo siano.
Per il Cinema, e per noi appassionati.





MrFord





"Hold tight
wait 'til the party's over
hold tight
we're in for nasty weather
there has got to be a way
burning down the house."
Talking heads - "Burning down the house" - 




domenica 15 febbraio 2015

At the devil's door

Regia: Nicholas McCarthy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
91'





La trama (con parole mie): Leigh, una giovane agente immobiliare, si assume l'incarico della vendita di una casa pignorata appartenente ad una coppia che ha visto scomparire l'unica figlia, fuggita con un uomo. Quando, ispezionando le stanze della casa, la futura venditrice si imbatte in una ragazza sfuggente e silenziosa, pensa sia proprio la figlia degli ormai ex proprietari dell'immobile: peccato per lei che, invece, la misteriosa adolescente sia l'emanazione di un'altra vecchia abitante di quelle mura, morta suicida negli anni ottanta dopo aver deciso, per amore, di vendere l'anima ad un demone con un rito che appariva solamente un gioco improvvisato.
Quando l'oscura presenza scopre l'esistenza della sorella di Leigh, Vera, decide che sarà proprio quest'ultima a fungere da cardine per il suo legame con questo mondo: toccherà dunque proprio a Vera cercare non solo di portare a casa la propria pelle, ma anche cercare di capire come gestire il demone.








L'horror è un genere ormai bistrattato dai suoi stessi autori, protagonista di una clamorosa discesa negli abissi della scarsa qualità da fare quasi invidia al percorso che sta portando ad una sempre più consistente involuzione il Cinema italiano: da tempo, infatti, direi che anche qui al Saloon, quando si parla dei cari, vecchi, film di paura, si finisce per incontrare qualcosa di interessante più o meno una volta ogni dieci, quando va bene.
Il resto, se non facilmente dimenticabile, si rivela di norma una vera, propria e sonora schifezza.
Si avvicinava il passato Halloween quando decisi di recuperare, tempistiche permettendo, At the devil's door, ultimo lavoro di Nicholas McCarthy, autore già noto per The pact - che presto farà capolino da queste parti - e considerato come uno dei meno peggio nella schiera dei paladini dell'horror americano attuale: in realtà i piani originali prevedevano che recuperassi questo titolo e lo recensissi proprio per la notte delle streghe, mentre ha finito per arrivare in casa Ford in tempo per il Giorno del Ringraziamento, e alla pubblicazione per Carnevale.
Curioso, e quasi lostiano, che insieme a Kristy - ambientato proprio a Thanksgiving -, At the devil's door abbia rappresentato uno dei titoli di genere più interessanti che mi sia capitato di visionare negli ultimi mesi: senza dubbio non parliamo di qualcosa di nuovo o innovativo - del resto, l'argomento possessioni e l'utilizzo dei demoni sono ormai ampiamente inflazionati -, quanto di una pellicola forse appena discreta interpretata da attori non di prim'ordine - il volto più noto è quello di Naya Rivera, una delle prime protagoniste di Glee -, di fatto molto derivativa, eppure per la sua ora e mezza scarsa in grado di intrattenere come si conviene riuscendo al contempo nella non facile impresa di azzeccare il cambio di rotta posto indicativamente attorno alla metà - corrispondente al passaggio dell'attenzione del demone da Leigh a sua sorella - ed un finale non scontato come si potrebbe supporre considerata l'evoluzione dei rapporti tra i gli abitanti degli Inferi ed i comuni mortali in queste occasioni.
Un plauso al regista andrebbe fatto, inoltre, per la scelta - coraggiosa, considerati quelli che sono gli standard di questo tipo di prodotti - di evitare di portare sullo schermo il classico scontro finale tra la protagonista e l'entità malvagia, che resta visivamente in ombra quanto basta per essere inquietante senza strafare e ricordare più l'oppressività del primo Alien che non le recenti sbrodolatone da wannabe salto sulla sedia incapaci di spaventare perfino volendo scegliere di farsi terrorizzare.
A questo si aggiungano la già citata chiusura ed un piglio molto sincero nel modo di raccontare di McCarthy, ed il risultato è un titolo che, per quanto limitato, riesce ad assolvere al suo compito di strumento di intrattenimento pur non raggiungendo livelli di inquietudine come quelli di Lake Mungo.
E' dunque giunto finalmente il momento, per l'horror, di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel grazie agli sforzi di registi saliti agli onori della cronaca - pur se di nicchia - partendo dal basso? 
Forse è ancora presto per dirlo, ma esperimenti come At the devil's door hanno il merito di portare all'attenzione di noi avidi divoratori di settima arte nomi nuovi ed un respiro che è fondamentale per questo tanto bistrattato genere, in modo da guardare al futuro con almeno un minimo di speranza.
E se, per il momento, non sarà propriamente il Diavolo in persona a bussare alla nostra porta, faremo di necessità virtù nell'attesa che i grossi calibri si facciano sentire, e che i McCarthy di oggi possano porre le basi per le pietre miliari di domani.
Anche perchè, se dovessimo continuare con il presente dell'horror, entro una decina d'anni non basteranno neppure più i Rosemary's baby, a salvarci dalle visioni maligne.




MrFord




"I'm only lonely when the music's over
lonely when you're going home
we don't celebrate Sundays anymore
(we don't celebrate Sundays)
my good church is not open on Sundays
(we don't celebrate Sundays)."
Hardcore Superstar - "We don't celebrate Sundays" - 





venerdì 21 febbraio 2014

Il segnato

Regia: Christoper Landon
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 84'




La trama (con parole mie): Jesse, giovane appena diplomatosi, vive in periferia ed è da sempre affascinato dai misteri che ruotano attorno ad una vecchia vicina di casa che si dice possa essere una strega. Quando gli viene regalata una videocamera, con il suo migliore amico inizia ad investigare sulla donna solo per arrivare ad essere quasi testimone del suo omicidio per mano di un altro ragazzo suo ex compagno di scuola.
Introdottosi nell'abitazione della donna in modo da capirne di più rispetto al gesto del giovane assassino, Jesse pare venire a contatto con un'entità demoniaca che dal principio si manifesta come una sorta di "superpotere" e passo dopo passo inizia a cambiare radicalmente la Natura ed il comportamento del ragazzo.
Riusciranno la sorella ed il suo migliore amico a salvarlo, o verranno anch'essi travolti dal segreto legato a doppio filo al suo passato?






Ricordo quando, non troppi anni fa, scoppiò di colpo il fenomeno Paranormal activity, prodotto di bassissima qualità che divenne un vero e proprio caso allo stesso modo del capostipite della sua genìa, Blair witch project, che impazzò all'inizio del Nuovo Millennio e che, già ai tempi, mi convinse decisamente poco e l'unica cosa che portò al sottoscritto a seguito della visione in sala fu un gran senso di nausea.
Il segnato, prodotto nato come costola della trascurabile creatura di Oren Peli, rientra pienamente nella categoria degli inutili pseudo horror girati in stile mockumentary con l'aggiunta di una spruzzata di atmosfera teen anni ottanta - in fondo Christopher Langdon, il regista, deve aver vissuto gli eighties allo stesso modo del sottoscritto, in quanto a formazione di genere -: quello che più colpisce, però, è il fatto che il risultato finisca per essere pressochè innocuo, lontano dalle incazzature che schifezze realizzate sulla stessa lunghezza d'onda sono state in grado di suscitare nel sottoscritto nel corso delle ultime stagioni cinematografiche - L'altra faccia del Diavolo docet -.

Questa robetta, infatti, per quanto nulla se associata alla settima arte ed assolutamente inutile, non risulta pessima quanto avrei creduto, finendo addirittura per avvicinarsi ad un paio di buone intuizioni soprattutto nella prima parte - con il protagonista Jesse impegnato a scoprire i poteri pronti a manifestarsi come conseguenza della sua possessione, in un'escalation che ricorda quella dei poco equilibrati protagonisti di Chronicle -, impreziosite dalla chicca costituita dall'utilizzo di Simon, mitico gioco elettronico da tavolo residuato sempre degli anni ottanta divenuto la "voce" del demone in sostituzione della tavola da seduta spiritica standard.
Dovendo ricercare qualche altro dettaglio non completamente trascurabile, si finiscono a citare l'incontro con i bulli di ritorno dal campo da basket ed il - divertente, devo ammetterlo - riferimento proprio a Paranormal activity che precede il finale: una sorta di chicca quasi metacinematografica in grado di rendere Il segnato uno dei più sopportabili prodotti di bassissima lega usciti di recente.

Peccato che, di fatto, il lavoro nel suo complesso risulti dozzinale e per nulla spaventoso, iscrivendosi senza troppi sforzi al grande club delle schifezzone: non potrà ambire, però, al Ford Award dedicato al peggio del duemilaquattordici.

Troppo scarso e privo di carattere, di fatto, anche per lasciare il segno in negativo: resta una visione ludica buona per essere anche facilmente ignorata nel corso della sua ora e venti scarsa, roba che se avessi una quindicina di anni in meno potrebbe essere sfruttata come pellicola da limonata selvaggia, o qualcosa da lasciare giusto in sottofondo in una serata dalla stanchezza troppo pronunciata per poter lottare davvero con il sonno.

Gli horror veri stanno da tutt'altra parte, ma a conti fatti, anche i titoli davvero, davvero degni di essere massacrati come solo le peggiori tempeste di bottigliate possono fare.



MrFord



"Cursed, since your birth dear
and your worst fears have all come true
babe you're not the first here on earth dear
'cause I'm still here and I'm cursed too, cursed like you."
Robbie Williams - "Cursed" -



mercoledì 24 luglio 2013

The last exorcism - Liberaci dal male

Regia: Ed Gass-Donnelly
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Nell, giovane scampata all'entità demoniaca che l'aveva tormentata nel primo episodio, ricompare in stato confusionale e viene condotta ad una casa per giovani sopravvissute ad abusi e traumi dove pare poter finalmente cominciare una nuova vita.
Grazie alle attenzioni del proprietario del luogo Merle, un nuovo lavoro, l'amicizia che nasce con alcune delle sue coinquiline e l'attrazione per il giovane Chris, la ragazza può cominciare finalmente a nutrire una speranza per il futuro.
Ma l'incubo è sempre dietro l'angolo, e quando Nell scopre che il demone è tornato non per darle la caccia, ma perchè innamorato di lei e pronto a scatenare l'Apocalisse dopo averla sedotta, sarà costretta a chiedere aiuto ad un gruppo di esorcisti e guardiani che si impegnano per tradizione a tenere il Male lontano dal nostro mondo.





Spesso e volentieri, ultimamente, mi è capitato di citare la necessità estiva di staccare la spina grazie a tamarrate action senza pretese o horror che possano riportare - almeno idealmente - il sottoscritto all'atmosfera delle seconde serate passate con mio fratello tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta, quando a farla da padroni erano film che effettivamente riuscivano a smuovere più di un brivido lungo le schiene di noi giovani spettatori pronti a scoprire un genere nuovo e terrificante.
Il tempo è poi finito per passare - triste consuetudine, a volte -, ed epoche come quella sono divenute una sorta di miraggio: al momento, infatti, riuscire a pescare un buon film d'orrore è un evento che ha le stesse probabilità di verificarsi rispetto a quelle che ha trovare un film italiano degno di nota.
Molto basse, dunque.
Questo The last exorcism - Liberaci dal male, secondo capitolo di un titolo che onestamente non ricordo se sia passato oppure no dalle parti di casa Ford ai tempi della sua uscita nel 2010 - anche se l'idea che io e Julez ci siamo fatti propende per la seconda opzione -, rientra perfettamente nel novero di quei titoli nati per essere destinati al cestino una volta visionati senza alcuna pretesa e con una soglia di attenzione che tende ad abbassarsi minuto dopo minuto nello stile dei pessimi The Wicked e Non aprite quella porta 3D, altre due porcatone di qualità di molto sotto lo zero che ho avuto il piacere - per il mio cervello, che ha ringraziato per la serata libera in entrambi i casi - di ospitare da queste parti di recente.
Occorre ammettere che, tutto sommato, questa robetta senza arte ne parte risulta totalmente innocua, e almeno nella prima mezzora riesce in un paio di occasioni a creare un'atmosfera degna di un paio di salti sulla sedia, e senza dubbio è decisamente lontana da merde galattiche del calibro de L'altra faccia del Diavolo, sempre per rimanere in tema di esorcismi.
Definito il suo status di "schifezzina innocua", resta davvero poco di un film girato, interpretato e scritto a livello ben più basso che amatoriale, che non ha nulla a che vedere con effettive possessioni o atmosfere demoniache inquietanti nello stile di Classici come Rosemary's baby o L'esorcista e che riesce a regalare almeno un paio di sequenze in grado di andare ben oltre il ridicolo involontario - la protagonista che esce da una chiesa dopo l'ennesimo incontro con il suo spasimante demone pronta pronta per essere riconosciuta da un turista con problemi di obesità dall'altro lato della strada che al volo la riconosce come la ragazza posseduta del video che gira su Youtube, giusto per citarne una -, abbastanza noioso nonostante il minutaggio piuttosto ristretto ma ugualmente in grado di concedere al pubblico un finale almeno non buonista.
Se siete in cerca di un film di genere di livello o di emozioni forti, comunque, state pure tranquilli che non troverete nulla di cui sopra: parliamo infatti di un prodotto di riciclo buono giusto per qualche ragazzino bisognoso di una scusa per portarsi in sala la ragazza conosciuta in vacanza e sperare che questa gli si stringa addosso facilitando la prima limonatona della stagione.
Per il resto, questi demoni del nuovo millennio hanno ben poco di minaccioso per noi ragazzi old school abituati alle notti horror.



MrFord


"Do not cry in underwater
I can't get down any farther
all my drowning friends can see
now there is no running from it
it's become my cross of me
I wish that I could rise above it
but I stay down, with my demons
I stay down, with my demons."
The National - "Demons" - 


 

martedì 14 maggio 2013

Evil dead - La casa

Regia: Fede Alvarez
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
91'




La trama (con parole mie): un gruppo di ragazzi si raduna nel cottage dei genitori dei due fratelli Mia e David affinchè proprio la giovane donna possa disintossicarsi dalla dipendenza dalla droga. Quello che gli amici non sanno è che nel seminterrato della vecchia casa sono ancora intatti i resti di un rituale eseguito tempo prima affinchè un demone malvagio potesse rimanere confinato nel suo mondo, così come il libro dei morti, potentissimo artefatto con il potere di rievocare l'entità.
Quando Eric, ex migliore amico di David, incuriosito dal testo, libera senza saperlo il mostro, per il gruppo ha inizio un incubo che li vedrà lottare per la sopravvivenza non soltanto dei corpi, ma delle loro stesse anime: riusciranno ad avere la meglio sullo spirito sfruttando il libro stesso, o dovranno rassegnarsi a soccombere e consentire alla creatura di aprire una porta che dall'Inferno conduce sulla Terra?




I remake sono una brutta bestia davvero, a prescindere dal genere, dall'epoca e dal contesto, tanto più ostici quanto le pellicole originali sono risultate mitiche superando le prove del Tempo e del parere del pubblico di diverse generazioni: si contano sulle dita, infatti, i casi in cui le nuove versioni risultano essere più interessanti delle precedenti - esempi recenti, forse, sono stati solo il Cape fear scorsesiano e Scent of a woman, perlomeno in grado di giocarsela alla pari con i titoli che li ispirarono -, e spesso e volentieri quando si tratta di horror la questione finisce per diventare non solo rischiosa, ma addirittura involontariamente ridicola nella maggior parte dei casi.
The fog, Nightmare, Halloween sono solo alcuni degli insuccessi che il Cinema d'orrore ha visto concretizzarsi all'ombra dei cult originali, ed onestamente il dubbio che questa nuova versione de La casa potesse entrare al volo nel suddetto club pareva quasi più una certezza almeno fino alla vigilia della visione: fortunatamente il buon Fede Alvarez, regista uruguaiano poco più che trentenne al suo esordio in un lungometraggio, è riuscito non solo nell'impresa di confezionare un più che discreto prodotto di genere, ma anche di non snaturare, omaggiandolo, l'originale e splendido Evil dead firmato da Sam Raimi, che fu uno dei capisaldi dell'horror nel corso degli anni ottanta e rivoluzionò il suo filone anche grazie al dinamismo che il futuro regista della trilogia di Spider Man infuse alla macchina da presa, sfruttata straordinariamente in tutte le riprese che simulavano il sopraggiungere delle presenze malefiche liberate dal Necronomicon, il Libro dei morti che finisce per farla da padrone anche - e giustamente - in questo caso.
Il giovane Alvarez, prendendo spunto dalle vicende che Raimi narrò nei primi due capitoli della sua più fortunata saga - culminata poi con il geniale L'armata delle tenebre -, omaggia il lavoro del suo ispiratore senza snaturarlo, perdendo in carisma - del resto, di Ash/Bruce Campbell ce n'è uno solo, inimitabile - ma guadagnando in profondità - l'idea della disintossicazione della protagonista Mia, così come l'eventuale associazione tra il demone della dipendenza e quello liberato dal libro, paiono decisamente vincenti, oltre che assolutamente impegnate ed inaspettate per il genere -, citando momenti magici come quelli legati all'uso della motosega e della botola senza dimenticarsi quelle che erano le atmosfere tipiche dello slasher figlio degli eighties e concedendo ben più di un brivido agli spettatori - soprattutto quelli non avvezzi - grazie alla versione posseduta della protagonista, che dal profondo del seminterrato e nel gioco vedo/non vedo fornito dalla botola incatenata riesce a regalare il suo meglio anche per veterani del settore come il sottoscritto.
Il risultato, dunque, è talmente interessante che quasi dispiace sia stato ispirato dal lavoro di un mostro sacro, perchè probabilmente se si fosse trattato di un'uscita a sorpresa facilmente ci saremmo trovati di fronte all'erede per questo 2013 del già mitico Quella casa nel bosco, horror definitivo dello scorso anno e non solo: spero dunque che, alle spalle questa prova decisamente superata, per Alvarez si aprano le porte della grande distribuzione e possa essergli dato spazio per un progetto personale privo dell'impronta - seppur leggendaria - di gente come il Sam più importante della Storia dell'horror.
Dovesse andare bene potremmo trovarci di fronte ad un nuovo riferimento - e tutti sappiamo quanto ne abbiano bisogno i cari, vecchi, film di paura -, mentre alla peggio si avrebbe comunque la possibilità di scatenare il nostro lato più demoniaco e lasciare che le porte di un Inferno di bottigliate possano aprirsi all'indirizzo di chi non ha saputo sfruttare un'occasione unica: in entrambi i casi finiremmo per divertirci.
Nel frattempo, e per ingannare l'attesa, godiamoci questo bagaglio di sani squartamenti neanche fossimo tornati i ragazzini impauriti del 1985, chiusi in casa un sabato sera alla ricerca di quel brivido che sono un sano film di terrore riesce a regalare.


MrFord


"Trapped inside a life which is not yours
spirits within causing terror, fear and darkness
evil dead
evil dead."
Death - "Evil dead" -


mercoledì 7 novembre 2012

The possession

Regia: Ole Bornedal
Origine: USA, Canada, Danimarca
Anno: 2012
Durata: 92'




La trama (con parole mie): Em e Hannah sono due sorelle ancora nella fase di accettazione del divorzio dei loro genitori, la precisissima Stephanie - da poco legata ad un ancora più preciso ed attento all'igiene dentista - e l'allenatore di basket Clyde, che in passato ha sacrificato il tempo da dedicare alla famiglia allo sport e alla carriera. Quando quest'ultimo si trasferisce in una nuova casa all'interno della quale le ragazze dovrebbero passare ogni weekend, Em trova in un mercatino di quartiere una misteriosa scatola che da subito attrae la sua attenzione.
Per quanto innocuo e decorativo possa sembrare, però, il piccolo baule di legno nasconde in realtà un segreto terrificante: al suo interno è infatti rinchiuso un dybbuk, demone dell'inferno imprigionato secondo i dettami degli esorcismi tradizionali ebraici.
Il contatto tra lo spirito ed Em darà inizio ad una lotta che coinvolgerà l'intera famiglia affinchè la ragazzina possa essere salvata.





Nel mondo del Cinema esistono regole non scritte che tutti i registi dovrebbero tenere bene a mente prima di affrontare una qualsivoglia fatica sul grande schermo: una delle più importanti è senza dubbio quella stabilita dai titoli che, per potenza, genialità e capacità di superare la prova del tempo, sono universalmente riconosciuti come cult (quasi) indiscutibili.
Uno di questi, almeno in materia di possessioni ed horror nel senso non tradizionale del termine, è L'esorcista di William Friedkin, pellicola targata 1973 che ancora oggi riesce ad inquietare per la forza delle sue immagini: nei decenni successivi al lavoro del Maestro autore tra l'altro del recentissimo - e splendido - Killer Joe, molti hanno tentato - invano - di percorrere la stessa strada, esplorando il mondo senza dubbio affascinante delle possessioni.
Normalmente i titoli legati a questi fenomeni fanno il paio con delusioni clamorose e qualità pessima - si veda, in questo senso, l'agghiacciante e non per la paura indotta nello spettatore L'altra faccia del diavolo, tra i titoli peggiori dell'anno -, spocchia da vendere e risultati infimi.
The possession, in questo senso, non aggiunge nulla ad una tradizione che rema contro ai buoni risultati quasi per contratto, riuscendo a differenziarsi da molti titoli "gemelli" grazie soltanto ad un approccio assolutamente senza pretese che rende la visione innocua e d'intrattenimento da serata nel weekend.
La storia è quanto di più scontato possa incontrarsi per un prodotto di questo tipo, con la tipica ragazzina per bene tramutata in una sorta di mina vagante dal demone di turno che trova fin troppo appetitosa la sua innocenza: tutto nella norma e piuttosto telefonato, dal progressivo inselvatichirsi della giovane Em alla battaglia che coinvolge prima il padre - un sempre tendenzialmente bolso ma indubbiamente simpatico Jeffrey Dean Morgan - e dunque il resto della famiglia, con tanto di benservito del dybbuk al nuovo compagno della madre - una parte quasi ironica, a ben vedere -.
Interessante invece l'utilizzo, per una volta, di una componente non legata al cristianesimo dell'esorcismo, nonostante, di fatto, il risultato dell'operazione non cambi pur giocando con l'ordine dei suoi addendi.
Il consiglio che posso dare è quello di dedicarvi eventualmente a questo film trattandolo giusto come riempitivo e senza aspettarvi nulla di sopra le righe - neppure gli spaventi, a voler essere anche un pò pignoli e quasi radical chic -, sfruttando il lavoro di Bornedal come alternativa per una serata in cui la stanchezza si fa sentire o avete qualche amico da tenere a bada con robuste dosi di alcool.
Unica nota davvero positiva è data dalla sequenza dell'esame ospedaliero con tanto di presenza del dybbuk in radiografia, interessante almeno per una certa quale originalità anche rispetto, ad esempio, all'utilizzo delle falene che mi ha riportato alla mente il decisamente più riuscito - ed assolutamente più inquietante - The mothman profecies.
In un periodo da camino acceso e tempo da lupi, comunque, The possession rischia addirittura di essere una visione quasi azzeccata.
Ovviamente, sempre che non si abbia pretesa alcuna di assistere a qualcosa di anche solo lontanamente memorabile.


MrFord


"All of your demons will wither away
ecstasy comes and they cannot stay
you'll understand when you come my way
coz all of my demons have withered away."
Fatboy Slim - "Demons" -


venerdì 16 dicembre 2011

Dylan Dog

Regia: Kevin Munroe
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 107'



La trama (con parole mie):   immagino che tutti voi conosciate, almeno di fama, l'indagatore dell'incubo creato da Tiziano Sclavi, Dylan Dog. 
Maggiolone bianco, Londra fumosa, l'impareggiabile Groucho come assistente, look malaticcio e seduttivo.
Bene.
Ora prendete New Orleans, buttateci dentro un pò di vampiri alla Blade, un braccio destro zombie, un ruolo da guardiano del passaggio tra il nostro mondo e quello sovrannaturale e Brandon Routh. 
Sì, proprio lui, il non troppo deperito Superman.
Ecco pronta la vostra versione cinematografica del personaggio che ha fatto la fortuna recente di Bonelli.
Come dite!? Non c'entra una beneamata favazza con l'originale?
Siete davvero incontentabili.




Dedico questo post a quella sciamannata di Cybsix, dato che sarebbe dovuto essere l'argomento di un'altra bettolata andata un pò persa.

Personalmente, non sono mai stato un grande fan di Dylan Dog.
Da fumettaro incallito e adolescente un pò stronzo ed altezzoso come senza dubbio ero ai tempi detestavo tutto il clamore sviluppatosi nella prima metà degli anni novanta attorno al personaggio creato da Tiziano Sclavi, senza contare che due delle cose che più stimolavano la mia voglia di bottigliate ai tempi erano i commenti standard che ricevevo quando rivelavo di essere un appassionato di fumetti, ovvero "Anche io, ho tutti i Dylan Dog" oppure "Leggi l'Uomo Ragno? Ma non l'avevano ucciso?".
Dunque, quando ai tempi uscì il pessimo Dellamorte Dellamore, tolto qualche pensiero ai generosi argomenti portati sullo schermo da Anna Falchi, pensai che anche il Cinema ne avesse avuto abbastanza del buon Dylan.
Purtroppo, mi sbagliavo.
Sotto l'egida della grande produzione ammeregana, infatti, a distanza di vent'anni circa e con un budget che quasi quasi faceva ben sperare - almeno nell'ambito dell'intrattenimento - ecco arrivare la versione nuova di pacca dell'indagatore dell'incubo cinematografico.
Il risultato - e lo dico soprattutto per la salute dei fan hardcore del buon detective dell'orrore - è senza dubbio uno dei film clamorosamente più brutti usciti in sala quest'anno, che riesce a non funzionare sia come trasposizione - il rispetto del personaggio originale è lo stesso avuto dagli autori di quell'obbrobrio di Io sono leggenda per il romanzo dal quale hanno rubato il titolo attaccandolo ad una vicenda a caso scritta da loro - che come pellicola presa senza considerare le fonti d'ispirazione: un protagonista inerte ed espressivo quanto l'ultimo dei Taylor Lautner, una sceneggiatura che non riesce neppure a raggiungere un livello lontanamente elementare - direi che stiamo più attorno al nido, da queste parti -, situazioni al limite del ridicolo involontario - la famiglia dei licantropi, i vecchi vampiri impagliati come gufi, il ruolo della donna del momento di Dylan e l'agghiacciante confronto finale con il demone, uscito fuori tempo massimo dallo splendido spot della Nike che nel pieno degli anni novanta aveva fatto venire i brividi a tutti gli appassionati di calcio e non solo del mondo - ed una regia da dimenticare.


Curioso quanto, nello scempio che è il risultato finale, l'elemento più efficace finisca per essere il tanto criticato Marcus, reo di avere scippato la vetrina cinematografica all'amatissimo Groucho - che potrebbe superare in popolarità perfino il suo capo, almeno tra i fan della prima ora della collana -, unico a portare una certa freschezza ad una pellicola stanca e abulica sfoderando caratteristiche che fanno pensare - ma molto, molto alla lontana - a Shaun of the dead.
Insomma, a meno che non nutriate un'attrazione morbosa per l'inespressivo Brandon Routh o siate dei feticisti estremi dell'indagatore dell'incubo, quello che dovreste fare è evitare come la peste questa fiera del ridicolo, una vicenda che non reggerebbe neppure nel più sfrenato degli scenari fantastici e che non riesce neppure ad essere tamarra o volgare abbastanza per essere quantomeno divertente: a meno che non siate nel mood giusto per sfoderare bottigliate come se piovesse - ma, e ve lo dico per esperienza, vale così poco la pena che passa anche la voglia di incazzarsi - o vogliate scoprire come NON deve essere realizzato un film, fuggite alla sola vista della locandina, perchè avventurarsi nella visione significherebbe dare un senso anche a schifezze da record come Solomon Kane rendendole addirittura accettabili.
E se c'è una cosa che non deve accadere, è proprio questa.


MrFord


"I've got the Devil in me!
Gloria nell'alto dei cieli
ma non c'è pace quaggiù
non ho bisogno di veli
sei già un angelo tu
che accendi un diavolo in me."
Zucchero - "Diavolo in me" -
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